Lettura della domenica

La tecnologia aiuta il terrore. I commandos seguivano via internet l’andamento delle loro gesta, per verificarne l’impatto mediatico.

La politica e il dramma.

Un’analisi politica sulle stranezze del bipolarismo italiano.

Il mercato reagisce col mercato. Ondata di acquisti sui saldi anticipati a New York City. Un modo come un altro per battere la crisi e allontanare lo spettro della deflazione.

Celtics contro la bestia nera di Charlotte, che ha nel board direttivo la leggenda Michael Jordan. Anche quest’anno vittoria sudata, dopo la passeggiata di venerdì contro i Sixers.

DOVE PUNTA MR TISCALI

Sottovoce qualcuno dice che il suo obiettivo vero sia Palazzo Chigi


“Non avete ancora capito dove punta Renato Soru”. Sono parole di un importante dirigente del Pd sardo. Uno che dovrebbe essere amico del governatore e che non ha dubbi nel dire che il tycoon sardo punta direttamente a sostituire Veltroni quale candidato alla presidenza del Consiglio alle prossime politiche.

Un’idea incredibile? Per niente. Guardiamo i giornali e le tv degli ultimi mesi. Oggi il governatore della Sardegna è diventato il volto buono e presentabile del Pd. Ostinato, con il fisico giusto (alto, ben vestito, ascetico), senza alcun contradditorio sulla grande stampa. Senza nessuno che ne metta in dubbio gli effettivi risultati (a parte l’Unione Sarda, come direbbe l’ossessionato Giorgio Melis).

Non c’è giorno dove Soru non compaia pensoso e incazzato su qualche rotocalco. Non c’è volta dove Mr Tiscali non dica che ha a cuore i ragazzi dell’Isola (che continuano a scappare via, andrebbe detto) o che in Sardegna è cominciata la redistribuzione del reddito (boh), almeno dalla prossima ipotetica finanziaria.

E’ rupture in salsa nuragica, come scrive il Foglio oggi. L’uomo solo al comando (definizione dell’amico Sole 24 ore) ha ottimi rapporti con Veltroni, con Letta e con D’Alema. Ha un giornale suo, l’Unità, e i sorrisi emozionati dei grandi quotidiani nazionali. E’ in armonia con Carlo De Benedetti, vero king maker della sinistra italiana. Come dire: i tasselli sono al posto giusto per guardare veramente in alto. Molto, molto in alto.

Forte di questi contatti, Soru ha rotto ogni indugio e attende le contromosse del Pdl per poi agire definitivamente.

Solo Beppe Pisanu fa veramente paura al governatore. Se il capo della commissione antimafia decidesse di cambiare idea, la favola soriana potrebbe subire una brusca frenata.

Così si scoprirebbero molte, moltissime cose. Alcune le ha ricordate stamattina Paolo Maninchedda che dal nuovo mito soriano non si fa incantare per niente. Non solo l’industria a pezzi, ma anche la questione morale che, se tocca la sinistra, non vale niente.

ADESSO LA PARTITA E’ NELLE NOSTRE MANI

Voglio rispondere complessivamente a tutti i commenti sulla vicenda Soru.  Ci sono cose interessanti e altre ovvie: tutte partono dal presupposto che le dimissioni del presidente siano uno spartiacque.

C’è stata un’ eco impressionante sui media. Alla Camera decine di colleghi di ogni regione hanno commentato il Soru-day. Ho visto alcuni colleghi del Pd sorridere come se avessero intrappolato il governatore per sempre. Altri piuttosto sicuri che Soru stesse mettendo nel sacco Cabras e compagni. Stranamente, i più dubbiosi eravamo noi, quelli del Pdl sardo.

Un fatto è certo: il governatore della Sardegna è un personaggio che fa notizia. E’ uno che ha dato un senso ai suoi anni da presidente. Nel bene e nel male ha imposto una politica riconoscibile. Io non ne condivido la gran parte degli aspetti e considero l’Isola peggiorata rispetto a quattro anni fa perché non ha fatto il salto di qualità. Non c’è più impresa, non ci sono più giovani con capacità di futuro, siamo complessivamente ingrigiti e poco competitivi  rispetto a molte altre piccole realtà dell’ Europa e del Mediterraneo.

