L’anno nuovo

Neda, la giovane militante iraniana uccisa negli scontri con il regime. E lei, per me, il personaggio del 2009

Neda, la giovane militante iraniana uccisa negli scontri con il regime. E' lei, per me, il personaggio del 2009

1)L’uomo dell’anno per il Sole 24 Ore è il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Per il giornale di Confindustria il ministro dell’economia “ha tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi.”

2) Interessante la scelta del webmagazine finiano Fare futuro:uomo dell’anno è infatti Stefano Cucchi, il ragazzo morto in carcere per le botte. Coraggiosa la famiglia nella ricerca della verità e nel mettere a nudo anche le debolezze del proprio figlio. Un personaggio”normale” dunque, non un politico o qualcuno di molto conosciuto.

3)Buona intervista del ministro Maroni al Corriere della Sera. Parlando del sud Maroni ha detto: “Noi siamo d’accordo a far crescere l’economia del Sud.Il problema e’ come farlo. Per tanti anni si e’ spacciato per lavoro portato al Sud quello che in realta’ erano stipendi per il pubblico impiego e corsi di formazione fasulli dove chi partecipava viene pagato”. Concordo in pieno. Aggiungo, per la nostra Isola questo è l’anno utile per proporre il modello di sviluppo sardo. Aiuti dallo Stato per le infrastrutture necessarie e per le situazioni di emergenza per il resto tutto è nelle nostre mani.

4)Riforme condivise? Mah: dibattito non entusiasmante. Il bipolarismo premia chi vince. E chi vince ha l’onere di proporre i cambiamenti. Film già visto, comunque: ad un certo punto il tavolo salterà perché il Pd –per mascherare i propri problemi interni- dovrà riprendere ad attaccare Berlusconi.

5)Anno nuovo e Giornale vecchio…Titoli di prima pagina del quotidiano di Feltri: “Che barba il discorso di Napolitano” e “Quando Fini voleva cacciare gli immigrati”.

CELLI SNOBBEGGIA MA L’ITALIA E’INGESSATA

Ein uscita il nuovo saggio di Celli. Luscita polemica e un po fastidiosa non impedisce di pensare che le cose scritte nella lettera al figlio non contengano molte verità

L'uscita polemica di Celli è fastidiosa ma non impedisce di pensare che le cose scritte nella lettera al figlio non contengano molte verità

Forse con un briciolo di artificio polemico il direttore generale della Luiss Pierluigi Celli scrive una lettera aperta al figlio nella quale gli consiglia di andarsene via dall’Italia.  Il Belpaese, osserva il manager, non offre alcun futuro ai giovani.

Molte polemiche: chi a favore e chi, soprattutto, contro.

La prima reazione:fastidio. Come si permette un uomo che ha sempre lavorato ai massimi livelli, che non si è mai fatto da parte, che ha sempre fatto il manager di successo sostanzialmente legato alla sinistra politica, a impartirci una lezione così snob? In più il destinatario della missiva non avrà alcun problema a trovarsi un posto di lavoro ben remunerato in una grande organizzazione estera.

Dunque, sì: la lettera colpisce. Ma al contrario. Ti fa venire voglia di restare in Italia e di combattere -come si diceva una volta- il sistema.

Lasciamo stare ciò che dice Daniela Santanchè: vattene via tu!, con quel corollario politicamente scorretto ma ovvio. A partire da lei:sarebbe interessante avere in tv opinionisti seri e giovani, oltre che freschi, piuttosto di chi bivacca nei salotti televisivi.

Il tema vero è la società bloccata. L’assenza totale di meritocrazia, il trucco nei concorsi, la selezione fatta dagli amici degli amici. Questo è il grande dramma italiano e non importa che Celli lo distrugga dopo averlo magari alimentato. E’ comunque vero che combattere da soli non è facile: succede in tutti i campi della vita. Nell’economia, nell’università, nella politica.

