Entries from: agosto 2010

Prove di terzo polo?

Domani alle 18,30 è fissato il voto sulla richiesta di dimissioni del sottosegretario Caliendo. Il gruppo di Fini sarebbe orientato ad astenersi, stando a quello che si sente, insieme all’Udc di Casini e ai rutelliani. Secondo Fabio Martini della Stampa ( ma anche la Meli sul Corriere ) sarebbero le prime prove del cosiddetto terzo polo. Ricompare persino Follini.

Chi sarebbe però il leader di questa coalizione? Fini? Casini? Montezemolo? Difficile capire anche perché sono convinto che la gran parte dei finiani non vorrà uscire dal Pdl e tantomeno abbandonare il bipolarismo per un’ avventura dal difficile esito.

A sinistra elettro-encefalogramma piatto. In caso di elezioni anticipate ( secondo me si terranno tra l’autunno e la primavera 2011) in corsa ci sarebbero Nichi Vendola e Sergio Chiamparino. Ecco spiegata la melina di Bersani che propone un improbabile e antidemocratico governo di transizione per guadagnare tempo. Almeno, il partito di Di Pietro ha le idee chiare: elezioni subito.

ANTICONFORMISMI

1)Roberto Saviano, autore del celebre Gomorra, in un’intervista a Pietrangelo Buttafuoco su Panorama ha dichiarato di apprezzare molto l’ attività di Roberto Maroni contro la Mafia. Parlano i risultati, le numerose catture di boss di primo livello e i beni sequestrati alle cosche. Eppure la Lega giudica non sempre con simpatia lo scrittore napoletano, attualmente sotto scorta per le minacce della camorra.

2)Gianfranco Fini si è regalato il cronografo della X Mas, il corpo d’elite della Repubblica sociale. E meno male che il presidente della Camera era rosso… Anche se la carta di Verona era piuttosto rossa… Ma, come si diece, questa è un’altra storia

3)Giovanni Sartori ha scritto il 20 sul Corriere della Sera che un milione e mezzo di immigrati di fede islamica non sono integrabili nella nostra Italia. Sartori,normalmente antiberlusconiano, parla come un leghista delle valli.

E apriamolo,’sto dibattito !

1)IL DIBATTITO. «Serve un Pdl davvero sardo per contare nel governo e per il federalismo interno»

CAGLIARI. I parlamentari sardi del Pdl vivono una difficoltà politica a Roma? «Sì» ha onestamente risposto il deputato Bruno Murgia. La provocazione era stata fatta due giorni fa dal sardista Paolo Maninchedda con la denuncia sul suo blog. Murgia, anch’egli usando il blog personale, ha deciso di «accettare la sfida». La difficoltà romana, spiega, deriva innanzitutto «dalla organizzazione dei lavori parlamentari». Difficoltà che «non ci hanno però impedito di intervenire su tanti temi». La verità è che «abbiamo necessità di una maggiore forza nel governo, almeno un uomo in più con deleghe pesanti». Altrimenti contro la Lega e contro Miccichè «è come andare alla guerra con la fionda». La questione centrale («Maninchedda ha ragione») è che la Sardegna dipende «troppo» da Roma. Occorre, anche nel partito, «un lavoro di affrancamento prima di tutto culturale». Riferendosi ai giochi correntizi: «Ognuno può avere dei leader di riferimento ma deve essere chiaro che le scelte locali sono di pertinenza esclusiva della classe dirigente del territorio». Ecco perché «la vera svolta sta nella creazione di un Pdl sardo, non un partito nuovo, che non serve, né un partito che si balocchi con l’indipendenza, ma una grande forza dell’autonomia, con uno statuto federato, con spazi e regole fatte in casa». Invece «abbiamo un partito che aspetta mesi per avere l’ok da Roma per i propri organi interni». Infine (è il cuore del convegno di Olbia) secondo Bruno Murgia «reclamare quote di potere a Roma significa applicare anche il federalismo interno nell’isola, mentre oggi io riscontro dalle decine di persone di Nuoro, Oristano, Olbia e Sassari che incontro, la sensazione che tutto resti a Cagliari». (filippo peretti, la nuova sardegna)

2)Il presidente del Consiglio deve convincere sulla bonta’ di questa linea soprattutto Fini, che ieri sera, intervenendo alla trasmissione televisiva ”Che tempo che fa”, ha ribadito le proprie perplessita’: ”Il Pdl cosi’ com’e’ organizzato non mi soddisfa al cento per cento. E la caserma che non mi piace”. Fini conferma la non identita’ di vedute con il premier: ”Non ho difficolta’ a dire che su alcune questioni con Berlusconi abbiamo opinioni diverse. Quando non condivido alcuni obiettivi non lo mando a dire, lo dico. Quando si e’ leali con una persona, occorre dire cosa non si condivide, se no non si e’ leali, si e’ supini”(Agenzia Asca )

Il Fini pensiero in tag e parole

Il Muro, simbolo intangibile di chiusura mentale

Il Muro, simbolo intangibile di chiusura mentale

In molti si cimenteranno nell’analisi del saggio di Gianfranco Fini da oggi in libreria. Saggio totalmente post-ideologico che chiude il cerchio: al di là della destra e della sinistra. Interessante l’accostamento al The Wall dei Pink Floyd, se non altro perchè a destra (accidenti, le etichette) nessuno ha mai usato la musica per leggere i grandi movimenti della società contemporanea.

