Tiscali lascia a casa 250 persone, come Soru sistema tutto (da Il Giornale).
Cagliari – Tiscali che lascia a casa 250 persone (su 850 dipendenti in Italia) vale soltanto un piccolo titolo di prima pagina sui quotidiani della Sardegna. Il governatore Renato Soru, fondatore e primo azionista dell’azienda di telefonia, che un mese fa annuncia in tv da Fabio Fazio che «per l’azienda i lavoratori vengono al primo posto» e ora non spende una sola parola di solidarietà verso chi perderà il posto, non è una grande notizia. Tuttavia lo scarso risalto dato ai licenziamenti non è una svista: in Sardegna le difficoltà dell’azienda telefonica sono note, tant’è che già un centinaio di dipendenti di Tiscali hanno approfittato degli incentivi offerti e se ne sono andati. C’è tempo fino alla fine del mese per sfruttare gli scivoli. Poi si vedrà: per il 3 febbraio è fissato un incontro tra l’azienda e i sindacati per decidere come smaltire il personale ritenuto eccedente. Intanto, ieri il titolo della società sarda in Borsa ha perso il 17,8 per cento.
Ma non sembrano fare più notizia nemmeno le sparate di Soru. Su Raitre aveva detto «non lasceremo a casa nessuno» benché 4 giorni prima della trasmissione, il 3 dicembre, Tiscali avesse concordato gli esuberi in un vertice nella sede dell’Associazione industriali di Cagliari. Per lui i licenziamenti non sono un grosso problema: da quando è governatore della Sardegna ha assunto in regione parecchia gente che proveniva proprio dalla sua azienda. Manager come Sergio Benoni, direttore editoriale messo a capo della Sardinia Media Factory, o Chicco Porcu, pubblicitario con seggio in consiglio regionale. Ma anche parecchia gente normale.
In questi anni la politica del personale decisa da Soru ha fatto arrabbiare parecchi dipendenti della regione. In procura è arrivato un esposto di impiegati che si sono ritrovati improvvisamente disoccupati pur conservando il posto di lavoro. Entravano al mattino, timbravano e per sei ore stavano a non far nulla. In compenso le loro mansioni venivano girate a un esercito di precari, per lo più provenienti da Tiscali. Questo è accaduto soprattutto nel settore Trasparenza e comunicazione, dove Soru ha assunto la bellezza di 118 persone. Contratti più o meno lunghi, lavori più o meno importanti, nonostante la regione abbia un ufficio stampa nutrito e ben pagato.
Del disagio si sono fatti portavoce due consiglieri, Mario Diana e Antonello Liori, che in un’interrogazione hanno denunciato il meccanismo. Soru assumeva giornalisti professionisti e pubblicisti «che in gran parte avevano collaborato con la redazione del portale Tiscali», li inquadrava con contratti di consulenza invece del contratto giornalistico e assegnava loro per lo più incarichi tecnici (grafici e «web master») legati allo sviluppo del sito della regione. I cui server, per inciso, si trovano a Sa Illetta, sede dell’azienda di telefonia fondata da Soru e ancora in mano sua. Da dipendenti Tiscali a consulenti della regione, con l’Associazione della stampa sarda a combattere invano per ottenere l’applicazione del contratto nazionale di lavoro.
Soru ha sempre tirato dritto. Ha sempre trattato a modo suo amici e nemici. Un altro esempio? Nel 2007, nell’ambito dei finanziamenti alle associazioni culturali, ha elargito 72.871,10 euro a «Piero Marras projects» (la richiesta era di 73.200 euro) e altri 80.132,22 a «Elena Ledda vox» (su 120mila) per organizzare concerti di musica popolare. Oggi Piero Marras ed Elena Ledda appaiono nel listino di Soru, tra i nomi che in caso di vittoria hanno il seggio garantito. Dal giorno delle dimissioni, come ha denunciato il candidato del centrodestra Ugo Cappellacci, la giunta regionale ha approvato raffiche di delibere che distribuiscono denari pubblici a pioggia. Due milioni di euro per la tangenziale di Orosei, un milione 200mila per «opere di interesse locale» a Villasimius, un milione e mezzo per una casa di riposo a San Sperate, due milioni 700mila per riqualificare la viabilità nel centro storico di Lanusei.
E ancora sistemazione di piazze, arredo urbano, ristrutturazioni, palestre, scuole, musei, strade, ponti. Ce n’è per tutti. Soru stava anche per varare un concorso per selezionare dieci nuovi dirigenti regionali su 21: una rivoluzione in una fase in cui ci si dovrebbe limitare all’ordinaria amministrazione. Era prevista anche la nomina del nuovo segretario generale di via Roma, l’ufficio di presidenza era convocato per la fine del mese. Ma i sindacati si sono messi di traverso e il colpo di mano è saltato. Per la sfilza di nomine, appuntamento a dopo le elezioni. Forse.
* I LICENZIAMENTI TISCALI: PER TAGLIARE I COSTI…
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Tiscali in crisi: Soru licenzia 250 lavoratori ( Dal Giornale, 22 gennaio 2009 )
Roma – Piomba un’altra tegola sulla testa dell’Obama di Sanluri. Renato Soru, candidato governatore della Sardegna e patron di Tiscali aveva rassicurato tutti in tv: «Il momento è difficile per le aziende di tutto il mondo ma credo che Tiscali, per quello che potrò fare e per quello che potrò suggerire, non lascerà a casa nessuno». Era il 7 dicembre scorso e davanti a Fabio Fazio, a Che tempo che fa, il dimissionario governatore seminava promesse: «Seppure non abbia alcun ruolo nell’azienda, certamente la società metterà al primo posto la tutela dei lavoratori».
Le ultime parole famose. Ieri la notizia ufficiale battuta da tutte le agenzie di stampa: Tiscali manderà a casa 250 lavoratori, su un totale di 850 dipendenti in Italia. In pratica un terzo del personale per una cura dimagrante da cavallo. Soru rinfrancava i lavoratori davanti alle telecamere di mamma Rai, proprio mentre i vertici aziendali contrattavano con i sindacati l’entità dei tagli. Un vero e proprio disboscamento a colpi di scure, che dovrebbe abbattersi inmanieratrasversale su tutte le attività della società. Semplice, ricca, dinamica, democratica e innovativa: così l’azienda sardaaveva presentato la propria televisione digitale, ovvero la Iptv Tiscali.
Nel giro di un anno hanno però sospeso il servizio e adesso la maggior parte della falciatura colpirà proprio lì. Il gruppo naviga in pessime acque e la necessità di tirare la cinghia comporterebbe risparmi ancora più massicci. L’obiettivo, per ora, è di ridurre i costi per 40 milioni di euro, 16 milioni legati al personale. In azienda si spera comunque che vada in porto la trattativa con BSkyB di Rupert Murdoch per la cessione degli asset britannici e fare così cassa. La situazione è grave, visto che l’azienda ha un’esposizione complessiva nei confronti delle banche di circa 650 milioni di euro.
E in attesa del piano industriale, che verrà presentato ufficialmente nei prossimi mesi, Piazza Affari boccia Tiscali. Lunedì il titolo aveva perso il 5,25 per cento; ieri l’8,58 per cento, scivolando a 0,49 euro. Peri dipendenti Tiscali, tuttavia, ci potrebbe essere una sorta di «salvagente». Potrebbero, cioè, trovare spazio nella nuova azienda di Soru: quella Regione sarda che già in passato ha accolto e/o dato lavoro a molti ex tiscalini.
