Entries from: giugno 2009

20 anni fa la fine del sogno comunista

Pechino, 20 anni fa

Pechino, 20 anni fa

Il socialismo reale non è morto definitivamente con la Caduta del Muro. Io penso che la Strage di Piazza Tiananmen, avvenuto proprio venti anni fa, rappresenti il punto focale del crollo di un sistema che prima di tutto era stato ideologia e per molti milioni di persone speranza.

A Pechino in quei giorni era presente l’allora capo dell’URSS, già agonizzante, Mikhail Gorbacev. Quanti ricordi legati al glamour perestrojkano della coppia presidenziale russa: Raissa più Mikhail, l’uomo della voglia e del dialogo. Non ne parlo con nostalgia, però anche la politica estera, con quei megavertici sul disarmo atomico, sembrava avere un altro senso.

E’ proprio simbolico comunque che quella strage sia stata consumata facendo entrare Gorbacev dalla porta di servizio del palazzo presidenziale. La Cina voleva far vedere al mondo, o non far vedere all’alleato mai troppo amato, che il suo sistema di sviluppo funzionava meglio di quello di Mosca. Invece, entrambi erano giunti al capolinea.

I cinesi però sono stati camaleontici e non scontano quella divisione culturale ed etnica che attraversava il grande impero sovietico (con l’eccezione del Tibet e di altre province). L’Urss ha perso molte repubbliche che avevo conquistato. La Cina è granitica, ma ha dovuto iniettarsi molte dosi di libero mercato, per riuscire a registrare una crescita economica convincente, in grado di darle un ruolo internazionale. E’ un gigante comunista, totalitario, ma non rappresenta di certo il sogno utopistico realizzato.

Perchè il socialismo reale, il comunismo, la promessa della dittatura del proletariato è fallita? Io penso che sia in qualche modo congenita la proprietà privata nell’Uomo, un bisogno di dominio personale dei propri beni alquanto insopprimibile. Anche le famose terze vie hanno fallito: si pensi al Nazismo, al Fascismo. Sono tentativi di produrre un’economia di stato dalla parte della borghesia, mentre il Comunismo voleva portare in alto le classi operaie, nella visione tutto sommato fotografica dell’apparato industriale di allora.

Oggi la liberazione delle classi disagiate non partirebbe dagli operai, ma dai precari, ovvero da quei lavoratori sacrificati dall’uso imperante dell’automazione, soprattutto se tecnologica. Certo, la visione bucolica, anti-sistema, che piace tanto a destra quanto a sinistra, non può essere considerata realistica. Non è una risposta, come non era una risposta eliminare le classi, sovvertire i meccanismi di produzione, eliminare il capitale privato e controllare il potere. Lo schiavismo creato dal capitalismo, nelle sue forme più aggressive, soprattutto a partire dallo sviluppo delle grandi potenze mercantili, non è dissimile dallo schiavismo generato dal socialismo reale, che ha sempre avuto bisogno della forza bruta dei militari per tenersi in piedi. La strage di Piazza Tiananmen è solo la conferma di un andazzo che abbiamo vista ripetersi oltre il Danubio, o in certe repubbliche popolari africane, per non dire del Sud-Est asiatico.

Io penso che una forma di sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo sia in qualche modo irriducibile. La si può ovviamente superare con la forza delle proposte politiche, se queste hanno interesse a guardare il bene comune, che è una prospettiva molto più rassicurante del “bene comunitario”. L’Uomo è irrimediabilmente proprietario di sè stesso e delle sue ambizioni: il Capitalismo, per quanto bieco, aggressivo e sfacciato, tende ad assecondare questo istinto naturale, perché l’Uomo è anche un animale sociale per definizione. Crede cioè nel valore della società, nella condivisione di interessi, valori, tradizioni. Per questo sono nate le nazioni, per questo le religioni fungono da collante, per questo abbiamo anche la democrazia.

Il peggior difetto del Comunismo è stato quello di aver voluto mettere il piede sopra le libertà umane, sopra il desiderio di ambizione e sviluppo della personalità, così ben tracciato dalla nostra Costituzione repubblicana. Si può volere il bene comune, a patto di realizzarlo rispettando ciascun bene individuale, nell’accezione più spirituale possibile.

