Entries from: luglio 2009

Meglio lui

obamasilvioCi credete se vi dico che ad Obama sta comunque meglio un presidente del consiglio discusso, ma stabile e capace di assumersi impegni concreti, piuttosto che un presidente del consiglio in balia di verdi, centristi impazziti, vetero-comunisti, che ritirerebbero le truppe oggi – dico oggi – dall’Afghanistan?

No, giusto per avvisare gli zuccones di Repubblica…

Lo sgarbo a Obama

Uno sgarbo in piena regola. Internet tradisce Obama, che su di esso ha fondato il proprio successo personale nelle presidenziali. E così le foto proibite sulle torture ad Abu Grahib, esecrate dal presidente, sono finite puntualmente online. Non c’è nulla che possa fermare la rete, perché la rete è capillare ed è per questo che c’è chi si arraffa per “regolamentarla”. Il discorso va avanti, Obama ha subito persino la prima contestazione, ma in un campo molto più tradizionale.

Venti di crisi

Barack Obama ha di fronte la Crisi

Barack Obama ha di fronte la Crisi

La crisi è tale che, secondo gli organizzatori, colpisce anche il concertone del primo maggio. L’organizzatore, con una grande prova di coraggio, cioé con immenso disprezzo del ridicolo, chiede aiuto indirettamente al Governo (che sarà al 90% l’obbiettivo degli slogan lanciati “su e giù dal palco”):

«È chiaro che la crisi economica sta colpendo, ma forse pesa anche la cattiva fase delle relazioni industriali. Sarebbe un peccato, perché mai come quest’anno il concerto è un’occasione per rilanciare la musica italiana. Credo che in un caso così in Francia ci sarebbe un intervento del governo a sostegno della musica nazionale».

Ma veniamo alle cose serie:

Del summit di Londra in Italia, come al solito, faticano ad arrivare le notizie veramente importanti. Ci si preoccupa di un possibile rimbrotto di Her Majesty The Queen a Silvio Berlusconi, che stava semplicemente richiamando l’attenzione di un divertito Mr. Barack Obama. Berlusconi non è tipo da mettersi d’accordo col ceriminoniale, e nemmeno Obama, visto che spiazza tutti fin dal primo momento in cui ha messo piede a Londra. C’è una curiosità morbosa nei suoi confronti: tutti vogliono sapere cosa fa, se a casa si comporta in un certo modo, cosa pensa, cosa dice. A me sembra un uomo brillante, che deve comunque fornire molte risposte politiche. E’ nel suo ruolo.

Ma la crisi? A livello di schieramenti si è riproposto il doppio asse già presente ai tempi della guerra all’Iraq. La vecchia Europa (Old Europe come la definiva George W. Bush) rappresentata da Germania e Francia si contrappone al binomio Gran Bretagna – Stati Uniti. Le decisioni prese rappresentano un compromesso.

Gordon Brown ha annunciato: 1000 miliardi al Fmi. I leader del G20 si sono impegnati a garantire 1.000 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e altre istituzioni internazionali. E’ stato deciso di triplicare le risorse a disposizione del Fondo fino a 750 miliardi di dollari, ha precisato il premier britannico, di cui 500 miliardi in nuovi fondi e 250 miliardi per il cosiddetto ‘Special drawing rights’ (diritti speciali di prelievo, una sorta di valuta virtuale del Fmi che può essere scambiata con dollari, euro, yen e altre monete ‘pesanti’). I paesi emergenti e quelli in via di sviluppo avranno “più voce” nelle istituzioni internazionali. I leader del G20 hanno deciso di immettere 5.000 miliardi di dollari nell’economia mondiale entro la fine del 2010. (Repubblica).

In aggiunta abbiamo la blacklist dei paesi considerati “paradiso fiscale“. Su questo punto Berlusconi e Tremonti, che si sono scambiati delle battute salaci in conferenza stampa, si ritengono particolarmente soddisfatti. Al ministro dell’Economia non va giù che si intervenga spargendo denaro, senza ridefinire il quadro di regole “etiche” per la finanza mondiale. Un quadro che Berlusconi vorrebbe vedere fissato a La Maddalena, in Sardegna.

Obama apre. Un blogger muore.

