Lavoro e laurea, abbiamo un problema
Lo ricordo quando lo disse D’Alema e traumatizzò il centrosinistra di allora: non esiste più il posto-fisso. Quello che ci domandiamo tutti, oggi, perlomeno coloro che sono attenti alle dinamiche sociali, è se esista il diritto al posto fisso. Se ciòè esso non rappresenti più un miraggio o un diritto reale, concreto, da acquisire e conquistare, al quale si deve rinunciare solo per cause di forza maggiore.
Che il mondo del lavoro sia cambiato, in questi anni, almeno venti, lo dicono i numeri. Gli stessii numeri sulla disoccupazione sembrano dare ragione a un modello liberista, flessibile, “precario”, in grado di assorbire maggiori posti di lavoro, a fronte delle rigidità del modello uscito dalla riforma del 1970.
Lo Statuto non è stato mai smantellato, anche se sono intervenute diverse leggi, nel corso degli anni che hanno profondamente mutato la materia. Il dato però sul quale mi soffermo chiama in causa il fallimento dell’università italiana e la sua incapacità di produrre ricchezza, lavoro e quindi diritti.
Secondo questa indagine Gidp, ormai solo il 6% dei neolaureati entra in azienda con un contratto a tempo indeterminato. Lo stage diventa la prima modalità di accesso, mentre la crisi ha fatto conoscere un fenomeno davvero curioso e in sè preoccupante: l’esplosione delle partite iva, cioè delle collaborazioni a progetto, sotto le quali si nascondono spesso dei rapporti di lavoro continuativi, abilmente mascherati e spogliati dei diritti.
Il dato sociale è chiaro, quello relativo alla formazione lo è meno. Se da un lato abbiamo una crisi generale dell’economia, soprattutto per cause esterne, dall’altro non posso non sottolineare il fatto che le università italiane non hanno ancora fatto quella grande inversione a U che è richiesta dalla nuova economia. Anzi, il paese è terribilmente indietro, anche nella ricerca, in tutti quei settori relativi alla modernizzazione, che non hanno sostituito adeguatamente la perdita di posizioni nel campo della grande industria. Resistono le piccole-medie imprese, che rappresentano il vero tessuto economico del paese, sia al Nord che al Sud, con la differenze che per queste non è necessario spesso possedere un titolo di studio elevato, proprio perchè la formazione deriva da altri saperi ed è specifica per determinate produzioni.
Forse abbiamo laureato troppe persone in ambiti privi di sbocchi professionali? O forse il nostro mercato del lavoro è asfittico ed è compresso dalla crisi? Credo siano entrambi i motivi. E bisogna cambiare, per assicurarci un futuro migliore e dare un senso alla formazione e all’istruzione.


