Entries from: settembre 2009

11 settembre

Come un fermalibro ha caratterizzato questo primo decennio che volge quasi al termine. La generazione dell’11 settembre penso abbia visto le cose con maggior consapevolezza, anche qui da noi in Italia. All’inizio erano solo disagi in volo, poi ci sono state le guerre, gli attacchi terroristici di risposta, a Londra, Madrid, Bali, Sharm El Sheik, Istanbul, e ci sono stati i morti, nostri e degli altri, e c’è ancora una guerra, quella afghana, che ormai dura da 8 anni, mentre faticosamente si tenta di portare un paese fuori dalle secche. Con tutti gli errori che si possono commettere, strategici, culturali, di mera valutazione e opportunità.

In America la società è profondamente cambiata. O meglio: ha messo in discussione qualche pilastro sul quale si fonda non tanto la civile convivenza, che è esagerato, ma il tradizionale rapporto tra cittadino e istituzione. Bush ha pagato pesantemente le scelte post-11 settembre e Obama è un presidente figlio dell’11 settembre. Senza l’attacco probabilmente si sarebbe prolungata l’era dell’estate clintoniana, anche se i segni di una certa decadenza erano già visibili.

Durante la Guerra in Vietnam, soprattutto nella recrudescenza degli ultimi anni della presidenza Johnson e nei primi di quella Nixon, gli Americani medi scoprirono che combattere il nemico ideologico, servire la Patria, avere fiducia nel progresso del mercato e della democrazia aveva uno spaventoso costo. Morirono oltre 50.000 giovani, su quasi 600 mila soldati schierati. Una follia, un dato pazzesco, come terribile è il bilancio dell’11 settembre 2001, più simile a una rinnovata Pearl Harbour, almeno nell’immaginario collettivo.

Tra le innumerevoli conseguenze una la paghiamo ancora oggi: la Crisi Economica. Per riportare in alto l’economia americana, rovinata dall’attacco, si accettò una sostanziale deregolamentazione: la parola d’ordine era rilanciare, in una prospettiva a posteriori ancora corretta, anche se gli effetti sono stati pesanti (e pagati a duro prezzo dagli Americani). Ecco, l’11 settembre introduce un periodo di grave Crisi, dal quale si sta uscendo a fatica, magari rivedendo qualche coordinata.

Oltre il cumulo di macerie rimane salda la speranza e la certezza che l’attacco abbia colpito la migliore delle nazioni, quella che può sempre risollevarsi e che sa pagare per le proprie debolezze, uscendone più forte di prima. Oggi come ieri un ricordo commosso di tutte le vittime di quell’assurda barbarie.

Lo sgarbo a Obama

Uno sgarbo in piena regola. Internet tradisce Obama, che su di esso ha fondato il proprio successo personale nelle presidenziali. E così le foto proibite sulle torture ad Abu Grahib, esecrate dal presidente, sono finite puntualmente online. Non c’è nulla che possa fermare la rete, perché la rete è capillare ed è per questo che c’è chi si arraffa per “regolamentarla”. Il discorso va avanti, Obama ha subito persino la prima contestazione, ma in un campo molto più tradizionale.

Obama apre. Un blogger muore.

Ahmadinejad

Ahmadinejad

Si chiamava Omid Reza Mirsayafi. Dicono si sia suicidato. E’ morto ieri nella prigione iraniana di Evin. Ventinove anni, Mirsayafi era stato condannato nel novembre scorso a due anni e mezzo di carcere per attacchi al capo della Repubblica islamica Ali Khamenei. Era stato giudicato da un tribunale rivoluzionario, in un regime in cui il diritto è l’apparato della forca.” (Il Foglio)

Sembrerà strano, ma non si può non notare il fatto che Obama abbia scelto il momento peggiore per aprire al regime degli ayatollah. Nel giorno della sua comparsata da Jay Leno, accoppiata a un messaggio video di berlusconiana e valentinorossiana memoria, al presidente americano non sarà sfuggito lo schiaffo del destino: un blogger iraniano morto in carcere, dov’era finito per aver espresso la propria libera opinione. Un blogger come noi. Cioè un protagonista di quel mondo di internet che ha tanto contribuito all’affermazione personale di Barack e alla creazione anticipata del suo mito.

Probabilmente le questioni economiche interne sono troppo importanti, per inseguire tutte le possibili crisi mondiali, ma l’apertura così manifesta all’Iran, sebbene supportata da nobili intenzioni, pare un deciso cedimento.

Obama, l’America conferma di essere la Terra Promessa

La piccola grande sorpresa alla fine non c’è stata. McCain non ha nemmeno sfiorato il sorpasso all’ultimo minuto che anche Karl Rove aveva allontanato, nelle ultime ore. Di questa grande notte elettorale, una giornata intensa dall’Atlantico al Pacifico, mi rimarranno impresse molte immagini. Certo, gli ologrammi stile “Guerre Stellari” della CNN hanno letteralmente annichilito la concorrenza, ma l’effetto speciale migliore è stata la folla di Chicago. Gioia, pianti, commozione, partecipazione. E naturalmente lo stile di McCain, che nella miglior tradizione ha riconosciuto la sconfitta in modo composto, salutando il presidente eletto.