Basta vedere come vengono fatte certe nomine: dai ministri agli assessori regionali, compresi i gabinetti che rappresentano un potere reale e operativo. A scorrere gli elenchi c’è da inorridire: poi ci lamentiamo della scarsa qualità nella gestione della cosa pubblica.

Morale: Celli snobeggia, l’economista liberal-riformista Tito Boeri lo sfida sul versante delle riforme da fare per aiutare i giovani, l’Italia appare ingessata. Dobbiamo cambiarla.

Azione Gelmini, primi frutti

Non è un mistero che il ministro Gelmini stia giocando una partita molto dura per la riforma della università italiana. Ci siamo soffermati a lungo sul perché fosse necessaria una drastica inversione di marcia, criticando il carattere contradditorio e conservatore delle manifestazioni invernali dell’ Onda.

Oggi, per la prima volta, un criterio di premialità è stato applicato a quelli che il ministero ha giudicato le università migliori. In parole povere: più fondi a chi è bravo, meno a chi non garantisce decenti standard qualitativi.

Il dato che fa discutere è -ahimè -un altro. Le università sarde sono sotto gli standard che ti fanno recuperare più risorse. Meno 2,08 per Cagliari e meno 2,95 per Sassari. Duro lavoro per i due nuovi rettori. La crisi dell’istruzione superiore sarda fa il paio con la necessità che nell’Isola si investa maggiormente in conoscenza e cultura. Lo ripeto anche adesso e lo ripeterò fino alla noia: meno chimica, più istruzione, cultura e turismo.

Fini: basta con la sindrome da “deserto dei Tartari”

Fini predica ottimismo

Fini predica ottimismo

In Italia una mentalità da emergenza continua, quasi fossimo sempre all’ultima spiaggia“.

Spesso condannato da una lettura superficiale delle sue posizioni al ruolo di equilibrista, il Presidente della Camera dimostra invece di possedere ottime doti di equilibratore, non tanto fra i sistemi o le istituzioni, quanto fra la realtà e la nostra volontà programmatica di modificarla.

I problemi dell’Italia, infatti, per Gianfranco Fini non sono dissimili da quelli di qualunque altro stato europeo. L’aggravante è che noi ci vediamo deformati, sempre in emergenza, sempre sull’orlo del precipizio. E ho notato che i media cavalcano parecchio questa spinta, forse perché spinti dalla crisi delle vendite, riducendo le notizie a un dramma, a un’emergenza continua. Lo si fa da tutte le parti, è proprio un comportamento generico e generalizzato che non trova conferme nel sentire reale degli italiani.

Fini non nega i problemi, anzi, è chiarissimo:

Spesso la percezione del destino comune appare ed e’ assai labile. La necessità di valori condivisi è riconosciuta, almeno a parole, da tutti, ma tale aspirazione risulta di fatto smentita dal frequente ricorso alla delegittimazione reciproca tra avversari politici. Sono convinto che la nostra società e la nostra democrazia siano assai più solide di come possono apparire talvolta, però disorientamento, sfiducia e paura risultano sentimenti diffusi e in crescita.

Fini però non è pessimista, intravede la via di uscita:

Non nego l’esistenza di gravi difficoltà nella vita nazionale, a partire dalla crisi economica, ma l’elenco dei problemi che affliggono la nostra vita collettiva è antico, noto, e sarebbe superfluo ora compilarlo. Al di là della doverosa considerazione delle debolezze strutturali del nostro sistema e di nuove criticità, dobbiamo riconoscere che non si tratta in realtà di questioni molto diverse da quelle che interessano qualsiasi altro Paese europeo.

Si tratta di passare, come si suol dire, dalle parole ai fatti: il governo deve essere in grado di risolvere i problemi, il Parlamento deve affiancarlo nel superare le difficoltà che incontra la collettività. Serve uno sforzo di maturità complessiva, che ci consenta a tutti, come classe politica, di saper individuare con certezza quali sono i nodi da sciogliere, preservando la democrazia e lo spirito di unità nazionale dalla sterile polemica quotidiana, che ha il grave torto di rendere più insicuri tutti, dato che si trasmette l’idea di pensare poco all’utile e molto al futile.

