Bruno Murgia

Deputato del PDL

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Carlo Massarini

Mentana è bravissimo in televisione. Sulla rete ha il pregio di riportare il dibattito politico ma non c’è niente del fascino di ciò che avviene on line. Lo schema è infatti quello della tv, il confronto avviene tra addetti ai lavori, tra protagonisti che mutuano uno stile che può andare sul piccolo schermo ma che qui, sul mio Mac, sembra lento, privo di fantasia, demotivante. Già la scenografia rimanda ad uno sceneggiato degli anni ‘50, poltrone in pelle ( o forse in velluto), dominano i marroni, ed una certa rigidità. Il Corriere poteva mettere in campo giovani cronisti ma ha preferito prendere il sicuro. Un grande professionista che intelligentemente occupa uno spazio libero ma a me pare un occasione persa.

Avviene il contrario con il grande rientro di Carlo Massarini che rifà “Mister Fantasy,reload & rewind”, ogni mercoledì su Rai Sat Extra. E’ grande tv: Massarini passeggia all’interno dello strepitoso Maxxi di Roma, ricorda gli anni’80 ( che fine avevano fatto Krisma dopo quello videoclip girato a Bali? come se la passa Vecchioni?), ci sono video, musica, giornali e fumetti. Roba che può benissimo passare su Internet in qualsiasi momento della sera e della notte. Puoi metterti a letto con un portatile sulle ginocchia ed evitare il dibattito tra Di Pietro in forma ignorantissima e La Russa versione Fiorello. Meglio Luzzato Fegiz, anche con quella cravatta improbabile.

( Se è possibile afferrare lo spirito dei tempi con Massarini piuttosto che con Vespa, Mentana, Floris e Santoro? Beh, conoscete la mia risposta ).


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Mauro Fiore ha vinto l'Oscar per la migliore fotografia con il film Avatar

Mettetela come vi pare, ma a me questo italiano che vince un Oscar e grida “Viva l’Italia!” mi riempie di orgoglio.

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Robert Parish, the chief. Negli anni '80 è stato il centro dei Boston Celtics

Negli anni ‘80 mi piacevano ma li ascoltavo di nascosto,troppo springsteeniano per ammetterlo. L’altro giorno hanno suonato a Roma e  me li sono persi.

Sono assalito da lunghissime nostalgie, ricordo a memoria i numeri dei giocatori di basket di quegli anni. Kelly Tripucka? Detroit Pistons, numero 7. Michael Cooper? Lakers, numero 21. Isiah Thomas?11! Parish? Facile: 00.

Ho verificato ciò che compro ultimamente da i Tunes. Sono un cultore delle novità, eppure… Ecco una lista, traete voi le conclusioni: New Order, Duran Duran, Neil Young, Prefab Sprout, A-ha,  Bob Mould  (Husker-du), X, Madonna, Stone Roses, James, The The, Orange Juice, Martin Stephenson, Hothouse Flowers, Waterboys.

Ecco invece la roba quasi nuova: Gaslight Anthem, Julian Casablancas, Kooks, Keane, Phoenix. Insomma, una gabbia nostalgica dove forse è bello rifugiarsi… o forse no?

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L’aspetto più deprimente di questa statistica è proprio il numero, nudo e crudo. In Italia si vendono abbastanza libri, ma i lettori sono molto pochi, cioè i lettori saltuari sono circa 25 milioni, quelli che in pratica avrebbero letto almeno un libro non scolastico in un anno. Molto meno coloro che hanno letto più libri: appena il 6.9% quelli che leggono un libro al mese.

Il dato sconfortante è che l’Italia è un paese anziano, con una popolazione scolastica che si mantiene su livelli accettabili solo grazie ai figli degli immigrati, un tasso di natalità bassissimo, al quale fa da contraltare – vivaddio! – l’aumento dell’aspettativa di vita tra le più alte al mondo.

