Entries from: luglio 2009

Azione Gelmini, primi frutti

Non è un mistero che il ministro Gelmini stia giocando una partita molto dura per la riforma della università italiana. Ci siamo soffermati a lungo sul perché fosse necessaria una drastica inversione di marcia, criticando il carattere contradditorio e conservatore delle manifestazioni invernali dell’ Onda.

Oggi, per la prima volta, un criterio di premialità è stato applicato a quelli che il ministero ha giudicato le università migliori. In parole povere: più fondi a chi è bravo, meno a chi non garantisce decenti standard qualitativi.

Il dato che fa discutere è -ahimè -un altro. Le università sarde sono sotto gli standard che ti fanno recuperare più risorse. Meno 2,08 per Cagliari e meno 2,95 per Sassari. Duro lavoro per i due nuovi rettori. La crisi dell’istruzione superiore sarda fa il paio con la necessità che nell’Isola si investa maggiormente in conoscenza e cultura. Lo ripeto anche adesso e lo ripeterò fino alla noia: meno chimica, più istruzione, cultura e turismo.

Università, l’ordine del giorno presentato ieri

In occasione della votazione della fiducia sul decreto Gelmini ho presentato il seguente ordine del giorno a favore dei ricercatori italiani. L’ordine del giorno è stato approvato.

La Camera,
premesso che:

- il progresso di una società civile è fortemente legato alla ricerca scientifica;

- in Italia la percentuale di PIL investita nel settore della ricerca è decisamente inferiore alla media europea che, invece, risulta ogni anno in costante aumento; Continue reading »

I classici del baronato

Concorso cucito su misura, candidato parente. Il delitto perfetto. A Messina.

Università: meno iscritti più professori

L’ennesimo rapporto del sole24 Ore, richiamato oggi anche da La Nuova Sardegna e l’Unione Sarda illumina sullo stato delle università italiane e in particolar modo di quelle sarde. Preciso da subito che l’inchiesta conferma l’allarme sollevato dal ministro Gelmini: la scuola pubblica e l’università sono uno stipendificio, dove si esaltano gli sprechi e la cattiva gestione delle risorse umane. In Sardegna la situazione, nonostante le parole rassicuranti del rettore dell’ateneo turritano Maida, è addirittura peggiore. A Sassari, infatti, c’è il record di professori:

In particolare a Sassari vi sono 477 professori su una popolazione di 7.284 studenti (questi ultimi in calo dal 2000 del 7,1%), cioè un docente per poco più di 15 allievi. Pertanto mentre gli studenti in otto anni sono diminuiti i professori ordinari sono diventati 228 (il 54,1% in più rispetto al 2000); gli associati 249 (il 37,6% in più rispetto al 2000). Sono cresciuti anche i ricercatori: oggi 236 (+11,8 rispetto al 2000).

A La Sapienza di Roma, uno dei più grandi atenei del mondo, il rapporto è di 1 docente ogni 24 studenti. A Cagliari la situazione non è sensibilmente diversa:

I professori sono 690 su una popolazione di 15.319 studenti in corso regolarmente visto che gli iscritti sono 36mila. Anche nell’ateneo guidato da Pasquale Mistretta gli allievi diminuiscono: dal 2000 il decremento è stato del 13,3 per cento. Tanto che il rapporto è diventato di un docente per poco più di 22 allievi. Anche a Cagliari nonostante gli studenti siano diminuiti i professori ordinari sono diventati 329 (il 48,9% in più rispetto al 2000). Gli associati sono 361 (e anche in questo caso il 4,9% in più rispetto al 2000). Infine sono cresciuti anche i ricercatori: 507 (+40,8 rispetto al 2000).

