Intercettazioni, se fossimo un paese civile
Ad un certo punto tutti a sparare cazzate sul telefonino e a dire “maresciallo, non è vero”. La sensazione era quella di essere intercettati, poi magari non ti filava nessuno.
Alcuni miei amici funzionari di pubblica sicurezza mi dicono che questa legge non sarebbe il massimo per il loro lavoro e che li metterebbe in difficoltà. E’ gente di qualità, non di sinistra, neanche finiana. Gente di buon senso che mette i delinquenti in galera.
Succede che ad un problema serio (è giusto spiare senza limiti? E’ giusto sputtanare i fatti personali senza pietà su tutti i giornali? È giusto distruggere qualcuno prima di un legittimo processo? È giusto che un magistrato ordini intercettazioni per scoprire reati anziché cercare prove?) la risposta all’italiana non è mai all’altezza della situazione, in linea con quello che dovrebbe essere un paese liberale.
La battaglia finisce sempre per essere quella solita, quella vista nei due anni del governo Berlusconi: Repubblica, Il Fatto e Di Pietro contro il Cav, con il consueto appoggio degli indignati in servizio permanente effettivo, del circo mediatico-giudiziario, degli attori e delle dame-bene del cinema italiano.
Anche a destra poi non è che ci sia tutta questa chiarezza, anche se l’appello del Foglio (primo sottoscrittore Pierluigi Battista) mi pare la cosa più ragionevole letta in questi giorni.
Unire efficienza delle indagini penali e libertà di stampa, efficacia della lotta contro la criminalità e rispetto della privacy sono concetti talmente elementari che non si capisce come in Italia non si riesca di trovare condivisione.
Interpellati da me, alcuni addetti ai lavori mi hanno spiegato che i problemi della legge starebbero soprattutto intorno a due questioni. La prima riguarda le restrizioni per le intercettazioni ambientali, possibili solo per 72 ore e solo per provare un’attività criminosa già provata. Mah. Il secondo riguarda il meccanismo delle proroghe degli ascolti una volta scaduti i 75 giorni. Ogni 72 ore l’ufficio giudicante del distretto giudiziario deve riunirsi e dare l’ok. Mi pare complicato e non in linea con l’esigenza di accelerare le pratiche giudiziarie.
In ogni caso pubblicare stralci di conversazioni telefoniche private e non attinenti l’indagine mi pare incivile. E’ giusto che giornalisti ed editori paghino, soprattutto se il processo non è mai cominciato. Ma è anche giusto che gli inquirenti possano servirsi di mezzi di ricerca della prova efficaci, visto che l’Italia è una paese che fatica a far rispettare le regole. Ricerca della prova, non del reato. La differenza è sostanziale. Chi tratta della libertà – politica, giustizia – non può farlo pensando allo scontro continuo, per rivendicare la propria autonomia. E’ necessario che venga sempre tutelato il bene comune: non c’è giustizia senza libertà, non c’è libertà senza giustizia.