Buona nuova per chi – come me – aveva vent’anni negli ’80 l’analisi di quell’epoca, fintamente superficiale e invece ricca di novità. Giusta rivalutazione, anche se la musica floydiana chiude i violenti ’70 tracciando una riga sulla incomunicabilità,  l’alienazione della società industriale, in un’epoca di forti scioperi e disordini, preludio all’avvento della mano di ferro thatcheriana (che i Pink Floyd criticheranno nel successivo album del 1983).

Se qualcuno, da destra, volesse aprire un fronte polemico, potrebbe dire che gli anni Ottanta più che gli anni di Another Brick In The Wall sono il decennio di Bettino Craxi e delle canzonette disimpegnate (Vamos a La Playa oh oh oh oh)

Sono interessanti le parole che definiscono le idee. Ci sono quelle positive e quelle negative. Isolarle così, una dopo l’altra, ci aiuta a capire il Fini pensiero. Un fatto è certo: se Berlusconi è l’anomalia della politica, l’outsider impolitico totalmente diverso e persino pazzo (non a caso il Cav regala spesso “L’elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam ), il Presidente della Camera si inserisce nell’alveo delle grandi destre europee, da Aznar a Sarkozy per finire al prossimo (giovane) leader britannico David Cameron (il quale alla vigilia dell’estate tradì letteralmente la sua ossessione per The Wall, citando Comfortably Numb in un discorso alla Camera dei Comuni, descrivendo lo stato mentale di Brown simile a quello tranquillamente insensibile del protagonista della canzone) . Ognuno di questi leaders possiede peculiarità diverse unite da una sfumatura di laicità positiva. Non il solo tratto unificante sia chiaro, ma possiedono un credo indefesso nelle virtù della civitas, se si può usare questo termine.

La vicenda finiana va vista come una lunga evoluzione, come un cammino intellettuale che gli amici del Cav (e attualmente il Giornale) giudicano sempre in chiave malevola, antigoverno, cosa che credo non sia, non almeno nei termini stretti nella quale viene e posta e descritta (l’ossessione berlusconiana è spesso ambivalente: dei suoi avversari, ma anche dei suoi più fanatici sostenitori).

Se potesse esprimersi in tag il libro di Fini apparirebbe così: ventenni, generazione F, stagione costituente, Shoa, totalitarismi, nemici, orrore, identità europea, generazione ’68, caduta, desiderio libertà,tramonto ideologie, mondo nuovo, mentalità, generazione x senza identità, paninari (apatici, invisibili, cinici, poco inclini all’impegno, Moncler, vespone), Muro di Berlino, baby boomers, et cet.

Le dure contrapposizioni, il gioco dei versus: spirito pubblico vs particolarismo, laicità vs dogmatismo, universalismo vs provincialismo, coesione vs divisione, ricomposizione vs frammentazione, rinnovamento vs conservazione, ipopolitica vs biopolitica.

Poi: stagione costituente, pulviscolo tossico, ideologie distrutte, condivisione, cittadinanza e integrazione immigrati, parole roboanti, regole uguali per tutti, patriottismo costituzionale, famiglia, trasmissione del sapere, Costituzione, biopotere, la nazione (lingua, territorio, usi comuni), evoluzione continua.

C’è tanto e mai troppo e comunque qualcosa che sa di sfida intellettuale e culturale: costruire un mondo nel quale vivere e crederci, tenendo bene a mente che non possiamo isolarci da un contesto europeo, nel quale la tipologia degli stati nazionali è venuta meno nel 1989 (e grazie al Cielo!). Non dunque sostituire vecchi valori inutilizzati, ma guardare con occhi nuovi al mondo nuovo, senza pregiudizi, senza paraocchi, senza pareti divisorie. Senza Muri. Dicendo no alle fabbriche di mattoni ideologiche.

Fini dimostra lucidità e acume

Il discorso di Gianfranco Fini ha toccato molti aspetti, che vanno dalla legalità all’immigrazione, passando per il testamento biologico e la giustizia. Voglio soffermarmi solo su quanto ha detto a proposito del PDL, riprendendo una nota di agenzia.

