Entries from: aprile 2010

Elezioni, lezioni e dintorni

1. I dirigenti del PD sembrano quelli della Juve. Cambiare tanto per cambiare e rispondere alla piazza non ha senso. Lo dice un vecchio cuore granata che ne ha viste tante di sventure. Questi 3 anni senza elezioni dovrebbero far bene a tutti: al PD (che deve guardarsi dall’incredibile voto di protesta alla sua sinistra) e al PDL, che può capire alcuni fenomeni di radicamento e imparare a stare nella gente, per tenere botta anche alle amministrative, di solito fucina per la classe dirigente futura.

2. In Sardegna le prossime provinciali non saranno così indicative, a meno di non volerle trasformare in un referendum contro la Giunta. In verità quattro di esse andranno al voto per la seconda volta e i cittadini proveranno a capire se queste nuove province sono servite. Io sono sempre dubbioso sull’utilità di alcuni enti, ma non nego che in termini di programmazione abbiano una qualche importanza. A patto che incidano davvero sul territorio… a Nuoro governano gli stessi da tempo immemore… gli stessi che danno la colpa agli altri per lo stato disastrato del Nuorese. Per non dire della città capoluogo.

3. Secondo l’opposizione c’è un problema di lingua italiana nella riforma universitaria. In attesa di comprendere bene se si tratta del solito allarmismo, veniamo ad alcune considerazioni. Quando leggo dei forum, dei commenti noto che ci sono molte lacune nella nostra lingua… un mio amico ha una sua teoria semplice, che credo valga la pena di essere ripetuta: Facebook e i social network hanno dato l’accesso a internet a tante persone che non sapevano nemmeno accendere un computer. Di fatto Facebook è usato da oltre venti milioni di italiani, difficile pensare che siano tutti sufficientemente alfabetizzati. Ciò che colpisce è l’assoluta mancanza dei fondamentali, come direbbe un Mario Sconcerti qualsiasi. La scuola italiana in questi ultimi decenni, diciamo due, ha fallito o è regredita molto e la colpa è della classe politica in generale. Non si tratta nemmeno dell’annosa questione scuola pubblica / scuola privata (lo stato della scuola pubblica è disastrato da tanto, con responsabilità trasversali), ma dei modelli di insegnamento secondo me. Da poco ho letto che i calcoli e la matematica in effetti non servono nelle elementari. Questo deriva dal fatto che i concetti principali, se non vengono ripetuti, utilizzati, rielaborati, finiscono per scomparire. Un cinquantenne che abbia smesso di scrivere al momento della laurea, diciamo, alla sua età troverà le stesse difficoltà di uno scolaro che ha appena imparato a distinguere gli avverbi dagli aggettivi. Sembra una sciocchezza, ma ho letto che il funzionamento del cervello umano segue questa prassi: se viene oliato, ricorda, altrimenti cancella tutto. Però ritengo che la matematica, per tornare alle riforme e ai modelli di insegnamento, sia utilissima per un campo di professioni collegate all’ambito della ricerca universitaria, che sono fondamentali per il nostro paese. Tra le cause che allontanano la ricerca universitaria dalle ambizioni dei giovani italiani ci sono – a mio avviso – oltre che gli stipendi da fame dei dottorandi anche pochi stimoli nella scuola inferiore. Va bene la ricerca filologica, salviamo l’italiano (dal linguaggio degli SMS!), ma diamo ai giovani prospettive in professioni che salvano il futuro del paese: biotecnologie, ingegneria, tutela del territorio, architettura, matematica e informatica, fisica, energie e chimica.

Mi occorre qualche risposta

Ragazzi, lo confesso: mi perdo un po’e ho bisogno di consigli.

1) Andare in piazza o no a difesa di Berlusconi? Oppure rilanciare con l’attività di governo e con le riforme ? Non sarebbe meglio rispondere agli attacchi con la politica e poi fare una grande manifestazione a gennaio quando, si spera, le acque saranno più calme?

2) Sul Secolo di oggi l’uscita del libro di Giuliano Compagno dal titolo Memorie di parte offe lo spunto per mettere in contrapposizione due generazioni: la nostra e quella dei nostri padri. Superati i quarant’anni si comincia a essere meno giovanilistici e più riflessivi: forse loro erano effettivamente migliori di noi. O no?