Non sto qui a fare la sociologia dei risultati. La notte è stata piena di interlocutori italiani, che col piglio italiano commentavano una cosa totalmente americana. Come totalmente americana è stato il discorso di Obama: sentito, patriottico, veramente ispirato. Ha ribadito i principi cardine che fondano gli Stati Uniti d’America: le libertà, la democrazia, le opportunità, la possibilità di cambiare da sè il proprio destino (con l’aiuto e la benedizione di Dio, si intende, ma non nella versione italiana…). E ha ribadito che, alla fine, il sospirato cambiamento è arrivato. Ma non gioiscano troppo gli anti-americani de noantri, che oggi esultano. Obama difenderà gli interessi americani nel mondo e questo significherà essere risoluti, anche se non del tutto muscolari, come nel caso dell’amministrazione Bush.

Semai, una lezione che noi italiani possiamo apprendere, ancora una volta, è quella relativa alla grande capacità di mobilitazione insita nel meccanismo delle Primarie, che nel corso di quindici, sedici mesi, ha tenuti impegnati gli Americani nella scelta del loro leader. Raccolte fondi, feste di beneficenza, ragazze pon-pon, divi di Hollywood, instant book, partecipazioni televisive. Ma anche programmi, idee, scontri vivaci, soluzioni. Il tutto in un’atmosfera di ampio confronto, nella quale i candidati sono stati messi a nudo di fronte all’opinione pubblica. Senza timori. La politica è anche il coraggio di sapersi mostrare, senza timidezze e senza doppiezze.

Il cambiamento, dunque, è arrivato. Lo dice Obama e bisogna dargliene atto. Il sogno di Martin Luther King si è avverato, una grande contraddizione irrisolta è stata superata. Ora anche in politica gli uomini e le donne di colore possono ambire alla Presidenza, come un fatto normale. L’America è la Terra Promessa di Bruce Springsteen e di Walt Whitman, il grande paese di Dos Passos, con le inquietudini di American Psycho e i turbamenti di Edgar Lee Masters.

L’Italia, al contrario, è un paese diverso: non possiamo trasferire qui il modello americano, anche se Veltroni scimmiotta Barack un giorno si e l’altro pure. Ci manca la cultura democratica di fondo, che ci fa preferire le scorciatoie alla soluzione migliore. Però il modello delle Primarie è senza dubbio un aspetto positivo, perché legittima a tutto tondo i governanti. Bush sarà stato un presidente criticatissimo, negli ultimi 4 anni. Ma gli Americani lo lasceranno governare fino all’ultimo giorno di incarico.

*** Nella pagina Documenti ho messo a disposizione proprio un documento che riguarda la nascita del PDL, il modello organizzativo e il coinvolgimento dei giovani nella politica. Stanotte a Chicago erano veramente in tanti.

Aggiornamento dalla Camera: Furio Colombo ha appena accusato la Lega di razzismo. Monomaniaco, diciamo. Un presidente nero!, ha urlato, anche se non c’entrava nulla. La realtà è che non è possibile un razzismo al rovescio e che l’America ha votato per il cambiamento e per le grandi novità. Non ne ha fatto una questione razziale. Per fortuna. Sull’Obama high-tech ritorneremo presto.

La camicia bianca di Obama e l’endorsement mancato per McCain

Brevissimo saggio ad uso e consumo dei patiti della fashion

barack obamaNon è che ci siano più molte incertezze: dalle parti di Rolling Stone, del New Yorker e di Vogue il vincitore è Obama. Da molto tempo, ormai. Da quando il senatore afroamericano ha cominciato a battere l’ America con quelle incredibili, fantastiche camicie bianche. Tra una copertina e l’altra, tra una rivelazione sui pantaloni usati nel week-end (PT 01, una marca torinese, per la precisione) abbiamo scoperto che i colletti sono giustamente grandi ma non aperti, tipo quelli francesi che usa ossessivamente il presidente Cairo. Il colletto si chiude per permettere una cravatta dai toni brillanti con un nodo a collo di bottiglia, o a forma di pomodoro allungato. Non lo scappino Old England: quello lo usa il principe Carlo e qui in Italia ha un sacco di estimatori.

Non c’è partita tra i due contendenti nel mondo dei fashion-victims. Prendete quella famosa camicia bianca, togliete la cravatta e lasciatela aperta. Osserverete che Obama se la piega due volte sull’avambraccio. Due volte e basta, capito ? Mica come noialtri o un Claudio Martelli, abituati ad arrotolarla sopra il gomito: non siamo negli anni ’80. Un’altra era geologica. Quella camicia va bene per tutto: per il tempo libero, per la convention a Saint Louis, per il giuramento di gennaio.

Di McCain che possiamo dire ? Ma che cavolo di camicie usa? E i chino, di che marca saranno ? Non c’è un Bruce o un Michael Stipe in abito Prada che lo aiutino in una piccola rimontina. Per questo, anche se non è che si sia capito molto il suo messaggio, prendiamo lo sconfitto e ce lo coccoliamo. Ce lo difendiamo sino all’ultimo, anche se la Palin passa più tempo da Saks che in tv, a quanto pare.

Chi poteva fare l’endorsement più vero e sentito se ne è andato qualche tempo fa, di sua spontanea volontà. Se Bruce avesse letto “Forza, Simba”, il reportage di David Foster Wallace sulla campagna da outsider del senatore McCain nel 2000 forse avrebbe potuto cambiare idea. Magari in quel punto dove il repubblicano denunciava il suo partito “ostaggio delle lobby farmaceutiche e assicurativo sanitarie”. Oppure quando Wallace racconta – riferendosi al veterano di guerra – di qualcosa come “autorità morale” o di uno “strano, dolente richiamo, come un odore che ci ricorda l’infanzia, in grado di farci percepire parole semplici come devozione, orgoglio, sacrificio”.

Ma è tempo di cambiamento. E, per uscire dallo scherzo, forse è meglio così.