Pausa pranzo, pausa cazzotti, pausa Murdoch, pausa insulti

1. Pausa pranzo. Rotondi dice che è una cattiva abitudine, secondo me è un’abitudine tutta italiana. L’idea che si possa migliorare la produttività con questi annunci un po’ mi solletica… sono più d’accordo col presidente Napolitano: basta con gli annunci, passare ai fatti per quanto riguarda gli investimenti sulla ricerca. Maggiore ricerca, più produttività e ricchezza. E’ scontato.

2. Nella lite tra Brunetta e Tremonti io sto con il Governo, che deve lavorare, anche se condivido, ultimamente, più le uscite di Brunetta. Ha fatto bene Berlusconi a richiamarli, in qualche modo. C’è sempre tempo per mettere in moto il cambiamento e dare al paese un governo che possa far bene anche oltre la crisi. Gestita l’emergenza è l’0ra di ripartire. Con Tremonti e con Brunetta.

3. Murdoch e i vecchi giornali combattono una battaglia di retroguardia. Non si vogliono arrendere al fatto che il loro modello storico di business è superato. Il presunto accordo con Microsoft è senza senso: sarebbe come se l’inventore delle carrozze tentasse un ultimo diperato accordo con il maniscalco, per respingere l’invenzione di Henry Ford, e mettere in strada cavalli più veloci.

4. Si a Balotelli in nazionale. Ma semplicemente perchè è l’attaccante italiano più talentuoso e con maggiori prospettive, molto meglio di Amauri. Non certo perchè è di colore: altrimenti siamo al razzismo al contrario. Detto questo, non si può accettare questo andazzo nelle curve. Il ragazzo è italiano ed è il simbolo di un’Italia che ha una nuova identità. Balotelli sta all’Italia, come Joe di Maggio stava agli Stati Uniti.

Guerra tra bande (strette)

In questi giorni è divampata la polemica per il mancato finanziamento del progetto banda larga. E’ inutile dire che i motivi esposti dal governo, nonostante le critiche dall’interno, sono abbastanza plausibili: il terremoto ha rappresentato un’emergenza nell’emergenza, ma ritengo che la scelta sia un po’ miope, com’è nella tradizione italiana.

Le opinioni sulla rete non sono contrastanti, c’è molta critica su questo punto: chiudere un rubinetto come quello, che secondo lo stesso governo avrebbe generato un indotto del valore di 1.6 miliardi di euro, è profondamente sbagliato. In più ci muoviamo nella solita logica italiana, che accomuna opposizione e governo, che sfronda i rami ritenuti non necessari solo perchè ritenuti non immediatamente produttivi (e quindi – a torto – una spesa da evitare). E’ anche inutile aggiungere che da noi internet viaggia molto lentamente e giusto il wi-fi ha attenuato un po’ la sensazione di trovarci in un paese preistorico, a livello digitale.

Un articolo odierno sull’Unione Sarda mette in luce che la Sardegna è più avanti tra le regioni del meridione, ma questo avviene per le utenze private: molte adsl in casa, poche imprese sul web. E naturalmente questo è anche il panorama nazionale, sembra che ancora non si intuisca l’importanza della rete come fattore economico (ha un impatto notevole sull’abbattimento dei costi e sulla velocità delle operazioni, oltre a dare visibilità a chiunque).

Che la partita sia  grossa lo dimostra la guerra ingaggiata da Rupert Murdoch contro Google, per il controllo delle informazioni. Ho chiesto a un esperto di motori di ricerca cosa ne pensasse e la sua risposta è stata abbastanza lapidaria: “Murdoch tenta di creare un concerto, un fronte unico degli editori per contrastare Google. Il motivo è semplice: Google facilita l’accesso ai contenuti prodotti dagli altri. La domanda è: chi può vivere senza chi? Senza i giornali principali Google News sarebbe un aggregatore privo di valore, ma senza l’accesso fornito da Google i giornali perderebbero visite e introiti pubblicitari. Google è guardato con sospetto perché fornisce contenuti in maniera gratuita, ma fintanto che il Wall Street Journal sarà distribuito gratuitamente in rete, Google non potrà far altro che metterlo a disposizone. La battaglia di Murdoch è un po’ contro la filosofia globale del web che si è affermata in questi anni. Anche se un fondo di ragionevolezza potrebbe esserci, quando imputano a Google – sotto traccia – di diffondere materiale riservato su altre fonti (esempio i blog che scopiazzano gli articoli dei giornali)”.