La politica dei vecchi schemi

Franceschini tenta di riconquistare voti a Sinistra

Franceschini tenta di riconquistare voti a Sinistra

E dei vecchi insulti...

Berlusconi accusa Franceschini di essere catto-comunista, l’altro risponde accusando Berlusconi di essere clerico-fascista. In mezzo Fini, che sembra diventato il baluardo della democrazia per la sinistra e Bossi che appoggia la proposta di tassare i ricchi, fatta da Franceschini. Non vi sembra che ci sia un attimo di confusione?

Separare le cose.
Si, molta confusione. Ma un po’ di spiegazione c’è nella pratica. Non prendete tutto per vero, al di là delle schermaglie quotidiane, c’è molta attesa per quello che sarà il risultato delle elezioni Europee che dovrà confermare le linee guida intraprese dai maggiori partiti. Il PDL voterà Berlusconi come presidente del partito, per voto palese, come suggerito intelligentemente da Fini. Cioè senza ipocrisie. Berlusconi è il leader e pur ammettendo un’altra candidatura non c’è bisogno del voto segreto. Altrimenti si dà adito a voci che nella maggior parte dei casi non sono vere, perché la leadership del presidente del consiglio è nei fatti.

Il Partito Democratico: ora o mai più.
Il PD ha deciso di cambiare strategia… non è una battuta. Completo la dichiarazione: il PD, messo all’angolo da Berlusconi, ha deciso di tornare ad essere antiberlusconista, con un leader ad interim. Sembra che la strategia si risolva in un enorme “o la va o la spacca”. Franceschini prova a riconquistare spazio alla sua sinistra: frasi dure contro Berlusconi, proposte demagogiche a ogni più sospinto, finto orgoglio democratico e via dicendo. E se alle Europee il PD non si risveglia che strategia propongono? Quella delle manette preventive è appannaggio di Antonio Di Pietro. Quella del “volemose bene con tutta la famiglia dc” è appannaggio di Casini (e non è poi tanto sbagliata, in periodi di crisi, tra l’iper-ottimismo e lo scassamento di palle un bel sorriso brizzolato può far effetto…). Gli rimarrebbe da giocarsi l’ultima carta: provare ad essere socialisti, dalemiani, senza piccoli rutelli tra le gengive. Impossibile dai.

Il PDL.
In Sardegna come altrove, ovunque, nasce il PDL. Cosa deve essere l’ho già scritto. Cosa vorrei che fosse in questo anno non lo so, non penso che si rischi l’equivoco del PD, perchè il PDL nei fatti esiste dal 1994. An e FI non si sono mai separate, sono sempre state insieme, la gente le ha percepite come unite o pronte ad unirsi. E la questione della leadership è davvero un contorno, a patto che si decida di fornire alla nuova struttura gambe agili e forti e che non si cementifichi la nomenclatura attuale, permettendo anzi al partito di far crescere nuove classi politiche. Un conto è un partito personale del 5% come l’IDV, che senza Di Pietro non può esistere. Un altro conto è l’eredità politica di Berlusconi, che mira a costruire un polo unico moderato del 40%.

Il progetto del PDL sardo

In attesa del pdl sardo

In attesa del pdl sardo

In attesa del Congresso regionale, che si terrà dopo il congresso nazionale, ecco le idee che intendo portare avanti per definire meglio il nuovo progetto. Una cornice dentro la quale portare quattro proposte per la Sardegna, anche di carattere programmatico. Questo è un sunto, nei documenti ho già espresso qualche idea in merito, ci sarà un documento riassuntivo, più asciutto, che presenterà le proposte in modo analitico.

