Entries from: novembre 2008

Brunetta, il James Cagney del Governo che dimostra il bluff del Pd sul riformismo

Adesso c’è questo vezzo (Gelmini, Brunetta) di dire che “noi siamo, per certi versi, di sinistra”. Non so bene che cosa significhi, so per certo che la sinistra italiana non ha niente a che fare con le riforme. Anzi, tutto ciò che fa, lo fa per salvare lo status quo, per proteggere chi ha sempre comandato e tutte le rendite di posizione.

Renato Brunetta ha sfoderato una grinta che è difficile rintracciare in qualsiasi altro politico italiano. A vederlo da vicino è mostruosamente basso, ma sprizza energia e quando lo incrocio alla Camera mi fa pensare a James Cagney con il mitra in mano.

Il titolare della Pubblica Ammnistrazione ieri ha detto qualcosa che tutti pensano. Qualcosa che a tutti noi succede. Recentemente ho incontrato dei dipendenti pubblici. Bravissime persone, di sinistra, vicine a Rifondazione e alla Cgil. Odiavano Brunetta, però. Di un odio viscerale e assoluto. Ho provato a ragionarci e dire che era difficile avere – dagli uffici pubblici- risposte in tempi europei. No e poi no.

La sinistra, o quello che ne è rimasto, perchè non si capisce che cosa sia, ha da fare un incredibile salto di livello culturale. Veltroni ci aveva provato con il discorso di Torino al Lingotto, disegnando un Pd riformista e coraggioso. In quell’ occasione aveva ripulito il suo linguaggio pure dalle solite melensaggini e aveva fatto sperare nella nascita di un partito dall’ autentica vocazione riformista.

Oggi si ritrova a inseguire le posizioni di Di Pietro, a rifiutare qualsiasi idea innovativa su scuola e università ( a parte un decalogo di proposte vago come l’ aria di primavera ) e anche i suoi intrepreti migliori ( prendi il senatore Ichino) si trovano senza linea politica.

Ciò che dobbiamo fare noi del Pdl è migliorare la comunicazione complessiva sui provvedimenti e non fare alcun passo indietro. Così si erano mossi Thatcher, Reagan e Tony Blair. Sono esempi da studiare a da ripetere.

La sinistra esulti: Silvio sta bene!

silvio berlusconiSi fa presto a dare Berlusconi per morto. Immaginatevi come sarebbe la politica italiana senza di lui. Avremmo la Lega Nord che torna a correre da sola, An che presenta un proprio candidato leader, il partito democratico che perde la propria linea politica, mentre Di Pietro si potrebbe perfino ritirare, se mantiene la propria coerenza politica. Dite che è uno scenario favorevole ad AN? Ma no… stiamo scherzando.

Però una cosa è certa. Berlusconi è molto più bussola per il centrosinistra che non per il centrodestra. Quando ebbe quel famoso malore a Montecatini i più spaventati non erano i suoi sostenitori, ma i suoi avversari e nemici. Pensate a quante persone hanno guadagnato da Berlusconi. Tutta la satira e la pubblicistica, orchestrata ad arte, è stata foraggiata dai suoi atteggiamenti, dalle sue notorie esagerazioni e sicuramente dal suo messaggio politico. E i comici? Non dico i satiri, che quelli sono veramente pochi. Dico i comici, quelli da una battuta e via? Soldi a nastro. E i programmi tv? Uh nemmeno si contano gli affiliati alla causa permanente. Ci sono autori tv che rimarrebbero con le mani in mano per interi mesi, senza Berlusconi. E le cariche da deputato e senatore offerte a personaggi simbolici della società civile anti-berlusconiana (brrrr…)? Non oso pensare a cosa potrebbe inventarsi Fabio Fazio per passare il tempo.

Se Berlusconi sparisse dalla scena politica italiana, la sinistra andrebbe allo sbando. Avete presente quella favolosa scena del film Matrix, quella dell’interrogatorio al signor Anderson alias Neo, fatta dall’agente Smith? Ecco, buona parte della dirigenza politica della sinistra italiana si ritroverebbe senza aver nulla da dire, con la bocca letteralmente cucita.