Il punto è che il centrodestra non ha lavorato, almeno fino ad adesso, ad una vera alternativa. Abbiamo vissuto della contrapposizione a Soru:non basta.

Quando, anche da questo blog, ho provato a spingere sul pedale del rinnovamento, ho ottenuto buoni consensi da chi politico non è, ma sguardi biechi dai frequentatori soliti del palazzo. Non vi dico i commenti ( e le preoccupazioni ) quando ho proposto per la candidatura una donna che potesse rappresentare un segno di novità.

Nella sezione documenti troverete un po’ di cose che cercano di tratteggiare la politica che mi piace  e le proposte da mettere in campo. Non è vero che siamo senza idee e che abbiamo paura di esporle: spesso non ci è data la possibilità. La colpa è che ci vediamo poco e niente e che ognuno parla per la piccola porzione che rappresenta. In più, abbiamo rimandato-rimandato le scelte vere ad un domani indefinito.

Sulle scelte, poi. Ieri il presidente Fini ( finalmente !) ha detto che “nel Pdl serve una forte democrazia interna per scongiurare il cesarismo”. Ecco, può valere anche nel dibattito che si sta svolgendo nel Pdl sardo: o tutti sentono di poter dare un contributo o non saremo molto diversi dal Pd dilaniato dalla guerra interna. E il Popolo della libertà nascerà zoppo.

Se qualcuno del Pdl volesse affidarmi un incarico ( per scrivere un programma, ovviamente) farei esattamente questo: chiamerei una trentina tra ricercatori, pensatori ( giovani!), comunicatori e imprenditori e fornirei i documenti in grado di rispondere al Soru del 2004. Costruirei un sogno di centrodestra e poi lo farei diventare una dannata realtà concreta.

(Aggiornamento. Stamattina il Corriere ha scritto che è prevista una riunione del Pdl sardo a Roma. Non è così. Si tratta di una riunione di Fi convocata da tempo. Questo per dire che le scelte vanno fatte – o digerite – insieme).

 

L’AZZARDO DI SORU

Il governatore si è dimesso 

Stamattina il prestigioso Sole 24 ore, in un lungo articolo dedicato al governatore della Sardegna, titolava: “Soru, un uomo solo al comando”.

Il pezzo di Mariano Maugeri complessivamente dipingeva un personaggio capace di bucare lo schermo e di proporre un’ idea di sé e dell’Isola. Ostinato e impolitico. Ma solo, irrimediabilmente solo. Con una giunta che via via aveva perso pezzi pregiati, in primis il Giavazzi sardo, il professor Francesco Pigliaru. 

Più o meno un’ora fa Soru si è dimesso da presidente della Regione. Lo ha fatto dopo che la sua legge sull’ urbanistica si era trasformata in una specie di Vietnam che ricordava molto da vicino il vecchio centrodestra ’99-’04.

Adesso resta da capire che cosa Soru vorrà veramente fare. Potrà tornare indietro- ha trenta giorni di tempo-solo con un robustissimo mandato politico che significherà la vittoria politica contro i suoi numerosi avversari interni. Oppure spingerà al massimo per le elezioni anticipate, facendo liste e scegliendo personalmente gli uomini che dovranno aiutarlo. Niente potrà però cancellare l’ impressione che il Pd – e tutto il vecchio centrosinistra- andrà alle prossime elezioni regionali a pezzi, con l’ incubo di aver fallito la prova della modernizzazione dell’ Isola.

E’ una grande occasione per il centrodestra. Che deve darsi un metodo di lavoro, accelerare nella formazione del Pdl, studiare e proporre un programma innovativo, moderno, efficace. Sono cose da fare che hanno bisogno di unitarietà e di molti cervelli.