La cornice: Il PDL sardo dev’essere il Partito del Popolo Sardo: autonomista, aperto e democratico. Dev’essere differente dal PDL nazionale a causa della sua specificità identitaria, una declinazione sarda del partito italiano, con le sue caratteristiche. Questo perché in Sardegna sperimentiamo alleanze con forze locali o iniziamo a sperimentarle con una grande forza storica autonomista, come il PSD’AZ. Il Partito del Popolo Sardo, dev’essere pertanto in grado di possedere una propria  identità, una propria indipendenza decisionale, dev’essere in grado di formare classi dirigenti sarde, preparate a governare il nostro territorio. Un partito conservatore si, ma non retrogrado. In grado di corrispondere, con le sue diverse voci, alle problematiche della società.

La parte programmatica si fonda su quattro voci, per quanto mi riguarda:

1) Ambiente e turismo: dobbiamo mostrare la formula per coniugare la conservazione dell’ambiente con lo sviluppo turistico. L’equivoco principale sorge dal fatto che in molti sostengono l’equivalenza turismo=coste (molti anche della mia parte). Non è così: l’equazione è turismo=sviluppo e coste=interno. Bisogna cioé fare un grande sforzo promozionale, culturale, economico, per rendere fruibile l’interno, in modo da liberare le coste dal sovraffollamento, ammesso che vi sia, senza per questo diminuire l’afflusso turistico. Migliorare le reti viarie interne, i collegamenti, mettere in rete gli eventi, allungare la stagione, proteggere i nostri prodotti, promuovere la nostra isola, sfruttare le potenzialità del marketing online, patrocinare la cultura. L’ambiente va considerato non come una campana di vetro, che sarebbe preferibile veder deserta – era il pensiero di Soru. L’ambiente è anche dove viviamo, non possiamo sradicarci da qui. Per cui: strumenti flessibili e non rigidi, concertazione costante con gli enti locali, blocchi più severi dove servono, bonifiche, recuperi e divieto di nuove costruzioni in presenza di abusi edilizi non sanati.

2) Agricoltura, artigianato e allevamento: una politica costante di sostegno a tutte le aziende in difficoltà, valorizzazione dei prodotti sardi, a partire dalla pecora sarda, che è specifica. Sostegno ai distretti artigianali: cave, sughero e altri settori in difficoltà.

3) Università e sviluppo integrato: le università devono servire a laureare giovani in grado di operare nel territorio, con una preparazione coerente con la nostra economia attuale e con quella che vogliamo instaurare. Salvare il salvabile per quanto riguarda l’industria, non propriamente ecologica, portare a casa quante più assunzioni possibili, riconvertire le imprese in difficoltà in settori compatibili con l’ambiente. Aprire a delle farm tecnologiche a basso impatto ambientale, creare dei corsi universitari in grado di soddisfare l’eventuale domanda di lavoro.

4) Cultura: patrocinare gli eventi culturali. Costruira la Biblioteca Nazionale Sarda, in senso fisico, non solo digitale, che ha il compito di preservare il nostro patrimonio culturale, creando delle copie digitali, per archivio e mettendolo a disposizione degli studiosi e del pubblico. Una Biblioteca che conservi tutto: dalle arti ai saperi, dalla musica all’enogastronomia, dai costumi tradizionali fino alle feste religiose, dal diritto al canto a tenore. Affidata a personalità di chiara fama: studiosi, storici, antropologi, filologi.

Questi 4 punti, che sono chiaramente espandibili in diverse direzioni, anche programmatiche, dovrebbero rappresentare l’impronta identitaria del partito del popolo sardo. Ed è ciò che intendo portare avanti.

UPDATE. Cappellacci sulla possibilità di una centrale nucleare nell’ Isola: «Devono passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile. comunque Berlusconi manterrà le promesse»

Donne in pensione a 65 anni? Parliamone

Se non riformiamo il nostro sistema di Welfare, a partire dall’innalzamento dell’ età pensionabile, puniremo le generazioni più giovani.