Non so se si ponga una questione sul modello di informazione e giornalismo, in quanto Murdoch non solleva questo punto. I giornali per stare sul web devono adeguarsi alle leggi non scritte sul web. La credenza che tutto sia grauito e facile da ottenere è abbastanza ridicola, sul web, come in altri settori più tradizionali, la qualità si fa pagare e viene normalmente pagata. Neanche il blog più autorevole può pensare di apparire qualitativamente superiore al WSJ o al Los Angeles Times.

Di sicuro c’è che il web è in grado di scardinare il messaggio politico, di vivisezionarlo, così come di veicolare nuovi formati pubblicitari. Il pensiero che l’Italia debba stare sempre dietro non è molto confortante.

Sul web, prove digitali post-ideologiche

La scommessa di Perina e Lanna si gioca sul web

Luciano Lanna e Flavia Perina, la coppia meglio affiatata e più anticonformista del giornalismo italiano, sbarca sul web. E’ il primo serio esperimento di una destra post-ideologica che si confronta nel vasto mare di internet. Inutile dirlo: buon lavoro, di cuore !

Tutti su internet, tranne noi italiani

Svolta sul web per Sarkò

Svolta sul web per Sarkò

La notizia che anche Nicolas Sarkozy andrà su Facebook non può coglierci di sorpresa. Aggiungiamo che monsieur le Président ha annunciato un completo restyling del sito dell’Eliseo, che vedrà impegnati giovani ragazzi sui venticinque anni. Ve la immaginate una scena simile in Italia?

Da noi funzionerebbe così: un ministro decide di rinnovare il sito del suo dicastero. Per prima cosa decide a chi affidare l’incarico. Cercherà prima tra la cerchia degli amici, dei conoscenti e degli aderenti al partito. Se non troverà nessuno che a livello professionale possa accontentarlo, immancabilmente sceglierà la soluzione più inutile e costosa, col risultato che entro 6 mesi sarà tornato al punto di partenza. L’unica cosa che si è mossa è la nota spese.

Perchè questo? Per l’ignoranza di fondo del politico italiano che non sa nulla di internet, la rete, i suoi contenuti e la sua flessibilità. Il modello comunicativo di internet, ripeto il mio adagio da tempo, richiede fantasia, sincerità, piglio. La nostra classe politica, al contrario, preferisce cullarsi nella bambagia di una carta stampata e di una televisione servizievoli.

Questa situazione coinvolge anche i giornalisti, che sapendo che i mezzi preferiti dai politici italiani sono quelli tradizionali, finiscono per ignorare l’informazione che passa esclusivamente sugli altri media. Ci sono ovviamenti quelli più avvertiti e più interessati, ma sono eccezioni. Quella proposta dal web è informazione certo più caotica, ma più libera, meno filtrata, irreggimentata. Un vero peccato che in Italia si sia così indietro su entrambi i versanti. Io sono appassionato dei Celtics come sapete. La notizia dell’acquisto di Rasheed Wallace è stata data in anteprima da un columnist della ESPN, sul proprio Twitter… è un atteggiamento mentale totalmente differente.

Un’informazione globalmente meno ingessata costringerebbe tutti a migliorare la comunicazione nel web, facendola crescere anche a livello culturale, perchè volente o nolente è sulla rete che si sposterà la maggior parte dei contenuti multimediali. Spesso, sui giornali e nelle tv italiani, c’è la sensazione che si parli di cose poco serie, anche se i giornalisti ci dicono che sono cose serissime. Posso essere d’accordo: ma la sensazione di generale degrado coinvolge tutti, in quanto tutti hanno il proprio orticello televisivo dove zappare, e la gente lo percepisce.

Non mi sorprende che altrove sia realtà ciò che da noi è al massimo un auspicio estivo, espresso  in un blog che da oggi, e per le prossime 2 settimane, metterà in moderazione tutti i commenti. La misura è necessaria per evitare il classico spam. I commenti verranno comunque sbloccati quasi subito o dopo poche ore.