Un numero un po’ più in linea con alcuni dati nazionali. I tagli calcolati per studente colpiranno sicuramente Sassari, anche se non sono calcolati in base alla distribuzione meritocratica del 5%, prevista dal decreto. Onde per cui sta agli atenei dimostrare di saper razionalizzare le risorse. Il rettore dell’ateneo cagliaritano Mistretta, su La Nuova si difende, dicendo che sono aumentate le spese per gli stipendi, nonostante gli aumenti non siano stati percepiti sulle buste paga. Colpa della crisi. Per i rappresentanti degli studenti sassaresi la questione va analizzata meglio, il dato non è omogeneo. Ci sono facoltà con meno professori e altre con più professori.

Ad ogni buon conto i numeri confermano il fatto che la riforma 3+2 (Berlinguer /Zecchino) è stata deleteria. Ha ingigantito il numero dei corsi senza produrre alcun effetto benefico nel mondo del lavoro. La situazione dei laureati in cerca di prima occupazione è rimasta invariata. Nel frattempo le università hanno aumentato a dismisura questi corsi, alcuni veramente inutili e doppioni di altri esistenti, per accapparrarsi più fondi, creando un circolo vizioso che alla fine danneggia solo lo studente che porta a termine gli studi.

Per adesso abbiamo delle misure di contenimento, ma sicuramente negli anni la riforma dovrà esserci e incidere in maniera complessiva su tutte le problematiche del mondo universitario. Dico questo anche auspicando un confronto preventivo con le parti interessate (non con l’opposizione), che se produce buoni frutti è positivo, altrimenti si va comunque avanti. Prima, non dopo.

Nuovo decreto Gelmini, sul baronato bisogna essere più severi

Oggi su Repubblica c’è un interessante articolo su un classico caso di baronato universitario. A Foggia il rettore universitario in scadenza di mandato firma l’assunzione del figlio come ricercatore. In teoria, nell’ottica generale del ricambio, sembrerebbe una buona notizia. Se non fosse che questo oltre a essere un classico caso di nepotismo e baronato, accade in misura più estesa praticamente in ogni ateneo italiano.

Ho criticato pertanto quella parte del dl Gelmini approvato la settimana scorsa relativa al reclutamento dei professori. Il sorteggio avviene comunque in un campo ristretto – quella della lista eletta dei commissari – nel quale è facile orientare la decisione, nonostante l’apparente casualità. Non a caso la conferenza dei rettori ha approvato.

Sarebbe stato molto meglio mantenere, per esempio, il sistema di elezioni dei commissari, attualmente vigente, legandolo semplicemente a un meccanismo di controllo del ministero, attraverso il responsabile del procedimento. Allargando le tutele a favore dei candidati: cioé inserire maggiori incompatibilità, un controllo serrato sul conflitto di interesse tra candidato e commissario, la possibilità di bloccare l’intero procedimento in caso di esposto alla magistratura e così via.

Altra patata bollente è quella riguardante i rettori. Mussi aveva tentato di introdurre il mandato a termine di 6 anni: proposta annunciata e mai realizzata. Ci sono stati casi di rettori che hanno prolungato il loro incarico ben oltre i due mandati quadrieannali consecutivi, norma che unifica a livello nazionale gli statuti. Tale limite andrebbe garantito per legge, nel rispetto dell’autonomia statutaria. Inoltre – cosa peggiore – sono capitati casi nei quali i Rettori hanno imposto al Senato accademico il rinvio delle elezioni universitarie, al fine di prolungare il loro mandato e agire in regime di proroga. Mantenendo però i pieni poteri. In questo caso sarebbe corretto, oltre a vietare il triplo mandato consecutivo o fissare un termine preciso e introdurre un limite di età, anche inserire una regola che vieta al Rettore in scadenza di mandato di operare scelte straordinarie e limitarsi alla ordinaria amministrazione, fino all’elezione o al rinnovo della carica (per non più di due mandati). Ci sono stati atenei virtuosi, che hanno deciso di porre un freno a questo andazzo, comportandosi in maniera seria. In altri posti i rettori sono monarchi e hanno in pugno il senato accademico.

