Entries from: ottobre 2009

La successione al Cavaliere. Si tratta di fiction ?

Anno imprecisato, il Partito della Patria, evoluzione del Pdl, ha deciso di scegliere il proprio candidato alla carica di premier attraverso le elezioni primarie.

Berlusconi, stanco delle lotte interne, lascia fare. Ha in mente l’arcipelago delle Bermuda.

Sono in campo i migliori staff della comunicazione politica. La battaglia si gioca soprattutto su internet. Ecco i candidati: Gianfranco Fini, Giulio Tremonti, Renato Brunetta, Guido Barilla, Gianni Alemanno, Stefania Prestigiacomo.

La selezione è durissima, il sistema di controllo del voto rigoroso. La legge richiama le primarie americane. La lotta è dura, senza esclusione di colpi. Gianfranco Fini è a Roma. Chiude la sua campagna elettorale nella città che rappresenta l’ Unità d’Italia. Rilancia il patriottismo repubblicano, punta alle politiche di integrazione e fa appello a tutti gli immigrati regolari al voto. “Con voi posso farcela”. Un messaggio di David Cameron: “Gianfranco, sono con te”.

Giulio Tremonti è a Napoli. Al nord lavora per lui il più tosto degli alleati, Umberto Bossi. Tremonti rivendica il successo della Banca per il Mezzogiorno, i conti in ordine, il solido rapporto con il mondo produttivo del nord e promette al sud livelli di crescita europei.

Gianni Alemanno è sfinito. Ha macinato migliaia e migliaia di chilometri. E’ reduce dalla buona perfomance come sindaco di Roma ma sceglie Bari per il suo comizio di chiusura.” Con il dialogo sociale, con i valori, con l’alleanza tra lavoratori e imprenditori possiamo mettere in moto l’Italia”. La curia romana, si sussurra, ha speso più di una parola in suo favore nei circoli ecclesiastici che contano.

Ed ecco Renato Brunetta. Ha fatto tutto con successo, di corsa e con mille provocazioni. Ha scosso la macchina burocratica statale, ha fatto il sindaco di Venezia, si è battuto per ottenere le Olimpiadi nella città lagunare. Con lui, sulla chiatta ancorata di fronte piazza San Marco, in stile Pink Floyd, c’è Daniele Capezzone, il Karl Rove cantilenante della situazione. I temi sono quelli esattamente contrari alle enunciazioni tremontiane.

Infine gli outsiders. Il primo è Guido Barilla. Dicono che il Cav, dalla sua “parrocchia” delle Bermuda, speri molto in un suo grande risultato. Ha immagine, garbo, famiglia, ricchezza e messaggio convincente. Potrebbe essere la sopresa. Barilla non va in piazza, gioca su un altro campo. Affida a Gavino Sanna, il noto pubblicitario sardo, il messaggio di fine campagna. E’ un sogno ad occhi aperti: la rivelazione di una visione la chiamerebbero gli esperti, che sperano di non trovarsi di fronte a un bluff.

Si chiude con Stefania Prestigiacomo. Bella e tosta, ha vinto due dei quattro match televisivi con i candidati. Preparata a dovere dal guru Luigi Crespi propone un partito aggressivo. Con lei, sul palco di Palermo Miccichè, Raffaele Lombardo e l’ ex governatore del Veneto Giancarlo Galan.

 

 

 
 

Fini dimostra lucidità e acume

Il discorso di Gianfranco Fini ha toccato molti aspetti, che vanno dalla legalità all’immigrazione, passando per il testamento biologico e la giustizia. Voglio soffermarmi solo su quanto ha detto a proposito del PDL, riprendendo una nota di agenzia.

Il presidente Fini ha ancora una volta, con l’acume e la lucidita’ che lo contraddistinguono, indicato quale deve essere la strada maestra per il Pdl. Ha ragione: adesso e’ un organigramma politico gigantesco o poco piu. Servono azioni, coraggio, iniziative, radicamento nel territorio e per avere ciò bisogna che il Pdl sia un partito aperto, democratico, nazionale, moderno, in grado di esprimere una pluralita’ di opinioni e di rispettare questa diversità, vincendo le sfide culturali e sapendo fare proprie le preoccupazioni degli italiani, che vanno dal bisogno di sicurezza alla legalità, dal benessere economico alla giustizia, senza distinzioni geografiche.

