Bruno Murgia

Deputato del PDL

Bersani segue Di PietroAbbiamo capito che il nuovo corso del Partito democratico di Bersani è in realtà sempre uguale a se stesso: appresso a Di Pietro. Bersani non ha una linea autonoma, è troppo impegnato a non lasciare la piazza all’Italia dei valori, perdendo la capacità di proporre politica in proprio.

Sabato gli esponenti dell’opposizione scenderanno in piazza contro Silvio Berlusconi e un po’ contro Napolitano. Un po’ ma non troppo, chè le idee compiute non fanno parte della strategia del Pd. Sempre a traino di Di Pietro, poi dei radicali, infine di Casini, Bersani fallisce proprio dove si pensava che potesse essere vincente: un grande partito socialdemocratico di vecchio stampo, solido nelle alleanze e chiaro nei ragionamenti. Così non è.

Se avesse il necessario fegato politico, Bersani attaccherebbe Napolitano, reo di aver controfirmato il decreto del governo che favorisce la riammissione delle liste. Napolitano fa un ragionamento che qualsiasi italiano di buon senso farebbe: che elezioni
democratiche sarebbero se i milioni di elettori romani non trovassero
sulla scheda la lista provinciale del Pdl?

I cavilli sono una cosa, il giudizio degli elettori è ciò che conta.
Cioè: se il comportamento del Pdl laziale verrà giudicato insufficiente allora la Polverini verrà punita. Ma dovranno essere le urne a decretarlo, non una specie di dittatorello sudamericano ignorante come Di Pietro, che si porta a spasso il segretario del Pd.

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Renata Polverini

Alla fine il problema delle firme è il minimo. Siccome in una repubblica parlamentare si fa affidamento sulla rappresentanza, io penso che questa debba essere, come si può dire… trasparente. Rendere trasparente il meccanismo della rappresentanza, fin dalle origini, cioè dalla raccolta delle firme, credo sia imperativo.

E allora perchè non semplificare e rendere razionale il tutto? Che senso ha per un partito che siede in parlamento o esprime una giunta regioanle raccogliere firme per certificare la propria esistenza e liceità? Che senso ha tutto questo se poi si presentano, lasciatamelo dire, cani e porci, del tutto non rappresentativi, che inseguono magari un rimborso elettorale?

E’ un gigantesco cane che si morde la coda. Allora, forse sarebbe meglio fare così: che le liste rappresentate nell’organo di rappresentanza che si sta votando non siano più sottoposte all’obbligo della raccolta delle firme (come succede in America) e che questo obbligo, al contrario, investa chi si presenta con un simbolo / lista nuova ovvero non rappresentata nell’organo che si deve eleggere (dalle provinciali in su).

Il fatto è che in questi anni si cambiano talmente tanti nomi e progetti che il cittadino rischia la confusione, ma questa raccolta delle firme, al di là degli autogol di questi giorni, è un fatto anacronistico che scoraggia la trasparenza.

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Robert Parish, the chief. Negli anni '80 è stato il centro dei Boston Celtics

Negli anni ‘80 mi piacevano ma li ascoltavo di nascosto,troppo springsteeniano per ammetterlo. L’altro giorno hanno suonato a Roma e  me li sono persi.

Sono assalito da lunghissime nostalgie, ricordo a memoria i numeri dei giocatori di basket di quegli anni. Kelly Tripucka? Detroit Pistons, numero 7. Michael Cooper? Lakers, numero 21. Isiah Thomas?11! Parish? Facile: 00.

Ho verificato ciò che compro ultimamente da i Tunes. Sono un cultore delle novità, eppure… Ecco una lista, traete voi le conclusioni: New Order, Duran Duran, Neil Young, Prefab Sprout, A-ha,  Bob Mould  (Husker-du), X, Madonna, Stone Roses, James, The The, Orange Juice, Martin Stephenson, Hothouse Flowers, Waterboys.

Ecco invece la roba quasi nuova: Gaslight Anthem, Julian Casablancas, Kooks, Keane, Phoenix. Insomma, una gabbia nostalgica dove forse è bello rifugiarsi… o forse no?