Venti anni dopo la Cina non è ancora una nazione libera, ma non è impossibile sperare che la lezione di Piazza Tiananmen sia servita a capire che la repressione non può vincere un istinto naturale. E che certo, i soldi non sono tutto, e il discrimine tra chi ne ha e chi non ne ha, rende la Cina una nazione fondamentalmente ingiusta. Ma al netto del capitale circolante, ciò che la rende definitivamente ingiusta è la mancanza della libertà di espressione.

* Sulla vita dello studente nella foto: leggi Rampini.

Bel colpo, Cap:«Il Festival si farà, la Regione pronta a finanziare Gavoi»

Voi sapete che ho lavorato molto perchè si facesse il Festival di Gavoi e tutte le altre manifestazioni culturali dell’estate: da Cala Gonone Jazz a Berchidda di Paolo Fresu fino al seminario jazz di Nuoro di fine agosto. Mi pare che ci siamo. E devo dire che oggi Cappellacci, con una lettera garbata ma con le punzecchiature giuste, chiude la polemica e si prepara al confronto con il mondo della cultura. Lo scopo ultimo è sempre quello, sul nostro versante : dialogo, ma la sfida è aprire nuove strade.

Lettera aperta alle cittadine e ai cittadini di Gavoi (e a chi crede alla libera circolazione delle idee e della cultura). C’era una volta… Così i nonni cominciavano a raccontarci favole e leggende che hanno accompagnato l’infanzia di tanti di noi. Mi pare il modo migliore per proporre qualche “piccola” riflessione su una delle iniziative più meritorie per la valorizzazione di Gavoi e dell’intera Barbagia: il Festival letterario.

L’appuntamento di luglio con gli scrittori e i libri, organizzato anche quest’anno dall’Isola delle Storie, è senz’altro un modo intelligente e accattivante per testimoniare le tante potenzialità e capacità di noi sardi.

Eppure… eppure in certe occasioni non rinunciamo ad assumere i comportamenti da martiri a tutti i costi.
Una settimana fa, qualcuno abituato a scrivere racconti di fantasia, ha voluto farvi credere che la Regione avrebbe rinunciato a sostenere il Festival di Gavoi.

Forse quelle sue parole derivano dal fatto che lui, al nostro posto, si sarebbe comportato così.

Questa Giunta regionale no. È diversa: alla logica della vendetta e dell’insulto preferisce l’uso della ragione.
Se c’è chi alimenta visioni manichee, che tendono ad accentuare i momenti di divisione a scapito di modelli che esaltano l’appartenenza alla comunità, evidentemente lo fa per tornaconti egoistici a noi del tutto ignoti.
È davvero difficile, come è successo nei giorni scorsi, replicare ad attacchi che non si basano sui dati di fatto, ma su atteggiamenti che sembrano rispondere unicamente a logiche di schieramenti contrapposti.

Come spiegare altrimenti l’accusa – del tutto infondata – del pericolo di taglio dei contributi? Lo voglio dire chiaramente: la Regione Sardegna finanzia anche quest’anno il Festival letterario di Gavoi.
Anzi lo farà prima del 15 giugno, in anticipo rispetto a quanto accaduto nel 2008.

L’impegno è solenne.

Sbaglia sapendo di sbagliare chi ha pensato di “salvare” il Festival di luglio minacciando di rassegnare le dimissioni dal proprio incarico di Presidente dell’associazione organizzatrice. Chissà, magari non crede più in quello che fa.
In tutti i casi, il Festival letterario è un patrimonio della comunità di Gavoi e non è di proprietà di questo o quello… Perciò noi ci sottrarremo mai alle nostre responsabilità istituzionali.

Non mi sembra il caso di aggiungere altro. Questi i fatti. Il resto – compreso, ovviamente, l’impegno della Regione a sostenere un’iniziativa meritoria – lo lasciamo al giudizio delle cittadine e dei cittadini di Gavoi e di tutti i sardi. Il C’era una volta dei nostri nonni si concludeva sempre col e vissero felici e contenti, oggi non è forse tempo di sogni ma è senz’altro tempo di responsabilità e di serietà. UGO CAPPELLACCI

