L’Alemanno pensiero

Eppure dovrebbe saperlo che utilizzare il Campidoglio a mo’ di trampolino per tuffarsi a palazzo Chigi porta male. Prima di lui sia Veltroni sia Rutelli hanno fatto splash: un buco nell’acqua. Tuttavia, forse perché Roma s’è destra da un pezzo, il sindaco dell’Urbe rompe gli indugi e si candida. Il dopo Berlusconi? «Io», dice al Foglio Gianni Alemanno, in una lenzuolata in cui parla di tutto: dal Pdl al federalismo, dalla manovra a Fini.

Da re di Roma a imperatore d’Italia: ecco il sogno di Gianni visto che «il Pdl può esistere senza Fini e dovrà esistere anche senza Berlusconi». Un messaggio ai cofondatori nel momento strategico in cui il primo, Gianfranco, sembra scaldare maggiormente i cuori dei sinistrorsi mentre il secondo, Silvio, pare provato dagli estenuanti braccio di ferro interni. E lui, Alemanno, che quando tra il Cavaliere e il presidente della Camera volavano gli stracci tesseva la tela per scongiurare la rottura, ora sembra passare all’incasso. Della serie: tra i due litiganti il terzo, cioè io, gode.

Parla di squadra, Alemanno, di «un gruppo di dieci o venti dirigenti che governeranno» il dopo Berlusconi ma lui si vede bomber, allenatore, leader. Fini? Fuori gioco. Il colonnello Alemanno ha già mollato da un pezzo il suo ex generale e quando poi quest’ultimo s’è messo in testa di fare l’anti-Cav di professione, Gianni gli ha voltato le spalle, giurando fedeltà ad Arcore. E lo dice il perché: «Ho scelto di stare dalla parte di Berlusconi. Mi sento berlusconiano nella cultura del fare. Non mi sento finiano per troppe rotture progressiste fatte da Fini in questi anni: penso all’immigrazione, alla bioetica, a tutti quei temi che fanno emergere una pulsione politica più giscardiana che gollista». Ma Alemanno non è e non può essere la copia giovane di Berlusconi. Ha la politica nel sangue e «non mi sento berlusconiano  per certe concessioni alla cultura consumistica». Con Silvio, per Silvio ma anche oltre a Silvio.

Una sfida che deve iniziare subito attraverso il redde rationem tra i due cofondatori, nell’ambito di «un congresso entro i primi sei mesi del 2011 e non dopo».  Alemanno ha in mano Roma, potrebbe fare il pieno di tessere e poi… I pretendenti alla successione berlusconiana però non mancano e Gianni lo sa. Tremonti, per esempio. Solo che il ministro dell’Economia piace più ai poteri forti, ai salotti, agli economisti mentre lui piace da morire anche ai poteri deboli, alla piazza, ai dipendenti pubblici, al popolino. L’ideale sarebbe un’investitura dal basso: «Bisogna vincere le paure e avere il coraggio di convocare le primarie. Per le elezioni dei governatori. Per le elezioni dei sindaci. Per i collegi uninominali.

Magari un giorno – butta là – anche per la presidenza del Consiglio». In un comizio è senz’altro più trascinante un Alemanno, che ha imparato ad arringare la folla ai tempi del Fronte della gioventù, che non un Tremonti abituato alle lectio ad Oxford. Ma l’economista di Sondrio, più che una minaccia, potrebbe essere un prezioso alleato, un valore aggiunto. Anche perché la cosiddetta economia sociale di mercato è sempre piaciuta un sacco ad Alemanno. «È vero – ammette il sindaco – sono molto affascinato dal tremontismo e nei suoi libri mi ci ritrovo al cento per cento».