È accaduto a Sergio Benoni, ex direttore editoriale di Tiscali e poi a capo della Sardinia Media Factory, consorzio di imprese sarde cui doveva andare per forza il subappalto della Saatchi & Saatchi, per il quale Soru è indagato per falso, abuso d’ufficio e turbativa d’asta. È accaduto a Chicco Porcu,l’uomo che ha curato la campagna di Tiscali e che poi ha trovato una poltrona in consiglio regionale, chiaramente nella squadra di Soru. Oppure ai tanti carneadi che, attraverso consulenze, si dice popolino la sede della Regione.
Cappellacci, l’ uomo garbato che vuol fare il governatore ( Filippo Peretti per la Nuova Sardegna del 9 gennaio 2009 )
CAGLIARI. L’avventura del grande sconosciuto di queste elezioni regionali inizia cinque mesi fa con un blitz che sulle prime fa poco rumore. E’ il 6 agosto, il giorno che il mondo ricorda per la bomba atomica su Hiroshima. Mentre Renato Soru a La Maddalena fa fatica a festeggiare il suo cinquantunesimo compleanno preso com’è tra improvvise polemiche sul G8 e l’assemblea dei dissidenti del Pd, Ugo Cappellacci viene nominato a sorpresa coordinatore regionale di Forza Italia. E affida la sua dichiarazione inaugurale alle agenzie: «In Sardegna – dice – ci accingiamo a una sfida fondamentale per la riconquista della Regione». Sembra una frase scontata e quindi insignificante, dato che a nessuno può venire in mente che il Candidato sia proprio questo commercialista così poco noto al grande pubblico persino a Cagliari, dove da quattro anni è assessore. Solo lui e coloro che lo hanno scelto proprio per puntare sulla novità, da Silvio Berlusconi a Neris Verdini e Romano Comincioli, sanno che la parola «sfida» pronunciata da Cappellacci non è casuale ma è un preciso obiettivo politico. E personale.
Chi è il Carneade che in un mese e mezzo può diventare presidente della Regione scalzando il sardo di cui oggi si parla di più non solo nell’isola? Non avendo come Renato Soru un cognome doc, Cappellacci si è subito affrettato a far sapere di essere «sardo da almeno tre generazioni».
Il nonno, Ugo, è un imprenditore che a Iglesias ha un’azienda per la lavorazione del sughero della Gallura. Il padre, Giuseppe, si laurea a Cagliari e nel capoluogo sardo diventa commercialista. Quando nasce Ugo junior, nel 1960, Giuseppe Cappellacci è già uno dei più affermati. A cavallo degli anni Settanta e Ottanta, quando Ugo non ha ancora terminato l’università, lo studio di via Zagabria è frequentatissimo. Anche da un imprenditore ancora poco noto ma molto ambizioso: Silvio Berlusconi. Giuseppe Cappellacci, amico di Fedele Confalonieri, diventa infatti il punto di riferimento degli affari immobiliari della Edilnord che in Sardegna sono gestiti da Romano Comincioli. E’ l’epoca del mega progetto di Olbia 2, poi trasformato in Costa Turchese. E’ l’epoca dell’acquisto di terreni e delle prime delle sette ville sarde del costruttore che sta facendo fortuna con la televisione privata e la pubblicità. E’ a Cagliari, nello studio di via Zagabria, che nasce il complesso disegno societario di Canale 5, inizialmente frazionato in numerose realtà in tutta la penisola. La gestione di questo fortunato avvio che porterà il Cavaliere a fondare il suo impero mediatico, è affidata proprio allo studio Cappellacci.
Ugo è poco più di un ragazzo quando conosce Berlusconi, ormai amico del padre, e frequenta le sue residenze. (Nella sua prima intervista da candidato, rilasciata ad Antonello Caporale per Repubblica a fine dicembre 2008, Cappellacci sintetizzerà così quel periodo: «Mi ero appena diplomato al liceo e già varcavo il cancello di Arcore. Ho una frequentazione antica col Presidente al quale sono legato da affetto autentico»).
Appena laureato, inizia a lavorare nello studio di famiglia. Ottiene la specializzazione frequentando i corsi della Scuola di direzione aziendale dell’Università Bocconi di Milano e della Luiss Management di Roma. E si afferma. (Racconterà ancora: «Ho goduto delle relazioni di mio padre, non sarei sincero se lo negassi. Penso comunque di aver dato prova delle mie capacità, della voglia di innovare, di costruire qualcosa per la mia isola, dell’onestà»).
I rapporti con Berlusconi e le sue società restano stabili e nel 1994, quando l’imprenditore grande amico di Bettino Craxi decide di scendere direttamente in politica, a Ugo Cappellacci viene proposta la candidatura in Forza Italia. Alle elezioni regionali il designato alla presidenza è Ovidio Marras, l’avvocato sardo di Berlusconi, che però perde il confronto con il progressista Federico Palomba. Cappellacci dice no: preferisce continuare a seguire lo studio che il padre, che scomparirà dopo una decina di anni, gli affida sempre di più. Oltre che lo studio e i clienti, dal padre eredita anche le buone maniere: non alza mai la voce, si muove con garbo e rispetto, è pronto al sorriso.
Le cronache iniziano a occuparsi di Ugo Cappellacci nel 2001, quando, anziché in politica, scende nel mondo dell’impresa anche se non con una propria azienda: viene nominato dai canadesi presidente della Sardinia Gold Maining, la multinazionale – c’è anche capitale australiano – che dal 1996 è autorizzata a divorare intere colline della Marmilla per cercare oro. All’inizio del 2003, Cappellacci, pare per contrasti con i proprietari, lascia questo Eldorado che ha deturpato l’ambiente e diventa, suo malgrado, protagonista di una polemica che lo turba. In un blog in cui si denuncia la distruzione del territorio per un’operazione che ha arricchito solo la Sgm, Cappellacci viene accusato di aver ottenuto quel ruolo dirigenziale perché di «fede massonica di rito scozzese». «La disinformazione – replica con una lettera al sito – è una delle cose più tristi, forse seconda solo all’anonimato». E invita chi è interessato a un «confronto leale». Sull’argomento ritornerà, a fine dicembre 2008, quando, già candidato alla presidenza della Regione, si riparla della sua presunta iscrizione alla massoneria e della disastrosa corsa all’oro. E preciserà: «Ho rispetto delle idee altrui, quindi anche di chi ha aderito alla massoneria, ma non sono mai stato iscritto ad essa». E a proposito della Sgm: «Ho denunciato con le mie dimissioni che la compagine sociale non assicurava adeguate garanzie per il ripristino e la salvaguardia ambientale. Mentre Soru non ha manifestato altrettanta preoccupazione nel corso delle sue visite presso la miniera».
Nell’autunno del 2003, pochi mesi dopo le dimissioni dalla Sgm, Cappellacci torna agli onori della cronaca. Entrata in crisi la giunta di Mauro Pili, il Centrodestra affida la presidenza a Italo Masala, di An, il quale, con i voti del Psd’Az, riesce a evitare le elezioni anticipate perché spaventato dall’improvvisa ascesa politica di Renato Soru. A Cappellacci viene affidato l’assessorato al Bilancio. Si comporta da tecnico, si muove con rispetto nel rapporto con la politica e riesce a farsi approvare la Finanziaria nonostante la bagarre preelettorale. Ma quando, dopo la vittoria, Soru con l’assessore Francesco Pigliaru inizierà l’opera di risanamento del Bilancio, il Centrosinistra metterà anche Cappellacci sotto accusa per un «buco» senza precedenti.