C’è dunque un segmento ultramaggioritario che non legge praticamente mai. Ho letto da poco una notizia che in sè mi ha sconvolto. Una informazione scientifica. Se l’uomo si disabitua a leggere e scrivere, per anni, ritorna in pratica all’età scolare! Non conta nulla il titolo di studio! Un avvocato che si laurei a 25 anni, cominci a praticare la professione a 28-30 e non legga quasi mai, avrà solo da scrivere, quando non lo fa qualcun altro per lui, delle citazioni e poco altro, a 50 anni sarà tornato indietro di 40 anni rispetto alla sua capacità di leggere e scrivere. Con l’aggravante che è in un fase della propria vita nella quale lo sviluppo è cessato da un pezzo: questo vale per tutti, immaginate un medico che non legge mai un romanzo e che è abituato a leggere solo riviste mediche e compilare ricette.

Questo ha un senso: la laurea deve aiutarti a fare una professione non a vincere il premio Pulitzer! Ma l’abbandono del libro e della lettura ha un costo gravissimo, considerando, per esempio, che per prevenire l’alzheimer i medici consigliano di continuare a stimolare il cervello, con letture e appuntamenti sociali.

Il dato dell’editoria è reso ancora più grave dalla politica secondo me sbagliata dei grandi editori, i quali dichiarano di voler aumentare la percentuale dei lettori abituali. Molto bene, peccato che questo sia un obbiettivo perseguito a parole e che invece, nella realtà, essi si muovano unicamente secondo logiche di mercato che comprimono parecchio il rischio d’impresa (so che può sembrare contraddittorio, ma in Italia le grandi aziende che funzionano lavorano in oligopolio, duopolio o monopolio – solo le piccole e medie affrontano davvero il mercato globale).

Gli editori invece seguono la tipologia del lettore, non è vero che aumentano il lettore abituale. Le politiche editoriali sono poco fantasiose e inclini a seguire la moda: funziona Harry Potter? Avanti col fantasy! Funziona Montalbano? Sotto col giallo all’italiana! Piacciono i romanzi di Twilight? Vai con i vampiri! Eppure il caso di Stieg Larsson dimostra che il lettore abituale italiano è si diviso in settori e generi, come ovunque credo, ma è anche poco provinciale, cioè attento alle novità anche quando queste si trasformano in un “fenomeno di culto di massa” (tipo Pink Floyd, Led Zeppelin o Herman Hesse negli anni Sessanta) oppure descrivono paesi lontani dal nostro stile di vita.

Di fatto però gli editori puntano sui generi e fanno politica editoriale basata sul genere, che non aumenta la base dei lettori abituali, ma il numero di copie vendute tra gli amanti del genere. Infatti, come numero globale di copie vendute siamo tra i primi in Europa, mentre scendiamo come numero complessivo di lettori, come detto sopra.

Quindi gli editori non devono semplicemente cercare nuovi lettori abituali (insistere sul genere di successo fa vendere, ma è disincentivante da questo punto di vista), ma cercare nuovi argomenti, nuovi generi per farli piacere, scoprire anche nuovi autori, ma soprattutto provare a dar credito a romanzi non di genere. In Italia i successi letterari più clamorosi degli ultimi anni, che non appartengono alla narrativa di genere, sono frutto di politiche editoriali di marketing molto azzeccate, per la benevolenza di qualche critico sul Corriere oppure per un rapporto stretto col mondo del cinema che amplifica il valore di opere letterarie altrimenti mediocri. Ma fuori da questo circolo si vende poco: a meno di non essere Faletti, che buon per lui, tutto ciò che tocca diventa oro.

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Anna Wintour

Frivolo? Non proprio. Parliamo di ciò che ha fatto grande l’Italia nel mondo. Intanto si è suicidato Alexander McQueen. Presto ritornerò sul decreto tv con le sue modifiche. Devo una risposta a Claudio che comunque è contenuta qui.

Roma, 11 FEB (Velino) – “Ha ragione Della Valle. Bisogna difendere il made in Italy e smetterla con i provincialismi. Milano non puo’ rinunciare alla settimana della moda, ne’ vedere il suo programma ridimensionato.
Capisco che Anna Wintour sia la persona piu’ influente del settore e il numero uno della moda nel mondo, ma le sfilate milanesi danno visibilita’ anche a tanti sconosciuti creativi, che verrebbero danneggiati dallo sconvolgimento del calendario”. Lo dichiara Bruno Murgia, deputato del Pdl e componente della Commissione Cultura, intervenendo sulla polemica innescata dal patron della Tod’s. “Per questo motivo”, dice ancora Murgia, “interessero’ della vicenda il ministro della Cultura Bondi, visto l’alto valore storico e culturale delle nostre creazioni e il ministro delle Attivita’ Produttive, al fine di difendere i prodotti della moda italiana nel mondo e dare una risposta forte alle richieste degli artigiani e degli imprenditori del settore”.