Forse ha ragione Calderoli, aggiungo adesso, nel dire che è un peccato che Fini sia presidente della Camera e non possa dare molto, se consideriamo che ci sono i coordinatori, alla causa del partito. Il ruolo è trasversale. Ma Fini va ascoltato. E concordo con Fare Futuro: Non è guerra civile, come la chiama il Times, con una malevola metafora. E’ voglia di chiarezza, voglia di non avere una Forza Italia allargata. Che aggiungo io non penso fosse nei progetti di Berlusconi.
(ITALPRESS).

Le tre correnti del Pdl

Polemiche sulle posizioni di Fini

Polemiche sulle posizioni di Fini

Patriottismo repubblicano, responsabilità, contemporaneità: questa è per me la corrente di Gianfranco Fini che mescola intellettuali apparentemente diversi (da Flavia Perina e Luciano Lanna ad Angelo Mellone, da Filippo Rossi ad Alessandro Campi) a parlamentari piuttosto liberi di dire quello che pensano senza particolari problemi. Tutti però con il gusto della lettura mai scontata, senza bava alla bocca e con il tentativo di fare un partito della destra europeo che in fondo è il primo esperimento continentale veramente post ideologico. Ci trovo un recupero delle radici movimentiste della Nuova Destra e spesso non è capito, perché la gran parte del mondo del Pdl è popolare, anti-aristocratico, odia gli snob, in perenne guerra con il mondo e magari con se stessi. Niente di strano se certe tesi sembrano di sinistra. L’attenzione al diverso, la voglia di ribellione, il viaggio e una certa lontananza dalla Chiesa fanno parte da sempre del dna di una parte avanzata della destra italiana. C’è qualcuno che fa finta di dimenticarlo. (A me, come si è capito, piacciono, perché c’è la sfida del nuovo).

I Bismarkiani: sono Alemanno, Tremonti e Sacconi. Campioni dell’anti-mercatismo, attenti alle ragioni profonde e sociali della Chiesa costituiscono un Pdl popolare, radicato nei territori, attento al dialogo sociale, imperniato sui corpi intermedi. Ha rapporti con la Lega che ognuno dei tre mantiene con attenzione, attraverso convegni e iniziative. Ferocemente legati al Papa sulle questioni della biopolitica. Alemanno è vicino a Fini su ronde e immigrati e – ritengo – cittadinanza. Oltre al fatto che la comune storia, dal Msi in poi, è cemento.

Il grande centro: il Pdl così come è. Un po’ fermo ma ampio, partito-casa, molto leaderistico. I capi sono ferocemente berlusconiani, da Gasparri a Quagliariello, fino a Verdini, con le fatiche tattiche di La Russa (tenere i rapporti tra Berlusconi e Fini) e poi tutti i ministri, da Bondi ad Alfano. Sono i pasdaran di Berlusconi anti-Repubblica e stampa di sinistra.

Ci sono problemi, ha detto Fini. Penso che stiano nel partito, nella non-organizzazione, dalla cima fino ai territori. Nel fatto che è difficile confrontare tesi diverse pena l’esclusione. Fini ha idee diverse dalla maggioranza? Dove è il problema? Bisogna anche vedere cosa ne pensano gli elettori di centrodestra delle posizioni di Fini… ci sarebbero sorprese.

L’unica paura è non diventare come il Pd, troppe linee discordanti fanno confusione e aprono liti incredibili. Potenzialmente guardo con sospetto al continuo abbraccio della sinistra a Fini. E’ molto strumentale: in funzione anti-Berlusconi. Quando Bersani vincerà la gara per il controllo del Pd le cose saranno più chiare e la sinistra si contrapporrà alla destra. Come sempre.

Il nuovo sport nazionale

gianfranco_finiSarà che le vittorie dell’Inter ci hanno assuefatto e che il Toro (povero disgraziato grandissimo Toro!) è in serie B che giganteggia nei campi di periferia, ma l’idea che l’attacco strumentale a Gianfranco Fini sia diventato un nuovo sport nazionale mi fa davvero riflettere (amaramente). L’altro giorno un quotidiano che in queste settimane è andato in trincea lo ha definito come un dongiovanni abbronzato leader di sinistra. Penso che a volte scattino dei riflessi incondizionati, come quelli di chi pensa di gestire un presunto “dissenso” con una sorta di “centralismo democratico”.

