Bruno Murgia

Deputato del PDL

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Fare in fretta

Caro Bruno, leggo che la sinistra nuorese si sta orientando a candidare il medico nuorese Luigi Arru, ex Pd, ex Soru, adesso all’Italia dei valori, perchè, ho sentito dire, il partito di Di Pietro ha chiesto il capoluogo barbaricino.

E voi? Non siete in ritardo? (Fabio-Nuoro )

Caro Fabio, in ritardo? In ritardissimo. Abbiamo un occasione storica e ancora sento parlare di accordi, di partiti che vogliono le mani libere e altro ancora. Massimo rispetto per tutti, ovviamente: ma andare separati in prima battuta ( le elezioni sono a doppio turno) sarebbe un gravissimo errore. Credo che l’elettore nuorese voglia vedere una coalizione compatta che offra l’impressione di poter vincere, di potersela giocare. Per un po’ di tempo abbiamo parlato dell’opportunità di costruire un ampio schieramento post-ideologico per affrontare-sulla base di un programma innovativo- la crisi di Nuoro. Ora non vorrei che quel discorso, che annunciava la nascita di un originale laboratorio nuorese, avesse perso un po’ di smalto.

Fosse per me, domattina annuncerei che il candidato delle liste civiche, del Pdl, dei sardisti, dei riformatori, dei socialisti e dell’Udc è l’ottimo avvocato Basilio Brodu. I sondaggi lo danno alla pari con tutti gli altri ipotetici candidati del centrosinistra. Ma è ovvio: si parte con gli handicap del caso. La tradizionale clientela della sinistra è una formidabile macchina per il consenso. Ecco perchè ogni giorno che passa è un giorno perduto. Un saluto. Br

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Devo confessare che ero partito per la manifestazione di Roma con qualche perplessità. Una compagine al governo raramente può prendersi il lusso di andare in piazza, sfilare e surriscaldare i toni di una campagna elettorale. Dovrebbero parlare i fatti, era il ragionamento. Poi ci ho riflettuto, soprattutto quando ho visto tutta quella gente camminare per le strade di Roma con una bandiera in mano: il Pdl è veramente un partito con una grande base popolare. Un partito che crede ancora in Silvio Berlusconi.

E’possibile che il forcing della sinistra, le continue indagini, gli scandali a orologeria, i finti martiri alla Santoro e Floris siano la linfa vitale del Cavaliere e dei suoi tanti sostenitori. Un fatto è certo: il popolo di destra non li ama, crede che qualcosa non vada e ritiene che i giudici entrino pesantemente dentro la lotta politica e cerchino di influenzarla senza averne diritto.

Non è una mia idea. Al limite, un politico professionale cerca le soluzioni, pensa che i toni debbano essere bassi, lascia parlare la diplomazia. La gente comune non è di questo avviso: è quello che ho sentito lungo i chilometri del corteo, quello che si percepiva tra i militanti giunti a Roma da ogni parte d’Italia. E’ lo sconforto per il fatto che-regole o non regole- la lista del Pdl di Roma non verrà accettata e milioni di cittadini non potranno esprimere un voto per questioni burocratiche.

C’è una forma di richiamo carismatico che fa ancora presa. Inspiegabile per la gran parte degli osservatori, odioso per i detrattori e per gli osservatori della sinistra. E’ tuttavia quello che avviene quando il Cav chiama alla mobilitazione.

Un  milione di persone o quelle che effettivamente erano sono comunque una responsabilità. Non ci potrà essere un’altra manifestazione nella quale prendersela con qualcuno. Le riforme annunciate e promesse, dall’elezione diretta del presidente della Repubblica al taglio delle tasse passando per la riforma della giustizia sono ineludibili. Non ci sono scuse anche se con la sinistra non sarà possibile mettersi d’accordo su niente.

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Poi c’è sempre molto da imparare: Mario Sechi si converte ad Alemanno. Francesco Bei di Repubblica avrà incontrato nel retropalco i parlamentari finiani…E quelli del Giornale forse soddisfatti di noi aennini orfani di Fini…

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Abituato a Santoro, Di Pietro se ne va. Non regge le polemiche. Intanto, già sappiamo che il prossimo martire sarà Celentano.