Passi che Tremonti sia coccolato dai leghisti. Per Alemanno il Carroccio, a differenza di Fini, non è mica un mostro da abbattere, anzi. «Maroni e Calderoli sono molto bravi e preparati ed è urgente completare il federalismo sia fiscale sia istituzionale». Dal nero al verde-Padania? «No, non sono diventato leghista ma il concetto della parola federalismo viene dalla parola latina foedus, unire». Non solo: «Se si vuole davvero abbassare le tasse credo che il federalismo ci aiuterà a realizzare questo sogno». Poi, da politico con le radici nella Prima Repubblica, Alemanno non può non citare Casini, uomo che «ha un Dna troppo simile al nostro per vivere lontano da noi». Aperture al centro e anche all’alto visto che, sua pallino: «A Roma si devono iniziare a costruire grattacieli». Un’ipotesi stroncata da molti, da Sgarbi a Stracquadanio, da Buontempo a una selva di architetti: «Edifici più alti del Cupolone? No, mai». Ma Alemanno continua a puntare in alto. © IL GIORNALE ON LINE S.R.L

La Lega sbarca al sud e fa egemonia culturale

Alle prossime elezioni provinciali sarde la Lega non mancherà. Non è una novità, come sapete sono sorte delle sedi leghiste in vari comuni, ma questo fatto ci dice molte cose sulla capacità dei leghisti di penetrare il territorio. La cara vecchia politica, la militanza (che noi avevamo molto cara) non si è persa. Il valore della militanza paga e risponde ai bisogni della gente: non hanno inventato nulla i leghisti, ma sono riusciti in una gigantesca operazione di egemonia culturale che non si vedeva dai tempi del PCI.

Il fatto essenziale è capire come siano arrivati a questo punto.

Prendiamo un esempio: la regolamentazione delle coppie di fatto è un bisogno credo universalmente riconosciuto come essenziale ormai. Tutti i paesi europei si sono dotati di norme di questo tipo, anche da parte di governi conservatori (in Spagna il partito di Aznar per dire). Ora in Italia ci sono stati tentativi da destra e da sinistra, come per esempio ha fatto Giovanni Rotondi, ebbene ogni tentativo di fare una legge finisce per sbattere contro un muro. Perché? Clericalismo, ma anche miopia. E soprattutto mancanza di dibattito pubblico. Non se ne parla e si conclude che non è importante.

Insomma, non si è mai fatta egemonia culturale sul tema, non lo si è fatto diventare un tema di importanza rilevante, talmente rilevante da solleticare il problema del consenso.

Ora veniamo al Federalismo. Prima che la Lega parlasse di Federalismo parlava sovente di secessione. Il Federalismo è stato il prodotto dell’alleanza della Lega coi partiti governativi. Tu ti allei con me al Nord, ma rinunci alla secessione: in cambio hai federalismo e ministeri. Normalissima trattativa politica, alla luce del sole peraltro e molto positiva per la coalizione di centrodestra. Ieri Bersani ha chiesto subito il senato federale, se non sbaglio.

Cosa significa questo?

Che la Lega sul tema ha fatto egemonia culturale, il tema è entrato nel dibattito e benchè sia meno stringente di altri temi, oggi viene sempre affrontato ed è un dibattito da campagna elettorale, nonostante molti ignorino quali benefici potrebbe portare…

Lo stesso meccanismo la Lega lo fa per l’immigrazione clandestina e per altri temi ai quali tiene in particolare modo. Ci tentò pure con l’euro, ma alla fine gli italiani, pur patendone, si sono abituati a questa nuova divisa.

Secondo la Sinistra che analizza i dati televisivi, la Lega non ha bisogno di andare in tv (e ci va molto meno del PD e del PDL) perché i suoi temi sono all’ordine del giorno, perché Berlusconi inculca la paura e genera un clima adatto alla Lega.