Fois, Cap e ciò che dobbiamo fare

gavoi«Indicarmi come presidente – sorrideva ieri Murgia – è una simpatica provocazione che mi farà guardare con sospetto nel mio campo politico. Ma se per assurdo accettassi – ha aggiunto – farei il festival mantenendo gli standard e le caratteristiche attuali. Dico di più: al posto di Ugo Cappellacci avrei sfidato Fois a restare e fare un’Isola delle Storie ancora migliore: il festival è un avvenimento importante per tutto il territorio, non una cosa di destra o di sinistra. Aggiungo che a me non importa nulla che questo avvenimento di altissima qualità sia gestito o pensato da un intellettuale di sinistra, ma se il centrodestra pensa di voler fare una nuova politica culturale si dia da fare, organizzi, programmi, faccia nascere tante altre Isole delle Storie. Ma intanto salviamo quello che già c’è». Celestino Tabasso, L’Unione Sarda, 26 maggio 2009.

Il punto è semplice: la cultura, come ho già avuto modo di dire, è un mezzo per collegarsi alla società, stabilire legami con essa, mediare nel tentativo di trovare soluzioni. Del ruolo degli intellettuali nella politica si discute da millenni. Sperare che Cappellacci e Fois, rispettivamente, risolvano il dilemma sollevato da Platone, mi sembra francamente troppo pretenzioso, non per le doti dei due, ma perchè mi sembra proprio una questione irresoluta e irrisolvibile per non dire propriamente utopistica. Il fatto è che la politica e la cultura non possono permettersi di diventare elitarie, soprattutto in Sardegna, dove si devono trovare soluzioni alternative per crescere e diffondere la propria immagine. Soprattutto in un’epoca di drammatica crisi come questa. Servono braccia e cervelli. Possibilmente collegati tra loro.

Ora, da Sardi, abbiamo accettato supinamente che dei mediocri viaggiatori dell’800 (escludo volutamente chi li ha preceduti come Goethe, o seguiti come David H. Lawrence) ci descrivessero come tre quarti selvaggi, dediti alle peggiori abitudini, immersi in una natura incivilizzata, se mi si può passare questo termine. Nel quarto rimanente eravamo sudditi. C’è voluto quell’autentico genio sardo, l’indimenticato Sergio Atzeni, per ristabilire le distanze e dire ancora una volta chi siamo. Non penso che si possa dire che il Festival di Gavoi scavi ancora quel solco là, quello dei viaggiatori, quanto piuttosto insista in un’idea di qualità a partire proprio da Atzeni, il capostipite dell’ultima ondata letteraria sarda. In buona sostanza, dal Festival di Gavoi, chiunque lo diriga, c’è solo da guadagnarci: in immagine, in economia, in turismo, in cultura.

Quello che penso per la parte politica che mi riguarda è semplice: noi dobbiamo produrre idee, alternative se è il caso, tirare fuori nuovi intellettuali e “inventare” gente che a oggi è ancora sconosciuta. Oggi il Festival è diretto bene da gente di sinistra: la sfida quindi è nel nostro campo. Dobbiamo promuovere un’idea intelligente di Sardegna che sappia andare oltre il rigido programma di Soru (mai realizzato in pieno) e lo stereotipo facilone rappresentato dai Briatores. Siamo tutti sardi, e in queste cose bisogna avere il coraggio se non di lavorare insieme, almeno di organizzarci per raddoppiare gli sforzi.

Gavoi, l’addio di Fois: lascio il festival per salvarlo

In questi giorni Marcello Fois sta scrivendo. E questa non sarebbe una grande novità visto che il romanziere e poeta nuorese scrive da anni, con soddisfazione sua, della Einaudi che lo pubblica e di molti lettori.

Il punto è che Fois si sta concentrando su una paginetta breve e densa di cui darà pubblica lettura a Gavoi nella serata inaugurale del 2 luglio. Oggetto: le sue dimissioni da presidente dell’Isola delle Storie. È l’epilogo brusco di una vicenda politica cominciata almeno due mesi fa, quando Fois ha cercato di ricordare alla giunta regionale che la sesta edizione del festival culturale si avvicina, e con essa si fanno sempre più pressanti le richieste da parte delle banche di garanzie sui finanziamenti. Il meccanismo è quello di sempre, con la differenza che gli altri anni la giunta – compresa quella presieduta da Italo Masala, An – si accollava le garanzie per far vivere il più importante e prestigioso appuntamento letterario della Sardegna.