L’esperienza di assessore regionale per Cappellacci è poco felice non solo per lo scontro sul disavanzo. Diventa un dramma personale perché la magistratura lo indaga in due inchieste clamorose: gli scandali Fideuram (presunte truffe finanziarie a danno della Regione) e Cisi (un centro di consulenza aperto e subito chiuso dall’amministrazione di Centrodestra). Cappellacci riuscirà a uscirne indenne: su Fideuram viene prosciolto in istruttoria, sul Cisi la sua posizione viene subito archiviata. Quando nel 2008 toccherà a Soru essere indagato per il caso Saatchi, il dirigente politico Cappellacci si distinguerà da suoi amici di partito e non dirà una sola parola. Garantismo? «Non è solo questo, so cosa si passa quando si è indagati – risponderà – e non lo auguro a nessuno».
Nel 2004, subito dopo le elezioni vinte da Soru, Cappellacci entra ufficialmente in politica e non più da tecnico. A fine agosto il neo coordinatore regionale Piergiorgio Massidda, che ha il compito di riorganizzare tutto, lo nomina commissario di Forza Italia per la Provincia di Cagliari. E il sindaco Emilio Floris, che dopo quattro anni avrà qualche motivo per pentirsene perché nella nomination che conta sarà superato proprio dalla sua creatura, lo sceglie per l’assessorato al Bilancio.
Cappellacci inizia questa doppia attività politica e istituzionale con le consuete buone maniere ma senza riuscire quasi mai a fare notizia. Niente polemiche frontali. Sembra, anzi, che non cerchi i riflettori. Sino al 6 agosto 2008.
Quando, come s’è visto, più che coordinatore sardo di Forza Italia viene nominato, in gran segreto, candidato alla presidenza della Regione, Cappellacci ha improvvisamente bisogno di farsi conoscere. E rapidamente. Perché da mesi, a causa degli scontri nel Centrosinistra sulle primarie, si ipotizzano le elezioni anticipate. Alla vigilia di Ferragosto, fresco di nomina, polemizza con il presidente del Veneto, Galan, che si era pronunciato contro le Regioni speciali e quindi anche contro la Sardegna. Ai primi di settembre organizza, assieme a Pili, la campagna per il referendum del 5 ottobre contro la legge salvacoste. Si impegna in tutte le province ma i più maliziosi dicono che lo fa pensando più a promuovere se stesso che a far vincere Pili, pericoloso rivale nella corsa per la presidenza. E infatti la sconfitta referendaria penalizza Pili e non lui, che ripiega subito su un altro tour: quello per la nascita del Pdl.
Viste le crescenti tensioni nel Centrosinistra, gli alleati gli mettono fretta per la scelta del leader. Cappellacci partecipa a numerosi dibattiti, ma riesce sempre a prendere tempo: «Ci siamo vicini, siamo quasi pronti», ripete ogni volta. Il 21 novembre, quattro giorni prima delle dimissioni di Soru, parla alla convention per la confluenza di Forza Italia nel Pdl per dire che il rinnovamento, all’interno di regole certe, deve premiare non i fedeli ma i capaci e parla dell’esigenza di coniugare efficienza e solidarietà. Assicura pieno appoggio al coordinatore nazionale Verdini, il quale, gentilmente ricambierà.
Siamo all’oggi. Arrivano le prime elezioni anticipate della storia della Regione e il nome di Cappellacci viene fuori due giorni dopo lo scioglimento ufficiale del Consiglio regionale. Emilio Floris, che ci sperava, è visibilmente deluso. A consolarlo è lo stesso Cappellacci: prima nella conferenza stampa del Comune per il bilancio dell’anno e poi nella visita a Villa Certosa. Il neo leader del Centrodestra ottiene il sostegno del premier in campagna elettorale e il rivale del Centrosinistra, ne approfitta per denunciare il «colonizzatore», scelto come l’avversario vero, e ripescare lo slogan del 2004: «Meglio Soru». Cappellacci ne sforna un altro («La Sardegna ritorna a sorridere») per sfruttare a suo vantaggio un dato psicologico che può influenzare l’elettorato.
Il duello è iniziato, il finale è incerto. E un blogger amico di Soru avverte pubblicamente: «Attenti, Cappellacci non è un frillo».
Morto Samuel Huntington, il teorico dello scontro di civiltà
BOSTON - Samuel Huntington, il politologo americano celebre per aver scritto il saggio “Scontro di civiltà”, più volte invocato dopo l’11 settembre, è morto la vigilia di Natale nell’isola di Marthàs Vineyard in Massachusetts. Newyorchese, laureato a Yale, Huntington aveva 81 anni. L’annuncio della morte è stato dato da Harvard, l’ateneo dove aveva insegnato da quando aveva 23 anni.
Noto per la la sua analisi della relazioni tra governo civile e potere militare, gli studi sui colpi di Stato e le sue tesi sugli attori politici principali del ventunesimo secolo (le civiltà che tendono a sostituire gli Stati-nazione) Huntington era nato ideologicamente nel gruppo degli allievi di Leo Strauss che lanciarono il movimento neo-con: Irving Kristol, Norman Podhoretz, Seymour Martin Lipset, Daniel Bell, Jeane Kirkpatrick e James Q. Wilson.
Autore di 17 libri e un centinaio di articoli scientifici, nel 1993, con otto anni di anticipo sugli attentati di al Qaeda, la guerra in Afghanistan e l’Iraq, aveva scritto su Foreign Affairs che “la prossima guerra, se ci sarà, sarà una guerra tra civiltà”.
Nel saggio ‘Scontro di Civiltà’, rielaborato nel 1996 in un libro tradotto in 39 lingue, lo studioso americano aveva sostenuto che, sotto la spinta della modernizzazione, la politica si sta ristrutturando lungo “faglie culturali”. E tra le grandi civiltà contrapposte in un prossimo conflitto aveva indicato anche l’Occidente e l’Islam. Bollata come semplificata e semplicistica, la tesi di Huntington ipotizzava che nel mondo post guerra fredda le alleanze determinate da motivi ideologici o da rapporti con le superpotenze avessero lasciato il campo libero a nuovi confini ridisegnati perchè coincidano con quelli culturali.
Huntington aveva elencato nel suo saggio sei diverse civiltà: islamica, slavo-ortodossa, confuciana, indù, giapponese e occidentale. “La Guerra fredda è finita con il crollo della cortina di ferro. Con la scomparsa delle divisioni ideologiche in Europa, la faglia tra cristianità occidentale e cristianità ortodossa e Islam è riemersa”, aveva scritto il guru di Harvard, osservando che “nel momento in cui la gente comincia a definire la propria identità in termini di etnia e religione, è sempre più comune il vedere un ‘noi’ contrapposto a un ‘loro’ nelle relazioni tra popoli di razza e fedi diverse”.
La visione dello studioso anche all’epoca dell’uscita del saggio aveva tuttavia provocato polemiche. Respingendo la tesi del professore di Harvard, il suo collega libanese trapiantato negli Usa Fouad Adjani aveva obiettato che il mondo islamico non è così monolitico come è descritto su ‘Foreign Affairs’.