E’ sbagliato! Che paura può fare il federalismo? Eppure ne parla anche Bersani! La spiegazione è nella forza dirompente della Lega che è in grado di porre al centro dell’attenzione dei temi che diventano egemonici. Una lezione gramsciana che chiunque dovrebbe ricordare, che il PD ha smarrito e che il PDL non ha ancora mostrato di apprendere. Il radicamento nel territorio è il primo passo, perchè la Lega incolla i problemi ai territori e la loro risoluzione alle persone del territorio. Là dove non arriva la tv ritorna Gramsci. I sardi alle provinciali ci faranno capire se questo trend continua.

Regionali: ha vinto il centrodestra

Sette regioni a sei, questo è il computo finale che non rende l’idea della portata della sconfitta del centro-sinistra, che pure parlava di “cambiamento”, “tramonto”, “crisi di Berlusconi”. Quasi sempre i fatti sono più forti delle parole… e se le parole di sconfitta o di riconoscimento della vittoria le pronuncia anche Di Pietro, direi che l’analisi da fare è semplice.

Stravince la Lega a dimostrazione che nel mercato delle proposte e delle idee, vince chi ne promuove poche ma ben definite. E soprattutto c’è un fatto che non so se sarà analizzato dai politologi e dagli esperti: credo che per la prima volta da 90 anni e passa (cioè dalla vittoria dei Socialisti nel 1919, non contando il disomogeneo raggruppamento liberale) vinca il partito più anziano presente in campo: la Lega infatti è una forza nata negli anni Ottanta, un simbolo che esiste da oltre venti anni, a differenza dei nuovi partiti nati dalle ceneri delle dissoluzioni, scissioni e fusioni dei vecchi partiti della Prima Repubblica.

Un successo di un partito-movimento, di un partito-sostanza, che da tempo ha abbandonato la struttura del partito-leader che si identificava con Bossi, che è diventato partito di Governo, grazie alla palestra delle amministrazioni locali, che adesso si consegnano alla Lega in massa. Il successo in Piemonte è più significativo di quello nel Veneto, proprio per il valore storico della regione, che ha conosciuto una forte presenza del movimento operaio.

Il PDL non guadagna certo, ma nel dato del riepilogo nazionale va tenuto conto che mancava la lista di Roma, che ovviamente porta 3-4 punti percentuali in più. In buona sostanza però ha retto l’alleanza PDL-Lega e gli elettori l’hanno premiata, riconoscendo anche il cattivo governo di alcune regioni amministrate dal PD (la Campania ha svoltato in modo epocale e nel Lazio Renata Polverini ha vinto partendo ad handicap).

Come avevo previsto Di Pietro alla fine ha il fiatone e chi propone un costante voto di protesta finisce per alimentare chi protesta più forte di lui, quando sente che sta andando oltre e che vuole governare. Ecco quindi i voti dati alle liste di Beppe Grillo, che hanno tolto voti alla Sinistra, ma che sono l’espressione genetica di un modo di intendere la politica che non ha a che fare con l’amministrare. Il PD se vuole costituire una concreta alternativa di governo, deve prima di tutto guardare alla sua proposta politica. Se ne ha una.

Dio, che noia!

Dio, che noia. Lo sappiamo che i vescovi sono contro l’aborto. Sappiamo che il nostro è uno Stato laico. Sappiamo che la Chiesa non deve intromettersi nelle cose terrene (leggi elezioni).

Sappiamo anche ciò che dice la Bonino. La solita vecchia canzone a favore dell’aborto. Anche il nostro grande Giulianone Ferrara ultimamente si è fissato. Poi conosciamo perfettamente il parere dei mille radicali sparsi nel mondo, che non mancano di lanciare le freccette contro il bersaglio grosso della Chiesa, che non risponderà mai con un lancio di agenzia. Non poteva mancare Farefuturo ( “attenti, sulla laicità non si scherza”). Poi la pletora dei cattolici, il can can sui valori che mancano, i documenti ufficiali, le prese di posizione. La Chiesa bussola di riferimento, la Chiesa luogo dell’intrigo. Fare ciò che si crede e fare il cattolico adulto. Insomma, un corollario di reazioni così scontate e prevedibili da sbadigliare di primo mattino.