Internet e politica: un rapporto complicato

La E di Explorer, per anni simbolo del Web

La E di Explorer, per anni simbolo del Web

Il mio rapporto col web è sempre stato improntato al coraggio e alla comprensione. Non mi sono mai lasciato intimidire dallo strumento e mi ritengo sufficientemente umile da capire che ogni giorno devo imparare nuove cose. Io penso che sia qui il GROSSO problema del rapporto tra la politica italiana e la rete: l’incapacità di volersi adattare a ritmi più rapidi, nei quali è consigliato di esercitare l’intelligenza un po’ più spesso di quanto non facciamo. Il politico italiano, soprattutto se conosciuto, ambisce esclusivamente alla televisione o allo spazio sui grandi giornali nazionali. Il suo unico sistema di comunicazione è la lucetta rossa della telecamera, la selva di polsi e mani e microfoni e tanti giornalisti che non fanno domande, ma attendono una dichiarazione che è stata preparata al mattino da un solerte ufficio stampa. La dichiarazione dev’essere in linea col personaggio: ironica, dura, sprezzante, ellitica. Dipende dal profilo che il politico si è costruito in tv. Pertanto non sentirete mai Rosy Bindi esprimersi in maniera offensiva e concitata nei confronti di chicchessia, allo stesso modo il collega Salvini, non se ne uscirà mai recitando una filastrocca per bambini. Si tratta di cliché. Ebbene, internet sfugge a questa logica in quanto il clichè è sottoposto alla critica e al vaglio del pubblico in real time, sull’istante. E’ di questo che si ha paura sostanzialmente.

Internet per noi in Sardegna è stata l’AVANGUARDIA. Un punto di eccellenza per tanti anni di cui si deve dar atto a due persone, che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, o forse le facce della stessa medaglia: Nichi Grauso e Renato Soru. Grauso agli inizi della sua attività era riuscito nella dannunziana impresa di registrare a dominio i nomi di tutti i personaggi più famosi, pensando di fare del merchandising. L’idea di business era troppo spinta, tanto è vero che è stata superata da sentenze di giudici in tutto il mondo. Quando ho aperto il blog col mio nome a dominio, ho avuto la spiacevole sorpresa di ritrovarmi al centro di un attentato: dalla pagina info spedirono una mail con scritto “metti la bomba e scappa” – più real time di così…

Ritornando alla politica, La sensazione peggiore rispetto ad essa è che tenti di agire in due modi:

O comunica sulla rete allo stesso modo con il quale comunica nei media tradizionali, con siti o blog modellati sulla falsariga del tavolino zeppo di volantini (modello gazebo: nel quale chi entra prende quello che trova), oppure tenta di modificare la rete, intervenendo nei meccanismi decisionali. L’una e l’altra soluzione sono viste molto male dalla comunità internet mondiale, perché ci fanno apparire come dei dilettanti alla sbaraglio. Il politico della rete teme: il presunto anonimato, i troll e gli osservatori intelligenti…

In particolare, i siti dei politici spesso sono preoccupati di dar conto delle proprie imprese, ma facendolo a mo’ di comunicato stampa, ripetendo lo stereotipo della comunicazione tradizionale, nella quale il giornalista è integrato nel package e tutto si consuma in pochi secondi di dichiarazione, dettati via telefono, via mail o davanti a una telecamera. Nel web l’interazione è completa, può essere filtrata da metodi di moderazione che la stessa rete fornisce, ma in buona sostanza, un sito chiuso, che ripeta lo schema piramidale alla base del quale vi sia lo spettatore, nella rete non è accettato e finisce per essere controproducente.

I politici che non riescono a capire queste sottili differenze spesso tentanto di forzare la rete, passando per la scorciatoia delle leggi sulla protezione dei diritti d’autore. Questo è un punto dolente della rete mondiale. Ma bisogna assolutamente essere consapevoli del fatto che questo non potrà mai essere il cavallo di Troia per ottenere il controllo assoluto dei contenuti diffusi sul web. E’ semplicemente ingenuo pensarlo, e voler normare oltre i confini di una tale normativa – che è auspicabile – appare come un tentativo goffo di controllare il dissenso, in modo talmente comico che come una pena del contrappasso viene riflesso e commentato nella rete, aumentando la frustrazione di chi propone determinate vie di fuga.