Questo sarebbe un segnale serio in direzione della trasparenza. Perché con la scusa dell’autonomia statutaria si finisce per avallare ogni genere di pratica di cattiva e disonesta amministrazione.

Lettere a Cagliari, piccola storia ( poco) edificante

Ieri era San Saturnino, il patrono di Cagliari: la città era in vacanza e tutti gli uffici chiusi. Stamattina, sui cancelli della facoltà di Lettere c’era un cartello con questa scritta: “informiamo che il 30 e il 31 ottobre la facoltà resterà chiusa”. La super efficiente università pubblica quindi stava facendo un bel ponte. Chiunque avesse dovuto consegnare la propria tesi di laurea – dato che la scadenza per questa sessione è lunedì 3 novembre – non avrebbe potuto farlo. La cosa strana poi era il fatto che non si capiva se la segreteria degli studenti fosse aperta: i cancelli erano chiusi. Allora qualcuno di questi studenti volenterosi e non-occupanti è salito- tesi in braccio- verso piazza d’Armi, all’altezza del cancello di fianco alla Cuec, per fare una verifica. Anche quel cancello era serrato con una spessa catena. Ad un certo punto un generoso ragazzetto-rivoluzionario con un cappuccio in testa e grandi occhiali da sole – ritengo per non farsi riconoscere- è salito per togliere la catena e far entrare gli studenti. Bonta sua !

La segreteria era in effetti aperta. C’erano due gentili ragazze, nel deserto dell’atrio. Hanno spiegato che la presidenza era chiusa per via del ponte e che le tesi non avrebbero potuto essere consegnate. Un paio di ragazze erano venute da Carbonia. Una aveva preso un giorno di ferie, dato che sul sito ufficiale non c’era scritto niente, se non della canonica chiusura per San Saturnino. Ma la questione sollevata è stata un’altra: tutte le entrate erano bloccate e impedivano di capire se la segreteria degli studenti fosse operativa o meno. Perchè quelle catene ? Chi le aveva messe ? Informate, le addette hanno telefonato a qualcuno. Morale della favola: hanno riaperto l’uscita principale, che prima era chiusa. Di fatto, l’okkupazione stava rendendo impossibile le normali attività garantite agli studenti, specie quelli con maggiori problemi.

La chiamano democrazia.

A che gioco giocano i baroni universitari?

Che l’aria all’Università italiana stia per cambiare lo segnalano gli atteggiamenti, più delle parole. La parte più retriva e conservatrice dello schieramento italiano (il PD associato alla Sinistra comunista che, parole di Rizzo ieri, vuole la fine del capitalismo) agita la coda della protesta scolastica, provando a bloccare sul nascere il tentativo di metter fine agli annosi problemi del nostro mondo accademico. Il baronato in primis.

Oggi sull’Unione è stato riportato il comunicato che io stesso ho ricevuto e pubblicato, da parte degli Studenti per la Libertà. A Cagliari alcuni professori hanno di fatto impedito il regolare svolgimento delle lezioni, trasferendole all’esterno, sul Bastione St. Remy, utilizzato come un rostro tribunizio, per delle improvvisate tirate ideologiche. Posso capire i ragazzi, ma fino a un certo punto. Piuttosto i docenti sono lavoratori pagati da quel Ministero che contestano, dalla Stato, da tutti noi. E gli studenti, per ricevere da loro le lezioni, nei luoghi deputati e preposti dalla legge, pagano fior di quattrini in tasse, trasferte, libri, affitti. Per non dire che provengono dalle tasche di lavoratori che spesso non si possono permettere nemmeno un’ora di sciopero. Figuriamoci improvvisarsi tribuni e giocare a fare i rivoluzionari. Col culo al caldo, lo stipendio assicurato e 40 anni in più sul groppone.