Non voglio dire che ci si comporti in modo stalinista, ma ho convenuto parecchio con l’intervento di Filippo Facci (e le argomentazioni – di contro – di Mario Sechi erano comunque stimolanti) e convengo con quanto afferma il prof. Campi (in questi giorni sul bel canale RaiStoria con un approfondimento dedicato alla Seconda Guerra Mondiale): Fini afferma cose che il 70% degli elettori del PDL condivide, dopotutto non viviamo in un paese nel quale l’UDC, per fare un esempio, si sia affermato.

Facci giustamente scriveva che Fini ha semplicemente le posizioni di Sarkozy, di Cameron e di Aznar, ma vallo a spiegare a chi oggi pretende di imporre una linea di partito. Come si domanda il prof. Campi: c’è veramente qualcuno che ha ragione nel contestare il ruolo terzo di Fini alla Camera? E quest’accusa verrebbe da destra? Saremmo alle comiche, Fini è un ottimo Presidente della Camera, ma ha diritto ad esprimere opinioni anche se si pensa che queste siano minoritarie…

Vediamo se, arrivato settembre, ci sarà modo di riflettere bene. Di solito il primo fresco aiuta.

Mezzogiorno di fuoco

Il Sud. Questo il tema caliente ispirato dal caldo di questi giorni. Sarò estremamente sintetico e preciso:

1) La prima vera politica per il Meridione consiste nella lotta alla criminalità organizzata. Non che questa non sia presente al Nord (anzi), ma è come tracciare una linea: una questione del tipo ci sei o non ci sei. E non riguarda la classe politica ma lo Stato, la legge, i diritti di tutti.

2) Non servono partiti del Sud. C’è il PDL. Basta organizzarlo bene e fare in modo che attragga le migliori energie del Meridione. Il patto per il buon governo lanciato 15 anni fa può essere ancora valido, dimostriamo di poter dare la spinta.

3) Anche se a volte viene dimenticato, nel Meridione ci sta pure la Sardegna. Anche qui bisogna trarre la lezione dalle nostre specificità e spingere per modelli di sviluppo alternativi, moderni, compatibili con l’insieme.

UPDATE: Barbareschi in Aula si scaglia contro i tagli del Fus. “Sono stato scelto in Parlamento per fare gli interessi della cultura italiana, quello che succede mortifica centinaia di migliaia di persone che rischiano il posto. Siamo indietro nella innovazione e nella capacità di fare prodotti per il futuro. Dobbiamo mettere le persone migliori alla guida dei nostri grandi enti, a partire dalla Rai. Mi vergogno di appartenere a questa coalizione”.

Finiani ante-litteram

“Mi fa sorridere il tentativo di contrapporre la politica del fare con quella del pensare, anche perche’ mi pare che prima si pensa a cosa si puo’ fare e poi si agisce, di solito. Sono due cose che si possono fare contemporaneamente”. (Gianfranco Fini)

Concordiamo.

Europee, prime valutazioni

E’ l’una di notte, proiezioni su dati parziali dunque possibilità di essere smentiti clamorosamente. Sbagliato e fuorviante comparare politiche con europee. Pathos e interessi completamenti diversi. Ancora: l’ astensionismo in tutta Europa dice che i cittadini non credono in una istituzione che continuano a vedere lontana e inutile. In ogni caso il vecchio continente vira decisamente a destra.

1) Il Pdl non sfonda e perde un punto e mezzo-due. Gli astenuti, moltissimi, sono soprattutto di centrodestra. Qualcosa non quadra anche se l’alleanza di governo tiene e può andare tranquillamente avanti.

