Entries from: aprile 2009

La destra, la satira e la cultura di resistenza (al conformismo)

Mastella al Bagaglino

Mastella al Bagaglino

Michele Serra un po’ se ne compiace, la chiusura del Bagaglino per lui è una medaglia al petto nella divisa della superiorità morale e ancestrale della Sinistra. Se potesse andrebbe in onda lui, sabato prossimo su canale 5, per urlare: “visto? la satira di destra non esiste! e quando la chiamate satira è solo un’altra faccia del potere”.

Su una cosa ha ragione: le doti artistiche di alcuni protagonisti del Bagaglino non si discutono (il compianto Oreste Lionello era un autentico fuoriclasse), ma quella non è satira. E’ umorismo, e di tono anche casereccio, non tanto in linea con la “nuova destra” del “padre padrone“, come piacerebbe ai republicones, quanto in linea con una tradizione televisiva – quella del varietà leggermente svagato – che è stata seppellita dai nuovi gusti e dal successo di programmi di tutt’altro tono.

In tv vanno molto le fiction (meglio se biopic, telefilm basati sulle biografie di personaggi realmente esistiti), i reality e i talent-show. Al Bagaglino sono rimasti all’epoca del tette-e-culi di stampo tradizionale, con allegate le facce beate dei politici che non so quanta autostima guadagnino da una simile esposizione. Non che la diade (erano mesi che volevo usare questa parola nel mio blog!) tette-e-culi non funzioni ancora, solo che va propinata con ingredienti diversi, come Belen all’Isola dei Famosi o la tettona del Grande Fratello. Ci vuole un contesto, una narrazione, che con tutta la buona volontà di questo mondo non si riesce a trovare in Aida Yespica o Justin Mattera. Anche perchè il corpo femminile è così malamente esposto, come veicolo pubblicitario, che si rischia veramente di arrivare alla saturazione.

Nel caso della satira rimane impregiudicato il punto: a destra non sembra possibile sottolineare i grazi vizi, peccati e difetti della classe dirigente di sinistra. Non parlo della situazione attuale, con il centrodestra al governo. Sono tra quelli che ritengono essenziale il diritto di critica e la satira in opposizione a chi ha il potere. Se Governa la destra la satira dovrebbe essere di sinistra, anche se la natura del potere italiano, che di certo non si esaurisce nell’esecutivo o nella maggioranza politiche, potrebbe fornire più spunti, in diverse direzioni.

Esempio: avete mai visto una satira su certi banchieri? Sarebbe un modo per fare satira di destra, contro un potere che si è costituito anche a sinistra. Non la vedrete mai, perché anche la satira di sinistra, che pure è benvenuta quando governa la destra, spesso si limita a fare coalizione coi gruppi di potere. I satiri della sinistra, in buona sostanza, sono organici ai partiti della stessa parte politica, ne esprimono le convinzioni, le contraddizioni, i pregi e i difetti. Molto spesso, infatti, la satira italiana finisce per essere autoreferenziale. Michele Serra è un autore satirico che spesso parla della satira altrui, il fatto che lo faccia puntando il dito lo rende solo più antipatico, non meno satirico. Il difetto maggiore della satira di sinistra italiana, che è antiberlusconiana per codice genetico, è quella di volersi fare Guida, Profezia, Programma Politico. C’è come un virus nell’aria – e mi rendo conto che in queste ore non ci potrebbe essere metafora più sbagliata ed angosciante – che colpisce tutti i “comici” e i satiri di sinistra: a un certo punto, non si sa come, scatta la mania di “scendere in campo”. E’ un po’ come il Morbo di Badaloni, che poi ha colpito Santoro, Lilli Gruber, Marrazzo, Pionatti e infine David Sassoli. Da un lato questo significa che il Partito Democratico, principale gruppo di opposizione, è molto debole e necessita del supporto di una critica feroce quale può essere la Satira, per poter condurre le proprie battaglie; dall’altro lato non si svela un segreto nell’affermare che si riconosce la grande capacità di fiutare il giusto vento da parte degli autori… essere antiberlusconiani e contemporaneamente famosi significa guadagnare molti soldi, e ci sono potenziali acquirenti che sguazzano nell’indignazione “popolare”, perché non hanno altro da fare che incazzarsi, fare i benpensanti e ripetere che se ci fossero loro al posto di Franceschini, a quest’ora Berlusconi sarebbe a marcire in galera (non scherzo: in rete se ne leggono di tutti i colori, e spesso a corredo degli interventi dei satiri).