3) Ieri all’Infedele di Lerner il direttore del Corriere De Bortoli e Scalfari si sono affrontati con il sorriso tra le labbra ma dicendosi cose durissime. Il problema in Italia non è la libertà di stampa, figuriamoci,ma la dubbia qualità del nostro giornalismo. Fate un esperimento: non comprate quotidiani per un paio di giorni. Sarete di sicuro più sereni e non ci avrete perso niente.

C’è ancora tempo per cambiare il paese

Se questo governo Berlusconi arriverà alla fine della Legislatura, come penso, il 2013 sarà l’anno della grande retrospettiva sulla Rivoluzione Liberale promessa nel 1994. Per adesso si può dire che siamo nei termini di una grande rivoluzione liberale Mancata.

Il paese è sostanzialmente uguale a quello trovato nel 1994, modellato prima da trent’anni di consociativsmo e disfunzioni, un paese avversato da tutta la destra allora esistente che rigettava l’idea del nuovo consociativismo presentato da Occhetto e D’Alema.

E’ tutto come ieri o quasi: siamo un paese con una scarsa propensione per l’osservanza delle leggi, con una sottocultura anti-statale che blocca l’amministrazione pubblica, dove il merito è soffocato ancora dal clientelismo, dove le scuole hanno addirittura perso colpi per via di modelli sbagliati perpetrati nel tempo, lo stesso vale per l’Università, la ricerca, i trasporti (Alitalia ha praticamente fallito), i treni sono sempre in ritardo, la digitalizzazione è indietro rispetto ai concorrenti, si tengono in galera le persone sbagliate, le galere sono piene e si fa carità cristiana per svuotarle, il problema dell’immigrazione non è stato gestito correttamente et cet et cet.

Insomma, questo governo, questa maggioranza… hanno numeri a sufficienza per provare a cambiare il volto del paese, avendo un’idea in mente. Invece siamo sempre costretti a governare l’emergenza, che non è nient’altro che la conseguenza di passati governi.

La sfida del Governo Berlusconi è sempre questa: fare la rivoluzione liberale, non riempirsi la bocca di parole e promesse. Il PDL dev’essere regolato per questa rivoluzione, altrimenti diventerà una nuova ingessata DC.

Noi, tra partito del Sud e Sicilia

Sardegna e Italia: il Pdl sardo autonomista e riconoscibile

Sardegna e Italia: il Pdl sardo autonomista e riconoscibile

IL PARTITO DEL SUD A TRAZIONE SICILIANA. Sento parlare di Partito del Sud da almeno tre mesi. I miei compagni di banco sono quasi tutti siciliani. Alla mia sinistra siede Fabio Granata, alla mia destra Nino Minardo. Di fianco a Minardo c’è Enzo Garofalo. In fondo alla fila c’è Pippo Scalia. Nei banchi sotto ci sono Germanà e Gibiino. Più giù, ma sale spesso, c’è il mio vecchio amico Carmelo Briguglio.

Ho imparato un po’ a conoscerli: non è vero però che i siciliani siano così uniti. Nella loro terra il Pdl è in guerra, con Schifani e Alfano contro Miccichè e Prestigiacomo. Non so se tutto nasce per questioni interne di potere. So però che l’ idea del partito del Sud ha sponsor, pubblicitari e strategie di espansione. Oggi, con le promesse di Berlusconi, si è fermato. Domani non so. Intanto un gruppo che fa capo a Fabio Granata (ok di Gianfranco Fini) parla di Pdl siciliano.