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Santoro è bravo ma l'informazione pubblica in Italia è faziosa

Confesso: non so se essere felice o meno. La commissione di vigilanza Rai ha stabilito che non possono esserci talk show politici nel mese precedente alle elezioni regionali. Non vedremo in tv nessun esponente di partito. Non ci saranno Vespa, Floris e Santoro e tutti gli altri. Non ci saranno chili di non-informazione o informazione manipolata e lottizzata. Non ci sarà Travaglio con Ciancimino, i capigruppo onnipresenti da Vespa, gli economisti di sinistra da Floris con le tabelle alla bisogna.

Un mese di telefilm e documentari, ascolti bassi, più tempo per gli amici e per la famiglia. Non ho alcuna nostalgia dei talk show di informazione. Non mi interessano le ricostruzioni fantasiose, la verità verosimile, i personaggi che nascono da due passaggi in tv. Li vedi alla Camera, due metri da terra, mah. Mi sembra interessante guardare la 7 la mattina presto e scoprire che esistono altri problemi, le crisi internazionali, la cultura, l’ ambiente. Scopri altri giornalisti, scrittori, professori. C’è effettivamente un altro mondo e persino un’altra Italia, meno soffocante, faziosa, incazzata.

(So perfettamente che questa legge sulla par condicio è allucinate. Come è possibile che in campagna elettorale la tv pubblica offra informazione con il contagocce?La scelta della Vigilanza è piuttosto sconcertante ma si inserisce perfettamente nel panorama assurdo che è la nostra informazione  pubblica e privata Ci sono poi i paladini della libertà, vestiti di viola. Alla manifestazione di  via Teulada c’era una tizia che urlava come un’ossessa. E questi invasati che vedono mafiosi ovunque sarebbero i paladini della libertà?  Ma per piacere. Continuo a pensare che la Rai debba essere privatizzata e sottratta ai partiti.)

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Il Fini-pensiero... molti malintesi

Conosco bene l’italiano: Gianfranco Fini ieri a Oristano ha mica detto di essere stanco del Pdl. Il contrario: “il Pdl così com’è non mi piace, ma non ho nostalgia dei vecchi schemi…”. Stamattina invece il Giornale di Feltri titolava: “Fini: il Pdl non mi va più”. Colleghi dai visi straniti, perplessità, tensione. E’ evidente però il senso completamente diverso delle due affermazioni. L’effetto però è questo:confusione, vosi incontrollate, retroscena. Fini vuole fare un altro partito?

Ma quando mai. E’ così, però, che si costruiscono cose che non esistono. Anche il mio amico Fabio Granata (“il matto”, secondo le intercettazioni sull’affaire Tuvixeddu) diventa un pericoloso nemico di Berlusconi. Non tutto ciò che dice Fabio è condivisibile ma se nessuno è libero di pensare al proprio partito come meglio crede che cavolo di grande partito popolare è? Dove è possibile fare dibattito?

Stamattina ho chiesto a Riccardo Migliori, un veterano del Parlamento e di molte battaglie: “Come andrà a finire?”. E lui: “Il bambino piccolo va accompagnato”. Dunque il rischio non è che si sciolga il Pdl ma come costruirlo, come farne una casa trasparente dove ognuno di noi si senta motivato.

Trovo per esempio che la questione delle quote (70 e 30)fuorviante. Con questo meccanismo non sempre abbiamo messo in pista gente di qualità.Dobbiamo scegliere i migliori, dobbiamo costruire partiti sulle idee e sulla gestione corretta e aperta delle cose.

Specie nelle realtà dove siamo al governo, Sardegna ovviamente inclusa. Ieri il Governo ha fatto 4 nuovi sottosegretari: persone rispettabilissime, compresa la Santanchè. Non c’è nessun sardo in più e voi sapete come la questione della rappresentanza sia anche sostanza. In ogni caso per noi non c’è niente.

L’unanimismo non serve. Nei grandi partiti ci sono maggioranze e opposizioni. Ci sono battaglie sulle idee e sui modi di gestire: basta codificarle con regole interne e molti problemi si risolvono.

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Paninari

14 commenti

Penso che questa storia della presentazione della lista del PDL sia talmente comica da nascondere la gravità della situazione. Purtroppo. Adesso il PDL ha un candidato fortemente indebolito, che pure puntava alla vittoria e ha grandi possibilità di farcela. Non so se si è trattato di dilettantismo, come ha detto Rotondi, manifestando il suo curriculum democristiano. Di sicuro non ci facciamo una gran bella figura, perché alla fine per presentare una lista non è che ci voglia chissà che cosa, in termini di adempimenti.