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Repubblica ha pubblicato un’inchiesta sul cosiddetto flop del G8 alla Maddalena.Cose che un po’ tutti noi sapevamo: abbandono delle strutture nelle quali i grandi della terra avrebbero dovuto dormire, stanze più o meno in malora, condizione generale di incuria.

Sono cose che personalmente avevo già denunciato con puntuali interrogazioni fatte firmare anche al mio ottimo collega Fabio Granata. Ovviamente, i giornali sardi non hanno mai dato conto di questo. Quando mi hanno citato era solo perché affermavo polemicamente che aver spostato il G8 all’Aquila sarebbe stato dannoso per l’economia e il rilancio della Sardegna, che-appunto- di grandi eventi e turismo dovrebbe vivere.

Un paio di giorni fa la stessa cosa, mentre ci sono paginate su questa faccenda delle assenze, argomento populistico e demagogico, niente su cose concrete. O meglio: Repubblica del 29 gennaio pubblica un ampio stralcio della mia interrogazione, i sardi locali niente.

Mi sono convinto da molto tempo che la nostra informazione sia pigra anche se non mancano ottimi giornalisti, anzi nei prossimi giorni cercherò di segnalare i buoni pezzi che meritano di essere letti. Il punto è che una società in crisi come la nostra dovrebbe avere giornali frizzanti, tosti, pure polemici. Ma così non è. Li trovo conformisti, silenziosi, uguali a se stessi sempre e comunque. Se qualcuno dei giornalisti in questione leggesse questo post è probabile che si offenda, scatterà la ripicca e non mi vedrete più sui quotidiani sardi. Alcune persone mi chiederanno: “Ma che fine hai fatto?”. Io risponderò: “Cercatemi sul blog” , ma ho la sensazione che internet non sia un mezzo, checchè se ne dica, utilizzato dalla gran parte degli elettori che invece si informa seguendo tv e giornale locale.

Se avessi un po’ di soldi il giornale me lo farei io,tipo il Foglio di Ferrara: opinioni, inchieste e la cronaca vera di una società meno piatta di come “quelli” la raccontano.

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J.D. Salinger ha scritto Il giovane Holden

Nell’era della iper-comunicazione ( siamo sempre connessi, internet premio nobel per la pace, iPad, blackberry, social network, tutti sanno tutto e di tutti ) questo grande uomo, così fondamentale per la letteratura ( quante volte avete sentito parlare di “romanzo di formazione”?) era sparito da quarant’anni.

Il Giornale e Libero ne scriveranno sicuramente, ma della notizia della morte di J.D. Salinger non c’è traccia in prima pagina.

Certo che Bret è sempre piuttosto matto.

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Neda, la giovane militante iraniana uccisa negli scontri con il regime. E lei, per me, il personaggio del 2009

Neda, la giovane militante iraniana uccisa negli scontri con il regime. E' lei, per me, il personaggio del 2009

1)L’uomo dell’anno per il Sole 24 Ore è il ministro dell’economia Giulio Tremonti. Per il giornale di Confindustria il ministro dell’economia “ha tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi.”

2) Interessante la scelta del webmagazine finiano Fare futuro:uomo dell’anno è infatti Stefano Cucchi, il ragazzo morto in carcere per le botte. Coraggiosa la famiglia nella ricerca della verità e nel mettere a nudo anche le debolezze del proprio figlio. Un personaggio”normale” dunque, non un politico o qualcuno di molto conosciuto.

3)Buona intervista del ministro Maroni al Corriere della Sera. Parlando del sud Maroni ha detto: “Noi siamo d’accordo a far crescere l’economia del Sud.Il problema e’ come farlo. Per tanti anni si e’ spacciato per lavoro portato al Sud quello che in realta’ erano stipendi per il pubblico impiego e corsi di formazione fasulli dove chi partecipava viene pagato”. Concordo in pieno. Aggiungo, per la nostra Isola questo è l’anno utile per proporre il modello di sviluppo sardo. Aiuti dallo Stato per le infrastrutture necessarie e per le situazioni di emergenza per il resto tutto è nelle nostre mani.