Alla base di tutto c’è il fatto che la Lega sta vincendo molte battaglie culturali. Ha un organizzazione formidabile, è chiara e “cattiva”. Fa pochi passi indietro, ma non molla l’osso. Una parte dei siciliani ha intuito questo, ma quella che poteva essere una opportunità si è trasformata nella solita triste richiesta di quattrini. La Sicilia è il rovescio della medaglia di questa situazione. Se si dà la sensazione che basti alzare la voce, chiedere soldi non è difficile se si hanno voti e molti milioni di abitanti alle spalle…

LA SARDEGNA. Noi abbiamo poco peso politico. Un solo sottosegretario, Peppino Cossiga, nel governo nazionale. Poco e nulla, nonostante le indubbie capacità di Peppino. Ma non esistiamo nei dicasteri chiave, quelli di spesa: economia, infrastrutture, lavoro, cultura, turismo. Siamo costretti ad inseguire, sempre. Con interrogazioni, risoluzioni, comunicati stampa. Cerchiamo disperatamente ministri e uomini chiave per avere lumi, spiegazioni: così non puo’ andare avanti. Per me ci vogliono uno o due uomini forti al governo per le battaglie che riguardano l’Isola. Detto questo, la Sicilia ha molti soldi promessi e noi poca roba: non è tollerabile. Dobbiamo chiedere quello che occorre e dimostrare che sappiamo concretamente fare. Altrimenti finiamo in questa assurda gara per la quale più soldi uguale sviluppo, è la logica della vecchia Cassa del Mezzogiorno, alla faccia della modernizzazione. E’ certificato invece che al Sud e nelle Isole i soldi sono stati sprecati in clientele e poi volatilizzati nel nulla. Sono totalmente d’accordo con quanto ha scritto l’altro giorno su La Nuova il prof. Pigliaru, probabilmente il più autorevole economista sardo.

Il fatto è che noi Sardi non avremo mai il peso politico ed economico dei Lombardi e dei Siciliani. Che la questione venga posta in termini regionali la dice lunga sulla capacità della Lega di dettare alcuni punti dell’agenda politica. Noi Sardi però dobbiamo essere in grado di uscire dalla doppia logica governo amico / governo nemico, che ci contraddistingue, nonostante questo sia indubbiamente un governo “amico” della giunta regionale. Capisco che alcuni possano chiedersi come sarebbe stata con un governo “nemico”, il fatto è che la logica è proprio sbagliata. Noi Sardi dobbiamo imparare a comportarci da Sardi, anzitutto di fronte al popolo sardo. Ci sono 2 considerazioni che volgono a favore della mia visione del PDL sardo.

1) Il PDL nazionale rischia di essere un grosso partito vuoto, privo di gambe, cervello e fiato, dal quale è possibile fuggire (prendendosi l’argenteria) ogni qualvolta si decida che farsi un “partito del Sud” è meglio. Un PDL localizzato, fondato su “base regionale” può fornire uomini e idee, molto adatti alla risoluzione dei problemi locali, così da riporre nella giusta dimensione la sana competizione interna con la Lega e con tutti i localismi, è probabilmente il modo migliore per avere un futuro al di là del collante Berlusconi.

2) In Sardegna più che mai questa esigenza è sentita. Non c’è bisogno di scimmiottare la Lega. Il popolo sardo è abbastanza sardo da sapere di essere esistenzialmente diverso dal resto del continente. Ci sono le peculiarità necessarie per provare qualcosa di diverso, avendo come riferimento la grande famiglia popolare europea, e quindi – in mezzo – anche il neonato PDL.

UN PDL SARDO. Ribadisco una proposta pratica che spinga la classe dirigente di centrodestra sarda a fare qualcosa di più da sola.

A) Un Pdl sardo, federato con il partito nazionale ma autonomo nelle scelte interne, nella selezione degli organismi, nella proposta politica. Un partito che rispetta e crede nell’Unità nazionale ma che sa di essere portatore di una lunghissima cultura autonomista inserita nel contesto europeo. Un partito che sia luogo di discussione e di partecipazione di giovani e di intellettuali liberi.

B) La convocazione, a ottobre, degli Stati generali della società sarda per scrivere 5 punti chiave che ridisegnano il rapporto con Roma soprattutto nelle politiche di sviluppo e precisano le idee nell’Isola. Immaginare la Sardegna dei prossimi venti anni, tenendo conto della crisi attuale e della necessità di accompagnare le politiche di solidarietà con quelle urgentemente riformiste. E poi: non dare la sensazione che le costanti fondamentali dello sviluppo siano sempre quelle dell’industria (pesante), rivelatasi fallimentare. Sui temi forti bisogna essere intransigenti, con la richiesta di bonifica dei siti inquinati e con l’obbligo di trattenere il gettito fiscale delle grandi aziende continentali.

c) Almeno uno (o due) sardi in più nel governo nazionale. Le buone idee non bastano se non si ha forza politica vera. Questa terza proposizione avrà un senso soprattutto nell’avvenuta riforma federale dello Stato, dalla quale una regione, un’isola autonomista per vocazione ed istinto non può non uscire rafforzata. Altrimenti, lo dico ora, saremo sempre di fronte al fallimento.