Prima che anche io vi venga a noia, dico la mia. La Chiesa ha diritto di esprimere la propria opinione, come crede. Può esprimere opinioni, anche fare politica, rimanendo nei famosi limiti di cui tanto parliamo. Sono perplesso dai tempi, direi intempestivi, di alcune uscite, che infatti hanno richiesto una precisazione, ma c’è un problema. Nel Lazio, battaglia infuocata, Emma Bonino è candidata alla presidenza: è un’abortista integrale. E’giusto che un tema come questo non venga esaminato? Che un cattolico non si ponga almeno il problema? Se la Chiesa non dicesse niente non abdicherebbe al proprio ruolo di guida morale e spirituale? E’ giusto che un candidato si spogli della propria storia personale? Sta all’elettore decidere. Sta al cattolico risolvere il dilemma interiore e stabilire se votare Bonino o meno. Caso mai c’è il solito problema di una sinistra che non riesce a essere sinistra fino in fondo e che fa fare acrobazie verbali alla Bonino, che pur con la sua storia dovrà essere abortista ma non troppo, in ossequio all’ala moderata del PD.

QUANTE DESTRE /1 (di Ernesto Scotti)

1) David Cameron è in testa nei sondaggi per le elezioni che si terranno in Inghilterra tra breve. Gordon Brown appare logorato rispetto al giovane rivale, anche se negli ultimi tempi il Labour ha cominciato una lenta ma continua risalita. Perché? I commentori credono che sia l’effetto ancora indefinito che Cameron comunica. Il suo è un mix di destra riformista, di destra solidale che si allontana sostanzialmente dal credo tatcheriano. C’è molta attenzione alla questione verde ( Cameron non manca di farsi fotorgrafare in bici ) e soprattutto alla comunicazione. Un leader giovane, comprensivo, figo, con l’aria di chi vuol far rinascere Londra. Un po’ come il primo Tony Blair che aveva con sé il mondo della cultura e della musica.

L’effetto comunicazione però, in tempi di crisi, non è sufficiente. Il mix di liberismo temperato e solidarietà si scontrano con il fatto che gli elettori vogliono capire bene che cosa Cameron farà una volta eletto. In più, è la sensazione, potrebbero mancare all’appello i voti tradizionalmente di destra: tasse, spesa pubblica, famiglia,lavoro. Sono i temi che caratterizzano la campagna elettorale e il cittadino vuole saperne di più.

A Brighton, all’ultimo congresso Tory prima delle elezioni, la piattaforma ha virato verso più concrete politiche di destra, con la proposta di tagliare le tasse per impresa e famiglia. Le analisi confermavano il recupero di Brown che, facendo leva sulla crisi, prometteva soldi pubblici per superare le difficoltà.

Cameron giocherà la carta della famiglia. La moglie è incinta del quarto figlio, come dire: c’è futuro qui da noi. La sensazione è che, lo vedremo tra poco con il caso Sarkozy, il mondo post-ideologico fatica ad affermarsi e i cittadini vogliono dai leader che votano politiche coerenti con le proprie storie personali

Sarkò deve risalire la china

2) Sarà stato il matrimonio lampo con Carlà, quelle foto e immagini televisive con i due innamorati in giro per l’Egitto, fatto sta che i francesi hanno punito, e malamente, Nicolas Sarkozy. Troppo attivismo, troppi giornali, scelte impopolari ( il figlio nominato e poi fatto dimettere da capo dell’ Epad ), affrettate quantomeno ( la nomina a ministro degli esteri di Kochner, uomo di sinistra ): i francesi hanno perso il filo del racconto della favola dell’uomo che si è fatto dal nulla. Politiche di destra quasi assenti, molto gossip, temi come sicurezza e immigrazione finiti in fondo all’agenda. Risultato: rinasce la gauche, riprende Le Pen.

