Bruno Murgia

Deputato del PDL

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La Cavour parte per Haiti

La Cavour parte per Haiti

1. Rimango sempre impressionato dalla capacità di risposta del governo americano rispetto alle grandi crisi mondiali determinate da cataclismi. Magari fanno confusione, possono pure arrivare in ritardo, o come dice Castro, sfruttare qualche popolazione più povera (Castro è il re di questo tipo di demagogia antiamericana), ma quando decidono di aiutare qualcuno lo fanno nel nome della prima potenza mondiale. Questo significa che non mandano un c-130 o aspettano le donazioni dei privati, ma stanziano incredibili fondi federabili, di norma assegnati a personalità di rilievo. Ma voi, dico, ce li vedete Prodi e Amato che incaricati da Berlusconi amministrano gli aiuti per una popolazione in difficoltà come quella di Haiti? Io no.

2. A scanso di equivoci La Russa ha fatto bene a ordinare la partenza della portaerei Cavour, che dispone di avanzate strutture sanitarie, assolutamente necessarie in queste ore. Parte con ritardo, ma qualcosa si muove. Se siamo la sesta potenza economica del mondo, magari la settima, dobbiamo dimostrarlo anche in queste occasioni, stanziando dei soldi (e non il solito c-130 e il manipolo della validissima Protezione Civile, che si distinse nello Tsunami di Santo Stefano). Molti soldi.

3. Se continua così fra duecento anni la nostra nave ammiraglia potrebbe chiamarsi Emanuele Filiberto di Savoia. Il presenzialismo è una malattia incurabile a quanto pare.

4. Ali Agca è uscito, ha scontato la pena, fatto tanto carcere, ha ricevuto il perdono del precedente Pontefice e può godersi ciò che gli rimane della sua misteriosa vita. Importante è che non venga preso troppo sul serio dai nostri giudici, quando dice certe cose.

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11 settembre

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Come un fermalibro ha caratterizzato questo primo decennio che volge quasi al termine. La generazione dell’11 settembre penso abbia visto le cose con maggior consapevolezza, anche qui da noi in Italia. All’inizio erano solo disagi in volo, poi ci sono state le guerre, gli attacchi terroristici di risposta, a Londra, Madrid, Bali, Sharm El Sheik, Istanbul, e ci sono stati i morti, nostri e degli altri, e c’è ancora una guerra, quella afghana, che ormai dura da 8 anni, mentre faticosamente si tenta di portare un paese fuori dalle secche. Con tutti gli errori che si possono commettere, strategici, culturali, di mera valutazione e opportunità.

In America la società è profondamente cambiata. O meglio: ha messo in discussione qualche pilastro sul quale si fonda non tanto la civile convivenza, che è esagerato, ma il tradizionale rapporto tra cittadino e istituzione. Bush ha pagato pesantemente le scelte post-11 settembre e Obama è un presidente figlio dell’11 settembre. Senza l’attacco probabilmente si sarebbe prolungata l’era dell’estate clintoniana, anche se i segni di una certa decadenza erano già visibili.

Durante la Guerra in Vietnam, soprattutto nella recrudescenza degli ultimi anni della presidenza Johnson e nei primi di quella Nixon, gli Americani medi scoprirono che combattere il nemico ideologico, servire la Patria, avere fiducia nel progresso del mercato e della democrazia aveva uno spaventoso costo. Morirono oltre 50.000 giovani, su quasi 600 mila soldati schierati. Una follia, un dato pazzesco, come terribile è il bilancio dell’11 settembre 2001, più simile a una rinnovata Pearl Harbour, almeno nell’immaginario collettivo.

Tra le innumerevoli conseguenze una la paghiamo ancora oggi: la Crisi Economica. Per riportare in alto l’economia americana, rovinata dall’attacco, si accettò una sostanziale deregolamentazione: la parola d’ordine era rilanciare, in una prospettiva a posteriori ancora corretta, anche se gli effetti sono stati pesanti (e pagati a duro prezzo dagli Americani). Ecco, l’11 settembre introduce un periodo di grave Crisi, dal quale si sta uscendo a fatica, magari rivedendo qualche coordinata.

Oltre il cumulo di macerie rimane salda la speranza e la certezza che l’attacco abbia colpito la migliore delle nazioni, quella che può sempre risollevarsi e che sa pagare per le proprie debolezze, uscendone più forte di prima. Oggi come ieri un ricordo commosso di tutte le vittime di quell’assurda barbarie.

