Bruno Murgia

Deputato del PDL

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INTERNET: DISABILE VESSATO;MURGIA (PDL),SENTENZA DISCUTIBILE (ANSA) – ROMA, 24 FEB – ‘La sentenza di condanna ai tre dirigenti di Google e’ molto discutibile. Siamo alla violazione della privacy per interposta persona. E’ come se un sistema di videosorveglianza riprendesse una rapina in strada e si punissero, oltre agli autori della rapina, anche gli installatori della videocamera. Un non-senso giuridico, a mio parere, visto che la responsabilita’ e’ personale’: lo afferma Bruno Murgia, deputato del Pdl.

‘Per disincentivare queste pratiche – aggiunge Murgia – è necessario punire con l’aggravante della diffusione on line e della violazione della privacy l’autore del video e chi materialmente lo carica. Se estendessimo al contrario la portata di questa sentenza, in breve tempo dovremo chiudere molti siti, solo perche’ i proprietari non possono garantire della stupidita’ altrui’.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, Murgia ‘auspica una riflessione serena sul mondo del web e del social network, che miri a salvaguardare la liberta’ di espressione, rispettando il principio della responsabilita’ personale in materia di reati. La sentenza non e’ durissima – ha concluso – ma e’ tutto molto discutibile’. (ANSA).

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Nel 2038 le home page dei giornali italiani avranno 10 notizie e 30 foto di donne scosciate e scollate. O no, forse no, magari conosceremo una regressione e il rapporto sarà inverso. Avete notato però quanto sessismo ci sia nei nostri giornali? Sono lontani i tempi delle prime copertine spinte – si fa per dire – di Panorama. Allora lo stesso titolo del magazine settimanale voleva dire molte cose: uno pensava a Panorama e sperava di vedere delle cose inenarrabili.

Guardate le home page odierne (ma vale anche se lo leggerete domani) dei nostri giornali. Sull’Unione Sarda si parla di una pornostar che vuole diventare senatrice, non manca la foto tranquilli. Affianco c’è lo spogliarello di Dita Von Teese, burlesque, ma con le zizze al vento… appena sopra delle ragazze filippine in bikini che sfilano per Miss Filippine! Finito? Macché, c’è ancora da parlare del fascino di tale Nikki Benz (modella che si è data all’hard e la foto infatti non suggerisce che si fosse data alla meccanica quantistica), con l’immancabile foto della bellezza sportiva olimpica: Miss Julia Mancuso, al secolo discesista americana che potrebbe essere definita sopra la media.

Tutto qui? Ma no andiamo su Repubblica, che tra una intercettazione e l’altra non può non mostrarci l’intramontabile mito di Pamela Anderson, ovviamente svestita (a Repubblica hanno l’ossessione per Pamela). Non mancano i soliti dettagli piccanti su Tiger Woods, mentre tutta la storia di Bertolaso è un resoconto di trombate vere o presunte. Al Corriere vanno di moda le filippine e non si capisce perchè: la prossima volta voglio un servizio su Miss Borneo, per non andare troppo lontani.

La Stampa di Torino non può rinunciare al prezzemolo Belen, avvistata ieri a Sanremo con Toto Cutugno: Belen con Toto Cutugno, un tentativo estremo di ricombinazione del dna. A fondo pagina “Vai con la Gnocca”: l’insuperabile Maestà Rania di Giordania, ancora Dita von Teese, che avrebbe dovuto chiamardi Tita Von Deese e poi Julia Mancuso e Lindsey Vonn, che sarebbero le gnocche del circo bianco, abbiamo capito.

Il Giornale è quello che usa meno inserti multimediali, ma anche qui si scatenano a fondo pagina: Britney Spears esce senza reggiseno, mentre Vanessa White sconvolge Londra. Immaginiamo lo sconvolgimento dei 10 milioni di londinesi costretti a chiedersi chi cavolo sia questa Vanessa White (una cantante?).

Insomma, visto che sono sicuramente io quello che non ha capito, per non rimanere indietro mi adeguo al trend, sperando che questo lievissimo post non vi faccia scattare la molla del benaltrismo (che cioè non sono questi i problemi e dobbiamo sempre parlare d’altro):

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Repubblica ha pubblicato un’inchiesta sul cosiddetto flop del G8 alla Maddalena.Cose che un po’ tutti noi sapevamo: abbandono delle strutture nelle quali i grandi della terra avrebbero dovuto dormire, stanze più o meno in malora, condizione generale di incuria.