La realtà ci dice però che sembra impossibile, per esempio, oltre che fare una satira di destra (parlo per esempio del periodo prodiano, a prendere per i fondelli Prodi ci pensavano sempre loro, quelli della sinistra, ma autocensurandosi preventivamente, quando era in gioco la battaglia elettorale) anche produrre contenuti di quella ispirazione. Non dico di arrivare al Santoro di destra, come ho auspicato per provocare qualche tempo fa, ma almeno qualcosa di più del programma di Giovanni Masotti, il quale, bisogna dargliene atto, non puntava sicuramente sul look per guadagnare fette di share…

In verità c’è ancora molta egemonia del pensiero di sinistra, quantunque esso si sia affievolito nel tempo. Il centrodestra, talvolta, sembra procedere a tentoni, cercando l’avallo implicito della Sinistra che si evolve in una concessione dal pensiero debole. Ultimo caso quello della Resistenza: Berlusconi ha speso parole importanti. Ma dopo queste che spazio potrebbe avere la ricostruzione storica fedele della Guerra Civile? Il dubbio viene non tanto per l’operazione storiografica in sé, che conosce ben altri interpreti che il sottoscritto, quanto per il fatto che si corre il pericolo di cedere un pezzo della nostra storia per rincorrere il totem dell’universalismo nazionale, basato su un’unità di intenti che è ancora lontana dal realizzarsi. Si rischia di diventare come Veltroni, che una volta dichiarò di essere entrato nel PCI in quanto anti-comunista (o una cosa del genere). Tra l’essere Tutto e l’essere Niente la differenza è sottile. Se Berlusconi aspira, come è giusto che sia, ad unire gli italiani sotto l’egida di un bipartitismo rispettoso degli avversari, non può certamente farlo a discapito delle identità di ciascun polo, ammesso e non concesso che ogni operazione culturale è benvenuta. Insomma: se questo centrodestra ha tenore, spessore, forza viva e capacità di dibattito, la satira e la creazione di contenuti veramente qualificanti potranno essere considerati una efficace cartina di tornasole di una maturità espressiva finalmente conquistata, soprattutto quando a governare saranno gli avversari.

Sempre che non si suicidino nella spirale santorian-dipietrista delle ultime settimane.

Il tira e molla RAI

La Rai cerca il presidente

La Rai cerca il presidente

Sulla presidenza RAI i partiti si stanno incontrando. E incrociano le spade. Franceschini ha visto Berlusconi. Ha detto che non vuole che Berlusconi si prenda la RAI. I classici dell’esagerazione. Nel frattempo l’ha incontrato per chiederne un pezzo… il problema principale è sempre il solito. La RAI è cosa buona e giusta?

Il tema del Servizio Pubblico, che messo in bocca a certi benpensanti, assume un connotato nobile e inviolabile è stringente fino al punto in cui ci chiediamo se serva. Serve un Servizio Pubblico di Stato? Dipende… ci sono televisioni che svolgono servizio pubblico, pur non avendone la concessione. Il mercato elide questo rapporto stretto tra Stato e Informazione. Se la RAI fosse semplicemente un’agenzia di informazione, seppur gigantesca, rappresenterebbe in toto l’essenza del servizio pubblico. Informerebbe e basta. Ma la RAI finanziata dal canone e dalla pubblicità fa concorrenza alle tv commerciali sul versante dell’intrattenimento, che servizio pubblico non è.

