Bruno Murgia

Deputato del PDL

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Perina + Gallagher

Perina + Gallagher

Secondo me il Secolo d’Italia è un esperimento: il tentativo di spiegare una vera destra. Quella reale. Contemporanea. Esistente. Che è sicura di trasmettersi nel tempo, di gamba in gamba, di cervello in cervello.

Magari con riferimenti culturali antichi, futuri e anche estemporanei. Questa intervista di Noel Gallagher è tra le più interessanti mai lette in questi mesi. Lui, più che Bob Geldof, meriterebbe di fare il direttore per un giorno.

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Ieri Gianfranco Fini ha parlato di Fare Futuro, definendola una fondazione utile a immaginare il futuro, che fornisca idee e una migliore qualità del dibattito politico. Proposte come quelle di Fare Futuro e del pensatoio servono a creare le fondamenta per una destra concreta, che alla esibita politica del fare, affianchi la politica del pensare.

Cioè quella politica nella quale le cose si propongono e si fanno dopo averci pensato un po’ su.

A proposito di pensare le cose prima di farle: la Corte Costituzionale boccia definitivamente la Legge Statutaria di Renato Soru. Dire che l’avevamo detto è troppo facile, ma tant’è.

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Roma, 23 apr. (Adnkronos) – ‘Tutelare il paesaggio e i beni storico artistici italiani a dispetto di qualunque interesse particolare’. Lo ha dichiarato il deputato Pdl Fabio Granata presentando oggi la neo ‘Associazione art. 9′, l’ articolo della Costituzione che prevede la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico della nazione’. ‘L’iniziativa – spiega Granata – parte dal centrodestra ma e’ aperta al confronto con tutte le forze politiche e con l’associazionismo e il mondo della cultura’.

Tra gli intervenuti, oltre ai deputati Pdl Fabio Rampelli, Santo Versace, Bruno Murgia, Paola Frassineti, Fiorella Ceccacci, anche Giuseppe Giulietti, portavoce dell’Articolo 21 che ha sottolineato l’importanza ‘di un dialogo sui grandi principi quali la cultura, il bello e la difesa del suolo, che avvenga al di la’ degli schieramenti di appartenenza’. ‘ L’attenzione del centro destra a questi temi – ha dichiarato Rampelli – non nasce oggi, ma si rende necessario un lavoro di sensibilizzazione anche all’interno dell’agenda politica. Lo stesso cosiddetto ‘piano casa’ puo’ diventare occasione per fare piazza pulita di tante nefandezze’.

Alle ‘cose brutte’ che rovinano l’Italia fa riferimento anche Santo Versace che auspica ‘una rivoluzione culturale’ per combattere ‘maleducazione e volgarita’ del nostro tempo. ‘E’ necessario – aggiunge – spezzare l’accordo che da anni c’e’ tra imprenditori e istituzioni locali, mirato a distruggere il bello’. Di ‘bello della nazione come scrigno dell’identità nazionale’ ha parlato poi il deputato Murgia mentre Paola Frassinetti, vicepresidente commissione Cultura, ha preso le distanze da ‘un certo ecologismo che vuole immobilizzare le menti’ e Fiorella Ceccacci, infine, dice di ‘puntare all’art 9 perarrivare ad un’economia d’avanguardia’.

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Fini non corre da solo

Fini non corre da solo

Ma veramente Gianfranco Fini vuole mettersi contro Berlusconi ? Secondo me, no. E provo a dire il perchè. Nessuno mette in dubbio il fatto che il Cav sia il leader del Pdl. Lo ha dimostrato vincendo le elezioni, lo dimostra quotidianamente con il consenso degli italiani, confermato dai sondaggi. Dunque, un politico molto esperto come Fini sa che la contrapposizione non servirebbe a niente.

La domanda è: chi sarà il prossimo leader del Pdl ? Quale profilo politico e qui azzardo la parola grossa culturale dovrà avere? E’ in questo frangente che il presidente della Camera gioca le sue carte.

Oggi Berlusconi tiene unito un partito che ha varie anime al proprio interno ma che si è dotato sostanzialmente di un profilo conservatore soprattutto per l’ azione culturale di Tremonti. Le idee di capitalismo sociale e le idee pro life guidano il partito. Tremonti sta riscrivendo – insieme ad esperti di calibro – le regole per un capitalismo delle regole e dell’etica, Sacconi invece ha costruito la battaglia pro-Eluana come tratto distintivo di una politica intransigente sui valori e vicina perciò alla Chiesa.