Trenta giorni è il tempo che ha Soru per risolvere la sua crisi. Trenta giorni è il nostro orizzonte per scegliere un candidato e poi cambiare la Sardegna nel profondo. 

L’addio della Tinagli, il bluff riformista del PD e una mia provocazione.

Lo scorso anno Veltroni chiamà a sè diverse persone dal mondo della società civile avanzata, un’avanguardia di persone impegnate nel mondo della cultura che avessero voglia di dare una mano al partito, per infondere nuove idee: c’erano Paolo Fresu, Ennio Morricone, Luca Sofri e tra le altre Irene Tinagli, meno nota al grande pubblico. Un anno dopo la Tinagli sbatte la porta: me ne vado. E lo fa svelando il bluff riformista del PD.

Caro Walter, ti scrivo perché ho deciso di dimettermi dalla Direzione nazionale del Partito democratico. Una scelta non facile che nasce dall’esperienza di quest’ultimo anno e dai dubbi crescenti sulla capacità del Pd di proporsi come forza riformista e innovativa, come aveva annunciato di voler fare un anno fa.

Il Pd aveva un’obiettivo ambizioso al quale avevo aderito con entusiasmo e che ora faccio fatica a riconoscere in questo partito, in numerosi ambiti. Dalle posizioni ambigue su importanti temi etici e valoriali, alla gestione di processi politici locali e nazionali, ma soprattutto alle posizioni in quegli ambiti più cruciali per la crescita del Paese: istruzione, ricerca e innovazione. Era su questi temi che coltivavo le aspettative maggiori verso il Pd. Ero stata molto delusa dalle politiche del Governo Prodi, ma speravo che con il Pd si aprisse una stagione nuova, fatta di elaborazione di idee e proposte significative.

Di fronte alle posizioni del Pd su questi fronti non posso che essere sconcertata. Non ho visto nessuna proposta incisiva, se non “andare contro” la Gelmini. Peraltro tra tutti gli argomenti che si potevano scegliere per incalzare il ministro sono stati scelti i più scontati e deboli. Il mantenimento dei maestri, le proteste contro i tagli, la retorica del precariato, tutte cose che perpetuano l’immagine della scuola come strumento occupazionale. È questa la linea nuova e riformista del Pd? (Leggi il resto della lettera)

Faccio una provocazione: il Ministro Gelmini faccia una telefonata a Irene Tinagli. Io ho letto il suo libro e l’ho trovato molto interessante. Chissà che non possa offrire il suo contributo per migliorare il mondo della scuola. Non vi sembra?

Letture per il week-end

Perché il centrodestra deve sempre inseguire sul piano della cultura e dell’informazione? La domanda non tocca alcun nervo scoperto. Non è che da noi c’è il deserto. Da noi manca la spudoratezza. Un esempio? Repubblica è da anni una fanzine del pensiero moralmente superiore. Ma ha praticamente adottato la protesta della scuola, creando persino un portale che ha avuto successo. Vale lo stesso per l’Università. Dà importanza alle manifestazioni, le ingigantisce e crea una corrente di pensiero solida, che ha i suoi punti di riferimento. E’ propaganda? Senza dubbio. Ma chi ha tempo di distinguere la propaganda dalla proposta politica?

Forza Italia si scioglie nel prossimo futuro, chiamato PDL. Non sto a disquisire sulla portata dell’evento, poiché il passaggio al PDL è già avvenuto. Berlusconi si è commosso, ma molto più traumatico sarà l’addio ad AN. Questo è sicuro. Almeno come sentimento.

Il Ministro Carfagna a La7: i miei valori sono Dio, Patria e Famiglia. A parte il già sentito, quanto sono davvero attuali questi valori e cosa risponderebbe un militante di AN? Ai posteri l’ardua risposta.

Un’altra W per i Celtics. Per ora la finale del 2008 è confermata.

Paese vecchio, zeppo di privilegi

Un interessante articolo sul paese vecchio, gerontocratico, che sceglie come soluzione il pur stimato Sergio Zavoli, classe 1923.