Sono cose che personalmente avevo già denunciato con puntuali interrogazioni fatte firmare anche al mio ottimo collega Fabio Granata. Ovviamente, i giornali sardi non hanno mai dato conto di questo. Quando mi hanno citato era solo perché affermavo polemicamente che aver spostato il G8 all’Aquila sarebbe stato dannoso per l’economia e il rilancio della Sardegna, che-appunto- di grandi eventi e turismo dovrebbe vivere.

Un paio di giorni fa la stessa cosa, mentre ci sono paginate su questa faccenda delle assenze, argomento populistico e demagogico, niente su cose concrete. O meglio: Repubblica del 29 gennaio pubblica un ampio stralcio della mia interrogazione, i sardi locali niente.

Mi sono convinto da molto tempo che la nostra informazione sia pigra anche se non mancano ottimi giornalisti, anzi nei prossimi giorni cercherò di segnalare i buoni pezzi che meritano di essere letti. Il punto è che una società in crisi come la nostra dovrebbe avere giornali frizzanti, tosti, pure polemici. Ma così non è. Li trovo conformisti, silenziosi, uguali a se stessi sempre e comunque. Se qualcuno dei giornalisti in questione leggesse questo post è probabile che si offenda, scatterà la ripicca e non mi vedrete più sui quotidiani sardi. Alcune persone mi chiederanno: “Ma che fine hai fatto?”. Io risponderò: “Cercatemi sul blog” , ma ho la sensazione che internet non sia un mezzo, checchè se ne dica, utilizzato dalla gran parte degli elettori che invece si informa seguendo tv e giornale locale.

Se avessi un po’ di soldi il giornale me lo farei io,tipo il Foglio di Ferrara: opinioni, inchieste e la cronaca vera di una società meno piatta di come “quelli” la raccontano.

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Mario Adinolfi ci sa fare, col suo blog intendo. E’ provocatorio, intelligente, coraggioso, un personaggio che merita insomma di avere lo spazio che da anni va giustamente cercando, a livello politico. E’ tutto questo e anche di più magari, ma quando scrive che la rete è di sinistra prende una di quelle cantonate così colossali che è inutile rimarcarle, in lui sono fondata convinzione (scrisse pure che bloggare è di sinistra, forse non voleva scrivere che facebookare è de sinistra).

L’idea che ciò che è di sinistra è democratico e ciò che è di destra è autoritario è un’idea retrograda, figlia di una cultura ideologica, che è proprio fuori dal mondo. Ci sono diversi fatti che fanno saltare questa misera impostazione ideologica e non sarebbe nemmeno il caso di scomodarli, se non fosse che Mario Adinolfi, in tono come sempre apodittico, ci da la sua spiegazione del perchè la rete è di sinistra:

Gli stati totalitari non sono di sinistra o di destra – sono totalitari e basta – sinistra è uguaglianza e uguaglianza è democrazia e democrazia è libertà – internet è uguaglianza che si fa libertà

Messa così sembra una raccolta delle massime del Grande Fratello di 1984, un romanzo anti-totalitario scritto da un uomo di sinistra. Tra tutte le cose che non doveva scrivere è che UGUAGLIANZA è uguale a DEMOCRAZIA. La democrazia in realtà è semplicemente la libertà di essere come si vuole e di poter sviluppare questa diversità come si vuole, senza che nessuno arrivi a dirci che dobbiamo essere UGUALI a qualcun altro. Perchè a forza di pigiare sull’uguaglianza si arriva definitivamente allo stato totalitario, che esprime una totalità e non l’insieme degli individui.

Temo che sia inutile esprimere altri giudizi, perchè chi scrive queste cose con quel tono, evidentemente ha una chiusura mentale irriducibile, che nemmeno la rete – così aperta – riesce a schiudere. Il tentativo ridicolo di applicare categorie antiche a sistemi di comunicazione moderni è poi aberrante. Pensate se Henry Ford – l’ideatore della catena di montaggio e della produzione in serie di un prodotto elitario, nonché antisemita – se ne fosse uscito con una frase del tipo: “le automobili sono futuriste, i conservatori continuino con le diligenze!” L’avrebbero scambiato per un pazzo o per uno fuori dal mondo.