I programmi di servizio pubblico della RAI sono difficili da identificare. I telegiornali sono appaltati alla politica. Gli ultimi 10-12 minuti di informazione sono dedicati alle notizie leggere, mentre i grandi network internazionali dividono l’informazione in settori, prendendosi tutto il tempo necessario. La “nota politica” del tg1 è il classico panino: una dichiarazione a me, una dichiarazione a te e nessuna domanda che si leva da chi porge il microfono. L’informazione di approfondimento è basata sulla constatazione dello share, per cui anche Bruno Vespa deve stare attento a cosa programmare per poter stare a galla: sceglie spesso la cronaca e il costume perché interessano e ci sa fare. Idem per Matrix. Le altre trasmissioni politiche sono sempre uguali: Ballarò e Anno Zero sono marchiate a fuoco dai conduttori, c’è un filo logico partigiano che cozza col concetto di servizio pubblico, che dovrebbe essere universale, rivolto a tutti, e non solo a chi la pensa in un certo modo. Direte: ci sono più voci. Vero. Ma è sbagliato considerare la verità dei fatti come la sommatoria tra un’affermazione e il suo contrario. Ben vengano le opinioni di parte, ma che non prevalgono sul bene ultimo dell’informazione.

E vogliamo parlare di fiction o della scomparsa dei film americani? Sui secondi si sarebbe potuto ribattere che non sono servizio pubblico. Ma le noiosissime fiction, spesso zeppe di strafalcioni storici, lo sono? Io ho sempre cara quell’idea della privatizzazione della RAI. Una RAI leggera e ciò che resta dato a privati in un mercato aperto e regolato, sullo stile anglosassone. Perché altrimenti ti ritrovi un Celentano salmodiante pagato a peso d’oro e il buio totale su eventi sportivi come le Olimpiadi, che quelle si rappresentano l’idea di servizio pubblico.

Il mondo continua a girare

Una performance da Oscar

Una performance da Oscar

Se Israele sfrutta YouTube per fare propaganda mediatica, Zapatero si lancia nell’analisi della crisi via internet. In Spagna la recessione economica, si può dire, è galoppante e rassicurare è diventata la parola d’ordine. Ottimismo versus realismo? Forse, ma secondo me la linea del Governo è giusta. Tremonti anticipò fortemente la crisi. Oggi la viviamo cercando di non essere troppo foschi nelle previsioni, dopotutto il sistema bancario italiano, notoriamente chiuso, sta tenendo la prima ondata.

L’Obama-mania sta dilagando. In Italia un pionere dell’utilizzo di Internet è stato Francesco Rutelli, col suo tragicomico messaggio sul penoso portale turistico dell’Italia. Plis, visit Itali. Inglese maccheronico, pronuncia capitolina, servizio costosissimo e inservibile. The Italian Job, direi.

Il grosso problema della nostra classe politica (tendo a escludermi non per vantarmi, ma perché sto umilmente imparando cosa significa confrontarsi con la rete) è che è tendenzialmente retrograda. Pensa al web come se fosse la televisione e tutti sono convinti di poter diventare dei piccoli Beppe Grillo, un fenomeno che forse ha imboccato la parabola discendente.

La cosa più comica sono i blog che non aprono ai commenti. Paura del confronto? Forse. Diciamo che non si vogliono seccature e che la forma preferita di apparizione mediatica è quella del formato-gelato proposta dal tg5 e dal tg1. Microfono aperto, ressa di giornalisti, luccetta rossa della telecamera e via con la dichiarazione preparata al mattino. Non invidio l’ansia da prestazione che ci sta dietro. Se volete veramente ridere, ogni volta che esce Donadi, dell’IDV, appuntatevi il panorama che ha alle spalle.

Non lo beccano mai nello stesso posto. In compenso c’è sempre il tizio con la penna in mano e il taccuino, che nell’era dei telefonini prende appunti a caso per poter apparire in tutti i telegiornali. Un vero campione del cazzeggio.