La sponda continua con la Lega nord caratterizza un certo modo “concreto” di trattare la vicenda dell’ immigrazione e della nuova cittadinanza. Intorno a questo nucleo si aggiungono Alemanno, Formigoni, lo stesso Gasparri e il grosso della dirigenza pidiellina.

Sullo sfondo, i nuovi leader tipo Alfano, pronti anche a candidarsi alle prossime elezioni se Berlusconi decidesse di giocare la carta del Quirinale. Che cosa dovrebbe fare Fini? Assecondare qualcosa che tra l’altro lo lascia più o meno indifferente?

Facciamo un passo indietro. Fini ha votato quattro sì al referendum sulla fecondazione assistita. Ha insistito per il voto alle amministrative per gli immigrati, ha detto che il possibile cittadino italiano di domani possa essere uno come Balotelli, citando il caso del giovane calciatore italiano di colore dell’Inter. E’ laico e senza accanimenti ideologici nella vicenda Eluana, non ama le ronde, non ritiene che il medico possa denunciare il clandestino in cura e così via. Se lo dovessi definire userei il termine liberal. Sarà per questo che giornalisti tipo Filippo Facci, lo stesso Feltri, Giordano Bruno Guerri e quelli di Fare futuro siano dalla sua. Non è vero che queste idee non abbiano diritto di cittadinanza dentro il Pdl: è che non sono organizzate e vivono soprattutto nei pensatoi e nei centri studi. In più, il Pdl è naturalmente un polo conservatore all’interno
del quale possono ritrovarsi diversi modi di pensare. C’è poi un fatto: la crisi economica, la difficoltà nel trovare lavoro, una certa visione nera del futuro spinge verso una politica più di difesa che aperta alle
contaminazioni.

Ma se la crisi dovesse dare tregua, se un domani David Cameron (in fondo vicino a molte delle idee di Fini) dovesse vincere le prossime elezioni in Inghilterra lo scenario potrebbe cambiare e allora anche una destra europea e contemporanea e riformatrice riprenderebbe vigore.

Resta da costruire, a quel punto, la proposta sulle politiche del lavoro, sul nuovo ambientalismo e ridare fiducia a quello che oggi, per molti, è il demonio: il mercato. Ma ne parleremo un’ altra volta. Per adesso Berlusconi governa e Fini tiene una posizione di equilibrio, in attesa che i tempi, anche economici, portino nuove idee.

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Fini pensa a un PDL europeo

Fini pensa a un PDL europeo

Il rischio di rimanere incompreso è grosso, ma la scommessa di Fini vale la pena di essere analizzata meglio. Da tempo il Presidente della Camera si distingue per posizioni eterodosse, rispetto al mainstream del PDL, o meglio, alle posizioni ufficialmente espresse ora dal Governo, ora dai gruppi parlamentari. La domanda che dobbiamo farci è questa. Quanto sono estranee le posizioni di Fini rispetto all’attuale PDL e quanto invece sarebbero coerenti con una visione del PDL futura? Il rischio dell’incomprensione è simile a quello patito da uomini troppo avanti rispetto alla contemporaneità.

Se infatti dessimo uno sguardo appena fuori dall’Italia, provando a sprovincializzare il nostro – quasi assente – dibattito politico sui valori fondanti della nostra coalizione, del nostro essere di centrodestra (che qualcosa significherà no?) noteremmo, a sorpresa ma non troppo, che è proprio Fini ad essere molto più vicino ai grandi partiti conservatori europei. Non solo sul tema del testamento biologico, della bioetica, ma anche sul tema degli immigrati, la cui presa di posizione, da ultimo, gli è costata un velenoso articolo di Stenio Solinas, troppo velenoso per essere considerato sincero. prosegui la lettura…

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Cappellacci può sorridere: il centrodestra ha stravinto.

Cappellacci può sorridere: il centrodestra ha stravinto.

1) Durante la campagna elettorale avevo detto che Soru era un “bluff”, che non bastava presentarsi nei salotti televisivi della sinistra salottiera per aumentare il proprio consenso. Certa sinistra adulatrice e servile alimenta solo una considerazione di sè in modo eccessivo. Soru ne è rimasto travolto e si è messo a giocare contro Berlusconi, ignorando Cappellacci, che si è preso una severa rivincita.

2) Il voto disgiunto è un meccanismo perverso, non tanto negli effetti, quanto in relazione alla campagna elettorale e Soru lo ha totalmente frainteso. Ha si proposto una coalizione allargata, ma ha pensato bene di sostituirsi al proprio partito di riferimento (il PD), favorendo il proprio insuccesso.