Il fatto comico è che Mario Adinolfi non riesce a cogliere la contraddizione insita nella sua spiegazione: gli stati totalitari non sono di destra e di sinistra. Appunto: come non lo sono il contrario degli stati totalitari, cioè le società aperte e democratiche. A meno di non considerare che gli stati di sinistra sono sempre democratici e quelli di destra sempre autoritari. In questo caso si sarebbe contraddetto una decina di volte in 3 righe.

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FACEBOOK E SCHIFANI
Ho massimo rispetto della seconda carica dello Stato, ma la sua affermazione che accomuna Facebook ai gruppi terroristici degli anni ‘70, mi pare quantomeno singolare.

Uso internet tutti i giorni e nella rete ci sono i cretini, i millantatori e i violenti. Tuttavia ci sono leggi che già ne regolano il funzionamento come per gli altri mezzi di comunicazione, non serve una legislazione speciale. La rete è uno strumento di comunicazione moderno e aperto, che va semplicemente affrontato senza paura. Altrimenti si rischia l’estinzione del proprio messaggio politico.

Il presidente Schifani apra un profilo personale su Facebook  così avvicinerà ancora di più le istituzioni alla gente e noterà che non c’è tutto questo male nei social network.

UPDATE.Maninchedda risponde a Marcello F sul suo blog.Tra i commenti anche quello del mio pugnace amico Peppe Montesu. Dite la verità: è quasi più divertente stare sui blog che leggere i giornali !

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1. Pausa pranzo. Rotondi dice che è una cattiva abitudine, secondo me è un’abitudine tutta italiana. L’idea che si possa migliorare la produttività con questi annunci un po’ mi solletica… sono più d’accordo col presidente Napolitano: basta con gli annunci, passare ai fatti per quanto riguarda gli investimenti sulla ricerca. Maggiore ricerca, più produttività e ricchezza. E’ scontato.

2. Nella lite tra Brunetta e Tremonti io sto con il Governo, che deve lavorare, anche se condivido, ultimamente, più le uscite di Brunetta. Ha fatto bene Berlusconi a richiamarli, in qualche modo. C’è sempre tempo per mettere in moto il cambiamento e dare al paese un governo che possa far bene anche oltre la crisi. Gestita l’emergenza è l’0ra di ripartire. Con Tremonti e con Brunetta.

3. Murdoch e i vecchi giornali combattono una battaglia di retroguardia. Non si vogliono arrendere al fatto che il loro modello storico di business è superato. Il presunto accordo con Microsoft è senza senso: sarebbe come se l’inventore delle carrozze tentasse un ultimo diperato accordo con il maniscalco, per respingere l’invenzione di Henry Ford, e mettere in strada cavalli più veloci.

4. Si a Balotelli in nazionale. Ma semplicemente perchè è l’attaccante italiano più talentuoso e con maggiori prospettive, molto meglio di Amauri. Non certo perchè è di colore: altrimenti siamo al razzismo al contrario. Detto questo, non si può accettare questo andazzo nelle curve. Il ragazzo è italiano ed è il simbolo di un’Italia che ha una nuova identità. Balotelli sta all’Italia, come Joe di Maggio stava agli Stati Uniti.

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In questi giorni è divampata la polemica per il mancato finanziamento del progetto banda larga. E’ inutile dire che i motivi esposti dal governo, nonostante le critiche dall’interno, sono abbastanza plausibili: il terremoto ha rappresentato un’emergenza nell’emergenza, ma ritengo che la scelta sia un po’ miope, com’è nella tradizione italiana.

Le opinioni sulla rete non sono contrastanti, c’è molta critica su questo punto: chiudere un rubinetto come quello, che secondo lo stesso governo avrebbe generato un indotto del valore di 1.6 miliardi di euro, è profondamente sbagliato. In più ci muoviamo nella solita logica italiana, che accomuna opposizione e governo, che sfronda i rami ritenuti non necessari solo perchè ritenuti non immediatamente produttivi (e quindi – a torto – una spesa da evitare). E’ anche inutile aggiungere che da noi internet viaggia molto lentamente e giusto il wi-fi ha attenuato un po’ la sensazione di trovarci in un paese preistorico, a livello digitale.