Il pubblico della rete è considerato più avvertito di quello dei media tradizionali, sia per il digital divide, sia per il fatto che non tutte le professioni si svolgono tramite l’utilizzo di un computer. Ovviamente nella massa bisogna saper scegliere e provare a costruirsi un pubblico: gli scemi ci sono ovunque e una tastiera a volte è più semplice da usare, rispetto alle corde vocali. Quando la rete approva, se per rete intendiamo un campione sufficientemente rappresentativo, quale può essere ad esempio la visione di un video programmatico su YouTube, è molto probabile che lo stesso effetto di approvazione si ottenga anche in tv e nella carta stampata. Barack Obama ha utilizzato YouTube, di proprietà della prima corporate mondiale Google, per far passare buona parte del suo messaggio. Messaggio che è stato infine confezionato per le tv, grazie al supporto del web e delle lobbies che vi hanno creduto.

Il consenso sulla rete quindi è difficile da costruire, ma le opportunità da cogliere sono immense, in particolare per partiti nascenti come il PDL e il PD. Il pericolo è quello, ancora una volta, di voler replicare sul web le strutture della politica tradizionale, che ricordiamo è fatta su misura per i media tradizionali e per la televisione in particolare. Così negli anni abbiamo visto che tanti circoli locali e sezioni di partito hanno aperto il proprio spazio internet, ripetendo la divisione a celle della politica “terrestre”. Tuttavia questo modello è un po’ in contrasto con la sharing e il bookmarking, le parole chiave della rivoluzione 2.0.

Sharing significa condividere: e si riferisce per esteso a tutte le conoscenze, per questo motivo la rete è democratica, perché consente, dal suo interno, una alfabetizzazione basata sui tutorial, cioè sulle guide pratiche all’uso dei software e delle applicazioni. Il bookmarking implica la condivisione delle scelte, delle preferenze, che vanno dai siti, fino ad arrivare gli stili di vita e di consumo. Il social network si fonda su queste architravi: pertanto la politica che scimmiotta se stessa e non condivide, non si mette in discussione, non si fa conoscere, non si allarga ed esce dalla clausura delle proprie assemblee, è una politica destinata a fallire. I politici di oggi devono almeno apparire preparati, perché gli elettori hanno strumenti di controllo più efficaci.

La reazione su questo punto non può essere quella di controllare a nostra volta chi ci controlla. Nel ruolo di parlamentari siamo vincolati alla Costituzione che assegna la sovranità al popolo, pertanto è necessario industriarsi per fare in modo che il giudizio del popolo su di noi migliori, anche se espresso da un computer che ci appare freddo e in qualche modo troppo razionale.

Aspiranti Bruto e Cassio 2.0

Ora, provate solamente a immaginare se la candidatura di Grillo venisse accettata. Se vince siamo alla commedia.

Se non vince, la commedia l’ha già fatta Marino che indirettamente ha dato degli stupratori a migliaia di iscritti del Pd (e sarebbe lui il rinnovamento…).

Se perde male, come penso, forse si metterà l’anima in pace. Ma ho come la sensazione che i seguaci di Grillo, quelli disposti realmente a votarlo, votino già Antonio Di Pietro. Un ruolo per essere credibile non può essere diviso a metà.

Perché poi per chi gioca la parte di Bruto e Cassio c’è sempre Filippi dietro l’angolo.