E io sabato me ne vado in piazza.

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Quando la Sinistra evoca la dittatura e il regime, ha un solo modo per riuscire ad essere convincente: buttare giù il Regime. Se c’è dittatura la sua battaglia per la libertà è sacra: non basta una manifestazione. La resistenza va portata in piazza, in ogni strada, ogni giorno, in ogni fabbrica. Bisogna mettere in ginocchio il paese, invadere le piazze, chiedere le dimissioni, trascinare la resistenza sulle strade e resistere alle forze dell’ordine. Nulla deve essere lasciato intentato.

Nulla.

A meno che non ci troviamo di fronte a un allarme all’acqua di rose.

Ce lo vedete Di Pietro recitare un ruolo diverso dall’anti-berlusconiano? Quando è stato al Governo è durato pochissimo: ha un’unica dimensione, da piazza, da resistenza, da opposizione. Quando è stato magistrato istruiva processi contro il suo futuro avversario politico. Cioè zero futuro! E il PD? La sua classe dirigente, a parte il centrismo democristiano, viene da un’era geologica di opposizione, ce l’ha scritto nel DNA, anche se come dice Bossi è un partito valido, che viene sprecato nella mediocrità della proposta politica, mai del tutto convincente.

Insomma: non è una scelta tra chi odia o chi ama, ma tra chi recita una parte irrimediabile e chi può governare.

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Centrodestra, l’alleanza scricchiola
I Riformatori potrebbero correre anche da soli. Giovedì il vertice

Pensando alle elezioni di maggio, il cartello politico del centrodestra non riesce a trovare l’unità. Un’alleanza con le bollicine. Quel tappo è ancora saldo, sul collo della bottiglia, ma la voglia che ha il centrodestra di farlo saltare è difficile da contenere. Pensando alle amministrative, i sardisti fanno outing e decidono di allearsi con chi gli andrà meglio, l’Udc si muoverà di conseguenza, i Riformatori – è la novità – oggi decideranno di presentarsi da soli in alcuni grossi centri. E il Pdl che potrebbe alzare la voce e chiudere la porta in faccia a questo frizzante gruppo di partiti (quasi) alleati.

LO SCENARIO Cosa succede nel cartello politico di maggioranza regionale? A Birori, gli ottanta delegati al Consiglio nazionale sardista hanno dato il loro assenso alla linea che il partito sta seguendo con gli alleati del centrodestra. Via libera, in estrema sintesi, ad accomodarsi anche attorno a un altro tavolo, quello dell’opposizione, per cercare un’alleanza dove i programmi e le esigenze del territorio lo consentano. Se non è ancora chiaro in quante Province o in quali centri, le parole del segretario nazionale Giovanni Colli non lasciano dubbi.

A questo punto, l’Udc – un altro alleato con una grande voglia di muoversi – boccia il tavolo delle forze di maggioranza: «Gli incontri con i rappresentanti della coalizione non hanno prodotto, per noi, grandi risultati», ha detto il leader regionale Giorgio Oppi, «non so se parteciperemo al prossimo incontro, la nostra posizione è ben delineata: se ci sono deroghe, allora anche noi ci riterremo liberi di fare le nostre scelte». L’Udc ha dato i quindici giorni alla coalizione, ma l’impressione è che non sia solo un gioco al rialzo.

LA NOVITÀ Il conmpagno di lavoro più fedele del Pdl, il partito dei Riformatori sardi, oggi a Oristano deciderà cosa fare. Ma dopo le dichiarazioni del sardista Colli su L’Unione Sarda di ieri, la linea che proporrrà il coordinatore regionale Michele Cossa ha il forte sapore della novità: i Riformatori – in alcuni Comuni, forse in alcune Province – si presenteranno da soli, mai col centrosinistra ma divisi dall’alleanza che governa la Regione.