Ahmadinejad

Ahmadinejad

Si chiamava Omid Reza Mirsayafi. Dicono si sia suicidato. E’ morto ieri nella prigione iraniana di Evin. Ventinove anni, Mirsayafi era stato condannato nel novembre scorso a due anni e mezzo di carcere per attacchi al capo della Repubblica islamica Ali Khamenei. Era stato giudicato da un tribunale rivoluzionario, in un regime in cui il diritto è l’apparato della forca.” (Il Foglio)

Sembrerà strano, ma non si può non notare il fatto che Obama abbia scelto il momento peggiore per aprire al regime degli ayatollah. Nel giorno della sua comparsata da Jay Leno, accoppiata a un messaggio video di berlusconiana e valentinorossiana memoria, al presidente americano non sarà sfuggito lo schiaffo del destino: un blogger iraniano morto in carcere, dov’era finito per aver espresso la propria libera opinione. Un blogger come noi. Cioè un protagonista di quel mondo di internet che ha tanto contribuito all’affermazione personale di Barack e alla creazione anticipata del suo mito.

Probabilmente le questioni economiche interne sono troppo importanti, per inseguire tutte le possibili crisi mondiali, ma l’apertura così manifesta all’Iran, sebbene supportata da nobili intenzioni, pare un deciso cedimento.

Obama e il blog della Casa Bianca

La Casa Bianca

La Casa Bianca

Fin dal giorno della sua apparizione Barack Obama ha fatto di internet lo strumento principale della sua ascesa politica. In particolare ha capito che internet sarebbe diventasto un ottimo strumento per raccogliere fondi, rimanere meno legati alle lobbies (contro le quali aveva co-firmato delle leggi in Senato), e soprattutto finanziare la campagna elettorale sui media tradizionali (notevole il suo ultimo grande spot elettorale di mezzora, per efficacia e denaro speso).

Così, contemporaneamente alla formula del giuramento, il sito della Casa Bianca, sede ufficiale dell’uomo più potente del mondo, ha cambiato pelle – no, non è diventata abbronzata :-)!

La prima cosa che colpisce è l’assoluta modernità della home page, cioé sembra di entrare in un blog dove i collegamenti hanno tutti il loro posto e l’ordine, nella navigazione, regna sovrano. In alto si può notare come il sito è marchiato a fuoco dal nuovo presidente. Le sue immagini grandi, nitide, immediate riportano l’Obama comunicatore di cui vi ho già detto (a metà tra Reagan e Kennedy). In basso c’è l’Agenda, che poi sono gli appuntamenti dell’inquilino del palazzo. Ma è anche un modo per far scandire il tempo giorno per giorno. E infatti non può esservi sfuggito il collegamento al blog, che appunto rimanda a una serie di post che presentano notizie direttamente dall’ufficio del presidente (the briefing room). Penso che sia un modo di comunicare moderno, semplice e accattivante e non necessariamente piacione, perché da nessuna parte si perde il senso dell’ufficialità e della serietà degli incarichi.

Il sito del governo italiano non è fatto male, riesce a comunicare discretamente, ma ovviamente tradisce la poca dimestichezza personale con le nuove fonti di informazione della nostra classe politica.

Obama e lo sfarzo democratico

Barack Obama misurerà sulla crisi la sua effettiva grandezza

Barack Obama misurerà sulla crisi la sua effettiva grandezza

Indubbiamente quella di ieri pareva una incoronazione. Non lo è stata per un semplice motivo: la grandezza dell’America e la capacità di Obama, che è un comunicatore che mi sembra unire le doti di umanità e spontaneità di Reagan e quelle di grande acume di J.F. Kennedy. Eppure si è consumato un rito di fronte a un pubblico sterminato (caro Veltroni hai visto? Quelli erano davvero due milioni di presenti…), che ha seguito il giuramento, trasformato da Barack in un momento comico, anche via internet e via satellite. Tutto il mondo era collegato con Washington, un po’ meno la borsa di New York, che non ha frenato la sua corsa al ribasso.

Dick Cheney, dinosauro dei repubblicani, ed fresco ex vice-presidente, si è presentato in carrozzella, quasi sintomatico dell’intero mondo economico americano, del collasso di un’era (non quella capitalistica, ben inteso… c’è chi ci spera, ma non è così). George Bush è stato cordiale, così come sua moglie Laura: baci e abbracci alla nuova coppia presidenziale. E poi la gente… i due milioni appunto.

Tante persone di colore che hanno pianto, si sono riconosciute nella virtuale scalata al potere che ha significato la fine ideale di ogni pregiudizio razziale e di quella immensa contraddizione che proprio Kennedy aveva sollevato: come possiamo pensare di porci alla guida del mondo se non assicuriamo ai nostri cittadini eguali diritti?

Tuttavia, Barack Obama si ritroverà sul tavolo dello studio ovale gli stessi rapporti sulla sicurezza nazionale che ha ricevuto George W. Bush. Anzi, è stato informato di tutto a partire dalla sua vittoria di Novembre. E dovrà affrontare un periodo particolarmente spinoso, governato dalla crisi del credito, dalla disoccupazione, dall’insicurezza e dalle continue minacce al modello di vita occidentale, che Obama rappresenta (rappresentando in questo tutti noi).