2) Migliora la Lega: le politiche di Bossi sono quelle riconoscibili. Federalismo e sicurezza cavalli di battaglia sicuri e il Pdl lascia fare. Ha ragione Fini dunque a contrastare con politiche di tipo diverso. E’ ipotizzabile che molti pidiellini abbiano votato per la Lega

3) Con una campagna ossessiva e priva di contenuti il Pd riesce tuttavia a salvare la ghirba. Surreale che gli esponenti del partito di Franceschini urlino vittoria: il risultato di Veltroni era più 6,8. Ma, ripeto, le politiche sono veramente un’altra cosa.

4)Di Pietro raddoppia e metterà un cappio al collo al Pd nel prossimo futuro.

5) Efficace ma senza sbocco politico se non fa alleanze il partito di Casini.

6) Sotto il 50% l’affluenza alle urne in Sardegna. La gran parte dei cittadini non ha sentito la competizione. Sono curioso di conoscere i risultati dei partiti e gli eletti per poi fare un commento approfondito.

UPDATE: Europee/Sardegna, Murgia: Centro-destra penalizzato da perdita G8 Parlamentare sardo Pdl: l’astensione l’ha fatta da padrona

Cagliari, 8 giu. (Apcom) – “In Sardegna l’astensione l’ha fatta da padrone”. Lo dichiara Bruno Murgia, parlamentare del Pdl, commentando il voto alle Europee nell’isola. “Il risultato del Pdl complessivamente soddisfa, ma oltre all’avanzata del Pd dobbiamo registrare un forte astensionismo che ci ha penalizzati.
Le cause? Direi che sono state elezioni poco sarde, mentre la Sardegna affronta gravi problemi. Hanno giocato un ruolo fondamentale la perdita del G8 e le promesse mancate sulla Sassari-Olbia, che i sardi hanno percepito proprio male”.

“Su temi del genere – insiste Murgia -  chiediamo più presenza al governo nazionale. Detto questo, il Pdl sardo non deve assolutamente smarrire la bussola del cambiamento, soprattutto nelle politiche di sviluppo che non possono rimanere ancorate ad un concetto fallimentare di industria”.

Ritorno al fumoso (era meglio Veltroni)

E’ bello notare che la sinistra, alla fine della giostra, esaurite tutte le armi possibili e immaginabili, ritorni alle origini e decida di fare un appello per salvare la democrazia, affidandosi al padre immobile del Partito Democratico: Romano Prodi.

L’effetto fumoso, inutile sottolinearlo, è pressoché scontato. Interessante notare che Franceschini dica basta agli scenari lugubri. E’ per questo motivo che ricorrono agli scenari apocalittici. Per metter fine agli scenari lugubri.

Non c’è fine allo sprezzo del ridicolo. Continuo a pensare che Veltroni fosse meglio di tutti questi messi insieme. Il bipolarismo all’italiana, il partito riformista. Non l’hanno fatto lavorare e lui ha sbagliato a fare un accordo mortale con Di Pietro. Domani vi dirò chi può essere il nuovo Soru nella sinistra sarda.

La destra, la satira e la cultura di resistenza (al conformismo)

Mastella al Bagaglino

Mastella al Bagaglino

Michele Serra un po’ se ne compiace, la chiusura del Bagaglino per lui è una medaglia al petto nella divisa della superiorità morale e ancestrale della Sinistra. Se potesse andrebbe in onda lui, sabato prossimo su canale 5, per urlare: “visto? la satira di destra non esiste! e quando la chiamate satira è solo un’altra faccia del potere”.

Su una cosa ha ragione: le doti artistiche di alcuni protagonisti del Bagaglino non si discutono (il compianto Oreste Lionello era un autentico fuoriclasse), ma quella non è satira. E’ umorismo, e di tono anche casereccio, non tanto in linea con la “nuova destra” del “padre padrone“, come piacerebbe ai republicones, quanto in linea con una tradizione televisiva – quella del varietà leggermente svagato – che è stata seppellita dai nuovi gusti e dal successo di programmi di tutt’altro tono.