Il punto principale della questione, il nervo scoperto del sistema Italia, sta nella scarsa volontà competitiva dei singoli ambiti. Una legge come quella elettorale attuale – per guardare la politica – ha due aspetti che ciascuno di noi può giudicare liberamente, ma che sembrano contraddittori. Da una parte con l’eliminazione delle preferenze personali si elimina la capacità di promuovere dal basso i candidati, dall’altra parte l’introduzione dello sbarramento aumenta la competitività del settore, inducendo le forze politiche a lottare per la sopravvivenza e quindi a cercare un consenso che non basta a sè stesso e serve a raccattare il rimborso elettorale.

Perché farsi un partito conviene, è persino facile, siamo in democrazia. Ma un conto è fare un partito, un conto è competere nel campo delle idee e del consenso.

Nella vita civile accade lo stesso meccanismo, a dimostrazione che non c’è nulla di più italiano che gli italiani stessi. Tutti i settori sono corporativi, intoccabili per definizione. Esistono miriadi di sottosigle sindacali, comitati di protesta, gruppi spontanei di opposizione, che hanno l’unico obbiettivo di difendere una piccola categoria che gode di privilegi. E il punto è che nessuno lotta veramente per eliminare i privilegi, perchè tutti lottiamo per mantenerli, ognuno difendendo i propri.

E’ per questo motivo che il sistema è fondamentalmente chiuso e ostracista nei confronti dei giovani. Perché fino a che un giovane non conquista una piccola fetta di potere e privilegi, non conterà mai nulla. Le soluzioni ci sono? Si, ci sarebbe sempre quella famosa rivoluzione liberale da fare, improntata sul merito. Ma oggi il liberalismo è sotto attacco e persino fuori moda.

Di Pietro prolunga il suo quarto d’ora di celebrità

Andy Warhol profetizzò che con la televisione tutti avrebbero avuto quindici minuti di popolarità. E’ stata una delle più grandi previsioni dell’ultimo secolo. Se avessero detto al mio conterraneo Enrico Berlinguer che un giorno gli eredi del PCI si sarebbero alleati con un ex pm che ha goduto di una sovraesposizione mediatica e di cinque minuti di celebrità, penso che si sarebbe fatto una grassa risata. Come previsione sarebbe stata del tutto scentrata.

Antonio Di Pietro ieri, ancora una volta, ha voluto approfittare dell’enorme spazio mediatico che gli viene concesso quotidianamente sulla televisione di stato (da Santoro è ospite fisso) per accusare Berlusconi di aver corrotto Villari. Questa tra le righe la sua accusa. Ma stavolta non gli è andata bene. Berlusconi ha telefonato, non ha resistito e lo ha accusato di calunniarlo. Mi sembra giusto. La televisione dà alla testa e ormai Di Pietro si sente in diritto di accusare Berlusconi di qualsiasi cosa, nonostante arrivino delle archiviazioni, stranamente offuscate dai giornali.

La più grossa sfuriata televisiva di Berlusconi fu quella contro Scalfari. Memorabile. Anche lì eravamo di fronte a una persona che si sente in diritto di accusare chiunque, dall’alto della sua composta e inimitabile superiorità morale. Notevole anche una contro Michele Santoro, che letteralmente gli chiuse il telefono in faccia. Con Floris il rapporto è di simpatia, Berlusconi non lo nasconde. Ammira il modo fazioso di Floris di impostare la trasmissione: dalle inquadrature alle interruzioni. Lo ammira, ma naturalmente ne è infastidito, in quanto ritiene che sia un modo come un altro per colpirlo politicamente.

La sinistra ama ripetere che Berlusconi è l’anomalia italiana. Può darsi, in genere quando sono loro al Governo fanno finta di niente e dimenticano l’anomalia del conflitto di interessi, per essere pronti a rinfacciarla quando serve. Vero senatore Zanda? Quello che è certo è che Di Pietro rappresenta una totale abnormità. Un uomo povero di idee che da magistrato indagava Berlusconi e che si è portato il suo lavoro a casa. Anzi, alla Camera dei Deputati. Sempre a spese dei contribuenti, naturalmente.