E’ anche un po’ il segno che il PDL va costruito dalle fondamenta, dalla gente: partecipazione, dibattito e… firme a iosa.

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TURISMO: MURGIA (PDL), BITAS A CAGLIARI INCOMPRENSIBILE
(ANSA) – CAGLIARI, 24 FEB – ‘Non so se ci saranno i tempi tecnici per riportare nel nuorese la Borsa internazionale del turismo attivo della Sardegna: se ci fosse la possibilita’ eviterei che questa manifestazione si tenesse a Cagliari’. Lo ha dichiarato il parlamentare del Pdl, Bruno Murgia.

‘Non so quali siano le valutazioni che abbiano spinto per questa scelta pero’ credo che un workshop organizzato proprio per le zone interne e per un territorio famoso per le sue peculiarita’ ambientali e culturali debba essere sede di iniziative simili.

Perche’ Cagliari? Non me lo spiego – continua Murgia – se crediamo che Nuoro debba diventare il polo dell’ambiente e della cultura allora mi pare sacrosanto rivedere la scelta. Se crediamo nello sviluppo sostenibile per tirare fuori le zone interne dalle secche della crisi, allora iniziative e strumenti come la Bitas non possono che tenersi nei luoghi piu’ appropriati’.

‘Ricordiamo che fu l’Esit, nel ‘94, a creare la Borsa del turismo ambientale – conclude il deputato del Pdl – con molte edizioni tenute nelle piu’ importanti localita’ nuoresi’. (ANSA).

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INTERNET: DISABILE VESSATO;MURGIA (PDL),SENTENZA DISCUTIBILE (ANSA) – ROMA, 24 FEB – ‘La sentenza di condanna ai tre dirigenti di Google e’ molto discutibile. Siamo alla violazione della privacy per interposta persona. E’ come se un sistema di videosorveglianza riprendesse una rapina in strada e si punissero, oltre agli autori della rapina, anche gli installatori della videocamera. Un non-senso giuridico, a mio parere, visto che la responsabilita’ e’ personale’: lo afferma Bruno Murgia, deputato del Pdl.

‘Per disincentivare queste pratiche – aggiunge Murgia – è necessario punire con l’aggravante della diffusione on line e della violazione della privacy l’autore del video e chi materialmente lo carica. Se estendessimo al contrario la portata di questa sentenza, in breve tempo dovremo chiudere molti siti, solo perche’ i proprietari non possono garantire della stupidita’ altrui’.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, Murgia ‘auspica una riflessione serena sul mondo del web e del social network, che miri a salvaguardare la liberta’ di espressione, rispettando il principio della responsabilita’ personale in materia di reati. La sentenza non e’ durissima – ha concluso – ma e’ tutto molto discutibile’. (ANSA).

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Sotto il cielo trasparente cosa c'è?

Sotto il cielo trasparente cosa c'è?

Abbiamo capito che intorno agli appalti pubblici c’è un gran caos. Mi sono fatto questa idea: lavorano sempre i soliti, con tutti i governi, sotto ogni latitudine. Ci sono società e manager che fatturano milioni e milioni. Hanno rapporti con i piani altissimi della politica che noi parlamentari ci sogniamo. Avviene per le grandi opere, per i grandi eventi, avviene nelle piccole realtà locali.

Conosco impresari straricchi e altri che faticano a mettere il pranzo con la cena, e sono gente capace e molto per bene. Magari non sono yes men di un qualche sistema da ungere (o mungere) e da “osservare” con i voti.

Negli Stati Uniti, leggo sul Foglio di oggi, è diverso. Se uno va sul sito www.usaspending.gov troverà una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita grazie ad una legge che si chiama “Transparency act”. L’obiettivo è quello di fornire al pubblico informazioni su come vengono i dollari delle tasse. I visitatori, nell’ordine di milioni, conoscono classifiche, settori di competenza, collegio elettorale di riferimento (non male, eh?), quali sono le principali società di riferimento che hanno vinto gli appalti, stato dei lavori, persone impiegate e così via.

Impossibile in Italia? Certo, se si vuole tenere tutto nascosto. E badate, non è un problema di colore politico. Non sarebbe male se il governo in carica studiasse una legge così. Da parte mia provo a studiare una proposta.