In tv vanno molto le fiction (meglio se biopic, telefilm basati sulle biografie di personaggi realmente esistiti), i reality e i talent-show. Al Bagaglino sono rimasti all’epoca del tette-e-culi di stampo tradizionale, con allegate le facce beate dei politici che non so quanta autostima guadagnino da una simile esposizione. Non che la diade (erano mesi che volevo usare questa parola nel mio blog!) tette-e-culi non funzioni ancora, solo che va propinata con ingredienti diversi, come Belen all’Isola dei Famosi o la tettona del Grande Fratello. Ci vuole un contesto, una narrazione, che con tutta la buona volontà di questo mondo non si riesce a trovare in Aida Yespica o Justin Mattera. Anche perchè il corpo femminile è così malamente esposto, come veicolo pubblicitario, che si rischia veramente di arrivare alla saturazione.

Nel caso della satira rimane impregiudicato il punto: a destra non sembra possibile sottolineare i grazi vizi, peccati e difetti della classe dirigente di sinistra. Non parlo della situazione attuale, con il centrodestra al governo. Sono tra quelli che ritengono essenziale il diritto di critica e la satira in opposizione a chi ha il potere. Se Governa la destra la satira dovrebbe essere di sinistra, anche se la natura del potere italiano, che di certo non si esaurisce nell’esecutivo o nella maggioranza politiche, potrebbe fornire più spunti, in diverse direzioni.

Esempio: avete mai visto una satira su certi banchieri? Sarebbe un modo per fare satira di destra, contro un potere che si è costituito anche a sinistra. Non la vedrete mai, perché anche la satira di sinistra, che pure è benvenuta quando governa la destra, spesso si limita a fare coalizione coi gruppi di potere. I satiri della sinistra, in buona sostanza, sono organici ai partiti della stessa parte politica, ne esprimono le convinzioni, le contraddizioni, i pregi e i difetti. Molto spesso, infatti, la satira italiana finisce per essere autoreferenziale. Michele Serra è un autore satirico che spesso parla della satira altrui, il fatto che lo faccia puntando il dito lo rende solo più antipatico, non meno satirico. Il difetto maggiore della satira di sinistra italiana, che è antiberlusconiana per codice genetico, è quella di volersi fare Guida, Profezia, Programma Politico. C’è come un virus nell’aria – e mi rendo conto che in queste ore non ci potrebbe essere metafora più sbagliata ed angosciante – che colpisce tutti i “comici” e i satiri di sinistra: a un certo punto, non si sa come, scatta la mania di “scendere in campo”. E’ un po’ come il Morbo di Badaloni, che poi ha colpito Santoro, Lilli Gruber, Marrazzo, Pionatti e infine David Sassoli. Da un lato questo significa che il Partito Democratico, principale gruppo di opposizione, è molto debole e necessita del supporto di una critica feroce quale può essere la Satira, per poter condurre le proprie battaglie; dall’altro lato non si svela un segreto nell’affermare che si riconosce la grande capacità di fiutare il giusto vento da parte degli autori… essere antiberlusconiani e contemporaneamente famosi significa guadagnare molti soldi, e ci sono potenziali acquirenti che sguazzano nell’indignazione “popolare”, perché non hanno altro da fare che incazzarsi, fare i benpensanti e ripetere che se ci fossero loro al posto di Franceschini, a quest’ora Berlusconi sarebbe a marcire in galera (non scherzo: in rete se ne leggono di tutti i colori, e spesso a corredo degli interventi dei satiri).

La realtà ci dice però che sembra impossibile, per esempio, oltre che fare una satira di destra (parlo per esempio del periodo prodiano, a prendere per i fondelli Prodi ci pensavano sempre loro, quelli della sinistra, ma autocensurandosi preventivamente, quando era in gioco la battaglia elettorale) anche produrre contenuti di quella ispirazione. Non dico di arrivare al Santoro di destra, come ho auspicato per provocare qualche tempo fa, ma almeno qualcosa di più del programma di Giovanni Masotti, il quale, bisogna dargliene atto, non puntava sicuramente sul look per guadagnare fette di share…