“Baroni e facinorosi, noi siamo contro”

Ricevo e pubblico questo comunicato degli Studenti per le Libertà

Questa mattina ai piedi del bastione St. Remy si è consumata l’ennesima premeditata aggressione al diritto allo studio.

Poche decine di studenti e qualche docente militante si sono resi protagonisti di una patetica messa in scena: l’ennesimo tentativo di impedire il regolare svolgimento dell’anno accademico a danno della stragrande maggioranza dei ragazzi che invece vogliono proseguire a frequentare.

Contrariamente ad ogni condotta etica, con l’alibi di lezioni all’aperto, i docenti hanno promosso, utilizzando il bastione come un pulpito, una protesta che ha di fatto strappato gli studenti alle aule costringendoli alla piazza

Da oggi sarà on line sul sito Forza Italia Giovani Sardegna, e nei prossimi giorni nelle Università, una raccolta firme per dar voce a chi non ne può più di vedere i suoi diritti calpestati da una minoranza di studenti strumentalizzati e indottrinati.

Siamo dalla parte degli studenti, di quelli che, loro malgrado, vengono oggi scippati della possibilità di vivere un percorso di studi sereno e libere scelte politiche.

Difendete l’indifendibile, non vi sopporto!

Che cosa c’è di nuovo in un rito senza coraggio?

Molti sostenevano che la destra odiasse il ’68 perché non l’aveva fatto. Oppure non glielo avevano fatto fare, perché avrebbero ammazzato i nostri ragazzi dentro le Università. Per anni il tema era rimasto in naftalina e le uniche parole che utilizzavamo per stroncare i vecchi compagni imborghesiti e ricchi erano quelle di Pasolini, che difendeva i poliziotti, veri figli del popolo.

Poi c’è stato Sarkozy che ha attaccato il sistema della Francia alle sue fondamenta (anche se con la non-estradizione della Petrella ha riabilitato quello che aveva bocciato) e anche in Italia se ne è parlato: quasi tutti contro, solo Fini in un convegno a Milano aveva sostenuto che quegli anni fossero comunque vivi.

Il vero ’68 per noi fu probabilmente la stagione della Nuova Destra e la contaminazione di culture differenti. Era uscire dal garage grigio dove si faceva casino per stare sotto il cielo aperto, verso la meta-politica e la scoperta di una società che non poteva essere guardata solo con la lente della politica e della ideologia. Era anche la tentazione di capire chi c’era dall’altra parte della barricata e che cosa pensasse. Dunque la letteratura, i fumetti, il cinema, il rock alternativo. E una serie di intellettuali che segnarono una stagione che oggi sarebbe interessante di ristudiare e usare come modello. Quelli sì che erano trasgressivi! Tarchi, Cabona, Solinas, Croppi e alcuni altri. Tranne Croppi, nessuno oggi fa politica attiva. Aggiungerei: per fortuna.

Oggi un mucchio di ragazzi confusi si impegnano in piazza. Non capiscono niente. Non leggono i problemi della società. Sono automi annoiati che non hanno neanche la forza che all’inizio del 2000 si portavano dietro i no-global.

Ne ho sentito uno in tv. Aveva la barba e i capelli folti e sembrava l’attore francese del film di Bertolucci. Ha pronunciato frasi di una banalità incredibile, l’università pubblica, no ai privati, la ricerca. E bla-bla-bla. Non li sopporto. Dicono che è una contestazione non-ideologica. Per forza: si vergognano di dire di essere di sinistra, perché la sinistra di oggi fa schifo. E’ molle, è Vitasnella, acqua che elimina acqua. Bisognerebbe comunicare a questi tizi che il riformismo di cui si parla lo pratica la destra al governo. Lo fa senza paura di dire le cose come stanno. Di fare le scelte, di puntare al merito e premiarlo.

Il punto è che la scuola è uno degli ultimi avamposti della sinistra, inteso come serbatoio di voti. Non difenderlo sarebbe deleterio per Veltroni, ma il modo in cui lo sta facendo è imbarazzante, in quanto protegge un sistema che va a rotoli e che vede l’Italia ultima o retrocedere paurosamente.