Cosa direbbe Veltroni, che un giorno si e l’altro pure evoca scenari catastrofici e attribuisce a Berlusconi la responsabilità di ogni cosa? E Di Pietro? Ma ve l’immaginate Di Pietro? La gente si fermerebbe davvero ad ascoltarlo, e tolto Berlusconi, di cosa può parlare Di Pietro? Ma ve lo immaginate? Una scena di isteria generale. Evito di esprimermi su cosa farebbe il collega Donadi, a questo punto, che è il numero due dell’Italia dei Valori, il numero tre Orlando uscirebbe a cena con Villari, mentre il numero quattro è Federico Palomba e preferisco tacere, perché questo blog rimanga accessibile anche ai minori di 18 anni. E la CGIL? La CGIL cosa farebbe? Niente più scioperi, ma un calo sensibile degli iscritti. Pace sociale in cambio della sopravvivenza. Non oso immaginare, peraltro, quanto potrebbe essere lungo il lenzuolo domenicale di Scalfari. 27 pagine con note. Con la sua bella firma in calce, esattamente la stessa firma che metteva negli appelli contro il commissario Calabresi, ai bei tempi. Sempre in tema, immaginate Furio Colombo. Gli rimarrebbe l’ossessione della Lega.

La politica italiana è per definizione berlusconi-centrica. Tutto passa per lui, anche se lui istintivamente se ne frega. Ci sono molte persone che gli devono una carriera, ma quelle più in debito con lui non sono quelle che ci hanno collaborato. Sono quelle che lo hanno avversato e che per un istante sono state protagoniste di un qualcosa più grande di loro.

Obama, l’America conferma di essere la Terra Promessa

La piccola grande sorpresa alla fine non c’è stata. McCain non ha nemmeno sfiorato il sorpasso all’ultimo minuto che anche Karl Rove aveva allontanato, nelle ultime ore. Di questa grande notte elettorale, una giornata intensa dall’Atlantico al Pacifico, mi rimarranno impresse molte immagini. Certo, gli ologrammi stile “Guerre Stellari” della CNN hanno letteralmente annichilito la concorrenza, ma l’effetto speciale migliore è stata la folla di Chicago. Gioia, pianti, commozione, partecipazione. E naturalmente lo stile di McCain, che nella miglior tradizione ha riconosciuto la sconfitta in modo composto, salutando il presidente eletto.

Non sto qui a fare la sociologia dei risultati. La notte è stata piena di interlocutori italiani, che col piglio italiano commentavano una cosa totalmente americana. Come totalmente americana è stato il discorso di Obama: sentito, patriottico, veramente ispirato. Ha ribadito i principi cardine che fondano gli Stati Uniti d’America: le libertà, la democrazia, le opportunità, la possibilità di cambiare da sè il proprio destino (con l’aiuto e la benedizione di Dio, si intende, ma non nella versione italiana…). E ha ribadito che, alla fine, il sospirato cambiamento è arrivato. Ma non gioiscano troppo gli anti-americani de noantri, che oggi esultano. Obama difenderà gli interessi americani nel mondo e questo significherà essere risoluti, anche se non del tutto muscolari, come nel caso dell’amministrazione Bush.

Semai, una lezione che noi italiani possiamo apprendere, ancora una volta, è quella relativa alla grande capacità di mobilitazione insita nel meccanismo delle Primarie, che nel corso di quindici, sedici mesi, ha tenuti impegnati gli Americani nella scelta del loro leader. Raccolte fondi, feste di beneficenza, ragazze pon-pon, divi di Hollywood, instant book, partecipazioni televisive. Ma anche programmi, idee, scontri vivaci, soluzioni. Il tutto in un’atmosfera di ampio confronto, nella quale i candidati sono stati messi a nudo di fronte all’opinione pubblica. Senza timori. La politica è anche il coraggio di sapersi mostrare, senza timidezze e senza doppiezze.