Libero blog in libero stato

INTERCETTAZIONI: MURGIA(PDL), RIVEDERE ‘RETTIFICA’ SU SITI
(ANSA) – ROMA, 6 LUG – ‘Sono totalmente d’accordo col collega Antonio Palmieri. Una interpretazione estensiva del DDL sulle intercettazioni telefoniche puo’ colpire i blog e la rete in genere. Bisogna seriamente pensare di conoscere la materia invece di continuare a proporre tentativi di legislazione, che denotano solo una scarsa comprensione del fenomeno e una volonta’ di eccedere troppo in regolamentazioni che nulla hanno a che vedere con lo spontaneo e prezioso mondo di internet’. Lo dice Bruno Murgia, parlamentare del PDL e autore di un omonimo blog, prendendo posizione sul discusso ddl sulle intercettazioni telefoniche sulla parte che riguarda il diritto di rettifica sui siti. ‘Esiste la legge che consente di perseguire chi si renda responsabile della divulgazione di contenuti diffamatori e allo stato attuale la Polizia Postale e la Magistratura riescono facilmente a risalire ai responsabili. Il diritto di rettifica esteso ai siti informatici, senza ulteriore specificazione, comprime le liberta’ della rete. Occorre pertanto chiarire con un ordine del giorno in Senato, i reali limiti della portata di questi provvedimenti. Siamo pur sempre il Partito delle Liberta”. (ANSA)

Se ne discute anche qui.

Power to the people

Il caso Iran dimostra un fatto inequivocabile: Internet è lo strumento dei popoli.

150.000 iraniani iscritti su Facebook, consapevoli delle libertà estreme che una finestra sul mondo può regalare si sono messi d’accordo per protestare. Hanno ragione gli analisti, ha ragione Obama: in fin dei conti Moussavi non può essere tanto diverso da Ahmadinejad, perchè il potere è nelle mani degli Ayatollah e le forze politiche iraniane, benché chiamate riformatrici, sono espressione della Rivoluzione Islamica. Non dimentichiamolo mai. Ricordate le speranze riposte in Khatami e negli studenti in Teheran? Noi tutti in Occidente ci speravamo, ma ci speravamo nella misura in cui non conoscevamo bene quella cultura.

Persino l’incidente diplomatico con la Gran Bretagna deve insegnarci a vedere le cose con la giusta lente. E’ probabile che in questo frangente abbiano ragione i nostri amici britannici, ma non possiamo certo dimenticare che il novanta per cento dei casini di quell’area sono dovuti al disimpegno e alle false promesse britanniche (con annessi colpi di stato, per l’appunto). Questo anche per dire che metà dell’antiamericanismo mondiale è bello che sprecato…

Tornando al web, la potenza mediatica non tradizionale della protesta iraniana illumina sul fatto che oggi potrebbe bastare un po’ di cervello, coraggio, un computer e una linea adsl per far scattare la rivoluzione. Troppo ottimista? Ovvio, in Honduras i militari non hanno aspettato di caricare i loro profili su Facebook per dare l’assalto al palazzo presidenziale. Grillo ne sarebbe invidioso però…

Resta il fatto che Internet è strumento democratico, per questo è temuto e per questo c’è una gran voglia di regolarlo, passando per la scorciatoia della difesa del diritto d’autore. Come spiegato abbastanza in queste pagine su Internet vive l’individuo. I reati vanno repressi come si reprimono per strada… e farebbe davvero sensazione uno Stato che mostra i muscoli nei doppini e allo stesso tempo promuove indulti perché non riesce a costruire carceri. Per ogni cosa ci vuole misura. E molta, molta informazione.

Internet e Pirateria, come affrontare il problema

Il P2P nell'occhio del ciclone

Il P2P nell'occhio del ciclone

Il tema della pirateria su Internet sta interessando la politica europea come non mai. In Italia si è già discusso – secondo me male e in maniera confusa – su come “regolamentare” internet. Ovviamente queste discussioni hanno portato altra confusione, anche perché la parola “regolamentare”, come è giusto che sia, fa rizzare le antenne agli utenti del web e anche a chi, in genere, ritiene che il pensiero liberale non contempli un eccesso di regolamentazione. Soprattutto in un settore delicato come quello della comunicazione.

In Francia la legge HADOPI, nota anche come “Dottrina Sarkozy“, è appena stata votata dall’Assemblea Nazionale e mette una stretta al download illegale di contenuti protetti da diritto d’autore, soprattutto attraverso il P2P. Per rispondere alla pirateria e venire incontro alle esigenze economiche degli artisti, che rivendicavano la natura specifica del prodotto editoriale e artistico, io avevo proposto nella scorsa legislatura il famoso abbassamento dell’IVA al 4% per i prodotti audiovisivi. Lo intendevo anche come deterrente alla pirateria, nonostante Itunes, il famoso negozio virtuale, faccia prezzi davvero abbordabili ormai (ma questo è un altro discorso: da quanto mi hanno riferito la crisi discografica non è solo minata dal download illegale, ma anche da quello legale, che ha reso vetusti i compact-disc, facendo crollare le vendite degli album in favore dei singoli…). Oggi in Italia qualcuno vorrebbe importare la dottrina Sarkozy, soprattutto i produttori di contenuti.