I commentatori francesi hanno sostenuto che la crisi del presidente francese  nasce dal non aver messo mano alle riforme. Ma la crisi probabilmente ne ha impedito l’avvio. Dice infatti l’intellettuale francese e sostenitore di Sarkozy Nicolas Baverez: “Sarkozy aveva scommesso su crescita e mondializzazione della crisi. Il cittadino francese si ritrova con un debito personale superiore a quello di un greco. Ma è soprattutto lo stile che ha stancato, le decisioni solitarie e la troppa esposizione mediatica”.

Dunque la destra punisce Sarkò. La rupture si è tradotta in overture alla sinistra, tentando di svuotare il partito socialista: risultato fallimentare.

Certo, ci sarebbe da discutere su una sinistra francese anti-moderna, un po’ come le ammucchiate italiane. Ma questo è un altro discorso.

Nelle prossime puntate si torna in Italia con Tremonti, Fini e Alemanno

(Ernesto Scotti è lo pseudonimo di un giovane giornalista parlamentare )

Elezioni a Nuoro, ecco come la vedo

Fare in fretta

Caro Bruno, leggo che la sinistra nuorese si sta orientando a candidare il medico nuorese Luigi Arru, ex Pd, ex Soru, adesso all’Italia dei valori, perchè, ho sentito dire, il partito di Di Pietro ha chiesto il capoluogo barbaricino.

E voi? Non siete in ritardo? (Fabio-Nuoro )

Caro Fabio, in ritardo? In ritardissimo. Abbiamo un occasione storica e ancora sento parlare di accordi, di partiti che vogliono le mani libere e altro ancora. Massimo rispetto per tutti, ovviamente: ma andare separati in prima battuta ( le elezioni sono a doppio turno) sarebbe un gravissimo errore. Credo che l’elettore nuorese voglia vedere una coalizione compatta che offra l’impressione di poter vincere, di potersela giocare. Per un po’ di tempo abbiamo parlato dell’opportunità di costruire un ampio schieramento post-ideologico per affrontare-sulla base di un programma innovativo- la crisi di Nuoro. Ora non vorrei che quel discorso, che annunciava la nascita di un originale laboratorio nuorese, avesse perso un po’ di smalto.

Fosse per me, domattina annuncerei che il candidato delle liste civiche, del Pdl, dei sardisti, dei riformatori, dei socialisti e dell’Udc è l’ottimo avvocato Basilio Brodu. I sondaggi lo danno alla pari con tutti gli altri ipotetici candidati del centrosinistra. Ma è ovvio: si parte con gli handicap del caso. La tradizionale clientela della sinistra è una formidabile macchina per il consenso. Ecco perchè ogni giorno che passa è un giorno perduto. Un saluto. Br

UPDATE. Stamattina la Nuova scrive che l’accordo dentro il centrosinistra sul nome di Luigi Arru sarebbe ancora in alto mare: Arru è iscritto al Pd, dunque si candiderebbe solo con il consenso di tutti e non in quota ad un solo partito che, tra l’altro, non è il suo. Tutto questo mi spinge a dire che il progetto dell’alleanza post-ideologica vada rilanciato immediatamente. Senza inutili perdite di tempo.

UN MILIONE IN PIAZZA, E’ FESTA. MA VANNO FATTE LE RIFORME

Devo confessare che ero partito per la manifestazione di Roma con qualche perplessità. Una compagine al governo raramente può prendersi il lusso di andare in piazza, sfilare e surriscaldare i toni di una campagna elettorale. Dovrebbero parlare i fatti, era il ragionamento. Poi ci ho riflettuto, soprattutto quando ho visto tutta quella gente camminare per le strade di Roma con una bandiera in mano: il Pdl è veramente un partito con una grande base popolare. Un partito che crede ancora in Silvio Berlusconi.