Questa mi sembra una terza via che racchiude una visione concreta dello stato delle cose: cosa siamo e cosa dovremmo essere un domani.

Documenti: 9 punti per il Pdl sardo.

Il Caso Sardegna

Nei giorni scorsi ho firmato una interrogazione del collega Pili sul fatto che nel Dpef vi fosse un divario incredibile tra i fondi per le infrastrutture siciliane (5 miliardi) e quelli destinanti alla nostra Isola: 18 milioni di euro per il triennio che va dal 2010 al 2013. Non facendo parte della commissione di merito quei dati mi erano sfuggiti.

Ieri i colleghi Cicu e Testoni (con Paolo Fadda del Pd) hanno avuto rassicurazioni dal governo, concertando l’ azione con il presidente della Regione Cappellacci. Berlusconi in persona avrebbe garantito il suo impegno personale per riaprire la partita. Ora: mi pare che la sproporzione tra Sicilia e Sardegna sia incredibile, allucinante. E’ pur vero che il Dpef è un documento che non ha più alcun valore concreto e che probabilmente andrebbe abolito perché le sue tabelle non vengono mai rispettate.

Ma ciò che non seguo più è l’atteggiamento ondivago del governo che ci mette sempre nelle condizioni di rincorrere in mezzo alla confusione, tra voci e controvoci.

Per me si apre ufficialmente un “caso Sardegna”, cominciato con lo scippo del G8 (anche se L’Aquila è stato un grande successo) e tutto il resto.

Penso anche che sia il momento di strutturare il Pdl come una vera forza autonomista, federata ovviamente al Pdl nazionale, con un’ ampia possibilità di azione e di scelta. E’ un discorso che si fa largo in Sicilia e nelle altre regioni con forte vocazione identitaria.

Senza fare il solito piagnisteo, senza rivendicare soldi inutili ma portando avanti progetti concreti, chiari e soprattutto con impegni nero su bianco.

UPDATE: «L’inserimento di quattro opere per la Sardegna nella risoluzione approvata dalla Camera sul Dpef-Infrastrutture è un primo segnale che accoglie le nostre richieste». Lo hanno detto i deputati del Pdl Mauro Pili, Bruno Murgia, Settimo Nizzi, Carmelo Porcu e Paolo Vella che avevano criticato il governo Berlusconi perché alla Sardegna, nel Dpef, erano state riservate solo le briciole: 18 milioni di euro contro i 5 miliardi alla Sicilia. Il deputato del Pd Giulio Calvisi, che aveva apprezzato il «sussulto di dignità» dei colleghi del centrodestra, si è però detto di diverso avviso: «Le strade non si realizzano con le risoluzioni, servono atti concreti e le risorse finanziarie: per la Sardegna c’erano 18 milioni e 18 milioni sono rimasti».

Le quattro opere sarde indicate nella risoluzione (dovranno però essere ripescate nel Bilancio dello Stato) sono la strada Sassari-Olbia, il completamento della 131, la Dorsale sarda e il tunnel di Cagliari. (LA NUOVA SARDEGNA)

UPDATE. Stamattina alla Camera, in un informativa sugli incendi, il capo della Protezione civile Bertolaso ha attaccato “le strutture locali” dell’ antincendio sarde. Gli aerei hanno impiegato il tempo necessario ed è profondamente sbagliato credere che gli incendi si spengano dall’ alto. Dunque secondo Bertolaso l’ Ente unico delle foreste, con gli uomini anti-incendio e l’ Ispettorato forestale non hanno fatto il proprio dovere per disorganizzazione.

Lega Rossa?