Guardate questa tabella: se non fossimo il paese timoroso che sappiamo, dovremmo ammettere che Brunetta ha proprio ragione. Le donne italiane vanno in pensione molto prima delle altre nel resto d’ Europa e l’ aspettativa di vita è di 83 anni.

Il ministro tascabile con l’ aria da James Cagney ha il brutto vizio di mettere sempre il dito nella piaga e di scatenare un mucchio di polemiche. Qualcuno a destra dice: “non era il momento” ( se non ora, quando ? ). I sindacati sono nettamente contrari e non avevamo dubbi perché essi sono il più grande freno alla modernizzazione dell’Italia.

Diciamo sempre che soffriamo la crisi dei posti di lavoro, che il nostro sistema di welfare non è moderno, che gli ammortizzatori sociali sono esigui e per pochissimo tempo. Non agiamo, però, di conseguenza.

Non c’è bisogno di essere un Giavazzi o un Boeri o un Pietro Garibaldi per affermare che in Italia la nostra classe dirigente lavora sistematicamente contro i giovani. Andare i pensione così presto ( dopo aver abolito lo scalone, che invece molte risorse recuperava) significa togliere soldi preziosi al welfare e alle casse dello Stato, che li utilizzerebbe molto meglio.

Conosco poi la obiezione della mia amica Barbara Saltamartini: “ prima di arrivare all’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne, è prioritario avviare serie politiche di conciliazione e di promozione della maternità per sostenere le donne all’interno del mondo del lavoro”. Il ragionamento non fa una piega. Ma domando : con quali soldi ? Non è il caso di rischiare qualcosa e cambiare il nostro welfare in profondità ? A sinistra ci sono donne favorevoli ( Bonino, Lanzillotta, Mafai) a patto che ci sia più lavoro e più asili. Posto che siamo d’ accordo sul fatto che le donne faticano più degli uomini a trovare lavoro, che c’entrano gli asili? Una donna di 35 anni infatti ha il problema di gestire i propri figli, ma è in piena attività lavorativa. Non pensa alla pensione. 

Prendete questi dati: il 62% circa del nostro sistema benessere è assorbito dalle pensioni, contro la media europea del 46%. Il 2% va ai sussidi alla disoccupazione, contro la media europea del 6,5%. Solo il 28,5% accede ai sussidi quando perde il lavoro. Il 22,5% ha un’ integrazione di reddito, ma per i 2/3 niente. Solo 3 famiglie su 22 vengono aiutate, contro le 18 su 26 della Gran Bretagna.

Sono cifre che riporto da un mio vecchio intervento alla Camera quando si discuteva di Protocollo del Welfare. Ministro era Damiano, la mediazione con Rifondazione assumeva tratti esilaranti. Con questi dati, come è possibile fare politiche di sostegno alle famiglie, costruire più asili e investire nella salute ? impossibile.

Ora la faccenda è questa: come riformare lo stato sociale mantenendo i vantaggi per le famiglie e per le donne ? La mia risposta è semplice: non certo lasciando le cose immutate. Dunque Brunetta-Cagney ha fatto bene ad aprire la discussione. La prossima volta dirò ciò che penso della riforma del contratto di lavoro e della precarietà.

Università: meno iscritti più professori

L’ennesimo rapporto del sole24 Ore, richiamato oggi anche da La Nuova Sardegna e l’Unione Sarda illumina sullo stato delle università italiane e in particolar modo di quelle sarde. Preciso da subito che l’inchiesta conferma l’allarme sollevato dal ministro Gelmini: la scuola pubblica e l’università sono uno stipendificio, dove si esaltano gli sprechi e la cattiva gestione delle risorse umane. In Sardegna la situazione, nonostante le parole rassicuranti del rettore dell’ateneo turritano Maida, è addirittura peggiore. A Sassari, infatti, c’è il record di professori:

In particolare a Sassari vi sono 477 professori su una popolazione di 7.284 studenti (questi ultimi in calo dal 2000 del 7,1%), cioè un docente per poco più di 15 allievi. Pertanto mentre gli studenti in otto anni sono diminuiti i professori ordinari sono diventati 228 (il 54,1% in più rispetto al 2000); gli associati 249 (il 37,6% in più rispetto al 2000). Sono cresciuti anche i ricercatori: oggi 236 (+11,8 rispetto al 2000).