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Abbiamo conosciuto l' America attraverso gli occhi straordinari di questa donna

Abbiamo conosciuto l' America attraverso gli occhi straordinari di questa donna

 

Fernanda Pivano è morta ieri a Milano. Aveva 92 anni e una vita leggendaria.

(Ci risentiamo presto)

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Sempre lui

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Springsteen Rehearsals

Prigionieri del rock

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Veltroniade

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Ieri a L’Aquila è arrivato George Clooney. Il divo di Hollywood ha fatto un discorso ineccepibile: vengo qui per fare in modo che se ne parli. E in effetti c’era subito il codazzo di telecamere e giornalisti che lo seguivano e gli facevano domande. Come ogni buon divo di Hollywood che si rispetti George si è mostrato molto preparato sugli argomenti: insomma, ci si dedica senza la superficialità che vedo spesso nei nostri testimonial, troppo impegnati a far vedere che si impegnano piuttosto che a comprendere i problemi.

L’idea complessiva è che tra un giro di Obama, uno dell’inseparabile Sarkozy, uno della Merkel, uno di Medvedev (ma quanti anni ha? 24?), uno di Carlà e uno di George alla fine il messaggio di soccorso alla città abruzzese sia passato, raggiungendo quello scopo umanitario che il Governo si era prefissato spostando il G8 da La Maddalena. Ciò non rende meno fastidiosa la vicenda, ma sicuramente il dolore degli aquilani merita una costante attenzione. I ruderi impressionano, hanno bisogno di aiuto e di riflettori puntati.

bud

Più interrogativa la presenza di Veltroni. Si, lo so. Era con George perchè con George e Bill Lost In Translation Murray è impegnato in un’associazione volontaristica di supporto… credo sia il Summit permanente dei premi Nobel, lui Veltroni, noto premio Nobel…

Alla fine si è capito che a Veltroni questo mondo ammerigano piace. E’ sempre stato così: dalle vhs allegate all’Unità al mito di Bob Kennedy, dalle primarie in salsa democratica fino al Festival der Cinema de Roma. Il cinema gli piace, meglio se a stelle  e strisce. Mi viene il sospetto che alla fine abbia voluto troppo dalla vita. Non è mai stato bello per fare l’attore, duro e spietato per fare il leader, troppo buono per fare il professore. Ecco, direi che poteva fare la comparsa. Una di quelle comparse ricorrenti, come il classico tirapiedi dei film di Bud Spencer e Terence Hill… entra in scena, fa due battute, da tre cazzotti allo stomaco di Bud, viene steso con un colpo alla nuca e arrivederci a tutti.

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Meglio lui

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obamasilvioCi credete se vi dico che ad Obama sta comunque meglio un presidente del consiglio discusso, ma stabile e capace di assumersi impegni concreti, piuttosto che un presidente del consiglio in balia di verdi, centristi impazziti, vetero-comunisti, che ritirerebbero le truppe oggi – dico oggi – dall’Afghanistan?

No, giusto per avvisare gli zuccones di Repubblica…

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Il caso Iran dimostra un fatto inequivocabile: Internet è lo strumento dei popoli.

150.000 iraniani iscritti su Facebook, consapevoli delle libertà estreme che una finestra sul mondo può regalare si sono messi d’accordo per protestare. Hanno ragione gli analisti, ha ragione Obama: in fin dei conti Moussavi non può essere tanto diverso da Ahmadinejad, perchè il potere è nelle mani degli Ayatollah e le forze politiche iraniane, benché chiamate riformatrici, sono espressione della Rivoluzione Islamica. Non dimentichiamolo mai. Ricordate le speranze riposte in Khatami e negli studenti in Teheran? Noi tutti in Occidente ci speravamo, ma ci speravamo nella misura in cui non conoscevamo bene quella cultura.