In Iran – aveva scritto Adjani – molti giovani si ribellano agli imam fondamentalisti. In Iraq Saddam Hussein è salito al potere come leader secolare. E sia Egitto che Giordania hanno leadership capaci di dialogare con Israele. In altre parole, secondo Adjani, quello dell’Islam era “un mondo che si divide e suddivide”. (27 dicembre 2008)
Obama, le prime delusioni ( Massimo Gaggi )
Gente seria, onesta, preparata. Ma sono davvero loro le persone più adatte per realizzare quel cambiamento che è stato il motivo dominante di tutta la campagna di Obama? Dopo gli apprezzamenti della prima ora per la scelta di Tim Geithner e Larry Summers come ministro del Tesoro e superconsigliere economico, ora sono in molti a chiedersi, in casa democratica, dov’è che il nuovo presidente intende portare il partito e il Paese.
Obama spiega che ha bisogno di gente esperta e che sarà lui in prima persona il fattore di novità, ma nel «ring» televisivo di This Week le «firme» conservatrici George Will e David Brooks inneggiano alle sue scelte, mentre i progressisti Robert Kuttner e Arianna Huffington sono perplessi, ostentano freddezza. Durissimo William Greider su The Nation, la rivista della sinistra radicale: «Per il Tesoro sono state scelte una persona e idee sbagliate. Lunedì, proprio mentre veniva designato, Geithner ha salvato, coi soldi dei contribuenti, Citigroup: il colosso che lui stesso ha contribuito a creare, con Summers, Rubin e Greenspan, durante la presidenza Clinton. Obama deve spiegare dove sta andando» alla base progressista che si è mobilitata per lui.
Kuttner, il direttore di American Prospect, organo della sinistra «bostoniana », è più possibilista: «Obama si è circondato di tecnocrati centristi. Perfino Hillary Clinton avrebbe scelto facce più fresche. Ma forse vuole governare da sinistra dopo aver rassicurato l’establishment: un presidente progressista in abiti pragmatici».
Che la concretezza di Obama avrebbe finito, prima o poi, per deludere i radicali, se lo aspettavano in molti. E’ accaduto prima del previsto, anche per l’incalzare di una crisi che non lascia spazio per i collaudi. E i conservatori ne approfittano: il Wall Street Journal sottolinea le credenziali liberiste di Summers, grande sostenitore della deregulation degli anni ‘90, mentre alla Cnbc l’economista-conduttore Larry Kudlow esulta: «McCain non avrebbe potuto fare scelte migliori, la “blogosfera” radicale è furiosa ».
Qualche dubbio ce l’hanno anche i democratici moderati. Nessuno contesta l’autorevolezza dei prescelti, ma, in una tempesta che ha ormai le caratteristiche di una crisi di sistema, tutti quelli che hanno partecipato, anno dopo anno, alla costruzione del modello Usa di capitalismo finanziario, si portano dietro qualche responsabilità. A parte Bush, biasimato sia da destra che da sinistra, l’imputato principale è Alan Greenspan. L’ex capo della Fed, osannato ancora due anni fa come il «maestro» dell’orchestra economica mondiale, viene ora dipinto come uno stregone malefico e pasticcione. Ma sui magazine
che lo mettevano in copertina come il Salvatore del mondo, non era solo: alle sue spalle c’erano Summers e Rubin (anche lui, ora, con Obama).
Quanto a Geithner le critiche non riguardano solo lo scarso successo dei salvataggi che ha fin qui attuato (sotto la guida di Paulson e Bernanke), ma anche il fatto che negli anni del «denaro facile» di Greenspan, lui sedeva nel suo board (dal 2003) e non si è mai opposto.
Certo, non era facile per un giovane banchiere tagliare la strada al «Maestro ». Oggi, però, il New York Times promuove con riserva il team di Obama: «Sono bravi ma hanno fatto i loro errori. Devono ammetterli e mostrare che sono cambiati».
27 novembre 2008
Compagnia di giro al «teatro» Ballarò
La Compagnia di Giro (CdG) è in grado di risolvere i problemi che non riesce ad affrontare nelle sedi istituzionali? Il Parlamentino in seduta televisiva permanente quale copione sta seguendo, a quale genere si sta appellando, di quale format è schiavo? La CdG recitava al Teatro Ballarò, diretto da Giovanni Floris (Raitre, lunedì, ore 21.10) ed era composta, tra altri, dai molto onorevoli Pierluigi Bersani, Gianfranco Rotondi, Maurizio Lupi, Antonio Di Pietro.
Si discuteva di scuola, del decreto Gelmini. Il bravo Floris non si arrabbierà se dico che, sull’argomento, il libro di Roberto Perotti «L’università truccata » (Einaudi) è molto più utile del suo «La fabbrica degli ignoranti. La disfatta della scuola italiana» (Rizzoli) e lungi da me il sospetto che Floris faccia come Vespa, affronti cioè problemi con bibliografia personale a seguito. La CdG, tra discussioni accese sui tagli e pesanti rinfacci, non ha mai affrontato la questione centrale dell’università italiana (e delle scuole superiori). La nostra è un’università di massa non fondata sul merito, resa ancora più fragile dalla sciagurata riforma del cosiddetto 3 + 2. Vi si entra senza test (la famosa e terribile application delle università americane) e per quanto i professori siano dei lavativi e raccomandati è difficile lavorare con persone che, in media, non sanno scrivere una ricerca di quattro paginette.
Il merito (riguarda anche il reclutamento della docenza) è l’unica condizione che permette ai meno abbienti di prendere l’ascensore sociale e di affrancarsi dalla loro condizione. Invece di aprire le ridicole università sottocasa (maturità significa anche uscire dalla famiglia a 18 anni, andare altrove, misurarsi con il diverso) bisognava garantire borse di studio e prestiti ai necessitanti. Giusto attaccare i professori, ma tutte quelle persone della CdG della tv che da diversi anni insegnano in università solo come specchietti per le allodole?
Aldo Grasso
30 ottobre 2008
La fabbrica dei docenti
La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l’università. L’unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l’università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E’ assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l’importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell’università sarà d’ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l’emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all’università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l’anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l’anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell’ arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull’ età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell’università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell’università dovrebbe leggere («L’università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell’indagine sulle famiglie della Banca d’Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l’8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l’anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio. Francesco Giavazzi ( Corriere della Sera, 28 ottobre 2008 )
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Antonio Marras è direttore globale di Kenzo
PARIGI. Antonio Marras diventa il direttore artistico globale della maison Kenzo, per la quale gli è stato rinnovato anticipatamente il contratto. Lo stilista è entrato nella casa di moda cinque anni fa per disegnare la collezione donna: alla luce dei successi ottenuti, oggi il gruppo Lvmh lo premia affidandogli tutte le linee di abbigliamento e accessori per donna, uomo, bambino e casa e anche «i tanti progetti in vista».