A La Sapienza di Roma, uno dei più grandi atenei del mondo, il rapporto è di 1 docente ogni 24 studenti. A Cagliari la situazione non è sensibilmente diversa:

I professori sono 690 su una popolazione di 15.319 studenti in corso regolarmente visto che gli iscritti sono 36mila. Anche nell’ateneo guidato da Pasquale Mistretta gli allievi diminuiscono: dal 2000 il decremento è stato del 13,3 per cento. Tanto che il rapporto è diventato di un docente per poco più di 22 allievi. Anche a Cagliari nonostante gli studenti siano diminuiti i professori ordinari sono diventati 329 (il 48,9% in più rispetto al 2000). Gli associati sono 361 (e anche in questo caso il 4,9% in più rispetto al 2000). Infine sono cresciuti anche i ricercatori: 507 (+40,8 rispetto al 2000).

Un numero un po’ più in linea con alcuni dati nazionali. I tagli calcolati per studente colpiranno sicuramente Sassari, anche se non sono calcolati in base alla distribuzione meritocratica del 5%, prevista dal decreto. Onde per cui sta agli atenei dimostrare di saper razionalizzare le risorse. Il rettore dell’ateneo cagliaritano Mistretta, su La Nuova si difende, dicendo che sono aumentate le spese per gli stipendi, nonostante gli aumenti non siano stati percepiti sulle buste paga. Colpa della crisi. Per i rappresentanti degli studenti sassaresi la questione va analizzata meglio, il dato non è omogeneo. Ci sono facoltà con meno professori e altre con più professori.

Ad ogni buon conto i numeri confermano il fatto che la riforma 3+2 (Berlinguer /Zecchino) è stata deleteria. Ha ingigantito il numero dei corsi senza produrre alcun effetto benefico nel mondo del lavoro. La situazione dei laureati in cerca di prima occupazione è rimasta invariata. Nel frattempo le università hanno aumentato a dismisura questi corsi, alcuni veramente inutili e doppioni di altri esistenti, per accapparrarsi più fondi, creando un circolo vizioso che alla fine danneggia solo lo studente che porta a termine gli studi.

Per adesso abbiamo delle misure di contenimento, ma sicuramente negli anni la riforma dovrà esserci e incidere in maniera complessiva su tutte le problematiche del mondo universitario. Dico questo anche auspicando un confronto preventivo con le parti interessate (non con l’opposizione), che se produce buoni frutti è positivo, altrimenti si va comunque avanti. Prima, non dopo.

Dalla scuola alla ricerca serve un’overdose di merito

A differenza di quaranta anni fa gli studenti oggi scioperano con i professori. Cosa è cambiato da allora? In termini di ideologie si sperava che fosse cambiato molto, ma ho come la sensazione che i professori giochino a fare i maestri di allievi-ideologi da modellare a loro immagine e somiglianza. Tentano, in sostanza, di sostituire il loro fallimento con un finto rigurgito rivoluzionario che affonda le proprie radici nella debolezza dell’attuale opposizione politica.