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L’aspetto più deprimente di questa statistica è proprio il numero, nudo e crudo. In Italia si vendono abbastanza libri, ma i lettori sono molto pochi, cioè i lettori saltuari sono circa 25 milioni, quelli che in pratica avrebbero letto almeno un libro non scolastico in un anno. Molto meno coloro che hanno letto più libri: appena il 6.9% quelli che leggono un libro al mese.

Il dato sconfortante è che l’Italia è un paese anziano, con una popolazione scolastica che si mantiene su livelli accettabili solo grazie ai figli degli immigrati, un tasso di natalità bassissimo, al quale fa da contraltare – vivaddio! – l’aumento dell’aspettativa di vita tra le più alte al mondo.

C’è dunque un segmento ultramaggioritario che non legge praticamente mai. Ho letto da poco una notizia che in sè mi ha sconvolto. Una informazione scientifica. Se l’uomo si disabitua a leggere e scrivere, per anni, ritorna in pratica all’età scolare! Non conta nulla il titolo di studio! Un avvocato che si laurei a 25 anni, cominci a praticare la professione a 28-30 e non legga quasi mai, avrà solo da scrivere, quando non lo fa qualcun altro per lui, delle citazioni e poco altro, a 50 anni sarà tornato indietro di 40 anni rispetto alla sua capacità di leggere e scrivere. Con l’aggravante che è in un fase della propria vita nella quale lo sviluppo è cessato da un pezzo: questo vale per tutti, immaginate un medico che non legge mai un romanzo e che è abituato a leggere solo riviste mediche e compilare ricette.

Questo ha un senso: la laurea deve aiutarti a fare una professione non a vincere il premio Pulitzer! Ma l’abbandono del libro e della lettura ha un costo gravissimo, considerando, per esempio, che per prevenire l’alzheimer i medici consigliano di continuare a stimolare il cervello, con letture e appuntamenti sociali.

Il dato dell’editoria è reso ancora più grave dalla politica secondo me sbagliata dei grandi editori, i quali dichiarano di voler aumentare la percentuale dei lettori abituali. Molto bene, peccato che questo sia un obbiettivo perseguito a parole e che invece, nella realtà, essi si muovano unicamente secondo logiche di mercato che comprimono parecchio il rischio d’impresa (so che può sembrare contraddittorio, ma in Italia le grandi aziende che funzionano lavorano in oligopolio, duopolio o monopolio – solo le piccole e medie affrontano davvero il mercato globale).

Gli editori invece seguono la tipologia del lettore, non è vero che aumentano il lettore abituale. Le politiche editoriali sono poco fantasiose e inclini a seguire la moda: funziona Harry Potter? Avanti col fantasy! Funziona Montalbano? Sotto col giallo all’italiana! Piacciono i romanzi di Twilight? Vai con i vampiri! Eppure il caso di Stieg Larsson dimostra che il lettore abituale italiano è si diviso in settori e generi, come ovunque credo, ma è anche poco provinciale, cioè attento alle novità anche quando queste si trasformano in un “fenomeno di culto di massa” (tipo Pink Floyd, Led Zeppelin o Herman Hesse negli anni Sessanta) oppure descrivono paesi lontani dal nostro stile di vita.

Di fatto però gli editori puntano sui generi e fanno politica editoriale basata sul genere, che non aumenta la base dei lettori abituali, ma il numero di copie vendute tra gli amanti del genere. Infatti, come numero globale di copie vendute siamo tra i primi in Europa, mentre scendiamo come numero complessivo di lettori, come detto sopra.

Quindi gli editori non devono semplicemente cercare nuovi lettori abituali (insistere sul genere di successo fa vendere, ma è disincentivante da questo punto di vista), ma cercare nuovi argomenti, nuovi generi per farli piacere, scoprire anche nuovi autori, ma soprattutto provare a dar credito a romanzi non di genere. In Italia i successi letterari più clamorosi degli ultimi anni, che non appartengono alla narrativa di genere, sono frutto di politiche editoriali di marketing molto azzeccate, per la benevolenza di qualche critico sul Corriere oppure per un rapporto stretto col mondo del cinema che amplifica il valore di opere letterarie altrimenti mediocri. Ma fuori da questo circolo si vende poco: a meno di non essere Faletti, che buon per lui, tutto ciò che tocca diventa oro.

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