Il gruppo Lvmh che controlla il marchio è sempre restio a fare cifre, ma stavolta qualcosa emerge: Kenzo è arrivata a un fatturato di 150 milioni di euro, grazie a una crescita che «per ognuno degli ultimi 4 anni è stata superiore a due cifre». Il merito viene attribuito a Marras e anche a chi ha creduto in lui, cioè lo stesso Greenfield, che, dopo iniziali dissapori dello stilista sardo con i precedenti vertici della maison, quattro anni fa prese in mano le redini dell’azienda. «Avevo accettato di venire qui anche un po’ da incosciente, ho lavorato con passione e con cuore, con onestà e non con furbizia. I risultati sono arrivati e lo si vede anche da questa sede, così bella, che ci viene anche un pò invidiata dagli altri marchi del gruppo». Ma cosa ha dovuto affrontare uno stilista italiano in un grande gruppo francese? «Ci sono stati dei momenti difficili, ma io sono sardo. Devo dire, però, che le cose con il gruppo Lvmh sono andate sempre bene, nonostante tutto: quando ci sono stati dei contrasti nella maison, non hanno cambiato lo stilista, hanno cambiato il management. La mia squadra è stata sempre la stessa, ed è fatta da persone eccezionali». ( Nuova 29 sett. ‘08 )
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Salvatore Mereu: «Il Film Festival non mi ha snobbato» (La Nuova del 27 settembre 2008 ) |
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Non è vero che «Sonetaula» è stato snobbato da New York. Lo dice Salvatore Mereu: «Il mio film non è mai stato sottoposto ai responsabili della selezione del New York Film Festival e quindi non poteva essere né escluso né spostato in una sezione secondaria che peraltro non esiste. Molto semplicemente, della rassegna non ha fatto mai parte perché mai la produzione o altri lo hanno proposto. E non potevano proporlo, perché, come tutti sanno, al New York Film Festival, che non è un concorso ma una rassegna, partecipano solo film premiati nei principali concorsi cinematografici mondiali. “Sonetaula” ha avuto un’ottima critica in tutti i festival ai quali ha partecipato, ma non è stato mai premiato, quindi, per regolamento, (qualora l’avessimo voluto mostrare) non poteva essere selezionato per la rassegna di New York. Questa è la verità. Quale esclusione, allora? Quale bocciatura? Richard Pena, il direttore del Festival (che già mi aveva selezionato col precedente film Ballo a tre passi) non lo ha mai visto il mio film. “Sonetaula” è andato a New York soltanto nell’ambito di un’iniziativa dell’assessorato al Turismo della Regione di promozione dell’immagine della Sardegna negli Usa. L’unico rapporto con il New York Film Festival è che il festival ci ha messo a disposizione uno spazio fisico, quello del Lincoln Center, dove proiettare la pellicola. La produzione, per gli Usa, aveva già fatto una scelta precisa: quella di presentare “Sonetaula” solo al Los Angeles Film Festival» |
I giovani italiani: salvateci dai politici
PONTIGNANO (Siena) – La buona notizia è che anche al tempo di YouTube e della globalizzazione i ragazzi delle civiltà occidentali restano diversi, hanno mantenuto la loro identità e il loro cervello autonomo. Il dato è contenuto in un sondaggio su un campione di duemila giovani italiani e britannici tra i 18 e i 35 anni commissionato dall’ambasciata di Sua Maestà in Italia e dal British Council. La cattiva notizia è che per la maggioranza degli italiani il principale punto debole dell’identità nazionale è la classe politica, mentre i coetanei del Regno Unito temono l’immigrazione. L’indagine, realizzata da Publica ReS-Gruppo SWG è una miniera di informazioni. Quali sono i fattori che indeboliscono l’identità nazionale in Italia?
La qualità della classe politica interna sconforta il 55 per cento dei giovani; poi l’immigrazione al 34%; le spinte separatiste/autonomiste al 23% e il consumismo al 20. Il 60 per cento dei britannici invece teme l’immigrazione; il 23 è sospettoso dei politici e il 21 boccia l’unificazione europea. Gli italiani si dicono più orgogliosi di essere cittadini europei (75 per cento) che figli del Belpaese (69). Ma i giovani sanno anche pensare in positivo. Così, quando si chiede di esprimere il grado di fiducia nelle istituzioni, gli italiani mettono al primo posto a pari merito forze dell’ordine ed esercito (60 per cento); poi la Presidenza della Repubblica (52), la sanità pubblica al 48 (chi l’avrebbe detto con tutti i casi di malasanità denunciati dai media?) e le imprese al 45%.
I britannici distinguono nettamente tra esercito e polizia: le forze armate del Regno dominano la classifica di fiducia dall’alto del 71 per cento, mentre gli agenti che garantiscono la pubblica sicurezza sono al 54. E a sorpresa i giovani sudditi della corona mettono al secondo posto nella loro stima la scuola pubblica, con il 57 per cento di consensi. Brutto voto per le istituzioni ecclesiastiche, sia nella terra del Papa (30 per cento) che in quella della Chiea anglicana (38). All’ultimo posto per tutti i partiti politici che raccolgono solo il 16 per cento in Italia e il 17 in Gran Bretagna. Che cosa distingue un britannico? I ragazzi, quando si chiede che cosa costituisca l’identità britannica rispondono storia e passato (63 per cento), carattere e mentalità (48) valori civici (38) lingua inglese (37), tradizioni e floklore (36). Per gli italiani la storia patria è al 50 per cento, seguita dalla cultura e dalla produzione artistica (47), eno-gastronomia (39). In Italia i valori civici contano poco: solo l’11 per cento lo individua come elemento costitutivo. Ancora una volta snobbata la religione, sia da noi che dall’altra parte della Manica: 10 e 6 per cento soltanto rispettivamente. Ancora diversi i due gruppi quando si chiede quali siano i fattori o i canali che formano l’identità nazionale: vince la famiglia (59 in Italia e 56 in Gran Bretagna), seguita dalla televisione (49). Ma poi per gli italiani vengono le amicizie al 46 per cento e i new media da Internet ai telefonini con il 31 per cento, mentre i britannici si fanno guidare dalla vecchia cara carta stampata: i giornali hanno un confortante 40 per cento di gradimento.
Per gli euroscettici britannici l’Unione europea è un carrozzone burocratico, ma poi, alla domanda «Quanto nei prossimi anni il tuo Paese sarà in grado di diventare più forte», dall’economia alla difesa dei diritti dei cittadini, confidano che la Ue sarà più efficace: 58 per cento contro il 38 del singolo Stato. Italiani ancora più eurottimisti: 66 per cento. Questi dati saranno analizzati dal 26 al 28 settembre a Pontignano nel convegno «Identità in transizione. Chi vogliamo essere?», presieduto da Giuliano Amato e Chris Patten, politico di lungo corso britannico che oggi è rettore dell’Università di Oxford. I convegni sono non a caso organizzati in luoghi affascinanti, che conciliano il pensiero e richiamano ospiti internazionali (la Toscana è una delle regioni favorite dall’intellighentsia britannica). Quello di Pontignano però è un’eccezione, nel senso che l’ambasciatore di Sua Maestà in Italia Edward Chaplin e il British Council hanno invitato duemila giovani italiani e britannici a far sentire la loro voce per orientare il dibattito di ministri, leader politici, imprenditori, accademici e opinion maker riuniti alla Certosa. (Guido Santevecchi per il Corriere della Sera, 26 settembre 2008)
Azione vecchi di Filippo Facci
Che le polemiche italiane su fascismo & antifascismo siano un caso unico al mondo (neppure in Germania ridiscutono tanto del nazismo, o se lo fanno è nei luoghi deputati) è qualcosa che si ripete stancamente prima di stampare una nuova paginata sull’argomento: c’è quasi da arrendersi. Ridiscutere oggi di Salò, ma così pure rialzare i toni sugli Anni di piombo e su Piazza Fontana, su Pinelli, su Sofri, è anche il modo con cui parte della classe politica e giornalistica ricerca dei brandelli di giovinezza: non possono raccontarsi d’aver sempre vissuto in quella cinica pietraia che oggi sono diventati la politica e il giornalismo. Gente che leggeva Hilferding e oggi Dagospia, che frequentava i Campi Hobbit e oggi una ballerina Rai. Il Dopoguerra e gli anni Settanta ormai sono i dildo con cui si titilla la generazione di vecchi che tiene in ostaggio il Paese: accolti e stampati da giornalisti a loro affini anche nell’età. Non ne parlano al bar perché sono al potere. Una sciagura va dunque scongiurata: che ci si mettano anche giovani, a scimmiottare. Leggere che Azione Giovani interveniva nel dibattito sul fascismo faceva venire il capogiro. Apprendere che ad accapigliarsi sui morti fascisti e comunisti erano le freschissime Giorgia Meloni (An) e Pina Picierno (Pd) era patetico a esser gentili. Vi prego, voi non dovete essere come loro. Siete già migliori di loro. ( dal Giornale del 20 settembre ‘08 )
Giuliano Ferrara: “Ci si può accanire su Sofri, a certe condizioni” (dal Foglio)
Adriano Sofri non ha scritto niente di così scandaloso, niente che implichi la sua messa in stato di accusa sul piano morale o altre forme di risentimento. Capisco il dissenso o l’incomprensione, ma non le accuse risentite, che nel caso Sofri sono la regola da oltre vent’anni. Per come l’ho capita, ed è chiara, la tesi di Sofri è che, con il passare degli anni, un odioso delitto ha cambiato di significato. Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, voleva bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi.