3) Infatti, il voto disgiunto consente di ottenere molte preferenze personali dei singoli candidati, i quali possono chiedere il voto anche a coloro che vogliono votare un altro presidente. Le elezioni regionali si trasformano in grandi elezioni comunali, nelle quali conta principalmente l’effetto di trascinamento. Un PD lesionato dalla faida interna, che ha visto Soru al centro di tutto, non è proprio il massimo su cui far conto.

4) Nel voto del presidente Soru ha sbagliato a sfidare Berlusconi. Non si è curato di Cappellacci, che invece lo ha demolito, grazie a una campagna elettorale efficace, giocata bene, e un’immagine di persona perbene qual è (nonostante gli insulti ricevuti), umile, che ha saputo battere un candidato enormemente più conosciuto di lui.

5) Soru non è così valido come sembra. Probabilmente ha più le doti di uomo di governo che di capo-popolo. Anche se il governo che preferisce è quello personalistico, nel quale non siano presenti voci discordanti. Si è illuso di poter battere Berlusconi, lui come tanti altri presunti leader della Sardegna, fallendo clamorosamente.

6) Il motivo principale è l’ultimo che elenco: Soru non ha capito l’anima profonda dei sardi. Alla fine sembrava il classico tipo che “sa tutto lui” e che i sardi hanno imparato bene a disprezzare, perchè il motto dei sardi è “solidaristico” per natura: fortza paris. Troppa protervia, troppa superbia e troppa presunzione. Ingiustificate, tra le altre cose. Ha parlato in tv e sui giornali di una Sardegna “isola felice”, inesistente. E mentre lui parlava di queste scelte, gli scioperi aumentavano, le fabbriche chiudevano. Totalmente fuori dal mondo.

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Antonio Gramsci

Antonio Gramsci

Ad Alghero l’ex ministro Beppe Pisanu approfitta dell’occasione per criticare gli intellettuali che hanno firmato un manifesto pro Soru: «Come diceva Kant, anziché tenere lo strascico al principe, dovrebbero cercare d’illuminarlo, così come avete fatto voi in questa sede dando suggerimenti e consigli costruttivi».

In questo blog abbiamo parlato spesso del rapporto tra politica e mondo della cultura. Abbiamo ricevuto interventi qualificati e fatto un dibattito di discreto livello. Come è noto sono un po’ fissato e penso che il centrodestra, la coalizione autonomistica di destra, insomma chiamiamola come vogliamo, dovrebbe avere un solido mondo culturale di riferimento.

Da tempo, intorno a Soru si è creato un mood, un sentimento che ha portato all’appello bolognese e al sostegno incondizionato delle politiche del tycoon sardo. Il fenomeno della nuova narrativa sarda vede in Soru un riferimento sicuro. Per alcuni sarà pure un modo come un altro per cercare sostegno ad attività che altrimenti non partirebbero nemmeno, per altri (tipo Marcello Fois) c’è una convinzione vera e propria, incrollabile, anche, oserei dire, quando certi elementi consiglierebbero meno atti di fede.

Ci ho riflettuto bene e la domanda che mi sono fatto è questa: un intellettuale deve occuparsi di politica o essere libero? E’ una discussione che tira avanti fin da Platone, scosso dalla condanna di Socrate. La risposta può essere questa: è giusto buttarsi nell’agone politico, schierarsi, mantenendo però libertà e senso critico.

Ora, mi pare che questo nella competizione elettorale non sia avvenuto e che molti giudizi contro Ugo Cappellacci siano stati viziati – nella migliore delle ipotesi – da un antiberlusconismo feroce e fanatico.

Anche l’atteggiamento intollerante verso chi non ha sposato la causa soriana la dice lunga su certo modo di fare e pensare: Paolo Maninchedda, Peppino Marci e Simonetta Sanna sono stati colpiti duramente per il solo fatto che non stavano con il presunto principe sardo e ne hanno messo a nudo tutti i grossi difetti. Diciamo che siamo nel solco della tradizione della sinistra italiana, che ha fatto pagare posizioni eterodosse a intellettuali di spessore quali Vittorini, Silone e da ultimo Pansa.