E’possibile che il forcing della sinistra, le continue indagini, gli scandali a orologeria, i finti martiri alla Santoro e Floris siano la linfa vitale del Cavaliere e dei suoi tanti sostenitori. Un fatto è certo: il popolo di destra non li ama, crede che qualcosa non vada e ritiene che i giudici entrino pesantemente dentro la lotta politica e cerchino di influenzarla senza averne diritto.

Non è una mia idea. Al limite, un politico professionale cerca le soluzioni, pensa che i toni debbano essere bassi, lascia parlare la diplomazia. La gente comune non è di questo avviso: è quello che ho sentito lungo i chilometri del corteo, quello che si percepiva tra i militanti giunti a Roma da ogni parte d’Italia. E’ lo sconforto per il fatto che-regole o non regole- la lista del Pdl di Roma non verrà accettata e milioni di cittadini non potranno esprimere un voto per questioni burocratiche.

C’è una forma di richiamo carismatico che fa ancora presa. Inspiegabile per la gran parte degli osservatori, odioso per i detrattori e per gli osservatori della sinistra. E’ tuttavia quello che avviene quando il Cav chiama alla mobilitazione.

Un  milione di persone o quelle che effettivamente erano sono comunque una responsabilità. Non ci potrà essere un’altra manifestazione nella quale prendersela con qualcuno. Le riforme annunciate e promesse, dall’elezione diretta del presidente della Repubblica al taglio delle tasse passando per la riforma della giustizia sono ineludibili. Non ci sono scuse anche se con la sinistra non sarà possibile mettersi d’accordo su niente.

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Poi c’è sempre molto da imparare: Mario Sechi si converte ad Alemanno. Francesco Bei di Repubblica avrà incontrato nel retropalco i parlamentari finiani…E quelli del Giornale forse soddisfatti di noi aennini orfani di Fini…

Non cambieranno mai

Abituato a Santoro, Di Pietro se ne va. Non regge le polemiche. Intanto, già sappiamo che il prossimo martire sarà Celentano.

E io sabato me ne vado in piazza.

Resistenti da Salotto

Quando la Sinistra evoca la dittatura e il regime, ha un solo modo per riuscire ad essere convincente: buttare giù il Regime. Se c’è dittatura la sua battaglia per la libertà è sacra: non basta una manifestazione. La resistenza va portata in piazza, in ogni strada, ogni giorno, in ogni fabbrica. Bisogna mettere in ginocchio il paese, invadere le piazze, chiedere le dimissioni, trascinare la resistenza sulle strade e resistere alle forze dell’ordine. Nulla deve essere lasciato intentato.

Nulla.

A meno che non ci troviamo di fronte a un allarme all’acqua di rose.

Ce lo vedete Di Pietro recitare un ruolo diverso dall’anti-berlusconiano? Quando è stato al Governo è durato pochissimo: ha un’unica dimensione, da piazza, da resistenza, da opposizione. Quando è stato magistrato istruiva processi contro il suo futuro avversario politico. Cioè zero futuro! E il PD? La sua classe dirigente, a parte il centrismo democristiano, viene da un’era geologica di opposizione, ce l’ha scritto nel DNA, anche se come dice Bossi è un partito valido, che viene sprecato nella mediocrità della proposta politica, mai del tutto convincente.

Insomma: non è una scelta tra chi odia o chi ama, ma tra chi recita una parte irrimediabile e chi può governare.

Mani libere, teoria delle

Centrodestra, l’alleanza scricchiola
I Riformatori potrebbero correre anche da soli. Giovedì il vertice

Pensando alle elezioni di maggio, il cartello politico del centrodestra non riesce a trovare l’unità. Un’alleanza con le bollicine. Quel tappo è ancora saldo, sul collo della bottiglia, ma la voglia che ha il centrodestra di farlo saltare è difficile da contenere. Pensando alle amministrative, i sardisti fanno outing e decidono di allearsi con chi gli andrà meglio, l’Udc si muoverà di conseguenza, i Riformatori – è la novità – oggi decideranno di presentarsi da soli in alcuni grossi centri. E il Pdl che potrebbe alzare la voce e chiudere la porta in faccia a questo frizzante gruppo di partiti (quasi) alleati.