E quanto siano banali certi bravi-ragazzi in testa al corteo lo ha dimostrato la puntata di ieri di Matrix, nella quale il professor Pier Luigi Celli ha letteralmente distrutto uno dei rappresentanti della protesta invitati da Mentana. Ve lo dico io: difendete un sistema indifendibile che ha fatto retrocedere il paese, ha creato sperpero, ignoranza, nepotismo e un esercito di baroni che non esita a intingere la penna per firmare manifesti e aspettare il seggio in parlamento. Del Partito Democratico, of course.

Sveglia!

SCUOLA E UNIVERSITA’, LA DISINFORMAZIONE E’ TUTTO (Avanti, Gelmini !)

Appurato che del riformismo di Veltroni non c’è neanche l’ ombra, vediamo di dare le informazioni GIUSTE E VERE sulla riforma della scuola targata Gelmini.

Maestro unico: è una formula che esiste in tutta Europa, il modulo è una anomalia tutta italiana. E’ provato che più insegnanti non producono migliore didattica. Il maestro prevalente non fa il suo dovere? Esiste LA VALUTAZIONE dei risultati per premiare merito e capacità. La sinistra, evidentemente, non vuole un atteggiamento di questo tipo.

Voto di condotta. Non ha volontà sanzionatoria, ma a scuola si va per apprendere e non per fare casino. A scuola si rispettano regole e si studia.

Tempo pieno: non sarà tagliato. Chi dice il contrario racconta balle. Personalmente non credo che sbattere il figlio a scuola per 12 ore significhi che cresca meglio. Balle. La scuola non può essere un parcheggio, in ogni caso: ci sarà l’ insegnante prevalente e gli altri due saranno spalmati in altri orari. E non è vero che ci saranno 87 mila licenziamenti. Però, spinti dalla sinistra sindacale e da una lotta interna tra i sindacati di base e quelli tradizionali, insegnanti e ragazzi scendono in piazza senza capire di che parlano.

Sulle classi ponte (lo spiega l’ottimo Antonio Palmieri): anche lo scrittore di sinistra Sandro Veronesi, in una recente intervista al Corriere, si è dichiarato d’ accordo. “Succede- ha detto – che molti italiani stanno spostando i propri figli dalla scuola pubblica a quella privata, perchè è impossibile farli studiare con tranquillità”.

E l’Università? Gelmini dice che si rischia la fine dell’Alitalia. Abbiamo il corpo docente più vecchio del mondo. Una serie di baroni che hanno gestito gli atenei all’ insegna del nepotismo. Ricercatori mal pagati e assegni per le ricerche solo ad alcuni. Soldi buttati via. Però i ragazzi della sinistra scendono in piazza. Vogliono perpetrare un sistema che ci vede agli ultimi posti nel mondo. Lontani dalle eccellenze e dai migliori. Non guardano al di là del proprio naso.

Ci sarà una riforma, e verrà giù il mondo, perché si toccheranno situazioni di potere incancrenite da anni. Bisognerà ringiovanire il corpo docente: un imperativo riformare il sistema di reclutamento di docenti e ricercatori. A quei ragazzi che si sdraiano nelle aule per imitare gli zii, chiedo: vi piace il sistema attuale? Vi piacciono le raccomandazioni ? O non è meglio ridurre il numero dei dottorati ma, quando uno arriva a quel livello, dargli buoni stipendi e farlo lavorare bene ? Vi piace il livellamento verso il basso, con centinaia di ricercatori quasi alla fame ?

I rettori, poi. Non sarà il caso di limitarne il numero dei mandati? Abbiamo 5.500 corsi di laurea: uno spreco che non ha eguali in Europa e rappresentano una offerta che finisce per non rivolgersi al mondo del lavoro.