Questo dato oggettivo però – attenzione – non salva il centrodestra sardo da un rapporto abbastanza inesistente con il mondo della cultura. Cioè: non vi è una visione sistematica e una elaborazione di idee continua, non abbiamo creato rapporti stabili con scrittori e pensatori, se non in maniera sporadica e personalistica. So, ad esempio, che questo è un lavoro che ha fatto Giorgio La Spisa e la parte più avvertita di chi porta avanti le posizioni autonomistiche nella nostra coalizione. L’ho fatto io, ma con enormi limiti e in via del tutto personale.

Il tema ce lo ponemmo già nel quinquennio con Pasquale Onida assessore alla cultura (protagonisti furono Roberto Capelli e Mariella Pilo). Ci lavorammo su e facemmo buone cose per il sistema delle biblioteche e delle università, senza strappi e visioni utopistiche alla Soru, ma confrontandoci sempre con gli operatori e le persone in carne ed ossa. Organizzammo il forum di Chia e cercammo di costruire una visione alternativa alla cultura dominante. Poi finì lì, un po’ malinconicamente.

La scommessa è questa: smetterla di guardare con molto (e in certi casi giusto) sospetto agli scrittori che si commuovono alle cose dette da Soru e provare noi a fare cose diverse, a organizzare un mondo e una visone dell’Isola nel mondo, uscendo fuori da certo ciarpame folk e tradizionalistico.

A destra il percorso da fare è comunque più tortuoso, perché a differenza degli eredi della grande tradizione comunista italiana, si è persa l’idea della cultura come generatrice di consenso democratico. Una peculiarità che era propria della visione di Gramsci, ma anche della visione di Mussolini e Gentile, impegnati da sempre a far passare una dimensione culturale della rivoluzione fascista (prova ne sia l’epica impresa culturale dell’enciclopedia italiana).

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Attilio Deffenu

Attilio Deffenu

Lettera di risposta a questo intervento di Giancarlo Porcu, responsabile editoriale delle edizioni Il Maestrale e curatore della raccolta “Scritti giornalistici” di Attilio Deffenu.

Caro Giancarlo, nel tuo meditato intervento su questo blog, di cui ti ringrazio, hai deciso che non posso dare una lettura di destra di Attilio Deffenu e che dovrei rileggerlo e apprezzarne solo la versione socialista e rivoluzionaria. Non nego che questa mi affascini e che trovo vicinissima a molte delle mie idee di formazione. Per il resto, niente da dire. Altrimenti scatta l’accusa pavloviana: “fascisti”.

Premetto che ho letto e regalato il tuo splendido “Scritti giornalistici”. Ho fatto ricerche sul personaggio con il materiale a disposizione e posso affermare, timidamente, di aver preso una certa confidenza con l’argomento.

Che Deffenu si fosse accostato ai movimenti anarchici di inizio secolo, che fosse un sindacalista rivoluzionario, un antiprotezionista e un interventista è fatto assodato.

Dove sta, allora, il problema? Te lo dico io: il tuo rigorosissimo lavoro filologico vuole sfilare Deffenu ad una certa vulgata sardo-fascista, per riconsegnarlo in quell’ambito descritto prima. Non è molto facile però: lo stesso Mussolini a piazza San Sepolcro nel 1919 disse: “Corridoni, Regazzoni, Vidali, Serrani, Deffenu, questa gioventù meravigliosa che è andata al fronte e che là è rimasta…”. Ovvio che non basta una simile menzione, per quanto importante e piena di significati, considerando il pensiero di allora di Mussolini, ma se vuoi riannodare il sindacalismo rivoluzionario ad un indistinto progressismo, ti dico che per me sei fuori strada.

Dopotutto la vicenda di Mussolini, prima della Grande Guerra, non è particolarmente diversa da quella del nostro eroe. La morte sul campo di battaglia però ha spento una storia ancora tutta da scrivere e ognuno dà della vita di Deffenu l’interpretazione che crede. Sarebbe diventato fascista come molti altri reduci dal fronte? Oppure un rigoroso autonomista? O ancora sarebbe stato anti-fascista? Il fatto è che nel primo dopoguerra gli scontenti erano molti e il Fascismo rappresentò, di fatto, una via d’uscita da un tunnel di disordini e minacce di rivoluzione, che fu accolta con sollievo da chi aveva voglia di pace. Attenzione: non voglio dire che il Fascismo fu la risposta per forza positiva, ma il fatto è che l’Italia era divisa anche in guerra e Mussolini si inserì nel cuneo di queste divisioni, propugnando una sistemazione delle grandi contese che fino allora avevano gravato a tal punto da far ritenere molto prossimo il disastro nazionale (dopo Caporetto, le accuse di disfattismo si sprecarono, alcuni accusavano gli imboscati, altri ritenevano la causa persa, altri volevano semplicemente il silenzio delle armi). Tuttavia il Mussolini ante-guerra, come sappiamo, era un personaggio profondamente anarchico, rivoluzionario, socialista, ribelle fino al punto di cambiare completamente prospettiva. Una prospettiva che gli fu offerta dai fatti, in ragione della sua ambizione personale e della sua abilità di saper cogliere, meglio di altri, in termini politici, le opportunità. Dopo la guerra e particolarmente durante le fasi della formazione del primo governo, tutto si può racchiudere nella formula del “compromesso”, formula rotta  dall’esecrabile omicidio Matteotti.