Chiunque ragioni con equilibrio capirà che questa differenza di significato, sanzionata per di più dal fatto che gli imputati sono stati condannati per un omicidio di diritto “comune”, non è un dettaglio. Non è un dettaglio per due motivi almeno. Primo: se il delitto Calabresi fu un atto di terrorismo, Lotta continua fu un partito terrorista, ciò che Sofri e i suoi amici negano. (E che io, cacciatore di terroristi e di lottacontinuisti in quell’epoca ferrigna, nego con altrettanta convinzione per evidenti ragioni storiche: erano due cose diverse e antitetiche, due aspetti non assimilabili di un’unica grande crisi politica e sociale e della sua deriva violenta). Secondo: se fu un atto di terrorismo, scompare il movente specifico, e cioè tutta la storia torbida e insoluta, civilmente e storicamente devastante per una intera generazione politica, di Pinelli e della strage della Banca dell’Agricoltura e della caccia agli anarchici e di tutto il resto. Compreso il clima di menzogna in cui visse la Questura di Milano in quei giorni, un clima rievocato da Mario Calabresi nel suo libro a tutela della propria vita, dei propri affetti, della memoria delle vittime del terrorismo e della storia personale di suo padre.
Certo, Sofri è sconfitto. Non è difficile accanirsi contro di lui. E’ stato condannato in via definitiva come mandante di quell’omicidio, ciò che è un’enormità bestiale ai suoi occhi e agli occhi di chi ha letto le carte del processo e sa chi è veramente Adriano Sofri. In più, pur essendo non colpevole, Sofri non è e non si considera “innocente”, nel senso che la sua organizzazione scatenò contro il commissario una aberrante campagna di denuncia e di odio personale e simbolico al culmine della quale l’omicidio fu compiuto. E Sofri disse senza equivoci, in un discorso pubblico tenuto prima del suo arresto e della sua incriminazione, che a quell’epoca molti della sua generazione, lui compreso, erano pronti al delitto politico.
Sofri si è assunto la responsabilità civile delle sue cattive azioni, e ha preso su di sé anche qualcosa di quelle degli altri. (Io aggiungo che il famoso appello degli intellettuali e dei notabili della sinistra contro il commissario dimostra che la responsabilità del clima in cui maturò l’omicidio Calabresi fu tragicamente condivisa da molti che poi hanno fatto finta di niente). Sofri si è pentito, e lo ha ripetuto nell’articolo del Foglio, di aver scritto che “in quell’atto gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia”. Ha cercato con dignità e umiltà di stabilire un contatto psicologico e morale con il dolore della famiglia del commissario assassinato, senza cercare vantaggio personale. Ha subito un linciaggio forsennato, fino al paragone obliquo con il capitano Erich Priebke delle Fosse Ardeatine. Ha accettato senza vittimismi e senza piagnucolare una condanna penale che ritiene ingiusta. Perché dovrebbe accettare senza discutere anche il bollo di terrorista? Perché deve incassare senza fiatare l’oblio per Pinelli e per il dolore della vedova?
In conclusione, a me sembra che per accanirsi su Sofri, per censurare moralmente la sua versione invece di discutere le sue tesi sul delitto Calabresi e sul terrorismo, occorra essere sicuri di alcune cose, tenerle per certe. Che Pinelli sia stato vittima di un “malore attivo”, secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio. Che lo Stato italiano e i suoi rappresentanti a molti livelli fossero estranei a una torbida vicenda di depistaggi, di false accuse, di coperture in relazione alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
REFERENDUM SALVA COSTE: AL VIA CAMPAGNA “GIOVANI PER IL SI’ ”
Mille giovani volontari di Forza Italia, Udc, An e di una quindicina di associazioni studentesche e ambientaliste da oggi sono impegnati in una campagna di sensibilizzazione per le ragioni del “si’” al referendum abrogativo sulla legge “salva coste”. I rappresentanti, che hanno fondato il comitato “Giovani per il si’”, promuoveranno azioni di volantinaggio, informazione “porta a porta”, assemblee e forum. Stamane a Cagliari, in un incontro che si e’ svolto nei giardini pubblici, sono stati spiegati i dettagli dell’iniziativa. Simone Spiga, presidente del comitato “Tre si’” e dirigente nazionale di Azione Giovani ha sottolineato che “quello che nasce oggi e’ un primo progetto politico in vista dei prossimi appuntamenti, che nasce sulla spinta dei tre referendum”. Per Pierlugi Saiu, coordinatore regionale di Forza Italia giovani, la legge “salva coste ha creato migliaia di nuovi disoccupati, togliendo a troppi giovani la speranza di un futuro sereno”. Federico Ibba, coordinatore regionale dei giovani dell’Udc, ritiene che “si sia favorita la speculazione immobiliare, facendo aumentare esponenzialmente il prezzo delle case dei tanti comuni costieri”. (AGI,20 settembre 2008 ore 13.10)
Come beccarsi un colpo di fulmine leggendo il Wallace che scrive di McCain
“Mi chiamo Lyndon Baines Johnson. E questo cazzo di pavimento che stai calpestando, ragazzo, è mio”. Un incipit da colpo di fulmine. E colpo di fulmine fu, per David Foster Wallace che nel primo racconto di “La ragazza dai capelli strani” arruola LBJ non ancora diventato presidente. Siamo negli anni ’50, il senatore del Texas accoglie così il giovanotto che, superato il colloquio, avrà cura della corrispondenza: “Sono il ventisettesimo uomo più ricco della nazione. Ho il più grosso pisello di Washington e la moglie con il nome più carino di tutte”. Nessuno in Italia aveva ancora osato tradurre il monumentale “Infinite Jest”, già circondato dalla fama di capolavoro postmoderno con le sue mille pagine e quasi quattrocento note (si sobbarcherà la fatica Edoardo Nesi, nel 2000).