A volte ho come il sospetto che alla Lega interessi far man bassa dei voti dell’estrema sinistra. Il segreto del successo della Lega sta nell’eterno movimentismo, è un po’ ciò che vorrebbero essere Rifondaziona o Diliberto, che stavano al Governo ma provavano a fare opposizione. La Lega ci riesce di più. E’ una questione di DNA, o probabilmente per il fatto che sanno come parlare alla gente. Si prendono 2/3 argomenti, li si fa diventare davvero centrali e fondanti ed è fatta. La Lega fino agli anni Novanta parlava di Secessione. Non so se ci credessero davvero, ma quando sono entrati nel Sistema che combattevano hanno iniziato a parlare di Federalismo. Oggi si dicono tutti Federalisti, nessuno è contro la proprietà privata, come auspicò Bertinotti. E’ una vittoria culturale strepitosa. Nessuno si interroga se il Federalismo serva e nessuna spiega che il federalismo, inteso in senso pieno e originale, è un modo economico di creare lo Stato non solo di amministrarlo. La Lega vorrebbe separarlo, al netto delle pretese autonomistiche sempre ridotte a zero, in Italia (parlo di intensità, non di volontà), facendo astrazione del complesso rapporto tra poteri che implica il patto federativo. Ma pazienza… anche questo è stato consegnato al volgo.

Però non mi sorprende questa richiesta di ritiro dall’Afghanistan, espressa in salsa pecorar-scaniana. E non penso sia un tabù parlarne, anche se ha ragione La Russa e hanno ragione tutti coloro i quali pensano che non possiamo liberarci del nostro ruolo di media-potenza regionale.

Internet e politica: un rapporto complicato

La E di Explorer, per anni simbolo del Web

La E di Explorer, per anni simbolo del Web

Il mio rapporto col web è sempre stato improntato al coraggio e alla comprensione. Non mi sono mai lasciato intimidire dallo strumento e mi ritengo sufficientemente umile da capire che ogni giorno devo imparare nuove cose. Io penso che sia qui il GROSSO problema del rapporto tra la politica italiana e la rete: l’incapacità di volersi adattare a ritmi più rapidi, nei quali è consigliato di esercitare l’intelligenza un po’ più spesso di quanto non facciamo. Il politico italiano, soprattutto se conosciuto, ambisce esclusivamente alla televisione o allo spazio sui grandi giornali nazionali. Il suo unico sistema di comunicazione è la lucetta rossa della telecamera, la selva di polsi e mani e microfoni e tanti giornalisti che non fanno domande, ma attendono una dichiarazione che è stata preparata al mattino da un solerte ufficio stampa. La dichiarazione dev’essere in linea col personaggio: ironica, dura, sprezzante, ellitica. Dipende dal profilo che il politico si è costruito in tv. Pertanto non sentirete mai Rosy Bindi esprimersi in maniera offensiva e concitata nei confronti di chicchessia, allo stesso modo il collega Salvini, non se ne uscirà mai recitando una filastrocca per bambini. Si tratta di cliché. Ebbene, internet sfugge a questa logica in quanto il clichè è sottoposto alla critica e al vaglio del pubblico in real time, sull’istante. E’ di questo che si ha paura sostanzialmente.

Internet per noi in Sardegna è stata l’AVANGUARDIA. Un punto di eccellenza per tanti anni di cui si deve dar atto a due persone, che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, o forse le facce della stessa medaglia: Nichi Grauso e Renato Soru. Grauso agli inizi della sua attività era riuscito nella dannunziana impresa di registrare a dominio i nomi di tutti i personaggi più famosi, pensando di fare del merchandising. L’idea di business era troppo spinta, tanto è vero che è stata superata da sentenze di giudici in tutto il mondo. Quando ho aperto il blog col mio nome a dominio, ho avuto la spiacevole sorpresa di ritrovarmi al centro di un attentato: dalla pagina info spedirono una mail con scritto “metti la bomba e scappa” – più real time di così…

Ritornando alla politica, La sensazione peggiore rispetto ad essa è che tenti di agire in due modi:

O comunica sulla rete allo stesso modo con il quale comunica nei media tradizionali, con siti o blog modellati sulla falsariga del tavolino zeppo di volantini (modello gazebo: nel quale chi entra prende quello che trova), oppure tenta di modificare la rete, intervenendo nei meccanismi decisionali. L’una e l’altra soluzione sono viste molto male dalla comunità internet mondiale, perché ci fanno apparire come dei dilettanti alla sbaraglio. Il politico della rete teme: il presunto anonimato, i troll e gli osservatori intelligenti…

In particolare, i siti dei politici spesso sono preoccupati di dar conto delle proprie imprese, ma facendolo a mo’ di comunicato stampa, ripetendo lo stereotipo della comunicazione tradizionale, nella quale il giornalista è integrato nel package e tutto si consuma in pochi secondi di dichiarazione, dettati via telefono, via mail o davanti a una telecamera. Nel web l’interazione è completa, può essere filtrata da metodi di moderazione che la stessa rete fornisce, ma in buona sostanza, un sito chiuso, che ripeta lo schema piramidale alla base del quale vi sia lo spettatore, nella rete non è accettato e finisce per essere controproducente.

I politici che non riescono a capire queste sottili differenze spesso tentanto di forzare la rete, passando per la scorciatoia delle leggi sulla protezione dei diritti d’autore. Questo è un punto dolente della rete mondiale. Ma bisogna assolutamente essere consapevoli del fatto che questo non potrà mai essere il cavallo di Troia per ottenere il controllo assoluto dei contenuti diffusi sul web. E’ semplicemente ingenuo pensarlo, e voler normare oltre i confini di una tale normativa – che è auspicabile – appare come un tentativo goffo di controllare il dissenso, in modo talmente comico che come una pena del contrappasso viene riflesso e commentato nella rete, aumentando la frustrazione di chi propone determinate vie di fuga.

Il pubblico della rete è considerato più avvertito di quello dei media tradizionali, sia per il digital divide, sia per il fatto che non tutte le professioni si svolgono tramite l’utilizzo di un computer. Ovviamente nella massa bisogna saper scegliere e provare a costruirsi un pubblico: gli scemi ci sono ovunque e una tastiera a volte è più semplice da usare, rispetto alle corde vocali. Quando la rete approva, se per rete intendiamo un campione sufficientemente rappresentativo, quale può essere ad esempio la visione di un video programmatico su YouTube, è molto probabile che lo stesso effetto di approvazione si ottenga anche in tv e nella carta stampata. Barack Obama ha utilizzato YouTube, di proprietà della prima corporate mondiale Google, per far passare buona parte del suo messaggio. Messaggio che è stato infine confezionato per le tv, grazie al supporto del web e delle lobbies che vi hanno creduto.

Il consenso sulla rete quindi è difficile da costruire, ma le opportunità da cogliere sono immense, in particolare per partiti nascenti come il PDL e il PD. Il pericolo è quello, ancora una volta, di voler replicare sul web le strutture della politica tradizionale, che ricordiamo è fatta su misura per i media tradizionali e per la televisione in particolare. Così negli anni abbiamo visto che tanti circoli locali e sezioni di partito hanno aperto il proprio spazio internet, ripetendo la divisione a celle della politica “terrestre”. Tuttavia questo modello è un po’ in contrasto con la sharing e il bookmarking, le parole chiave della rivoluzione 2.0.

Sharing significa condividere: e si riferisce per esteso a tutte le conoscenze, per questo motivo la rete è democratica, perché consente, dal suo interno, una alfabetizzazione basata sui tutorial, cioè sulle guide pratiche all’uso dei software e delle applicazioni. Il bookmarking implica la condivisione delle scelte, delle preferenze, che vanno dai siti, fino ad arrivare gli stili di vita e di consumo. Il social network si fonda su queste architravi: pertanto la politica che scimmiotta se stessa e non condivide, non si mette in discussione, non si fa conoscere, non si allarga ed esce dalla clausura delle proprie assemblee, è una politica destinata a fallire. I politici di oggi devono almeno apparire preparati, perché gli elettori hanno strumenti di controllo più efficaci.

La reazione su questo punto non può essere quella di controllare a nostra volta chi ci controlla. Nel ruolo di parlamentari siamo vincolati alla Costituzione che assegna la sovranità al popolo, pertanto è necessario industriarsi per fare in modo che il giudizio del popolo su di noi migliori, anche se espresso da un computer che ci appare freddo e in qualche modo troppo razionale.