Un articolo odierno sull’Unione Sarda mette in luce che la Sardegna è più avanti tra le regioni del meridione, ma questo avviene per le utenze private: molte adsl in casa, poche imprese sul web. E naturalmente questo è anche il panorama nazionale, sembra che ancora non si intuisca l’importanza della rete come fattore economico (ha un impatto notevole sull’abbattimento dei costi e sulla velocità delle operazioni, oltre a dare visibilità a chiunque).

Che la partita sia  grossa lo dimostra la guerra ingaggiata da Rupert Murdoch contro Google, per il controllo delle informazioni. Ho chiesto a un esperto di motori di ricerca cosa ne pensasse e la sua risposta è stata abbastanza lapidaria: “Murdoch tenta di creare un concerto, un fronte unico degli editori per contrastare Google. Il motivo è semplice: Google facilita l’accesso ai contenuti prodotti dagli altri. La domanda è: chi può vivere senza chi? Senza i giornali principali Google News sarebbe un aggregatore privo di valore, ma senza l’accesso fornito da Google i giornali perderebbero visite e introiti pubblicitari. Google è guardato con sospetto perché fornisce contenuti in maniera gratuita, ma fintanto che il Wall Street Journal sarà distribuito gratuitamente in rete, Google non potrà far altro che metterlo a disposizone. La battaglia di Murdoch è un po’ contro la filosofia globale del web che si è affermata in questi anni. Anche se un fondo di ragionevolezza potrebbe esserci, quando imputano a Google – sotto traccia – di diffondere materiale riservato su altre fonti (esempio i blog che scopiazzano gli articoli dei giornali)”.

Non so se si ponga una questione sul modello di informazione e giornalismo, in quanto Murdoch non solleva questo punto. I giornali per stare sul web devono adeguarsi alle leggi non scritte sul web. La credenza che tutto sia grauito e facile da ottenere è abbastanza ridicola, sul web, come in altri settori più tradizionali, la qualità si fa pagare e viene normalmente pagata. Neanche il blog più autorevole può pensare di apparire qualitativamente superiore al WSJ o al Los Angeles Times.

Di sicuro c’è che il web è in grado di scardinare il messaggio politico, di vivisezionarlo, così come di veicolare nuovi formati pubblicitari. Il pensiero che l’Italia debba stare sempre dietro non è molto confortante.

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La scommessa di Perina e Lanna si gioca sul web

Luciano Lanna e Flavia Perina, la coppia meglio affiatata e più anticonformista del giornalismo italiano, sbarca sul web. E’ il primo serio esperimento di una destra post-ideologica che si confronta nel vasto mare di internet. Inutile dirlo: buon lavoro, di cuore !

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Svolta sul web per Sarkò

Svolta sul web per Sarkò

La notizia che anche Nicolas Sarkozy andrà su Facebook non può coglierci di sorpresa. Aggiungiamo che monsieur le Président ha annunciato un completo restyling del sito dell’Eliseo, che vedrà impegnati giovani ragazzi sui venticinque anni. Ve la immaginate una scena simile in Italia?

Da noi funzionerebbe così: un ministro decide di rinnovare il sito del suo dicastero. Per prima cosa decide a chi affidare l’incarico. Cercherà prima tra la cerchia degli amici, dei conoscenti e degli aderenti al partito. Se non troverà nessuno che a livello professionale possa accontentarlo, immancabilmente sceglierà la soluzione più inutile e costosa, col risultato che entro 6 mesi sarà tornato al punto di partenza. L’unica cosa che si è mossa è la nota spese.

Perchè questo? Per l’ignoranza di fondo del politico italiano che non sa nulla di internet, la rete, i suoi contenuti e la sua flessibilità. Il modello comunicativo di internet, ripeto il mio adagio da tempo, richiede fantasia, sincerità, piglio. La nostra classe politica, al contrario, preferisce cullarsi nella bambagia di una carta stampata e di una televisione servizievoli.

Questa situazione coinvolge anche i giornalisti, che sapendo che i mezzi preferiti dai politici italiani sono quelli tradizionali, finiscono per ignorare l’informazione che passa esclusivamente sugli altri media. Ci sono ovviamenti quelli più avvertiti e più interessati, ma sono eccezioni. Quella proposta dal web è informazione certo più caotica, ma più libera, meno filtrata, irreggimentata. Un vero peccato che in Italia si sia così indietro su entrambi i versanti. Io sono appassionato dei Celtics come sapete. La notizia dell’acquisto di Rasheed Wallace è stata data in anteprima da un columnist della ESPN, sul proprio Twitter… è un atteggiamento mentale totalmente differente.