In sostanza la Regione diceva attraverso una lettera di intenti: care banche state tranquille, date pure i soldi al festival perché noi intendiamo finanziarlo. Quest’anno invece no: la Regione non ha scritto né questo né altro. Un silenzio che ha allarmato molto il presidente della Provincia di Nuoro, Roberto Deriu (Pd), che sabato ha rilasciato dichiarazioni di fuoco contro «l’incompetenza della Regione che pur trovandosi di fronte ad un evento che ha ormai una cadenza fissa non riesce a dare una risposta ordinaria e permettere così alla macchina organizzativa di mettersi in moto. Chiederò al Consiglio provinciale di superare le comprensibili difficoltà derivanti dalla evidentemente diversa disponibilità finanziaria rispetto alla Regione e trovare nel bilancio i 180 mila euro necessari a tutelare questa nostra eccellenza culturale, che ci proietta in Europa e nel mondo, realizzato grazie ad un’intuizione di Marcello Fois». L’assessore regionale alla Cultura, Lucia Baire, ha risposto che «il caso Gavoi» è alla sua attenzione e ha avvertito: «Pur essendo favorevole alla libera espressione democratica di tutti, ritengo vane ed inutile le polemiche. Se la legge ci confermerà che dobbiamo dare il nostro contributo a questa manifestazione, se non ci saranno condizioni ad altri interessi strumentali tutto potrà essere presto risolto».

Una replica che non ha rassicurato per nulla Fois, che da tempo voleva capire se il suo personale orientamento progressista avrebbe creato problemi di sopravvivenza al festival da lui presieduto, un appuntamento che negli anni ha convocato in Barbagia autori come Nick Hornby, Richard Mason, Niccolò Ammaniti, Joe Lansdale, Giorgio Faletti e Paolo Giordano:

«Da subito – spiega lo scrittore – ho detto alla Regione una cosa abbastanza semplice: scindiamo le due cose, la mia attività personale non ha nulla a che fare con l’Isola delle Storie, non abbiamo mai fatto confusione tra i due piani né qualcuno ha mai cercato di politicizzare il festival: se qualcuno pensa che questo sia il mio festival si sbaglia, se il problema è la mia persona ecco le mie dimissioni». Una posizione semplice, e ancora più semplice è stata la risposta: «Nessuna. Non ho avuto repliche di sorta, non sono mai stato neppure ricevuto dalla Baire».

A questo punto, a poche settimane dall’inagurazione dell’edizione 2009, le dimissioni diventano una strada quasi obbligata. Con una postilla: «Vorrei indicare il mio successore alla presidenza del festival. Un uomo che ama la cultura, di opinioni diverse dalle mie ma rispettoso delle idee del prossimo: Bruno Murgia». Vale a dire il deputato nuorese del Pdl (tendenza Alemanno) che sul suo blog si è schierato accanto all’appuntamento culturale barbaricino scrivendo: «Sono perché il Festival si faccia, senza alcun dubbio. Aggiungo: il centrodestra vuole fare cose alternative? Benissimo: tiri fuori progetti e idee». Suona come la presa di posizione di un uomo piuttosto determinato. Magari riuscirà a farsi ricevere in assessorato.

CELESTINO TABASSO per l’ Unione Sarda

Tra Gavoi e l’indipendenza

Intanto i sardisti reclamano l’ indipendenza (ma in Regione i nostri leader non si parlano tra loro?). E’ aperta la gara a chi è più indipendentista o italianista. Vinca il migliore ! Su Gavoi: sono perchè il Festival si faccia, senza alcun dubbio. Aggiungo: il centrodestra vuole fare cose alternative? Benissimo: tiri fuori progetti e idee. Dalle parti di questo blog non ne mancano. E a proposito di indipendenza e nazioni sarde: nella mia Santa Lucia, all’alba della stagione turistica, le strade sono scavate. Polvere e terra ovunque. Il borgo è in pieno disordine. Quando si dice: abbiamo programmato per tempo e noi sardi offriremo servizi di qualità. Appello alla stampa libera: occupatevi di queste cose.