4)Riforme condivise? Mah: dibattito non entusiasmante. Il bipolarismo premia chi vince. E chi vince ha l’onere di proporre i cambiamenti. Film già visto, comunque: ad un certo punto il tavolo salterà perché il Pd –per mascherare i propri problemi interni- dovrà riprendere ad attaccare Berlusconi.

5)Anno nuovo e Giornale vecchio…Titoli di prima pagina del quotidiano di Feltri: “Che barba il discorso di Napolitano” e “Quando Fini voleva cacciare gli immigrati”.

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Christian De Sica

Cinepanettoni: la prosecuzione della lotta tra Fini e Berlusconi con altri mezzi. Come è noto Fare futuro attacca Bondi per i finanziamenti all’ ultimo successo in sala del film di De Sica. Libero e il Giornale ovviamente a difendere il cinema italiano di serie b, così popolare e anti-snob. Sono intervenuti tutti su tutti i giornali con precisazioni varie. Perdonatemi: il canovaccio ormai è straconosciuto. Fare futuro in difesa dell’italian-chic,i giornali di destra a difendere il fortino del politicamente scorretto.Vi abbiamo sgamati. Il paradosso è che la spalla di De Sica è quel Massimo Ghini, veltroniano attore romano, che con il cinepanettone mette a sicuro il proprio futuro. Come la penso? Come Sgarbi, ieri sul Giornale: siamo consumatori di cose diverse, alte e basse, pregiate e da spazzatura. Questa è la cultura contemporanea. L’unica cosa: è giusto dare i soldi al film natalizio che comunque -per la trama,per la leggerezza – avrà sempre grandi incassi? Ribatte De Sica: hanno finanziato film con incassi penosi. E’vero: bisogna superare una certa soglia di biglietti staccati, ma non può essere l’unico criterio.

Come sta il cinema italiano? Ho visto Il Divo di Sorrentino sulla vita di Andreotti: splendida fotografia, ma mi è parso, ad un certo punto, un fumettone. Concordavano con me i miei amici si sinistra, accasciati sul divano il giorno di Santo Stefano. Se il cinepanettone è l’italiano medio, l’altro cinema ( tutto sommato anche Caos calmo) è il ritratto di un’Italia che forse neanche esiste.

UPDATE. Intanto a Teheran si combatte per la libertà. Internet prezioso alleato. Non ha funzionato la “mano tesa” di Obama.


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I libri non sono fustini di detersivo: svenderli a prezzi da grossista nei megamarket non danneggia solo i librai, ma tutto il tessuto culturale di un Paese. È la premessa della proposta di legge che sta prendendo forma per sostenere le librerie indipendenti italiane, sull’esempio di quanto già fatto nella Francia di Jack Lang quasi trent’anni fa e in seguito in Spagna.

Una legge per salvare le librerie

Una legge per salvare le librerie

L’iniziativa è sarda e bipartisan, visto che la proposta è firmata dai deputati Bruno Murgia (nuorese, Pdl versante destra sociale) e Caterina Pes (oristanese, Pd di ascendenza Progetto Sardegna). L’idea è semplice: congeliamo i prezzi dei libri e riduciamo al minimo la possibilità di praticare sconti e ribassi. Il motivo è altrettanto evidente: le librerie di catena (Mondadori e Feltrinelli, giusto per fare due grandi esempi) possono vendere i libri a prezzi notevolmente ribassati rispetto alle librerie indipendenti (cioè quelle classiche, gestite da un singolo o comunque non da una grande azienda). Alla imbattibile concorrenza delle librerie di catena va aggiunta quella dei market: chi di noi facendo la spesa non si è imbattuto nel blu-Sellerio dell’ultimo Camilleri e nei titoli severi di Gianantonio Stella?