Il problema maggiore più che sulla musica è sul mercato cinematografico e delle serie tv, che viaggiano parecchio sulle linee P2P. In Europa (e in Italia in misura maggiore) esiste una tassa, la “copia privata”, che viene applicata sui dispositivi di masterizzazione cd e dvd vergini) e così corrisposta agli autori (la spiegazione sul sito della SIAE). Questa tassa grava anche sul prezzo finale del DVD o del software originale, perchè è sorretta dall’impianto ideologico e nonostante il fatto che molti supporti tecnologici abbiano il blocco anti-pirateria (o le chiavi di autenticazione, per i software).

Nel Regno Unito c’è un Ministro per la Proprietà Intellettuale.
In Gran Bretagna diverse rockstar si sono schierate a favore del P2P, anche qui per un motivo chiaramente ideologico che depone a favore della libertà di internet, che toglie potere alle major, spesso accusate dagli artisti di prendersi una fetta troppo grossa degli introiti. Non sono pochi coloro che temono che una regolamentazione sul P2P in realtà sia un cavallo di Troia inserito tra le mura della libertà di espressione che la rete stabilisce. Ho già scritto che spesso la politica ha paura di internet perché è nuova, non la capisce. Molto più semplice mettersi d’accordo col giornalista di turno e organizzare un’intervista. L’Italia poi, nella media, è un paese straordinariamente analfabeta dal punto di vista informatico. Sempre nel Regno Unito la proposta è stata di compromesso: tassare un tanto al mese le connessioni veloci che che permettono l’accesso alle reti P2P, in modo che gli introiti derivanti da questo file sharing siano devoluti alle major o alle case produttrici di software.

David Lammy, ministro delle Proprietà Intellettuali (e questo la dice tutto sull’attenzione al problema), ha specificato che il problema non può essere certo risolto con una legge esaustiva e che forse bisognerebbe mirare ad accordi commerciali, anche se il terreno rimane sempre minato. Non possiamo impedire, per esempio, che un programma open source di file sharing venga messo liberamente in circolazione. La totalità del diritto alla proprietà privata contempla anche la possibilità che il suo godimento possa essere devoluto gratuitamente. Altrimenti la soluzione sarebbe a portata di mano: i programmi di file sharing hanno sempre un costo, una percentuale di quel costo va a chi detiene i diritti (ammesso e non concesso che ciò basti a coprire i ricavi, visto che chi scarica illegalmente lo fa ripetutamente). Leggi come quelle di Sarkozy sono di difficile applicazione e troppo deboli di fronte ai ricorsi, perché il tema inerisce la libertà del singolo individuo. Detto questo: il download illegale è reato, anche se guardiamo a internet come al massimo delle nostre aspirazioni in termini di partecipazione, libertà e democrazia (e io ne convengo: la rete abbatte le recinzioni asfittiche del pensiero conformista). Ma la via della disconnessione e della prova provata del download illegale è irta di ostacoli e ogni interrogativo è lecito.

Gli accordi commerciali hanno sempre fallito, come le misure di deterrenza. L’idea della tassa sulla connessione non è malvagia, in sè, tuttavia apre molti interrogativi rispetto al fatto di poter stabilire con certezza chi scarica e cosa scarica: chi tutela la privacy? Chi tutela l’identità personale? Chi mi assicura che questo controllo sia riservato e non costituisca una minaccia concreta per la mia sicurezza e la mia sfera privata?