Nota per il mio amico stimatissimo Paolo Maninchedda: nella premessa della mozione aggiungerei: “accertato che per circa 50 anni la classe dirigente sarda nell’alleanza tra democristiani, socialisti, comunisti e spesso i sardisti ha fatto di tutto perchè la nostra Isola finisse nel sottosviluppo con scelte incredibili…”

Circolava da qualche settimana la voce che il Festival di Gavoi quest’anno potesse saltare. Ieri a fare esplodere il caso è stato, con una nota fatta arrivare alle redazioni dei giornali, il presidente della provincia di Nuoro, Roberto Deriu: «Non permetteremo che il “L’isola delle storie” non venga realizzato a causa dell’incompetenza della Regione, che, pur trovandosi di fronte ad un evento che ha ormai una cadenza fissa ed annuale, non riesce a dare una risposta ordinaria e a permettere alla macchina organizzativa di mettersi in moto». «Chiederò al consiglio provinciale – prosegue Deriu – di superare le comprensibili difficoltà derivanti dalla evidentemente diversa disponibilità finanziaria rispetto alla Regione e di trovare nel bilancio della Provincia i 180 mila euro necessari per tutelare questa nostra eccellenza culturale, questo miracolo che ci proietta in Europa e nel mondo. Quella stessa Regione che ne permise la nascita, con un atto firmato dall’allora assessore alla programmazione Ugo Cappellacci, ora per lungaggini e inefficienze ne mette in pericolo l’esistenza: ci muoveremo immediatamente per dare le certezze necessarie perché il Festival sia realizzato».

Contattata dalla «Nuova» per telefono, l’assessore alla Cultura Maria Lucia Baire replica a Deriu con una dichiarazione stringatissima: «Mi sembra una polemica senza fondamento. Tutte le iniziative culturali valide già in atto nei diversi territori saranno da noi sostenute». Più tardi, con una nota affidata all’Ansa, Baire fa riferimento alla legge regionale 14 del 2006, che regola i finanziamenti ai festival, e precisa che «non sono ancora operative le direttive che regolamentano questo settore». «Nonostante ciò, si è provveduto – osserva l’assessore – al regolare svolgimento de Sa Die de Sa Sardigna, alla partecipazione a Monumenti aperti, alla Fiera del libro di Torino, alla Fiera di Macomer e al sostegno economico in favore degli editori, con una recente delibera della giunta.

Io ho in evidenza sul mio tavolo il caso Gavoi e, pur essendo favorevole alla libera espressione democratica di tutti, ritengo vane e inutili le polemiche. Se la legge ci confermerà che dobbiamo dare il nostro contributo a Gavoi e se non ci saranno condizioni ad altri interessi strumentali, tutto potrà essere risolto nei prossimi giorni». Interviene anche Marcello Fois, presidente dell’associazione che organizza il Festival: «Al momento le cose stanno che, siccome dalla Regione ancora non sono arrivate le lettere d’intenti che ci occorrono come garanzia per ottenere i fidi, le banche, per darci i soldi, chiedono che sia io a garantire con i miei beni personali. E’ evidente che non ho molte strade davanti. E se il problema, politico, sono io, se il presidente Cappellacci ce l’ha con me per come mi sono schierato nella campagna elettorale, non ho problemi a mettermi da parte. A questo punto, anche se il Festival dovesse farsi, il primo giorno mi dimetterò pubblicamente, ovviamente spiegando perché lo faccio».