LO SCENARIO Cosa succede nel cartello politico di maggioranza regionale? A Birori, gli ottanta delegati al Consiglio nazionale sardista hanno dato il loro assenso alla linea che il partito sta seguendo con gli alleati del centrodestra. Via libera, in estrema sintesi, ad accomodarsi anche attorno a un altro tavolo, quello dell’opposizione, per cercare un’alleanza dove i programmi e le esigenze del territorio lo consentano. Se non è ancora chiaro in quante Province o in quali centri, le parole del segretario nazionale Giovanni Colli non lasciano dubbi.

A questo punto, l’Udc – un altro alleato con una grande voglia di muoversi – boccia il tavolo delle forze di maggioranza: «Gli incontri con i rappresentanti della coalizione non hanno prodotto, per noi, grandi risultati», ha detto il leader regionale Giorgio Oppi, «non so se parteciperemo al prossimo incontro, la nostra posizione è ben delineata: se ci sono deroghe, allora anche noi ci riterremo liberi di fare le nostre scelte». L’Udc ha dato i quindici giorni alla coalizione, ma l’impressione è che non sia solo un gioco al rialzo.

LA NOVITÀ Il conmpagno di lavoro più fedele del Pdl, il partito dei Riformatori sardi, oggi a Oristano deciderà cosa fare. Ma dopo le dichiarazioni del sardista Colli su L’Unione Sarda di ieri, la linea che proporrrà il coordinatore regionale Michele Cossa ha il forte sapore della novità: i Riformatori – in alcuni Comuni, forse in alcune Province – si presenteranno da soli, mai col centrosinistra ma divisi dall’alleanza che governa la Regione.

IL PDL Questo scenario effervescente non lascia indifferente Mariano Delogu, coordinatore del Pdl e uomo forte dell’alleanza: «Noi non stiamo aspettando che gli altri decidano, andiamo ripetendo da settimane che sarebbe opportuno riproporre agli elettori sardi la stessa alleanza che ha vinto le regionali. Se non sarà possibile – dice il senatore – potremmo decidere di sentirci liberi». Ovvero, di rompere il patto politico che ha portato Ugo Cappellacci in viale Trento e trovare altre strade per convincere gli elettori. Questa volta, il vertice di maggioranza in programma giovedì 18 – fra tre giorni – sembra finalmente un appuntamento di peso, non solo una tappa di avvicinamento alle elezioni.

LA MADDALENA E intorno alla gestione del La Maddalena Hotel & Yacht club, il grande albergo sull’isola in fase di ultimazione, interviene Giacomo Sanna, capogruppo sardista in Consiglio regionale: «È opportuno che la Regione annulli la gara d’appalto per la concessione e gestione dell’ex arsenale militare, affidata alla Mita Resort», sostiene Sanna, «esistono sia una pendenza amministrativa che una penale sui lavori eseguiti». Inoltre – spiega Sanna – «ci sono ragioni di ordine economico e finanziario, che incidono sul bilancio della Regione». Secondo Sanna «a fronte di un imposta comunale sugli immobili di 460 mila euro l’anno, oltre che un costo di ristrutturazione di 254 milioni di euro a carico della collettività sarda, la Mita ha proposto un canone di concessione di 60 mila euro l’anno. È palese dunque lo squilibrio finanziario a danno della Regione». Sanna chiede al governatore Cappellacci «che venga bandita una nuova gara internazionale». Tre giorni fa, il Tar del Lazio ha ritenuto inammissibili i ricorsi contro la Mita di sue società sarde. (e. p. – Unione Sarda)

Interessante intervista ad Antonello Podda del mio amico Enzo Cumpostu. Antonello si dimostra molto più coraggioso di alcuni suoi consumati colleghi.