Il presidente Fini ha ancora una volta, con l’acume e la lucidita’ che lo contraddistinguono, indicato quale deve essere la strada maestra per il Pdl. Ha ragione: adesso e’ un organigramma politico gigantesco o poco piu. Servono azioni, coraggio, iniziative, radicamento nel territorio e per avere ciò bisogna che il Pdl sia un partito aperto, democratico, nazionale, moderno, in grado di esprimere una pluralita’ di opinioni e di rispettare questa diversità, vincendo le sfide culturali e sapendo fare proprie le preoccupazioni degli italiani, che vanno dal bisogno di sicurezza alla legalità, dal benessere economico alla giustizia, senza distinzioni geografiche.

Forse ha ragione Calderoli, aggiungo adesso, nel dire che è un peccato che Fini sia presidente della Camera e non possa dare molto, se consideriamo che ci sono i coordinatori, alla causa del partito. Il ruolo è trasversale. Ma Fini va ascoltato. E concordo con Fare Futuro: Non è guerra civile, come la chiama il Times, con una malevola metafora. E’ voglia di chiarezza, voglia di non avere una Forza Italia allargata. Che aggiungo io non penso fosse nei progetti di Berlusconi.
(ITALPRESS).

Le tre correnti del Pdl

Polemiche sulle posizioni di Fini

Polemiche sulle posizioni di Fini

Patriottismo repubblicano, responsabilità, contemporaneità: questa è per me la corrente di Gianfranco Fini che mescola intellettuali apparentemente diversi (da Flavia Perina e Luciano Lanna ad Angelo Mellone, da Filippo Rossi ad Alessandro Campi) a parlamentari piuttosto liberi di dire quello che pensano senza particolari problemi. Tutti però con il gusto della lettura mai scontata, senza bava alla bocca e con il tentativo di fare un partito della destra europeo che in fondo è il primo esperimento continentale veramente post ideologico. Ci trovo un recupero delle radici movimentiste della Nuova Destra e spesso non è capito, perché la gran parte del mondo del Pdl è popolare, anti-aristocratico, odia gli snob, in perenne guerra con il mondo e magari con se stessi. Niente di strano se certe tesi sembrano di sinistra. L’attenzione al diverso, la voglia di ribellione, il viaggio e una certa lontananza dalla Chiesa fanno parte da sempre del dna di una parte avanzata della destra italiana. C’è qualcuno che fa finta di dimenticarlo. (A me, come si è capito, piacciono, perché c’è la sfida del nuovo).

I Bismarkiani: sono Alemanno, Tremonti e Sacconi. Campioni dell’anti-mercatismo, attenti alle ragioni profonde e sociali della Chiesa costituiscono un Pdl popolare, radicato nei territori, attento al dialogo sociale, imperniato sui corpi intermedi. Ha rapporti con la Lega che ognuno dei tre mantiene con attenzione, attraverso convegni e iniziative. Ferocemente legati al Papa sulle questioni della biopolitica. Alemanno è vicino a Fini su ronde e immigrati e – ritengo – cittadinanza. Oltre al fatto che la comune storia, dal Msi in poi, è cemento.

Il grande centro: il Pdl così come è. Un po’ fermo ma ampio, partito-casa, molto leaderistico. I capi sono ferocemente berlusconiani, da Gasparri a Quagliariello, fino a Verdini, con le fatiche tattiche di La Russa (tenere i rapporti tra Berlusconi e Fini) e poi tutti i ministri, da Bondi ad Alfano. Sono i pasdaran di Berlusconi anti-Repubblica e stampa di sinistra.

Ci sono problemi, ha detto Fini. Penso che stiano nel partito, nella non-organizzazione, dalla cima fino ai territori. Nel fatto che è difficile confrontare tesi diverse pena l’esclusione. Fini ha idee diverse dalla maggioranza? Dove è il problema? Bisogna anche vedere cosa ne pensano gli elettori di centrodestra delle posizioni di Fini… ci sarebbero sorprese.

L’unica paura è non diventare come il Pd, troppe linee discordanti fanno confusione e aprono liti incredibili. Potenzialmente guardo con sospetto al continuo abbraccio della sinistra a Fini. E’ molto strumentale: in funzione anti-Berlusconi. Quando Bersani vincerà la gara per il controllo del Pd le cose saranno più chiare e la sinistra si contrapporrà alla destra. Come sempre.

Mezzogiorno di fuoco

Il Sud. Questo il tema caliente ispirato dal caldo di questi giorni. Sarò estremamente sintetico e preciso:

1) La prima vera politica per il Meridione consiste nella lotta alla criminalità organizzata. Non che questa non sia presente al Nord (anzi), ma è come tracciare una linea: una questione del tipo ci sei o non ci sei. E non riguarda la classe politica ma lo Stato, la legge, i diritti di tutti.