Fois ringrazia Deriu: «Compie un gesto di sensibilità nei confronti di un progetto come quello di Gavoi. Un gesto che ha un chiaro significato politico. Ma vorrei esprimere riconoscenza anche al deputato del Pdl Bruno Murgia, che in queste settimane difficili ha cercato di aiutarci, senza grandi risultati. Con Cappellacci non sono riuscito a parlare. Ho trattato con il suo segretario, Giovanni Follesa». E Fois legge, al telefono, una recente email spedita a Follesa: «Caro Giovanni, provo a spiegarti come stanno le cose dal punto di vista dell’organizzazione di Gavoi, ti prego di non prenderla come pressione ma come dato di fatto che sono sicuro capisci per esperienza. Dunque, in questa stagione nel corso delle cinque edizioni precedenti del festival di Gavoi, la prima delle quali ti ricordo finanziata dalla Giunta Masala, noi eravamo in possesso di un impegno da parte della Regione che ci garantiva di fronte alle banche le quali ci accordavano fidi per avviare tutte le pratiche utili per costruire l’evento. Quest’anno ciò non è successo, avete avuto problemi. Le banche a questo punto mi chiedono di garantire con i miei beni personali per la concessione dei fidi e io, onestamente, non me la sento. Specialmente trattandosi di un’iniziativa a cui mi dedico gratuitamente non posso certo espormi. L’unica alternativa che vedo, se non abbiamo al più presto certezze da voi, è quella di fermare le macchine, dimettermi dalla presidenza dell’Associazione, e mettermi al lavoro per riuscire a costruire, magari fra un anno, un festival, sempre a Gavoi, senza l’ausilio dei fondi pubblici. Capisco lo sforzo che anche tu stai facendo, ma purtroppo i tempi per noi sono strettissimi, il 2 luglio è dietro l’angolo. Mi illudevo che avreste trovato anche per noi la stessa via scorrevole che vi ha permesso di finanziare la Fiera di Macomer. Non do retta alle voci che dicono che far piano e come non far niente né a sedicenti organizzatori di eventi che vanno dicendo che lietamente siete orientati a “fare il culo a Gavoi” (nomi e cognomi di persona). Io sono persona tranquilla, ma non inerme. E, ti ripeto, se il problema sono io, basta che me lo diciate e mi metto da parte, l’importante è che non buttiate alle ortiche un’esperienza tra le più prestigiose per la Sardegna in questo momento».

La stessa preoccupazione, non buttare alle ortiche il Festival, ce l’ha il sindaco di Gavoi, Salvatore Lai: «Sarebbe un fatto gravissimo se saltasse tutto. Nelle scorse settimane abbiamo fatto di tutto per convincere la Regione ad accelerare le procedure. Ci muoveremo d’intesa con il presidente Deriu. Già da domani, chiederò un incontro con il governatore e rivolgerò per telegramma un appello a tutti i consiglieri provinciali, ai capi gruppo in consiglio regionale e agli stessi membri della giunta Cappellacci perché non facciamo morire il Festival. Se non si arriverà subito ad una soluzione, potrei prendere decisioni clamorose». Il sindaco non lo dice, ma non è escluso che pensi alle dimissioni. (Costantino Cossu, per La Nuova Sardegna).

Pensare, parlare, fare

Ieri Gianfranco Fini ha parlato di Fare Futuro, definendola una fondazione utile a immaginare il futuro, che fornisca idee e una migliore qualità del dibattito politico. Proposte come quelle di Fare Futuro e del pensatoio servono a creare le fondamenta per una destra concreta, che alla esibita politica del fare, affianchi la politica del pensare.

Cioè quella politica nella quale le cose si propongono e si fanno dopo averci pensato un po’ su.

A proposito di pensare le cose prima di farle: la Corte Costituzionale boccia definitivamente la Legge Statutaria di Renato Soru. Dire che l’avevamo detto è troppo facile, ma tant’è.

Nasce “Art. 9″, in difesa del paesaggio

Roma, 23 apr. (Adnkronos) – ‘Tutelare il paesaggio e i beni storico artistici italiani a dispetto di qualunque interesse particolare’. Lo ha dichiarato il deputato Pdl Fabio Granata presentando oggi la neo ‘Associazione art. 9′, l’ articolo della Costituzione che prevede la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico artistico della nazione’. ‘L’iniziativa – spiega Granata – parte dal centrodestra ma e’ aperta al confronto con tutte le forze politiche e con l’associazionismo e il mondo della cultura’.

Tra gli intervenuti, oltre ai deputati Pdl Fabio Rampelli, Santo Versace, Bruno Murgia, Paola Frassineti, Fiorella Ceccacci, anche Giuseppe Giulietti, portavoce dell’Articolo 21 che ha sottolineato l’importanza ‘di un dialogo sui grandi principi quali la cultura, il bello e la difesa del suolo, che avvenga al di la’ degli schieramenti di appartenenza’. ‘ L’attenzione del centro destra a questi temi – ha dichiarato Rampelli – non nasce oggi, ma si rende necessario un lavoro di sensibilizzazione anche all’interno dell’agenda politica. Lo stesso cosiddetto ‘piano casa’ puo’ diventare occasione per fare piazza pulita di tante nefandezze’.