Il punto è che in tanti hanno un pregiudizio, del quale mi sembra che sia prigioniero anche tu: uno di destra non può avere intellettuali di riferimento, non può costruire niente se non quello che qualcuno – anche tu, in questo caso – gli impone.

Devo dirti, invece, che mi piace soprattutto il Deffenu che da meridionalista propone scelte anti-protezionistiche: proprio perchè il suo è un autonomismo che oggi definirei aperto. Quanto di più lontano sia possibile pensare dalle idee sardo-comuniste che hanno attraversato la gran parte degli anni della nostra autonomia.

La Nuova Sardegna del 4 gennaio, in un articolo di Manlio Brigaglia sul Nostro, fa un titolo che non vuol dire niente: il pensiero intransigente. Rispetto a chi? A che cosa? Allo studio dell’economia su basi scientifiche? Può essere. Ma non è certo l’intransigenza la cifra dell’esistenza di Deffenu.

Ti dico io però che cosa ti infastidisce. Cappellacci cita Deffenu. Cappellacci è Berlusconi. Berlusconi sono i nuraghi-magazzini. Perdona: non mi interessa la propaganda. Alla nostra gente Deffenu piace. Lo sentono parte di una lunga storia. Lo avvertono temerario, deciso, nobile. Lasciacelo leggere: non succederà niente. Resteremo sinceri democratici anche provando a farlo un po’ nostro. Un caro saluto.

Bruno Murgia
* Attilio Deffenu, il maestro sul quale fondare la nuova identità.

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angelo melloneIn questo blog abbiamo affrontato il discorso della sfida della destra all’informazione. Perché siamo tanto indietro? Mancano professionisti preparati oppure è proprio un discorso culturale, nel senso che noi tendiamo a non preoccuparci di creare un’egemonia gramsciana su questo settore? Se i professionisti mancano io posso rispondere con un nome. Snob, laziale. Fuma il sigaro all’ora di pranzo e ha un fisico scolpito, il che – al politico professionale – crea non poco fastidio. In più ha coniato il termine destra-pop, qualcosa che sta tra il mondo ultras, la sociologia più hard, la ricerca scientifica di primo livello e l’analisi comparata di Moccia. Chiaro e tondo: dopo che ho visto di tutto in Rai e a Mediaset, dopo che ho visto Formigli stropicciato a Controcorrente, è il tempo di Angelo Mellone in tv.

Il punto è che di questi giovani destri rivoluzionari-pop i nostri potenti non si occupano a dovere. Forse perché l’endorsement della Stampa (Mellone? E’ il Santoro di destra!) non ha giovato e avrà messo in campo l’invidia nazionale. Sta di fatto che avremmo voluto capire di più sulla occupazione di scuole e università con il taglio di chi è – Buttafuoco dixit – “giovane sciamano della destra”. Così non è, per il momento. E dobbiamo passare, per capirci qualcosa, per i vari Mentana, Vespa e Floris.

Ho chiesto ad Angelo, in uno scambio di mail, se c’è spazio per i buoni giornalisti di destra in tv. Ha risposto: “ti rigiro la domanda: ci sono davvero giornalisti ‘di destra’ (le virgolette sottolineano un paradosso non troppo paradossale: l’identità professionale inscindibile dalla cultura politica) capaci di fare buona televisione? Se dovessero spuntar fuori, penso che potrebbero trovare spazio”. Qualche nome? “Per questioni di presunto conflitto d’interessi, mi astengo dalla risposta…”.

Dunque, sì: Mellone sarebbe disponibile. Non è giusto dirlo? Perché mai? Angelo ha scritto decine e decine di pezzi per il Riformista, Epolis, il Giornale e il Messaggero. Lavora per la radio. Ha pubblicato due saggi che hanno raccontato il nostro mondo e la società con lo sguardo divertito di chi non è di sinistra, ma sa stare seduto a tavola, anche se con un po’ di sofferenza. In più, quando lo si vede a La7 al mattino, fa sempre un figurone.