Veltroniade

Ieri a L’Aquila è arrivato George Clooney. Il divo di Hollywood ha fatto un discorso ineccepibile: vengo qui per fare in modo che se ne parli. E in effetti c’era subito il codazzo di telecamere e giornalisti che lo seguivano e gli facevano domande. Come ogni buon divo di Hollywood che si rispetti George si è mostrato molto preparato sugli argomenti: insomma, ci si dedica senza la superficialità che vedo spesso nei nostri testimonial, troppo impegnati a far vedere che si impegnano piuttosto che a comprendere i problemi.

L’idea complessiva è che tra un giro di Obama, uno dell’inseparabile Sarkozy, uno della Merkel, uno di Medvedev (ma quanti anni ha? 24?), uno di Carlà e uno di George alla fine il messaggio di soccorso alla città abruzzese sia passato, raggiungendo quello scopo umanitario che il Governo si era prefissato spostando il G8 da La Maddalena. Ciò non rende meno fastidiosa la vicenda, ma sicuramente il dolore degli aquilani merita una costante attenzione. I ruderi impressionano, hanno bisogno di aiuto e di riflettori puntati.

bud

Più interrogativa la presenza di Veltroni. Si, lo so. Era con George perchè con George e Bill Lost In Translation Murray è impegnato in un’associazione volontaristica di supporto… credo sia il Summit permanente dei premi Nobel, lui Veltroni, noto premio Nobel…

Alla fine si è capito che a Veltroni questo mondo ammerigano piace. E’ sempre stato così: dalle vhs allegate all’Unità al mito di Bob Kennedy, dalle primarie in salsa democratica fino al Festival der Cinema de Roma. Il cinema gli piace, meglio se a stelle  e strisce. Mi viene il sospetto che alla fine abbia voluto troppo dalla vita. Non è mai stato bello per fare l’attore, duro e spietato per fare il leader, troppo buono per fare il professore. Ecco, direi che poteva fare la comparsa. Una di quelle comparse ricorrenti, come il classico tirapiedi dei film di Bud Spencer e Terence Hill… entra in scena, fa due battute, da tre cazzotti allo stomaco di Bud, viene steso con un colpo alla nuca e arrivederci a tutti.

Finiani ante-litteram

“Mi fa sorridere il tentativo di contrapporre la politica del fare con quella del pensare, anche perche’ mi pare che prima si pensa a cosa si puo’ fare e poi si agisce, di solito. Sono due cose che si possono fare contemporaneamente”. (Gianfranco Fini)

Concordiamo.

Non è dai referendum che si giudica un sistema

Il referendum è andato, il quorum – a meno di fatti sconvolgenti, tipo regalare soldi ai seggi – non si raggiungerà nonostante il contemporaneo ballottaggio in alcune città. E’ la seconda volta di fila, la prima vide protagonista AN, che il referendum sulla legge elettorale fallisce.

La considerazione a margine che si può fare, credo quella più giusta, è che i cambiamenti politici e gli assetti programmatici (ammesso che ne esistano in periodi di forte crisi) non possono essere indotti artificialmente dalle leggi elettorali.

Queste devono assecondare la realtà del paese e non trasformarla. Al massimo possiamo concederci che una legge elettorale interpreti lo spirito del paese e vedere come va. L’ultima legge elettorale, caratterizzata dallo sbarramento, agli italiani è piaciuta. Anche se è lecito domandarsi come sarebbe il quadro politico senza lo sbarramento e la dinamica del “voto utile”.

L’idea di questo referendum era buona, buonissima nelle intenzioni e meritava di essere appoggiata, magari in un periodo diversi, con meno problemi alle spalle (noi italiani votiamo troppo, è la pena del contrappasso che ci siamo inflitti dopo il Ventennio). Ma forse, tutto sommato, il paese non è maturo da affidarsi a un solo partito, nonostante il grande successo del PDL e la possibilità di crescita del PD. Di contro il clamoroso exploit di Lega e IDV certifica che l’era del partito di maggioranza probabilmente non è ancora arrivata.