Alle ‘cose brutte’ che rovinano l’Italia fa riferimento anche Santo Versace che auspica ‘una rivoluzione culturale’ per combattere ‘maleducazione e volgarita’ del nostro tempo. ‘E’ necessario – aggiunge – spezzare l’accordo che da anni c’e’ tra imprenditori e istituzioni locali, mirato a distruggere il bello’. Di ‘bello della nazione come scrigno dell’identità nazionale’ ha parlato poi il deputato Murgia mentre Paola Frassinetti, vicepresidente commissione Cultura, ha preso le distanze da ‘un certo ecologismo che vuole immobilizzare le menti’ e Fiorella Ceccacci, infine, dice di ‘puntare all’art 9 perarrivare ad un’economia d’avanguardia’.

Noi, la Lega e alcune cose da mettere in chiaro

La Lega ha più meriti che difetti. Lo dico subito: ha contribuito, nella sua storia, a ripulire la politica romanocentrica dei palazzi, ha dato voce a determinati settori produttivi, ha messo in campo tematiche interessanti, ha costretto la politica a misurarsi sull’economia delle piccole imprese (che la politica sia sensibile ai grandi gruppi industriali è cosa nota), ha fornito una interpretazione della realtà forte, dinamica, schietta. Magari non condivisibile in tutto o in parte, ma in qualche modo portatrice di consenso.

Il modello comunicativo della Lega poi è riuscito a travalicare il leaderismo di Bossi, che era molto accentuato. La Lega negli anni Novanta e Ottanta era un partito-persona, legato alle vicende di Bossi. Invece è andata avanti anche senza di lui, o con lui in posizione defilata. Segno che le intuizioni di Bossi non erano campate per aria e che il consenso creato intorno al messaggio è duraturo. Questo messaggio ricorda un po’ la vecchia opposizione del PCI e del MSI: slogan martellanti, semplici, immediati, politica di opposizione nei quartieri. Con la differenza che la Lega è radicata solo al Nord e che lancia questi messaggi pur essendo al Governo.

Insomma, a differenza di AN (prima che confluisse nel PDL), la Lega non ha mai affievolito la spinta che le proveniva dalla sua base di consenso. I temi sono sempre quelli, anche se nella versione ammorbidita, tanto è vero che Bossi e Maroni pur di far passare il Federalismo strizzano l’occhio al PD.

Ai giorni nostri ciò che appare evidente è la differenza tra i toni usati da Fini su immigrazione e sicurezza e quelli usati dalla Lega. E tutto il PDL dove sta? In che posizione si mette di fronte a queste due prese di posizione nette? Io penso che PDL debba avere una posizione, e che questa posizione non possa essere predeterminata dalla LEGA, con testi portati in Aula senza discussione, con dibattiti superficiali e semplificazioni giornalistiche. Perché anche Fini interpreta la realtà, con una visuale, a mio parere, più ampia e profonda di quella proposta dalla Lega. La ex – AN, in particolare, non dovrebbe farsi sfuggire la paternità di certe tematiche. E il confronto con la Lega va fatto in modo sano, virtuoso, senza agguati e senza nascondersi.

Se un testo non viene condiviso si deve aver il coraggio di negoziarlo prima che arrivi in Aula, avendo altresì il coraggio di sostenere le proprie posizioni, altrimenti ne rimane colpita l’azione di Governo. Tra l’altro nel PDL dobbiamo essere bravi a slegarci dalla dicotomia Nord-Sud presentata in una dimensione senza dubbio favorevole all’interpretazione della Lega (o di coloro che da Sud, perorano le istanze del Mezzogiorno contrapponendosi al Nord), per proporre una visione della società d’insieme, che guardi al Sud in termini di legalità e sicurezza, come primo reale obbiettivo da raggiungere per una completa modernizzazione.

15 anni della nostra storia

L'intuizione di Tatarella è realtà

L'intuizione di Tatarella è realtà

La vigilia del congresso fondativo del PDL è come al solito frenetica. Per la coincidenza non troppo casuale si viaggia di ricordi. Il 27-28 Marzo del 1994 la neonata AN vinse le elezioni, presentandosi nel Polo del Buon Governo, l’alleanza meridionale stipulata con l’altrettanto neonata Forza Italia di Silvio Berlusconi. Interessante da leggere questa bella intervista rilasciata da Luciano Violante, uno dei primi ad aprire l’arco costituzionale che di fatto aveva ghettizzato il MSI persino negli anni delle aperture di Almirante, nella quale ribadisce che Berlusconi non fu capito.