Un’informazione globalmente meno ingessata costringerebbe tutti a migliorare la comunicazione nel web, facendola crescere anche a livello culturale, perchè volente o nolente è sulla rete che si sposterà la maggior parte dei contenuti multimediali. Spesso, sui giornali e nelle tv italiani, c’è la sensazione che si parli di cose poco serie, anche se i giornalisti ci dicono che sono cose serissime. Posso essere d’accordo: ma la sensazione di generale degrado coinvolge tutti, in quanto tutti hanno il proprio orticello televisivo dove zappare, e la gente lo percepisce.

Non mi sorprende che altrove sia realtà ciò che da noi è al massimo un auspicio estivo, espresso  in un blog che da oggi, e per le prossime 2 settimane, metterà in moderazione tutti i commenti. La misura è necessaria per evitare il classico spam. I commenti verranno comunque sbloccati quasi subito o dopo poche ore.

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La E di Explorer, per anni simbolo del Web

La E di Explorer, per anni simbolo del Web

Il mio rapporto col web è sempre stato improntato al coraggio e alla comprensione. Non mi sono mai lasciato intimidire dallo strumento e mi ritengo sufficientemente umile da capire che ogni giorno devo imparare nuove cose. Io penso che sia qui il GROSSO problema del rapporto tra la politica italiana e la rete: l’incapacità di volersi adattare a ritmi più rapidi, nei quali è consigliato di esercitare l’intelligenza un po’ più spesso di quanto non facciamo. Il politico italiano, soprattutto se conosciuto, ambisce esclusivamente alla televisione o allo spazio sui grandi giornali nazionali. Il suo unico sistema di comunicazione è la lucetta rossa della telecamera, la selva di polsi e mani e microfoni e tanti giornalisti che non fanno domande, ma attendono una dichiarazione che è stata preparata al mattino da un solerte ufficio stampa. La dichiarazione dev’essere in linea col personaggio: ironica, dura, sprezzante, ellitica. Dipende dal profilo che il politico si è costruito in tv. Pertanto non sentirete mai Rosy Bindi esprimersi in maniera offensiva e concitata nei confronti di chicchessia, allo stesso modo il collega Salvini, non se ne uscirà mai recitando una filastrocca per bambini. Si tratta di cliché. Ebbene, internet sfugge a questa logica in quanto il clichè è sottoposto alla critica e al vaglio del pubblico in real time, sull’istante. E’ di questo che si ha paura sostanzialmente.

Internet per noi in Sardegna è stata l’AVANGUARDIA. Un punto di eccellenza per tanti anni di cui si deve dar atto a due persone, che sono un po’ come il diavolo e l’acqua santa, o forse le facce della stessa medaglia: Nichi Grauso e Renato Soru. Grauso agli inizi della sua attività era riuscito nella dannunziana impresa di registrare a dominio i nomi di tutti i personaggi più famosi, pensando di fare del merchandising. L’idea di business era troppo spinta, tanto è vero che è stata superata da sentenze di giudici in tutto il mondo. Quando ho aperto il blog col mio nome a dominio, ho avuto la spiacevole sorpresa di ritrovarmi al centro di un attentato: dalla pagina info spedirono una mail con scritto “metti la bomba e scappa” – più real time di così…

Ritornando alla politica, La sensazione peggiore rispetto ad essa è che tenti di agire in due modi:

O comunica sulla rete allo stesso modo con il quale comunica nei media tradizionali, con siti o blog modellati sulla falsariga del tavolino zeppo di volantini (modello gazebo: nel quale chi entra prende quello che trova), oppure tenta di modificare la rete, intervenendo nei meccanismi decisionali. L’una e l’altra soluzione sono viste molto male dalla comunità internet mondiale, perché ci fanno apparire come dei dilettanti alla sbaraglio. Il politico della rete teme: il presunto anonimato, i troll e gli osservatori intelligenti…

In particolare, i siti dei politici spesso sono preoccupati di dar conto delle proprie imprese, ma facendolo a mo’ di comunicato stampa, ripetendo lo stereotipo della comunicazione tradizionale, nella quale il giornalista è integrato nel package e tutto si consuma in pochi secondi di dichiarazione, dettati via telefono, via mail o davanti a una telecamera. Nel web l’interazione è completa, può essere filtrata da metodi di moderazione che la stessa rete fornisce, ma in buona sostanza, un sito chiuso, che ripeta lo schema piramidale alla base del quale vi sia lo spettatore, nella rete non è accettato e finisce per essere controproducente.