Quando l’opposizione di sinistra è debole ci si appiglia ad altro. Lo fecero nel 2002 con Cofferati a la riforma del lavoro, lo fanno oggi con gli studenti e la riforma della scuola. Il vero problema, nell’università, non sono i tagli, ma lo spreco di risorse. Perché l’Italia per i propri studenti universitari spende molto di più che altri paesi. Ha ragione il prof. Giavazzi: da noi laurearci in qualche modo conviene, anche se bisogna fare molti sacrifici per concludere l’intero percorso universitario. Il reddito netto delle famiglie, negli anni, ha perso valore e tutto costa di più. Ma non si può affermare che lo Stato intende chiudere le Università o ha poco riguardo per l’istruzione. Semai è vero il contrario: la politica riconosce nella scuola e nei dipendenti pubblici una sacca di voti da portare via e mettere al sicuro. Vi siete mai chiesti come mai abbiamo così tanti bidelli, insegnanti e personale di amministrazione? E come mai c’è un’elevata richiesta di turnover? Continue reading »

SCUOLA E UNIVERSITA’, LA DISINFORMAZIONE E’ TUTTO (Avanti, Gelmini !)

Appurato che del riformismo di Veltroni non c’è neanche l’ ombra, vediamo di dare le informazioni GIUSTE E VERE sulla riforma della scuola targata Gelmini.

Maestro unico: è una formula che esiste in tutta Europa, il modulo è una anomalia tutta italiana. E’ provato che più insegnanti non producono migliore didattica. Il maestro prevalente non fa il suo dovere? Esiste LA VALUTAZIONE dei risultati per premiare merito e capacità. La sinistra, evidentemente, non vuole un atteggiamento di questo tipo.

Voto di condotta. Non ha volontà sanzionatoria, ma a scuola si va per apprendere e non per fare casino. A scuola si rispettano regole e si studia.

Tempo pieno: non sarà tagliato. Chi dice il contrario racconta balle. Personalmente non credo che sbattere il figlio a scuola per 12 ore significhi che cresca meglio. Balle. La scuola non può essere un parcheggio, in ogni caso: ci sarà l’ insegnante prevalente e gli altri due saranno spalmati in altri orari. E non è vero che ci saranno 87 mila licenziamenti. Però, spinti dalla sinistra sindacale e da una lotta interna tra i sindacati di base e quelli tradizionali, insegnanti e ragazzi scendono in piazza senza capire di che parlano.

Sulle classi ponte (lo spiega l’ottimo Antonio Palmieri): anche lo scrittore di sinistra Sandro Veronesi, in una recente intervista al Corriere, si è dichiarato d’ accordo. “Succede- ha detto – che molti italiani stanno spostando i propri figli dalla scuola pubblica a quella privata, perchè è impossibile farli studiare con tranquillità”.

E l’Università? Gelmini dice che si rischia la fine dell’Alitalia. Abbiamo il corpo docente più vecchio del mondo. Una serie di baroni che hanno gestito gli atenei all’ insegna del nepotismo. Ricercatori mal pagati e assegni per le ricerche solo ad alcuni. Soldi buttati via. Però i ragazzi della sinistra scendono in piazza. Vogliono perpetrare un sistema che ci vede agli ultimi posti nel mondo. Lontani dalle eccellenze e dai migliori. Non guardano al di là del proprio naso.

Ci sarà una riforma, e verrà giù il mondo, perché si toccheranno situazioni di potere incancrenite da anni. Bisognerà ringiovanire il corpo docente: un imperativo riformare il sistema di reclutamento di docenti e ricercatori. A quei ragazzi che si sdraiano nelle aule per imitare gli zii, chiedo: vi piace il sistema attuale? Vi piacciono le raccomandazioni ? O non è meglio ridurre il numero dei dottorati ma, quando uno arriva a quel livello, dargli buoni stipendi e farlo lavorare bene ? Vi piace il livellamento verso il basso, con centinaia di ricercatori quasi alla fame ?

I rettori, poi. Non sarà il caso di limitarne il numero dei mandati? Abbiamo 5.500 corsi di laurea: uno spreco che non ha eguali in Europa e rappresentano una offerta che finisce per non rivolgersi al mondo del lavoro.