Noi ci presentammo forti dei successi personali di Gianfranco Fini a Roma e di Alessandra Mussolini a Napoli. Quello che successe dopo, con il mancato accordo dei due poli con il centro di Mario Segni e Mino Martinazzoli, è la cronistoria del più incredibile successo elettorale della storia moderna europea. Un partito appena nato, affiancato a un partito rinnovato, ma sempre escluso dal governo, che per la prima volta assumeva le redini del paese. Per non dire dell’accordo con la Lega, che da sempre veniva indicata come avversaria principe di AN, identificata stranamente con lo “statalismo”.

Erano altri tempi: ma la bontà dell’alleanza è valida ancora oggi e io penso che in quel 27 marzo del 1994 sia racchiuso il significato dell’unione tra AN e Forza Italia, tra Fini e Berlusconi, con strappi, dissidi, riavvicinamenti, abbracci e litigate. Nella politica ci sta tutto, anche che l’ambizione personale di tutti freni un po’ la marcia collettiva. Ma alla fine la grande intuizione di Tatarella è arrivata al traguardo e probabilmente la storia assegnerà a Fini e Berlusconi i giusti meriti per questo approdo. Senza di loro non sarebbe stato possibile, perché ci vuole genio irrazionale (Berlusconi) e capacità di sapersi adattare ai tempi che cambiano (Fini), mantenendo ferme le proprie convinzioni sulla bontà di una scelta politica.

Il PDL del predellino era una boutade, una sfida, un rischio calcolato. Quello che nasce oggi è qualcosa di più forte, di stabile, che appunto si rivolge all’Italia di domani. Agli italiani che governeranno tra 15 anni.

Tra Fini, Mussolini e i giudizi sulla storia

L'influenza di Mussolini nel '900 è fuori discussione

L'influenza di Mussolini nel '900 è fuori discussione

Gianfranco Fini oggi ha incontrato la stampa estera romana e non ha fatto a meno di suscitare nuove discussioni. Ormai è come Mourinho, ogni cosa che dice sembra sollevare un polverone. Anche quando dice cose che ripete da mesi, in altre sedi.

Domanda: 15 anni fa definì Mussolini il più grande statista (italiano) del secolo. E’ ancora dello stesso parere?

Fini risponde: “Sono affascinato dalla sua domanda… è evidente che la risposta sia in quello che ho fatto in questi anni e di cui mi ha dato atto anche lei. La mia risposta è no, non sono dello stesso parere, altrimenti sarei schizofrenico. Un minimo di coerenza, altrimenti avremmo fatto bingo…”

Ma chi è stato allora il più grande statista italiano del ’900? Difficile dirlo. Rispetto a Mussolini, più che utilizzare l’aggettivo “grande” che sembrerebbe connotare positivamente la figura, bisognerebbe utilizzare “influente”. Ecco allora che nella categoria dei più influenti ovvero di coloro che hanno maggiormente influenzato la politica italiana dal 1900 al 2000 Mussolini è sicuramente al primo posto. La sua ascesa politica e anche la sua caduta hanno provocato delle conseguenze presenti ancora oggi (non ultima la Costituzione repubblicana). Ugualmente influenti sono stati Antonio Gramsci, Aldo Moro, Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Francesco Cossiga e Silvio Berlusconi ciascuno per un motivo proprio.

Quindi se a me chiedessero qual è stato il politico italiano più influente del ’900 non avrei dubbi: Mussolini, seguito immediatamente da Gramsci. Su quanto affermato oggi da Fini non si può che concordare.

Spesso per giudicare i dittatori si usa dire: “ma ha fatto alcune cose buone”. Vero: anche Hitler ha risollevato l’economia tedesca e ridato potere d’acquisto al marco. Ma non c’è cosa buona che tenga di fronte agli errori ed orrori commessi.

Non si tratta nemmeno di mettere le cose buone e le cose cattive su due piatti della bilancia. La dittatura, cioé la privazione della libertà, destituisce di fondamento ogni tentativo di metter in luce degli aspetti positivi, anche quando ci sono e il Fascismo, come espressione di governo, poteva vantare successi persino superiori al precedente stato liberale. Insomma, quando c’è la libertà di mezzo non si può andare per sottrazione e penso che Fini, 15 anni fa, fu soprattutto mal compreso.