Le aspettative sono davvero elevate e si può dire che Obama ha di fronte a sé una grande sfida e una grande opportunità. Si trova nella medesima situazione di un altro grande presidente americano: F. D. Roosevelt. Se troverà le soluzioni a tutti questi nodi, molto probabilmente verrà ricordato nel novero dei grandi presidenti.

La settimana di Barack: una rassegna stampa

E’ stata la settimana di Barack Obama. Un ritratto molto attento sulla famiglia del nuovo presidente americano proposto dal Foglio.

Lanfranco Pace, sempre sul Foglio, ironizza a questo punto sui democratici italiani che hanno fatto loro la vittoria di Obama.

Obama, la crisi economica e l’Iran. Obame e l’Africa: l’eredità di Bush.

La politica estera, cosa cambia?

Lascia Bush, dopo 8 anni contraddittori. Neil Young nel 2005 lanciava uno dei suoi famosi strali:

Obama, l’America conferma di essere la Terra Promessa

La piccola grande sorpresa alla fine non c’è stata. McCain non ha nemmeno sfiorato il sorpasso all’ultimo minuto che anche Karl Rove aveva allontanato, nelle ultime ore. Di questa grande notte elettorale, una giornata intensa dall’Atlantico al Pacifico, mi rimarranno impresse molte immagini. Certo, gli ologrammi stile “Guerre Stellari” della CNN hanno letteralmente annichilito la concorrenza, ma l’effetto speciale migliore è stata la folla di Chicago. Gioia, pianti, commozione, partecipazione. E naturalmente lo stile di McCain, che nella miglior tradizione ha riconosciuto la sconfitta in modo composto, salutando il presidente eletto.

Non sto qui a fare la sociologia dei risultati. La notte è stata piena di interlocutori italiani, che col piglio italiano commentavano una cosa totalmente americana. Come totalmente americana è stato il discorso di Obama: sentito, patriottico, veramente ispirato. Ha ribadito i principi cardine che fondano gli Stati Uniti d’America: le libertà, la democrazia, le opportunità, la possibilità di cambiare da sè il proprio destino (con l’aiuto e la benedizione di Dio, si intende, ma non nella versione italiana…). E ha ribadito che, alla fine, il sospirato cambiamento è arrivato. Ma non gioiscano troppo gli anti-americani de noantri, che oggi esultano. Obama difenderà gli interessi americani nel mondo e questo significherà essere risoluti, anche se non del tutto muscolari, come nel caso dell’amministrazione Bush.

Semai, una lezione che noi italiani possiamo apprendere, ancora una volta, è quella relativa alla grande capacità di mobilitazione insita nel meccanismo delle Primarie, che nel corso di quindici, sedici mesi, ha tenuti impegnati gli Americani nella scelta del loro leader. Raccolte fondi, feste di beneficenza, ragazze pon-pon, divi di Hollywood, instant book, partecipazioni televisive. Ma anche programmi, idee, scontri vivaci, soluzioni. Il tutto in un’atmosfera di ampio confronto, nella quale i candidati sono stati messi a nudo di fronte all’opinione pubblica. Senza timori. La politica è anche il coraggio di sapersi mostrare, senza timidezze e senza doppiezze.

Il cambiamento, dunque, è arrivato. Lo dice Obama e bisogna dargliene atto. Il sogno di Martin Luther King si è avverato, una grande contraddizione irrisolta è stata superata. Ora anche in politica gli uomini e le donne di colore possono ambire alla Presidenza, come un fatto normale. L’America è la Terra Promessa di Bruce Springsteen e di Walt Whitman, il grande paese di Dos Passos, con le inquietudini di American Psycho e i turbamenti di Edgar Lee Masters.

L’Italia, al contrario, è un paese diverso: non possiamo trasferire qui il modello americano, anche se Veltroni scimmiotta Barack un giorno si e l’altro pure. Ci manca la cultura democratica di fondo, che ci fa preferire le scorciatoie alla soluzione migliore. Però il modello delle Primarie è senza dubbio un aspetto positivo, perché legittima a tutto tondo i governanti. Bush sarà stato un presidente criticatissimo, negli ultimi 4 anni. Ma gli Americani lo lasceranno governare fino all’ultimo giorno di incarico.

*** Nella pagina Documenti ho messo a disposizione proprio un documento che riguarda la nascita del PDL, il modello organizzativo e il coinvolgimento dei giovani nella politica. Stanotte a Chicago erano veramente in tanti.