Sorvolando sul suo modo elegante di glissare ho chiesto come dovrebbe essere questo giornalista, che stile avere. Alla Floris? Alla Santoro? Oppure alternativo alla Mellone? “lo stile di un giornalista, e ancor di più di un conduttore, è quello – non facciamoci incantare dalle parole d’ordine del “giornalista perfetto” che t’insegnano i manuali – di trovare la giusta mediazione tra il rispetto dei fatti e l’attenzione alle opinioni. Senza rinunciare al tuo punto di vista che, essendo un essere umano impasto di opinioni, emozioni, sensazioni, convinzioni culturali, non puoi sottrarre una parte di te al confronto che si sviluppa nella trasmissione che conduci. Del resto, non sono i giornalisti che più si buttano a capofitto nell’arena del dibattito che dovrebbero moderare, quelli che piacciono di più e fanno più notizia? Poi mi chiedi se voglio condurre una trasmissione. Siamo sinceri, chi non vorrebbe farlo?”.

Certo, dico io. Ma per il momento non si vede nessuno all’orizzonte. Aspettiamo cambiamenti dai tempi di quel giornalista con quella incredibile pettinatura che sembra uscita da un quadro periodo-molesto di Van Gogh (era Masotti?), insomma dai tempi dell’editto bulgaro. E poi c’è anche questa difficoltà a lanciare il modello del giornalista-destro. Anche perché, mi spiega Mellone, esiste un prototipo “al negativo”, quello che scambia la scurrilità verbale per ribellione al politicamente scorretto e il qualunquismo per la vicinanza alla “ggente”. “Certo- prosegue Angelo – magari avessimo un Longanesi o un Barzini jr. in formato televisivo. E poi, c’è un’altra cosa: è proprio necessario fare la trasmissione in Rai? Perché non a Mediaset?”

Non ha tutti i torti. A volte ci fissiamo con il servizio pubblico e pensiamo che confondersi con programmi smaccatamente commerciali sia un danno. E’ un errore, considerando il mondo dell’editoria dei paesi anglosassoni, dove il privato, in non rari casi, ha più autorevolezza del pubblico. Pochi mesi fa Pietrangelo Buttafuoco predisse – confortato anche dalla vittoria di Alemanno a Roma – un fiorire di Dandini e di Mieli di destra. Non so se sarà così, forse dobbiamo sperarlo. Intanto stiamo perdendo la battaglia dell’informazione e il caso-scuola lo spiega efficacemente. Su questo punto Mellone ha le idee chiare, la destra ha già perso in partenza: “basta accendere la televisione, compresa la piattaforma Sky, per farsi un’opinione”.

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I cinquantenni di destra in Parlamento dicono che occupare e manifestare sia un rito di passaggio, un modo comunitario di stare insieme. Non c’è dubbio. Aggiungerei: quando è giusto, quando le informazioni che si hanno in possesso sono vere, non sono frutto di balle, di strumentalizzazioni e sciocchezze varie. Ieri Umberto Eco – di certo non di centrodestra – ha detto che trovava singolare che questi ragazzi scioperassero insieme ai baroni. Sono conservatori, chioso io.

Ecco perché non capisco, proprio non capisco la posizione di Blocco Studentesco, gli studenti di destra che hanno scelto una posizione non chiara. Vanno in piazza contro la Gelmini per non essere tagliati fuori dalla protesta, per non lasciare tutto in mano alla sinistra, finiscono nei tafferugli, non aiutano la causa della chiarezza. Avrebbero dovuto fare il contrario, da subito: difendere le riforme che in questo dannato paese nessuno vuole mai fare. Sempre che ci credano, perché tenere un piede in due staffe è troppo facile.

Se qualcuno mi spiegasse la posizione mi farebbe una vera cortesia. In questi post abbiamo portato dati, cifre e fatti concreti, oltre ad aver espresso una posizione chiara. Non parole vuote come quelle della senatrice Finocchiaro nel suo vanitosissimo discorso in Aula per una manciata di voti in più. E neanche parole ambigue, tipo siamo in piazza per manifestare un po’ contro e un po’ a favore. Bisogna capire, una volta per tutte, che il futuro si gioca intorno alla sfida della modernità. Non si può scimmiottare il passato per sempre.

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