David Foster Wallace era già stato paragonato a Don DeLillo (per l’ostinazione nel perseguire il Grande Romanzo Americano, sdegnando il minimalismo); a Vladimir Nabokov (per la ricchezza della prosa e il vizio di saccheggiare l’intero vocabolario inglese, aggiungendo parole inventate); a Thomas Pynchon (per la tentazione che viene al lettore di saltare qualche pagina particolarmente ostica). Il titolo allude a un film così divertente che potrebbe risultare mortale per gli spettatori, ricercato da una banda di terroristi in sedia rotelle intenzionati a usarlo come arma segreta. Ugualmente monumentale e affollato, solo un po’ meno impegnativo per chi legge, il suo primo romanzo, “La scopa del sistema”: lo pubblicò quando aveva 25 anni, si era appena laureato in Filosofia, probabilmente portava già la bandana che gli abbiamo visto in tutte le foto (e certamente soffriva già della depressione che parenti e amici indicano come molla del suicidio, mentre l’agente propende per una grave malattia diagnosticata da poco). Se non volete cominciare dai racconti (il genere letterario che gode in Italia di peggior fama), prendete “Una cosa divertente che non farò mai più”. Spassoso reportage su una crociera ai Caraibi, firmato da un cronista in preda all’ansia da prestazione (non “fobia da prestazione” come scrivono i traduttori): gli pagavano le spese, circa 3.000 dollari, si sentì in dovere di provare tutto. “Ho sentito il profumo dell’olio abbronzante spalmato su tonnellate di carne umana bollente. Ho mangiato escargot, salmone con finocchi, pellicano al marzapane e un’omelette fatta con ‘tracce di tartufo etrusco”.
Ho fatto tiro al piattello sul mare. Ho osservato con ribrezzo ogni tipo di eritema, celluliti femorali, trattamenti al collagene e al silicone, trapianti di capelli malriusciti. Mi sono sentito depresso come non mi sentivo dalla pubertà, e ho riempito tre taccuini per capire se era un Problema Mio o un Problema Loro”. Facile, con le varici e i riti da crociera. Ma provate voi a raccontare (incantando i non addetti) il tennis, la trigonometria, i tornado, l’infinito matematico, l’aragosta bollita viva, l’anticandidato John McCain nelle primarie che lo opposero nel 2000 a George W. Bush. “Forza, Simba” è il titolo del reportage, in “Considera l’aragosta” (Einaudi, Stile Libero). “Avete tre arti spezzati, e state cadendo sulla capitale nemica che avete appena tentato di bombardare. Immaginate di guadare un lago con le braccia rotte, mentre una folla di nordvietnamiti nuota verso di voi, e uno vi caccia una baionetta nell’inguine”. Seguono tre pagine di puro orrore, su quel che successe all’hotel Hanoi. Finché David Foster Wallace si commuove, pensando che quel signore malconcio “non cerca solo dollari o voti. Parla di onore, di devozione, di sacrificio come se queste parole davvero rappresentino qualcosa”( Mariarosa Mancuso dal Foglio del 17 settembre 2008 )
Quelli che con uno di destra non si mangia ( Michele Brambilla sul Giornale )
Il giornalista del manifesto Alberto Piccinini sabato scorso ha passato una bella serata. Potrebbe non fregarcene di meno se non fosse stato egli stesso a rendere pubblico l’evento con un articolo uscito ieri sul suo giornale; e se il motivo del suo godimento non fosse sintomatico dell’aria che tira.
Piccinini era andato in trattoria con la sua compagna Valentina, e a un certo punto sono entrati – anche loro per mangiare: mica per altro – alcuni ragazzi di Azione Giovani, appena usciti dalla lì vicina festa di Atreju. «Valentina si è alzata», racconta Piccinini, «e ha fatto la mossa di andarsene. Sapete come sono le ragazze: una volta non gli va bene il tavolo, l’altra volta hanno il mal di pancia. Stavolta no: mi sono alzato anch’io, ho pagato il mezzo conto e via. Fuori abbiamo preso un acquazzone da fine del mondo. Però che bella serata».
Ma sì: meglio tornare a casa bagnati fradici e a digiuno piuttosto che cenare non dico alla stessa tavola, ma nello stesso ristorante, non dico con dei fascisti, ma con dei ragazzi, insomma, di destra.
L’episodio ne ricorda un altro, celeberrimo e sicuramente ancora impresso nella memoria di molti nostri lettori. È lo stesso Piccinini a fare il collegamento: «Ai primi di giugno del 1971, Giorgio Almirante si fermò all’autogrill Cantagallo, sull’A1. Al grido di “né un panino né una goccia di benzina”, camerieri e benzinai lo fecero ripartire a bocca asciutta e serbatoio vuoto». Fece tanto clamore, quel fatto, da essere immortalato da due canzoni: una, di Piero Nissim, attaccava così: «L’altro giorno sull’autostrada/ sul versante che porta a Bologna/ viaggiava un topo di fogna/ affamato voleva mangiar»; l’altra, del Canzoniere delle Lame, rivelava il seguito: «… fu così che schiumante di rabbia/ se ne andò la squadraccia missina».
Sarà un caso, ma l’orgogliosa replica dell’eroico incrociar le braccia del Cantagallo segue di pochi giorni un’altra replica: quella di Adriano Sofri sul delitto Calabresi. Così come Sofri ripete oggi quel che aveva scritto nel 1972, e cioè che uccidere Calabresi fu un atto di giustizia, il manifesto scrive che i topi di fogna non andavano serviti allora all’autogrill e non vanno tollerati oggi sotto lo stesso tetto. Anche se non portano più la camicia nera, anche se il loro leader ha appena fatto l’elogio dell’antifascismo.
È strano: Sofri e il manifesto avevano dismesso da anni certi toni, ma ora c’è una parte della sinistra che sembra subire una sorta di regressione. Una sinistra come ad esempio quella di Caruso che parla di gambizzazioni, una sinistra che rispolvera il tristo linguaggio degli anni di piombo: la giustizia proletaria, il terrorismo di Stato, i fascisti che non devono parlare e neppure mangiare.