IL PDL Questo scenario effervescente non lascia indifferente Mariano Delogu, coordinatore del Pdl e uomo forte dell’alleanza: «Noi non stiamo aspettando che gli altri decidano, andiamo ripetendo da settimane che sarebbe opportuno riproporre agli elettori sardi la stessa alleanza che ha vinto le regionali. Se non sarà possibile – dice il senatore – potremmo decidere di sentirci liberi». Ovvero, di rompere il patto politico che ha portato Ugo Cappellacci in viale Trento e trovare altre strade per convincere gli elettori. Questa volta, il vertice di maggioranza in programma giovedì 18 – fra tre giorni – sembra finalmente un appuntamento di peso, non solo una tappa di avvicinamento alle elezioni.

LA MADDALENA E intorno alla gestione del La Maddalena Hotel & Yacht club, il grande albergo sull’isola in fase di ultimazione, interviene Giacomo Sanna, capogruppo sardista in Consiglio regionale: «È opportuno che la Regione annulli la gara d’appalto per la concessione e gestione dell’ex arsenale militare, affidata alla Mita Resort», sostiene Sanna, «esistono sia una pendenza amministrativa che una penale sui lavori eseguiti». Inoltre – spiega Sanna – «ci sono ragioni di ordine economico e finanziario, che incidono sul bilancio della Regione». Secondo Sanna «a fronte di un imposta comunale sugli immobili di 460 mila euro l’anno, oltre che un costo di ristrutturazione di 254 milioni di euro a carico della collettività sarda, la Mita ha proposto un canone di concessione di 60 mila euro l’anno. È palese dunque lo squilibrio finanziario a danno della Regione». Sanna chiede al governatore Cappellacci «che venga bandita una nuova gara internazionale». Tre giorni fa, il Tar del Lazio ha ritenuto inammissibili i ricorsi contro la Mita di sue società sarde. (e. p. – Unione Sarda)

Interessante intervista ad Antonello Podda del mio amico Enzo Cumpostu. Antonello si dimostra molto più coraggioso di alcuni suoi consumati colleghi.

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Domenica

4 commenti

1) Mio figlio ha 40 di febbre e allora passo il pomeriggio con lui in braccio sintonizzato su Sky e la manifestazione del popolo viola, democratico e giustizialista. Sento Bonelli (uh, che bava alla bocca) e Ferrero, ricordo il biennio tragico prodiano e mi rendo conto che la sinistra è ancora lì. L’unico efficace è Di Pietro. Dice cose orrende ma chiare, musica per le orecchie di quel popolo. Bersani? A rimorchio di tutti.

2) L’affaire Minzolini è ridicolo. Giusto intercettare per scoprire reati ma dare in pasto ai giornali una vergogna per i magistrati che spifferano tutto. In questo caso qual è il reato esattamente? Berlusconi che ce l’ha con Di Pietro e Santoro? Perchè, è una novità? Ottimo il post di Frontpage, il sito di Velardi e Rondolino.

Privatizzare la Rai!

3) Mentana è furbissimo e bravissimo,il migliore: centomila euro per 8 puntate sul web libero da par condicio. Credo che sia l’unico ad aver guadagnato facendo dibattiti su internet. Ma il Corriere non avevo lo straccio di un giovane cronista politico da mandare online?

4) Il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso del Pdl per la riammissione della lista provinciale nelle regionali del Lazio. Bene, tutti contenti. Rispettate le regole,la democrazia è salva. La sinistra vuole vincere senza che milioni di cittadini possano esprimere una preferenza personale. Se la Bonino avesse detto: fate di tutto per riammettere la lista i toni si sarebbero distesi e la competizione sarebbe stata regolare. Così non è stato a testimonianza del fatto che i radicali non sono più loro e che il Pd vive di carte bollate.

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Stamattina sulla 7, dibattito senza politici professionali, una pacchia.

1) Mario Segni sostiene che la migliore politica si fa nelle regioni e nei comuni. Si lancia in un elogio dell’ex governatore Soru. Ha fatto delle cose, ha imposto una visione, poi però ha perso. (Sarebbe giusto ricordare che i suoi Riformatori fantoliani sono nel centrodestra).