La figuraccia di Veltroni

veltroniDiciamocelo seriamente: Veltroni sta facendo la figura del pollo sulla questione della Vigilanza Rai. Ha sacrificato all’altare dell’alleanza con Antonio Di Pietro, che il giorno prima lo accusa di non fare opposizione, costringendolo a seguirlo, qualsiasi proposta alternativa a Orlando. Intendiamoci, il PD ha tutto il diritto di fare le alleanze che crede, anche se a volte tentenna e preferirebbe l’UDC (dicono così di D’Alema)… ma essersi ridotti a seguire come cagnolini un ex pubblico ministero che combatte politicamente un suo ex imputato, la dice tutta sul livello di degrado raggiunto dal cosiddetto partito riformista.

Pazienza. Io sono profondamente deluso. Veltroni non è stupido. E’ solo incapace di guidare un grande partito. E sta rimediando una figuraccia dietro l’altra, volendo costringere un deputato eletto a rinunciare a delle funzioni per le quali è stato chiamato in modo limpido, cristallino e regolare. In più aggiungendoci la solita solfa del regime, che non può non ritorcersi contro di lui. Che poi in televisione arrivi il solito Gentiloni a dirci che Berlusconi è capo del governo, quindi capo della rai, quindi capo di mediaset, quindi capo di un regime blablabla è solo la ciliegina sulla torta di una situazione ridicola. Questi discorsi andavano bene nel 1996. Ma dopo essere andati due volte al governo sanno tanto di farsa e ci ricordano che alla sinistra interessa solo avere la sua fetta di torta. Per usare l’arma del conflitto di interessi come una clava.

LETTURA ALTAMENTE CONSIGLIATA SULL’ARGOMENTO: GALLI DELLA LOGGIA.

Brunetta, il James Cagney del Governo che dimostra il bluff del Pd sul riformismo

Adesso c’è questo vezzo (Gelmini, Brunetta) di dire che “noi siamo, per certi versi, di sinistra”. Non so bene che cosa significhi, so per certo che la sinistra italiana non ha niente a che fare con le riforme. Anzi, tutto ciò che fa, lo fa per salvare lo status quo, per proteggere chi ha sempre comandato e tutte le rendite di posizione.

Renato Brunetta ha sfoderato una grinta che è difficile rintracciare in qualsiasi altro politico italiano. A vederlo da vicino è mostruosamente basso, ma sprizza energia e quando lo incrocio alla Camera mi fa pensare a James Cagney con il mitra in mano.

Il titolare della Pubblica Ammnistrazione ieri ha detto qualcosa che tutti pensano. Qualcosa che a tutti noi succede. Recentemente ho incontrato dei dipendenti pubblici. Bravissime persone, di sinistra, vicine a Rifondazione e alla Cgil. Odiavano Brunetta, però. Di un odio viscerale e assoluto. Ho provato a ragionarci e dire che era difficile avere – dagli uffici pubblici- risposte in tempi europei. No e poi no.

La sinistra, o quello che ne è rimasto, perchè non si capisce che cosa sia, ha da fare un incredibile salto di livello culturale. Veltroni ci aveva provato con il discorso di Torino al Lingotto, disegnando un Pd riformista e coraggioso. In quell’ occasione aveva ripulito il suo linguaggio pure dalle solite melensaggini e aveva fatto sperare nella nascita di un partito dall’ autentica vocazione riformista.

Oggi si ritrova a inseguire le posizioni di Di Pietro, a rifiutare qualsiasi idea innovativa su scuola e università ( a parte un decalogo di proposte vago come l’ aria di primavera ) e anche i suoi intrepreti migliori ( prendi il senatore Ichino) si trovano senza linea politica.

Ciò che dobbiamo fare noi del Pdl è migliorare la comunicazione complessiva sui provvedimenti e non fare alcun passo indietro. Così si erano mossi Thatcher, Reagan e Tony Blair. Sono esempi da studiare a da ripetere.