In verità c’è ancora molta egemonia del pensiero di sinistra, quantunque esso si sia affievolito nel tempo. Il centrodestra, talvolta, sembra procedere a tentoni, cercando l’avallo implicito della Sinistra che si evolve in una concessione dal pensiero debole. Ultimo caso quello della Resistenza: Berlusconi ha speso parole importanti. Ma dopo queste che spazio potrebbe avere la ricostruzione storica fedele della Guerra Civile? Il dubbio viene non tanto per l’operazione storiografica in sé, che conosce ben altri interpreti che il sottoscritto, quanto per il fatto che si corre il pericolo di cedere un pezzo della nostra storia per rincorrere il totem dell’universalismo nazionale, basato su un’unità di intenti che è ancora lontana dal realizzarsi. Si rischia di diventare come Veltroni, che una volta dichiarò di essere entrato nel PCI in quanto anti-comunista (o una cosa del genere). Tra l’essere Tutto e l’essere Niente la differenza è sottile. Se Berlusconi aspira, come è giusto che sia, ad unire gli italiani sotto l’egida di un bipartitismo rispettoso degli avversari, non può certamente farlo a discapito delle identità di ciascun polo, ammesso e non concesso che ogni operazione culturale è benvenuta. Insomma: se questo centrodestra ha tenore, spessore, forza viva e capacità di dibattito, la satira e la creazione di contenuti veramente qualificanti potranno essere considerati una efficace cartina di tornasole di una maturità espressiva finalmente conquistata, soprattutto quando a governare saranno gli avversari.

Sempre che non si suicidino nella spirale santorian-dipietrista delle ultime settimane.

Noi, la Lega e alcune cose da mettere in chiaro

La Lega ha più meriti che difetti. Lo dico subito: ha contribuito, nella sua storia, a ripulire la politica romanocentrica dei palazzi, ha dato voce a determinati settori produttivi, ha messo in campo tematiche interessanti, ha costretto la politica a misurarsi sull’economia delle piccole imprese (che la politica sia sensibile ai grandi gruppi industriali è cosa nota), ha fornito una interpretazione della realtà forte, dinamica, schietta. Magari non condivisibile in tutto o in parte, ma in qualche modo portatrice di consenso.

Il modello comunicativo della Lega poi è riuscito a travalicare il leaderismo di Bossi, che era molto accentuato. La Lega negli anni Novanta e Ottanta era un partito-persona, legato alle vicende di Bossi. Invece è andata avanti anche senza di lui, o con lui in posizione defilata. Segno che le intuizioni di Bossi non erano campate per aria e che il consenso creato intorno al messaggio è duraturo. Questo messaggio ricorda un po’ la vecchia opposizione del PCI e del MSI: slogan martellanti, semplici, immediati, politica di opposizione nei quartieri. Con la differenza che la Lega è radicata solo al Nord e che lancia questi messaggi pur essendo al Governo.

Insomma, a differenza di AN (prima che confluisse nel PDL), la Lega non ha mai affievolito la spinta che le proveniva dalla sua base di consenso. I temi sono sempre quelli, anche se nella versione ammorbidita, tanto è vero che Bossi e Maroni pur di far passare il Federalismo strizzano l’occhio al PD.

Ai giorni nostri ciò che appare evidente è la differenza tra i toni usati da Fini su immigrazione e sicurezza e quelli usati dalla Lega. E tutto il PDL dove sta? In che posizione si mette di fronte a queste due prese di posizione nette? Io penso che PDL debba avere una posizione, e che questa posizione non possa essere predeterminata dalla LEGA, con testi portati in Aula senza discussione, con dibattiti superficiali e semplificazioni giornalistiche. Perché anche Fini interpreta la realtà, con una visuale, a mio parere, più ampia e profonda di quella proposta dalla Lega. La ex – AN, in particolare, non dovrebbe farsi sfuggire la paternità di certe tematiche. E il confronto con la Lega va fatto in modo sano, virtuoso, senza agguati e senza nascondersi.

Se un testo non viene condiviso si deve aver il coraggio di negoziarlo prima che arrivi in Aula, avendo altresì il coraggio di sostenere le proprie posizioni, altrimenti ne rimane colpita l’azione di Governo. Tra l’altro nel PDL dobbiamo essere bravi a slegarci dalla dicotomia Nord-Sud presentata in una dimensione senza dubbio favorevole all’interpretazione della Lega (o di coloro che da Sud, perorano le istanze del Mezzogiorno contrapponendosi al Nord), per proporre una visione della società d’insieme, che guardi al Sud in termini di legalità e sicurezza, come primo reale obbiettivo da raggiungere per una completa modernizzazione.