Aggiungiamo le superofferte che corrono in rete: i bookshop di internet sono fornitissimi e offrono i testi a prezzi molto competitivi. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, su 100 euro spesi in testi solo 75 vanno ai librai tradizionali, mentre 18 vanno agli ipermercati e 4 finiscono ai negozi digitali come maremagnum.com o ibs.it

È evidente che il “vecchio” venditore è condannato in partenza: non potrà mai vendere i libri pubblicati dalla casa editrice “Ypsilon” allo stesso prezzo delle librerie “Ypsilon”. Né potrà fare le economie di scala di un megamercato che vende sugli stessi scaffali la pasta e “La casta”.
Certo, a differenza di altri operatori il libraio classico sa dare sempre o quasi un consiglio, conosce i clienti che serve e i libri che vende, organizza incontri, reading, presentazioni e in alcuni casi addirittura festival. E soprattutto con i suoi scaffali presidia un quartiere, un rione o una borgata che altrimenti non avrebbero lampadine culturali che brillano nella nebbia. Non solo, ma l’operatore indipendente dà spazio anche alla piccola e alla piccolissima editoria, marchi irrilevanti a livello nazionale che però sul territorio hanno una funzione significativa. Per capirci: quanta della vivace e celebratissima nuova narrativa sarda esisterebbe se le librerie fossero tutte in mano ai soliti tre o quattro editori nazionali, che per fare business puntano sul bestseller di Vespa e non certo sul giovane romanziere esordiente, più o meno “etnico”, più o meno criptico?

Per dirla con Murgia e Pes, in Italia «la grande e grandissima distribuzione sta operando una concorrenza alle librerie con sconti e supersconti (il 20 per cento normalmente sul prezzo di copertina, talora anche il 30 per cento). Le leggi sul prezzo fisso del libro favoriscono invece il pluralismo delle imprese editoriali, tutelando anche quelle minori e minime, le più impegnate spesso nella ricerca di nuovi autori e nella riscoperta di opere dimenticate, mantenendo quelle stesse imprese indipendenti le une dalle altre, libere comunque da catene editoriali. Favoriscono, inoltre, il mantenimento di quella distribuzione tutta speciale costituita dalle librerie, essenziali sia per gli editori meno potenti che per gli acquirenti, i quali trovano in esse un servizio insostituibile, un luogo tradizionale di incontro e di scambio culturale, tanto più importante per i quartieri delle grandi città e per i centri di provincia».

Ecco perché i due parlamentari propongono per i libri un prezzo di vendita bloccato o al massimo oscillante tra il 100 e il 95 per cento, con poche e mirate eccezioni per i testi venduti nelle fiere e nelle Giornate del libro, per i testi usati e per quelli di interesse bibliofilo.
Misure che non possono che piacere – e molto – ai librai indipendenti. Lo conferma la terza voce sarda di questa vicenda: quella di Aldo Addis, libraio sassarese (“Koinè”) e vicepresidente nazionale dell’Associazione Librai Italiani, che sottoscrive in pieno l’iniziativa dei due deputati. Con un suggerimento: mentre si cerca di addensare consensi attorno alla proposta Murgia-Pes, perché non modificare – come già voleva Franco Levi nella passata legislatura – l’articolo 11 della legge sull’editoria, che regola il prezzo dei libri?

«Già questa modifica – ribadisce Addis – metterebbe fine ad una stortura tutta italiana: da noi il prezzo dei libri è fissato dall’editore, ma lo stesso editore può venderli con sconti tutti diversi, consentendo alla grande distribuzione e alle catene editoriali di librerie di praticare condizioni e sconti che gli indipendenti non sono in grado di applicare. Questa mancanza di regole ha causato uno spostamento di fatturati dalle librerie tradizionali ai grandi magazzini e soprattutto alle catene editoriali, arricchendo dunque pochi gruppi e portando alla chiusura tantissime piccole e medie librerie, impoverendo tante realtà di provincia e di periferia, perché è venuto a mancare quel servizio che solo il libraio è in grado di fornire. La trasformazione del libro in oggetto di consumo, che per qualche dirigente editoriale sembrava essere un modo per moltiplicare le vendite, si è rivelato un boomerang clamoroso: per garantire gli altissimi sconti ai grandi gruppi si è aumentato il prezzo medio dei libri, vanificando quindi quei vantaggi per i lettori, considerati consumatori stupidi da imbrogliare con campagne promozionali fasulle». (di Celestino Tabasso, Unione Sarda)

UPDATE. Qui il mio intervento sulla lettera dei rettori ai parlamentari sardi.

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