Aggiornamento dalla Camera: Furio Colombo ha appena accusato la Lega di razzismo. Monomaniaco, diciamo. Un presidente nero!, ha urlato, anche se non c’entrava nulla. La realtà è che non è possibile un razzismo al rovescio e che l’America ha votato per il cambiamento e per le grandi novità. Non ne ha fatto una questione razziale. Per fortuna. Sull’Obama high-tech ritorneremo presto.

La camicia bianca di Obama e l’endorsement mancato per McCain

Brevissimo saggio ad uso e consumo dei patiti della fashion

barack obamaNon è che ci siano più molte incertezze: dalle parti di Rolling Stone, del New Yorker e di Vogue il vincitore è Obama. Da molto tempo, ormai. Da quando il senatore afroamericano ha cominciato a battere l’ America con quelle incredibili, fantastiche camicie bianche. Tra una copertina e l’altra, tra una rivelazione sui pantaloni usati nel week-end (PT 01, una marca torinese, per la precisione) abbiamo scoperto che i colletti sono giustamente grandi ma non aperti, tipo quelli francesi che usa ossessivamente il presidente Cairo. Il colletto si chiude per permettere una cravatta dai toni brillanti con un nodo a collo di bottiglia, o a forma di pomodoro allungato. Non lo scappino Old England: quello lo usa il principe Carlo e qui in Italia ha un sacco di estimatori.

Non c’è partita tra i due contendenti nel mondo dei fashion-victims. Prendete quella famosa camicia bianca, togliete la cravatta e lasciatela aperta. Osserverete che Obama se la piega due volte sull’avambraccio. Due volte e basta, capito ? Mica come noialtri o un Claudio Martelli, abituati ad arrotolarla sopra il gomito: non siamo negli anni ’80. Un’altra era geologica. Quella camicia va bene per tutto: per il tempo libero, per la convention a Saint Louis, per il giuramento di gennaio.

Di McCain che possiamo dire ? Ma che cavolo di camicie usa? E i chino, di che marca saranno ? Non c’è un Bruce o un Michael Stipe in abito Prada che lo aiutino in una piccola rimontina. Per questo, anche se non è che si sia capito molto il suo messaggio, prendiamo lo sconfitto e ce lo coccoliamo. Ce lo difendiamo sino all’ultimo, anche se la Palin passa più tempo da Saks che in tv, a quanto pare.

Chi poteva fare l’endorsement più vero e sentito se ne è andato qualche tempo fa, di sua spontanea volontà. Se Bruce avesse letto “Forza, Simba”, il reportage di David Foster Wallace sulla campagna da outsider del senatore McCain nel 2000 forse avrebbe potuto cambiare idea. Magari in quel punto dove il repubblicano denunciava il suo partito “ostaggio delle lobby farmaceutiche e assicurativo sanitarie”. Oppure quando Wallace racconta – riferendosi al veterano di guerra – di qualcosa come “autorità morale” o di uno “strano, dolente richiamo, come un odore che ci ricorda l’infanzia, in grado di farci percepire parole semplici come devozione, orgoglio, sacrificio”.

Ma è tempo di cambiamento. E, per uscire dallo scherzo, forse è meglio così.

L’idraulico Joe, ultima speranza per McCain

obama joe barackPer una serie di motivi pensavo di fare dichiarazione di voto per Obama. Sarà stato l’appoggio del Boss, la giovinezza e la voglia di cambiare, poi il fattore Joe mi ha trattenuto dallo schierarmi ufficialmente. Joe Wurzelbacher è un idraulico americano, uno della working class. Un tizio grande e grosso, che forse non ha mai messo piede a Manhattan in vita sua. Al termine di un comizio a Toledo ha fermato Obama e gli ha chiesto spiegazioni sulla sua politica fiscale.

“Innanzitutto credo nel sogno americano” gli ha detto Obama. Ma l’eroe Joe non era molto soddisfatto e intervistato dalla Fox ha detto: “Non mi convincono le parole di Obama. Mi ha un po’ spaventato, dice che vuole redistribuire la ricchezza, ma a me sembra una cosa socialista: decido io a chi dare i miei soldi, non può essere il governo a dire che se guadagno un po’ di più poi lo devo dividere con qualcun altro”.

Dunque ieri notte McCain finalmente ha attaccato Obama, dopo settimane e settimane di incertezze, indecisioni e inutili attacchi personali, proprio sul terreno dell’american dream, la possibilità cioè di crescere e progredire senza troppi freni. Così McCain in tv: “Joe, io ti aiuterò non solo a comprarti l’attività per cui lavori da una vita, ma terrò le tue tasse basse e darò a te e ai tuoi dipendenti la possibilità di avere un’assistenza sanitaria che vi potrete permettere”.

Basterà perché McCain recuperi il terreno perduto? Molto difficile, ma almeno ha dato segnali di volere ancora combattere.