Il cambiamento, dunque, è arrivato. Lo dice Obama e bisogna dargliene atto. Il sogno di Martin Luther King si è avverato, una grande contraddizione irrisolta è stata superata. Ora anche in politica gli uomini e le donne di colore possono ambire alla Presidenza, come un fatto normale. L’America è la Terra Promessa di Bruce Springsteen e di Walt Whitman, il grande paese di Dos Passos, con le inquietudini di American Psycho e i turbamenti di Edgar Lee Masters.

L’Italia, al contrario, è un paese diverso: non possiamo trasferire qui il modello americano, anche se Veltroni scimmiotta Barack un giorno si e l’altro pure. Ci manca la cultura democratica di fondo, che ci fa preferire le scorciatoie alla soluzione migliore. Però il modello delle Primarie è senza dubbio un aspetto positivo, perché legittima a tutto tondo i governanti. Bush sarà stato un presidente criticatissimo, negli ultimi 4 anni. Ma gli Americani lo lasceranno governare fino all’ultimo giorno di incarico.

*** Nella pagina Documenti ho messo a disposizione proprio un documento che riguarda la nascita del PDL, il modello organizzativo e il coinvolgimento dei giovani nella politica. Stanotte a Chicago erano veramente in tanti.

Aggiornamento dalla Camera: Furio Colombo ha appena accusato la Lega di razzismo. Monomaniaco, diciamo. Un presidente nero!, ha urlato, anche se non c’entrava nulla. La realtà è che non è possibile un razzismo al rovescio e che l’America ha votato per il cambiamento e per le grandi novità. Non ne ha fatto una questione razziale. Per fortuna. Sull’Obama high-tech ritorneremo presto.

Non capisco Blocco studentesco

I cinquantenni di destra in Parlamento dicono che occupare e manifestare sia un rito di passaggio, un modo comunitario di stare insieme. Non c’è dubbio. Aggiungerei: quando è giusto, quando le informazioni che si hanno in possesso sono vere, non sono frutto di balle, di strumentalizzazioni e sciocchezze varie. Ieri Umberto Eco – di certo non di centrodestra – ha detto che trovava singolare che questi ragazzi scioperassero insieme ai baroni. Sono conservatori, chioso io.

Ecco perché non capisco, proprio non capisco la posizione di Blocco Studentesco, gli studenti di destra che hanno scelto una posizione non chiara. Vanno in piazza contro la Gelmini per non essere tagliati fuori dalla protesta, per non lasciare tutto in mano alla sinistra, finiscono nei tafferugli, non aiutano la causa della chiarezza. Avrebbero dovuto fare il contrario, da subito: difendere le riforme che in questo dannato paese nessuno vuole mai fare. Sempre che ci credano, perché tenere un piede in due staffe è troppo facile.

Se qualcuno mi spiegasse la posizione mi farebbe una vera cortesia. In questi post abbiamo portato dati, cifre e fatti concreti, oltre ad aver espresso una posizione chiara. Non parole vuote come quelle della senatrice Finocchiaro nel suo vanitosissimo discorso in Aula per una manciata di voti in più. E neanche parole ambigue, tipo siamo in piazza per manifestare un po’ contro e un po’ a favore. Bisogna capire, una volta per tutte, che il futuro si gioca intorno alla sfida della modernità. Non si può scimmiottare il passato per sempre.

Chi soffia sul fuoco della rivolta nera

Da certe cronache entusiaste di una giornata brutta a Milano, della protesta insensata per la morte ingiusta di un ragazzo, ladruncolo lui e i suoi fratelli, non simbolo o eroe, ma pur sempre un ragazzo che non meritava di morire, sembra che Moni Ovadia, noto rivoluzionario dei salotti milanesi e menestrello miliardario di una tradizione ebraica che sfrutta e calpesta ogni giorno, abbia detto che bisogna dire «grazie a questi ragazzi piovuti come una benedizione». La brava attrice Ottavia Piccolo, sapete come succede da noi, invece di fare il proprio mestiere per bene, la si butta in politica, ha pure pensosamente affermato che «anche se il razzismo in questo caso non c’entrasse niente, ci sono in giro dei segnali per cui il razzismo è dietro tutto quello che succede», insomma è come la Titina.