2) Non servono partiti del Sud. C’è il PDL. Basta organizzarlo bene e fare in modo che attragga le migliori energie del Meridione. Il patto per il buon governo lanciato 15 anni fa può essere ancora valido, dimostriamo di poter dare la spinta.

3) Anche se a volte viene dimenticato, nel Meridione ci sta pure la Sardegna. Anche qui bisogna trarre la lezione dalle nostre specificità e spingere per modelli di sviluppo alternativi, moderni, compatibili con l’insieme.

UPDATE: Barbareschi in Aula si scaglia contro i tagli del Fus. “Sono stato scelto in Parlamento per fare gli interessi della cultura italiana, quello che succede mortifica centinaia di migliaia di persone che rischiano il posto. Siamo indietro nella innovazione e nella capacità di fare prodotti per il futuro. Dobbiamo mettere le persone migliori alla guida dei nostri grandi enti, a partire dalla Rai. Mi vergogno di appartenere a questa coalizione”.

Finiani ante-litteram

“Mi fa sorridere il tentativo di contrapporre la politica del fare con quella del pensare, anche perche’ mi pare che prima si pensa a cosa si puo’ fare e poi si agisce, di solito. Sono due cose che si possono fare contemporaneamente”. (Gianfranco Fini)

Concordiamo.

Fini: basta con la sindrome da “deserto dei Tartari”

Fini predica ottimismo

Fini predica ottimismo

In Italia una mentalità da emergenza continua, quasi fossimo sempre all’ultima spiaggia“.

Spesso condannato da una lettura superficiale delle sue posizioni al ruolo di equilibrista, il Presidente della Camera dimostra invece di possedere ottime doti di equilibratore, non tanto fra i sistemi o le istituzioni, quanto fra la realtà e la nostra volontà programmatica di modificarla.

I problemi dell’Italia, infatti, per Gianfranco Fini non sono dissimili da quelli di qualunque altro stato europeo. L’aggravante è che noi ci vediamo deformati, sempre in emergenza, sempre sull’orlo del precipizio. E ho notato che i media cavalcano parecchio questa spinta, forse perché spinti dalla crisi delle vendite, riducendo le notizie a un dramma, a un’emergenza continua. Lo si fa da tutte le parti, è proprio un comportamento generico e generalizzato che non trova conferme nel sentire reale degli italiani.

Fini non nega i problemi, anzi, è chiarissimo:

Spesso la percezione del destino comune appare ed e’ assai labile. La necessità di valori condivisi è riconosciuta, almeno a parole, da tutti, ma tale aspirazione risulta di fatto smentita dal frequente ricorso alla delegittimazione reciproca tra avversari politici. Sono convinto che la nostra società e la nostra democrazia siano assai più solide di come possono apparire talvolta, però disorientamento, sfiducia e paura risultano sentimenti diffusi e in crescita.

Fini però non è pessimista, intravede la via di uscita:

Non nego l’esistenza di gravi difficoltà nella vita nazionale, a partire dalla crisi economica, ma l’elenco dei problemi che affliggono la nostra vita collettiva è antico, noto, e sarebbe superfluo ora compilarlo. Al di là della doverosa considerazione delle debolezze strutturali del nostro sistema e di nuove criticità, dobbiamo riconoscere che non si tratta in realtà di questioni molto diverse da quelle che interessano qualsiasi altro Paese europeo.

Si tratta di passare, come si suol dire, dalle parole ai fatti: il governo deve essere in grado di risolvere i problemi, il Parlamento deve affiancarlo nel superare le difficoltà che incontra la collettività. Serve uno sforzo di maturità complessiva, che ci consenta a tutti, come classe politica, di saper individuare con certezza quali sono i nodi da sciogliere, preservando la democrazia e lo spirito di unità nazionale dalla sterile polemica quotidiana, che ha il grave torto di rendere più insicuri tutti, dato che si trasmette l’idea di pensare poco all’utile e molto al futile.

Pensare, parlare, fare

Ieri Gianfranco Fini ha parlato di Fare Futuro, definendola una fondazione utile a immaginare il futuro, che fornisca idee e una migliore qualità del dibattito politico. Proposte come quelle di Fare Futuro e del pensatoio servono a creare le fondamenta per una destra concreta, che alla esibita politica del fare, affianchi la politica del pensare.

Cioè quella politica nella quale le cose si propongono e si fanno dopo averci pensato un po’ su.

A proposito di pensare le cose prima di farle: la Corte Costituzionale boccia definitivamente la Legge Statutaria di Renato Soru. Dire che l’avevamo detto è troppo facile, ma tant’è.