Di sicuro, alcune misure deterrenti sono necessarie. Il ministro Lammy ha dichiarato che la gente probabilmente è insensibile all’argomento della proprietà intellettuale e non ritiene moralmente ingiusto “rubare” un’opera dell’intelletto. Pertanto sarebbe bene costruire prima una coscienza, che per quanto mi riguarda è complicatissimo costruire, a meno di non degradare e colpire (cioè isolare) socialmente chi scarica illegalmente. Un po’ come si è tentato di fare, ambiguamente, con i fumatori. Prima gli avvisi sulle sigarette, poi gli spot sui giornali, la sensibilizzazione degli oncologi (assurti alla carica di Ministro della Salute), infine con i divieti di fumo nei luoghi pubblici, il tutto (e credo giustamente) in ossequio al principio costituzionale della Salute.

Questione di costi.
Penalizzare il download su internet, effettuato tramite i comuni sistemi peer to peer è controproducente, è la strada sbagliata per risolvere il problema della pirateria e si rischierebbe di compromettere la libera circolazione della cultura attraverso sistemi di controllo che lederebbero la liberta’ personale.

Abbassare l’IVA sarebbe già un passo. E’ una richiesta annosa che non ha mai trovato adeguato sfogo, nonostante i rilievi dell’Antitrust che aveva rilevato la differenza di trattamento fiscale tra chi vende DVD e cd allegati a giornali e chi li vende nelle sedi tradizionali. Una sensibilizzazione sul problema della pirateria è necessaria, sicuro, ma secondo me è necessaria anche una sensibilizzazione della politica su internet e le sue possibilità, respingendo tutti i tentativi di iper-regolamentare la rete.

Internet, politica e libertà di stampa

Paura di Internet?

Paura di Internet?

In queste settimane si è discusso parecchio dell’emendamento D’Alia. Il collega Roberto Cassinelli ha presentato un contro-emendamento, che mira a depotenziare gli effetti nefasti della prima proposta.

Ma al di là di questo, cosa occorre dire e aggiungere sulla questione? A livello generale, tranne pochissimi casi, la classe politica italiana appare spaventata da internet. Leggo troppo spesso frasi come: “internet non può essere senza regole”, ignorando che lo strumento in realtà è già regolato dalla leggi italiane e che una calunnia su internet vale quanto una qualsiasi calunnia espressa a mezzo stampa. Questo lo verificherebbe qualsiasi giudice chiamato ad esprimersi sulla questione. Difficile è tuttavia stabilire la linea di confine tra ingiuria e manifestazione libera del pensiero, soprattutto nell’ambito dei blog. In questo caso la politica italiana appare più preoccupata della seconda che della prima.

L’emendamento D’Alia, compreso nel pacchetto sicurezza, intende limitare l’istigazione a delinquere e l’apologia di reato, ma come sappiamo prevede che a decidere l’oscuramento del sito sia il Governo. Google e Facebook, proprietari di siti social, creati dall’utente (in particolare hanno creato problemi dei gruppi di supporto di Facebook a Riina e via dicendo), hanno dichiarato la loro contrarietà. Un conto d’altronde è rimuovere una pagina e segnalare l’account con relativo indirizzo IP, un conto è sospendere un intero sito. Il contro-emendamento CASSINELLI rimette al giudice la facoltà di decidere come intervenire, imponendo alla società di hosting di provvedere direttamente (in questo caso proprio Google e Facebook), obbligo non più a carico dell’internet provider (in effetti la previsione era leggermente bulgara…).

In tutto questo si aggiungono la proposta Carlucci, una specie di colpo di falce alla cieca, e una recentissima sentenza della Corte di Cassazione. Io penso semplicemente che internet non sia un mare di anarchia, ma che la libertà di espressione più viva e diretta è oggi quella sul web e che il modo migliore per strozzarla è quello di assoggettare i blog e i forum (o le pagine di un sito social) alle regole valide per la carta stampata e la tv. E’ profondamente sbagliato. Per cui va bene qualsiasi proposta che specializzi i settori. Io sono per una proposta organica, unica, che regoli si internet, ma in modo esclusivo, minimo, ratificando per legge dei principi espressi sulla carta costituzionale. La politica deve abituarsi a gestire il dissenso via internet.

Per assicurarsi una presenza fattiva nei motori di ricerca, oggi è necessario avere un posizionamento web più che decente. Essere visibili su internet, google e gli altri motori equivale ad esistere.