I politici che non riescono a capire queste sottili differenze spesso tentanto di forzare la rete, passando per la scorciatoia delle leggi sulla protezione dei diritti d’autore. Questo è un punto dolente della rete mondiale. Ma bisogna assolutamente essere consapevoli del fatto che questo non potrà mai essere il cavallo di Troia per ottenere il controllo assoluto dei contenuti diffusi sul web. E’ semplicemente ingenuo pensarlo, e voler normare oltre i confini di una tale normativa – che è auspicabile – appare come un tentativo goffo di controllare il dissenso, in modo talmente comico che come una pena del contrappasso viene riflesso e commentato nella rete, aumentando la frustrazione di chi propone determinate vie di fuga.

Il pubblico della rete è considerato più avvertito di quello dei media tradizionali, sia per il digital divide, sia per il fatto che non tutte le professioni si svolgono tramite l’utilizzo di un computer. Ovviamente nella massa bisogna saper scegliere e provare a costruirsi un pubblico: gli scemi ci sono ovunque e una tastiera a volte è più semplice da usare, rispetto alle corde vocali. Quando la rete approva, se per rete intendiamo un campione sufficientemente rappresentativo, quale può essere ad esempio la visione di un video programmatico su YouTube, è molto probabile che lo stesso effetto di approvazione si ottenga anche in tv e nella carta stampata. Barack Obama ha utilizzato YouTube, di proprietà della prima corporate mondiale Google, per far passare buona parte del suo messaggio. Messaggio che è stato infine confezionato per le tv, grazie al supporto del web e delle lobbies che vi hanno creduto.

Il consenso sulla rete quindi è difficile da costruire, ma le opportunità da cogliere sono immense, in particolare per partiti nascenti come il PDL e il PD. Il pericolo è quello, ancora una volta, di voler replicare sul web le strutture della politica tradizionale, che ricordiamo è fatta su misura per i media tradizionali e per la televisione in particolare. Così negli anni abbiamo visto che tanti circoli locali e sezioni di partito hanno aperto il proprio spazio internet, ripetendo la divisione a celle della politica “terrestre”. Tuttavia questo modello è un po’ in contrasto con la sharing e il bookmarking, le parole chiave della rivoluzione 2.0.

Sharing significa condividere: e si riferisce per esteso a tutte le conoscenze, per questo motivo la rete è democratica, perché consente, dal suo interno, una alfabetizzazione basata sui tutorial, cioè sulle guide pratiche all’uso dei software e delle applicazioni. Il bookmarking implica la condivisione delle scelte, delle preferenze, che vanno dai siti, fino ad arrivare gli stili di vita e di consumo. Il social network si fonda su queste architravi: pertanto la politica che scimmiotta se stessa e non condivide, non si mette in discussione, non si fa conoscere, non si allarga ed esce dalla clausura delle proprie assemblee, è una politica destinata a fallire. I politici di oggi devono almeno apparire preparati, perché gli elettori hanno strumenti di controllo più efficaci.

La reazione su questo punto non può essere quella di controllare a nostra volta chi ci controlla. Nel ruolo di parlamentari siamo vincolati alla Costituzione che assegna la sovranità al popolo, pertanto è necessario industriarsi per fare in modo che il giudizio del popolo su di noi migliori, anche se espresso da un computer che ci appare freddo e in qualche modo troppo razionale.

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Ora, provate solamente a immaginare se la candidatura di Grillo venisse accettata. Se vince siamo alla commedia.

Se non vince, la commedia l’ha già fatta Marino che indirettamente ha dato degli stupratori a migliaia di iscritti del Pd (e sarebbe lui il rinnovamento…).

Se perde male, come penso, forse si metterà l’anima in pace. Ma ho come la sensazione che i seguaci di Grillo, quelli disposti realmente a votarlo, votino già Antonio Di Pietro. Un ruolo per essere credibile non può essere diviso a metà.

Perché poi per chi gioca la parte di Bruto e Cassio c’è sempre Filippi dietro l’angolo.

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