2) Annalisa Terranova del Secolo d’Italia (quotidiano vicino a Fini) auspica un cambiamento politico. In sostanza, l’era berlusconiana è finita, ci vogliono coraggio e novità.

Berlusconi fu dato per morto nel 1996. E la Sinistra si autodistrusse credendo di aver vinto per l’eternità. Noi magari abbiamo dato per morta la Sinistra e potremmo ripercorrere la stessa strada lastricata di mattoni. O forse no…

Intanto la campagna elettorale delle regionali è fatta di battaglie all’ultimo voto, come sempre. Il problema è che si usa troppo la televisione e che i partiti sembrano avere una dimensione televisiva, non territoriale, con alcune eccezioni. Molto interessante è lo scontro in Puglia, mentre una vittoria nel Lazio significherebbe molto. Per chiunque.

Enrico Mentana. Sul web non si applica la par condicio...

Sul web Enrico Mentana ospita dibattiti però, superando di slancio la sclerotica imposizione della legge. Ciò che non mi piace della par condicio, oltre alla legge in sè richiesta da Scalfaro, è proprio il comportamento che essa genera e l’assoluta, incredibile degenerazione del dibattito politico. La par condicio porta a credere che la verità dei fatti provenga dalla sommatoria, o dalla sottrazione, delle verità di parte e che se viene espressa un’argomentazione essa non sia valida fino a che non c’è un contraddittorio.

In alcuni casi il contraddittorio è sacrosanto, specie se si fa cronaca giudiziaria, perchè una voce che ripete che fino al terzo grado si è innocenti, non è mai sprecata. Invece per i dibattiti politici è assolutamente ridicolo.

Noi non avremo mai un modello anglosassone. E quello che è peggio è che fatichiamo a uscire dalla dimensione televisiva, con conseguenze nefaste sul piano dell’organizzazione dei partiti. Si è pensato che il PDL potesse essere un partito all’americana, da richiamare per le votazioni, con dei comitati elettorali spontanei, che attirano voti e fanno propaganda. E’ un modello valido: ma in un paese nel quale la politica ha una dimensione si televisiva, ma non certo declinata nel modus vivendi italiano, che vede uno zerbinaggio continuo e un’occupazione partitica della RAI e un’informazione che funziona solo se tiene una posizione politica, meglio se radicale.

In America ci sono i giornali e le tv schierate e non sono rari i casi nei quali vengono pronunciati degli endorsements. Ma il punto è che alla TV non ci si può sottrarre e nemmeno ai media, ed è per questo che le carriere politiche durano meno che in Italia, almeno in termini generici. Da noi l’ossessione per la tv non rende semplice il radicamento finché basterà il tour del leader nazionale per vincere. O sono troppo pigri gli italiani, oppure la politica non conosce più certi canali informativi, in termini positivi, di propaganda. Il rischio è quello di avere un partito forte per le elezioni generali e debole nelle elezioni amministrative. Sarebbe il colmo che perdessimo le regionali con un governo tutto sommato giudicato in modo positivo dagli italiani.

E’ anche a queste cose che dobbiamo pensare per costruire un futuro più certo, per il PDL.

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I giudizi degli osservatori si sprecano, i commenti dei retroscenisti ci raccontano di un dissidio ormai insanabile, di nodi da scegliere, mentre la macchina della campagna elettorale va avanti e e si pensa a portare a casa quanti più voti possibili.

Ma ce lo chiedono tutti: che PDL sarà dopo il voto?

Pochi giorni fa Fini ha dichiarato che non gli piace. Ma anche Berlusconi sembra essersi rotto le scatole di un certo tipo di andazzo (“i giochi di potere”, li chiamano) e che alla fine questa imbardatura non fa altro che rallentare il suo cavallo, che era ben lanciato nei sondaggi (oggi tutti in calo) e nei progetti.

Effettivamente la frittata è stata fatta: c’è poco da dire, al di là delle polemiche e delle stupidaggini, viene da pensare che c’è stata una battuta da arresto che non trasmette molta sicurezza. Però non dò per persa la partita, anzi, penso che i candidati del PDL siano tutti in lizza per vincere e che le regioni in bilico sono talmente in bilico che ogni forzatura appare un pretesto per raccattare voti.

