20 anni fa la fine del sogno comunista

Pechino, 20 anni fa
Il socialismo reale non è morto definitivamente con la Caduta del Muro. Io penso che la Strage di Piazza Tiananmen, avvenuto proprio venti anni fa, rappresenti il punto focale del crollo di un sistema che prima di tutto era stato ideologia e per molti milioni di persone speranza.
A Pechino in quei giorni era presente l’allora capo dell’URSS, già agonizzante, Mikhail Gorbacev. Quanti ricordi legati al glamour perestrojkano della coppia presidenziale russa: Raissa più Mikhail, l’uomo della voglia e del dialogo. Non ne parlo con nostalgia, però anche la politica estera, con quei megavertici sul disarmo atomico, sembrava avere un altro senso.
E’ proprio simbolico comunque che quella strage sia stata consumata facendo entrare Gorbacev dalla porta di servizio del palazzo presidenziale. La Cina voleva far vedere al mondo, o non far vedere all’alleato mai troppo amato, che il suo sistema di sviluppo funzionava meglio di quello di Mosca. Invece, entrambi erano giunti al capolinea.
I cinesi però sono stati camaleontici e non scontano quella divisione culturale ed etnica che attraversava il grande impero sovietico (con l’eccezione del Tibet e di altre province). L’Urss ha perso molte repubbliche che avevo conquistato. La Cina è granitica, ma ha dovuto iniettarsi molte dosi di libero mercato, per riuscire a registrare una crescita economica convincente, in grado di darle un ruolo internazionale. E’ un gigante comunista, totalitario, ma non rappresenta di certo il sogno utopistico realizzato.
Perchè il socialismo reale, il comunismo, la promessa della dittatura del proletariato è fallita? Io penso che sia in qualche modo congenita la proprietà privata nell’Uomo, un bisogno di dominio personale dei propri beni alquanto insopprimibile. Anche le famose terze vie hanno fallito: si pensi al Nazismo, al Fascismo. Sono tentativi di produrre un’economia di stato dalla parte della borghesia, mentre il Comunismo voleva portare in alto le classi operaie, nella visione tutto sommato fotografica dell’apparato industriale di allora.
Oggi la liberazione delle classi disagiate non partirebbe dagli operai, ma dai precari, ovvero da quei lavoratori sacrificati dall’uso imperante dell’automazione, soprattutto se tecnologica. Certo, la visione bucolica, anti-sistema, che piace tanto a destra quanto a sinistra, non può essere considerata realistica. Non è una risposta, come non era una risposta eliminare le classi, sovvertire i meccanismi di produzione, eliminare il capitale privato e controllare il potere. Lo schiavismo creato dal capitalismo, nelle sue forme più aggressive, soprattutto a partire dallo sviluppo delle grandi potenze mercantili, non è dissimile dallo schiavismo generato dal socialismo reale, che ha sempre avuto bisogno della forza bruta dei militari per tenersi in piedi. La strage di Piazza Tiananmen è solo la conferma di un andazzo che abbiamo vista ripetersi oltre il Danubio, o in certe repubbliche popolari africane, per non dire del Sud-Est asiatico.
Io penso che una forma di sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo sia in qualche modo irriducibile. La si può ovviamente superare con la forza delle proposte politiche, se queste hanno interesse a guardare il bene comune, che è una prospettiva molto più rassicurante del “bene comunitario”. L’Uomo è irrimediabilmente proprietario di sè stesso e delle sue ambizioni: il Capitalismo, per quanto bieco, aggressivo e sfacciato, tende ad assecondare questo istinto naturale, perché l’Uomo è anche un animale sociale per definizione. Crede cioè nel valore della società, nella condivisione di interessi, valori, tradizioni. Per questo sono nate le nazioni, per questo le religioni fungono da collante, per questo abbiamo anche la democrazia.
Il peggior difetto del Comunismo è stato quello di aver voluto mettere il piede sopra le libertà umane, sopra il desiderio di ambizione e sviluppo della personalità, così ben tracciato dalla nostra Costituzione repubblicana. Si può volere il bene comune, a patto di realizzarlo rispettando ciascun bene individuale, nell’accezione più spirituale possibile.
Venti anni dopo la Cina non è ancora una nazione libera, ma non è impossibile sperare che la lezione di Piazza Tiananmen sia servita a capire che la repressione non può vincere un istinto naturale. E che certo, i soldi non sono tutto, e il discrimine tra chi ne ha e chi non ne ha, rende la Cina una nazione fondamentalmente ingiusta. Ma al netto del capitale circolante, ciò che la rende definitivamente ingiusta è la mancanza della libertà di espressione.
* Sulla vita dello studente nella foto: leggi Rampini.
«Indicarmi come presidente – sorrideva ieri Murgia – è una simpatica provocazione che mi farà guardare con sospetto nel mio campo politico. Ma se per assurdo accettassi – ha aggiunto – farei il festival mantenendo gli standard e le caratteristiche attuali. Dico di più: al posto di Ugo Cappellacci avrei sfidato Fois a restare e fare un’Isola delle Storie ancora migliore: il festival è un avvenimento importante per tutto il territorio, non una cosa di destra o di sinistra. Aggiungo che a me non importa nulla che questo avvenimento di altissima qualità sia gestito o pensato da un intellettuale di sinistra, ma se il centrodestra pensa di voler fare una nuova politica culturale si dia da fare, organizzi, programmi, faccia nascere tante altre Isole delle Storie. Ma intanto salviamo quello che già c’è». Celestino Tabasso, L’Unione Sarda, 26 maggio 2009.