Persino l’incidente diplomatico con la Gran Bretagna deve insegnarci a vedere le cose con la giusta lente. E’ probabile che in questo frangente abbiano ragione i nostri amici britannici, ma non possiamo certo dimenticare che il novanta per cento dei casini di quell’area sono dovuti al disimpegno e alle false promesse britanniche (con annessi colpi di stato, per l’appunto). Questo anche per dire che metà dell’antiamericanismo mondiale è bello che sprecato…

Tornando al web, la potenza mediatica non tradizionale della protesta iraniana illumina sul fatto che oggi potrebbe bastare un po’ di cervello, coraggio, un computer e una linea adsl per far scattare la rivoluzione. Troppo ottimista? Ovvio, in Honduras i militari non hanno aspettato di caricare i loro profili su Facebook per dare l’assalto al palazzo presidenziale. Grillo ne sarebbe invidioso però…

Resta il fatto che Internet è strumento democratico, per questo è temuto e per questo c’è una gran voglia di regolarlo, passando per la scorciatoia della difesa del diritto d’autore. Come spiegato abbastanza in queste pagine su Internet vive l’individuo. I reati vanno repressi come si reprimono per strada… e farebbe davvero sensazione uno Stato che mostra i muscoli nei doppini e allo stesso tempo promuove indulti perché non riesce a costruire carceri. Per ogni cosa ci vuole misura. E molta, molta informazione.

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Uno sgarbo in piena regola. Internet tradisce Obama, che su di esso ha fondato il proprio successo personale nelle presidenziali. E così le foto proibite sulle torture ad Abu Grahib, esecrate dal presidente, sono finite puntualmente online. Non c’è nulla che possa fermare la rete, perché la rete è capillare ed è per questo che c’è chi si arraffa per “regolamentarla”. Il discorso va avanti, Obama ha subito persino la prima contestazione, ma in un campo molto più tradizionale.

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Ahmadinejad

Ahmadinejad

Si chiamava Omid Reza Mirsayafi. Dicono si sia suicidato. E’ morto ieri nella prigione iraniana di Evin. Ventinove anni, Mirsayafi era stato condannato nel novembre scorso a due anni e mezzo di carcere per attacchi al capo della Repubblica islamica Ali Khamenei. Era stato giudicato da un tribunale rivoluzionario, in un regime in cui il diritto è l’apparato della forca.” (Il Foglio)

Sembrerà strano, ma non si può non notare il fatto che Obama abbia scelto il momento peggiore per aprire al regime degli ayatollah. Nel giorno della sua comparsata da Jay Leno, accoppiata a un messaggio video di berlusconiana e valentinorossiana memoria, al presidente americano non sarà sfuggito lo schiaffo del destino: un blogger iraniano morto in carcere, dov’era finito per aver espresso la propria libera opinione. Un blogger come noi. Cioè un protagonista di quel mondo di internet che ha tanto contribuito all’affermazione personale di Barack e alla creazione anticipata del suo mito.

Probabilmente le questioni economiche interne sono troppo importanti, per inseguire tutte le possibili crisi mondiali, ma l’apertura così manifesta all’Iran, sebbene supportata da nobili intenzioni, pare un deciso cedimento.

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La Casa Bianca

La Casa Bianca

Fin dal giorno della sua apparizione Barack Obama ha fatto di internet lo strumento principale della sua ascesa politica. In particolare ha capito che internet sarebbe diventasto un ottimo strumento per raccogliere fondi, rimanere meno legati alle lobbies (contro le quali aveva co-firmato delle leggi in Senato), e soprattutto finanziare la campagna elettorale sui media tradizionali (notevole il suo ultimo grande spot elettorale di mezzora, per efficacia e denaro speso).

Così, contemporaneamente alla formula del giuramento, il sito della Casa Bianca, sede ufficiale dell’uomo più potente del mondo, ha cambiato pelle – no, non è diventata abbronzata :-)!

La prima cosa che colpisce è l’assoluta modernità della home page, cioé sembra di entrare in un blog dove i collegamenti hanno tutti il loro posto e l’ordine, nella navigazione, regna sovrano. In alto si può notare come il sito è marchiato a fuoco dal nuovo presidente. Le sue immagini grandi, nitide, immediate riportano l’Obama comunicatore di cui vi ho già detto (a metà tra Reagan e Kennedy). In basso c’è l’Agenda, che poi sono gli appuntamenti dell’inquilino del palazzo. Ma è anche un modo per far scandire il tempo giorno per giorno. E infatti non può esservi sfuggito il collegamento al blog, che appunto rimanda a una serie di post che presentano notizie direttamente dall’ufficio del presidente (the briefing room). Penso che sia un modo di comunicare moderno, semplice e accattivante e non necessariamente piacione, perché da nessuna parte si perde il senso dell’ufficialità e della serietà degli incarichi.

Il sito del governo italiano non è fatto male, riesce a comunicare discretamente, ma ovviamente tradisce la poca dimestichezza personale con le nuove fonti di informazione della nostra classe politica.

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