Il Piemonte, il Lazio e la Puglia. Sono queste, principalmente, le regioni dove si gioca il destino del PDL. Ma non prendetela in termini di vita o di morte. Se il partito vince, mantenendo l’attuale assetto e senza un impegno concreto di Berlusconi nella campagna elettorale, si potrebbero trarre alcune conseguenze. Invece, se vince con l’impegno diretto di Silvio, soprattutto nelle regioni in bilico… bene, allora chi ha in mente progetti alternativi verrà invitato a spiegarli, a dichiararli, oppure a tirarsi fuori dal progetto principale, che si dimostra vincente.

Se invece ci dovesse essere una sconfitta, ovvero tutte le regioni indecise rimanessero al centrosinistra, bene allora la resa dei conti sarà totale e non si può escludere nulla.

Quello che auspico io non è un sereno confronto, ma un vivace dibattitto sul nostro futuro. Altrimenti avremmo perso un’ottima occasione per migliorare le cose. Intanto portiamo a casa la vittoria però.

UPDATE. In effetti, l’ho visto alla buvette…!

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Bersani segue Di PietroAbbiamo capito che il nuovo corso del Partito democratico di Bersani è in realtà sempre uguale a se stesso: appresso a Di Pietro. Bersani non ha una linea autonoma, è troppo impegnato a non lasciare la piazza all’Italia dei valori, perdendo la capacità di proporre politica in proprio.

Sabato gli esponenti dell’opposizione scenderanno in piazza contro Silvio Berlusconi e un po’ contro Napolitano. Un po’ ma non troppo, chè le idee compiute non fanno parte della strategia del Pd. Sempre a traino di Di Pietro, poi dei radicali, infine di Casini, Bersani fallisce proprio dove si pensava che potesse essere vincente: un grande partito socialdemocratico di vecchio stampo, solido nelle alleanze e chiaro nei ragionamenti. Così non è.

Se avesse il necessario fegato politico, Bersani attaccherebbe Napolitano, reo di aver controfirmato il decreto del governo che favorisce la riammissione delle liste. Napolitano fa un ragionamento che qualsiasi italiano di buon senso farebbe: che elezioni
democratiche sarebbero se i milioni di elettori romani non trovassero
sulla scheda la lista provinciale del Pdl?

I cavilli sono una cosa, il giudizio degli elettori è ciò che conta.
Cioè: se il comportamento del Pdl laziale verrà giudicato insufficiente allora la Polverini verrà punita. Ma dovranno essere le urne a decretarlo, non una specie di dittatorello sudamericano ignorante come Di Pietro, che si porta a spasso il segretario del Pd.

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Renata Polverini

Alla fine il problema delle firme è il minimo. Siccome in una repubblica parlamentare si fa affidamento sulla rappresentanza, io penso che questa debba essere, come si può dire… trasparente. Rendere trasparente il meccanismo della rappresentanza, fin dalle origini, cioè dalla raccolta delle firme, credo sia imperativo.

E allora perchè non semplificare e rendere razionale il tutto? Che senso ha per un partito che siede in parlamento o esprime una giunta regioanle raccogliere firme per certificare la propria esistenza e liceità? Che senso ha tutto questo se poi si presentano, lasciatamelo dire, cani e porci, del tutto non rappresentativi, che inseguono magari un rimborso elettorale?

E’ un gigantesco cane che si morde la coda. Allora, forse sarebbe meglio fare così: che le liste rappresentate nell’organo di rappresentanza che si sta votando non siano più sottoposte all’obbligo della raccolta delle firme (come succede in America) e che questo obbligo, al contrario, investa chi si presenta con un simbolo / lista nuova ovvero non rappresentata nell’organo che si deve eleggere (dalle provinciali in su).

Il fatto è che in questi anni si cambiano talmente tanti nomi e progetti che il cittadino rischia la confusione, ma questa raccolta delle firme, al di là degli autogol di questi giorni, è un fatto anacronistico che scoraggia la trasparenza.

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