Siccome i ragazzi, cinquantamila secondo Liberazione (bum), migliaia secondo il più navigato Manifesto, seicento secondo tutti quelli che sanno contare una folla, hanno sfondato transenne, travolto moto e cassonetti, attaccato con sassi e bottiglie poliziotti che di antisommossa avevano solo la divisa, non gli ordini severi, gridato slogan come «Bianchi bastardi, vigliacchi e ignoranti», forse stavolta Ovadia dice una cosa seria, cioè che a mandare avanti questi ragazzi aizzandoli contro lo Stato si recupera, chissà, uno spazio politico che le elezioni hanno tolto definitivamente alla sinistra antagonista. Liberazione, il manifesto, l’Unità, ma come dimenticare la Repubblica, si uniscono alla gioia per la nascita. Basta sapere che è uno spazio eversivo, che a sfruttare ignobilmente la condizione di qualche centinaio di arrabbiati, a giocarsi la carta che qui comandano razzismo e terrore perché governa Silvio Berlusconi, si va definitivamente fuori dal dialogo e dai mezzi che appartengono alla democrazia. Dovrebbero ricordare l’attentato alla metropolitana di Londra nel luglio del 2005, opera di una seconda generazione cresciuta nell’uguaglianza, prima di fare i cattivi maestri.

Scrive sempre Liberazione che i ragazzi, rompendo le file e infischiandosene anche dei capi della comunità migrante, che li invitavano a manifestare civilmente, ma seguendo fedelmente metodi e ordini dei centri sociali, guarda che combinazione, si sono ripresi il loro spazio e il loro tempo, come accadde a Parigi con la rivolta delle banlieues tre anni fa. Ma quella rivolta è finita nel niente, tranne che per i poveri agenti di polizia ciclicamente scambiati per strumenti ottusi del potere invece che per lavoratori onesti, tranne per biblioteche e scuole tristemente distrutte, e per la montagna di soldi inutilmente stanziati in nuovi interventi di assistenzialismo, che la crisi economica dei nostri giorni rende impossibili. Dimenticavo, le elezioni le ha vinte Sarkozy, non la signora incendiaria, Ségolène Royal.

A Castelvolturno, per citare l’altro corno dell’allarme sicurezza, ci sono 21mila abitanti e 2mila stranieri regolari, ma in realtà i clandestini sono almeno 20mila, uno contro uno, per capirci. È luogo di mattanza, anche insensata, da decenni, tant’è vero che con facile conformismo i giornali e le tv lo chiamano Gomorra, come descritto nel bestseller di Roberto Saviano. Questa volta sono stati colpiti sei stranieri per la prima volta, le ragioni si possono trovare in un degrado antico, rognoso, invincibile apparentemente, altro che nel razzismo. Si può provare a rispondere, ma ci vuole anche l’esercito, e mano dura anche contro gli stranieri violenti, tossici e spacciatori. Se il tentativo della sinistra è pericoloso e puerile, al governo spettano iniziative e decisioni ferme e severe. Non c’è ragione di preoccuparsi di accuse ingiuste e scorrette, di metodi politici infami. Il buonismo sarebbe deleterio, basta vedere come tocca vivere al ministro della Pubblica istruzione. Nessun timore nell’affermare che Abdoul Salam Guibre, è stato ucciso alla fine di una rissa, e dopo un furto. Altri commercianti esasperati hanno colpito in passato senza guardare al colore della pelle. I suoi assassini saranno sottoposti al giudizio della nostra legge, ma lui non è un eroe né una vittima. È l’unico modo per contrastare gli sciacalli e perfino per placare gli animi più esasperati tra gli italiani.

Maria Giovanna Maglie, Il Giornale.