Però a volte nei giornali la grafica gioca brutti scherzi. La rubrica di Piccinini stava proprio sopra un articolo contro il razzismo. Essere antirazzisti vuol dire saper accettare il diverso, ed è difficile immaginare che chi accetta il diverso per colore della pelle non accetti il diverso per idee. Ma oggi «non si vive più come persone, in questo Paese, non più come individui, ma come appartenenti a sottocategorie (…) si sta facendo strada una catastrofica tendenza alla semplificazione. Non solo il concetto democratico di cittadino, ma anche quello cristiano di persona vanno sbiadendo, perché richiedono la faticosa elaborazione di un giudizio caso per caso, di un rapporto umano che sappia distinguere e sappia scegliere. Sappia guardare negli occhi, un paio di occhi per volta e solo quelli. Il giudizio all’ingrosso è più comodo e rapido, leva di mezzo l’incombenza di rapportarsi al prossimo, cancella scrupoli etici e fatiche umane». Sapete chi ha scritto queste parole? Michele Serra, ieri su Repubblica . Le ha scritte contro i razzisti. Ma sono buone, buonissime, anche per chi preferisce un acquazzone a un piatto di fettuccine con vista sul nemico politico. (17 settembre 2008 )
GAVINO SANNA CONTRO SORU: LA PIPI’ CONTROVENTO (II)
Finita la grande kermesse della campagna elettorale, comincia la seconda fase. Ricordo, Renato, una tua riflessione a voce alta. Io vorrei fare bella la Sardegna. Fare cose diverse per farla amare. Debbo dirti che, con molta convinzione, io mi ero già offerto come compagno di viaggio. Come dire Se vuoi considerarmi una risorsa per poterle raccontare, queste cose, dal punto di vista grafico e pubblicitario, tu ora sai come io lavoro. Ricorderai che il primo problema che emerse era il cambiamento del logo della Regione sarda, troppo arzigogolato, barocco. Ne ho iniziato, così, il restyling. Ho pensato subito alla proposta della bandiera dei Quattro Mori, ridisegnandola però non in rettangolo ma in un quadrato, diviso da quattro quadrati perfetti e ricostruendo plasticamente il viso dei mori. Avevo studiato approfonditamente la storia di questa bandiera e del significato storico di quei mori. Avevo trovato una marea di cose fatte abbastanza male, magari disegnate dai tipografi, fino a giungere all’ultima bandiera che veleggia dove i mori sembrano dei turisti altoatesini venuti a prendere il sole in Sardegna. Quindi avevo proposto la mia versione dei Quattro Mori. Avevo trasformato il moro della tradizione vessillifera in un moretto con gli occhi bendati in due modifiche, con la benda meno lavorata, più semplice, più veritiera con un nodo grafico che mi sembrava artisticamente più valido. Venni a Cagliari per farti vedere il risultato del mio lavoro e parlammo anche della possibilità di coinvolgere altri personaggi della grafica in Sardegna. Professionisti che avessero comunque avuto esperienze di questo tipo, per andare a creare un gruppo di lavoro. Una sorta di panzerdivision che potesse risolvere i problemi della comunicazione in base ai programmi ed ai traguardi che avevi in testa. Chiamai un grafico del Nord Sardegna, un professionista che aveva fatto dei lavori rimarchevoli, aveva vinto un premio per ricostruire l’immagine di Oristano e che si chiama Alberto Paba. Con Alberto Paba e Stefano Asili, un tuo amico, facemmo una prima riunione da Tiscali. Era la prima volta che visitavo gli impianti di Sa Illetta. Una struttura molto bella. Ancora una volta rimasi folgorato dalla luce, dalla semplicità, dal nulla che ti riempie l’anima di cose bellissime. Ti feci ancora i complimenti e tu Sì è venuta bene. Nell’ufficio di Mariani parlammo dei programmi e del modo di assegnarci i lavori: una volta con me, una volta con Asili, altra con Paba. Cercavamo di montare assieme i pezzi del motore operativo. Io avevo portato gli elaborati del marchio, della bandiera, avevo scelto i caratteri, l’impaginazione, i biglietti da visita. Insomma il progetto completo. Mentre eravamo intenti ad esaminarlo, Asili dice Anch’io ho fatto un progetto del genere, anch’io ho ridisegnato I mori. Asili è il figlio di Bruno. Per te aveva già disegnato il logo di Progetto Sardegna. Tirò fuori le sue cose che erano il duplicato di quello che era stato chiesto a me. La valutai una stranezza. Tu Renato l’avevi ordinata a me e poi viene fuori che avevi chiesto la stessa cosa ad un altro.
A quel momento avevo anche cominciato a lavorare al progetto del marchio per la Sardegna, come tu mi avevi chiesto. Un grande marchio che eliminasse quella bruttura con la peonia, prendesse il posto di Terra Sarda che secondo te, ma anche secondo me, non raccontava la Sardegna. Avevo fatto delle sperimentazioni con molte cose belle di Costantino Nivola, scrivendo alla base, Sardegna Terra Amica. Contemporaneamente Asili tirò fuori la sua prova. Mi trovai a mia insaputa dentro una competizione e la cosa cominciò davvero a darmi fastidio. Quasi che senza alcun rispetto per me avessi detto al tuo amico Prova a fare qualcosa anche tu. Ero interdetto. Dopo quello che avevo fatto nel mondo, che tornassi a Cagliari per mettermi in gara con i grafici del paese francamente non mi divertiva molto. Altra sorpresa fu quando tornai da te, verso sera con Mario Mariani, nel Palazzo di Viale Trento. Iniziasti uno strano discorso sulla possibilità di fare delle gare chè così non ci saremmo esposti a critiche. Ti dissi Mi spiace ma io gare non ne faccio. Fai tu, decidi tu ma io non mi metto in gara con nessuno. E tu No, noi facciamo le gare e poi noi due decidiamo chi sarà meritevole di vincere. Conclusi, per brevità Parliamone se vuoi, ma io non sono interessato a queste pratiche. Andando via mi fermasti sulla porta. Sai, dimenticavo, ho ricevuto una telefonata da Asili che mi ha detto di aver visto il tuo marchio per la Sardegna. Molto bello, dice che gli piace moltissimo. Qualche giorno dopo ricevetti una telefonata dalla Regione in cui mi comunicavano che non si poteva usare Sardegna Terra Amica perché lo stesso concetto era stato già espresso dalla Toscana. Fu allora che approdammo a Sardegna Terra Madre. Che ingigantiva la semantica delle madri di Costantino Nivola, delle madri mediterranee della tradizione, che raccontava di una Sardegna ad un tempo madre, amica, pronta ad accoglierti, ad abbracciarti, a darti gli affetti e le cose più belle. Un marchio bello, degno sicuramente di chi lo aveva fortemente voluto. Passò, ancora questa volta, un bel po’ di tempo. Poi, Renato, venisti a trovarmi a Milano e ricominciammo a discutere sul marchio. Della serie: mi piace, non mi piace. E poi Non hai altri libri di Nivola? Vediamoli insieme. Sfogliammo, scartabellammo, scegliemmo degli altri disegni che io reimpaginai. No, questi sono meno belli di quello che non mi piace. Con questo tira-molla arrivammo ai giorni della Bit. Fui chiamato dalla signora Depau. Io andai a trovarla. Fui accolto con molta cordialità e non ti dico quanto dalla sua capo di gabinetto, Giuseppina Scorrano, la quale fu così simpatica che le dissi Lei ha un bellissimo nome, lei porta lo stesso nome di mia madre. Disse anche che ero un suo mito sin dal mio primo libro, Le uova di Woody Allen, che le sarebbe piaciuto averlo autografato, cosa che avvenne. Mi fece conoscere i suoi amici con scambi di doni, mi portò a vedere la sua casa, una sorta di bomboniera-suk che trasudava buongusto e cultura specifica. Parlammo anche di gastronomia e mi propose, nell’immediato futuro, di andare a trovare Zaira, una maga dei fornelli, per mostrarmi come una preda. Ed eccoci alla signora Depau. Vorremmo affidarle tutta la produzione della Bit. Un’immagine assolutamente inedita della Sardegna. Molto bello. Lei parla, signora con uno che ha sempre criticato la presentazione al polistirolo della nostra isola. Anche l’anno scorso, quando eppure ero testimonial della parte Nord Ovest della Sardegna, dissi delle cose molto violente, cominciando dal marchio per coinvolgere il resto del progetto. La sfida che lei mi propone è suggestiva. Ho però un distinguo da fare. Se vi aspettate un altro progetto al polistirolo firmato da me, non sono io la persona più indicata. No, no, lei è libero di fare quello che vuole. Ci preme che affiori l’idea del cambiamento che sta avvenendo nella nostra Regione. Del tipo di mutazione impressa nella cultura e nel mondo degli affari. Le chiediamo una cosa in più. Siccome ci siamo svegliati in ritardo, i tempi sono strettissimi e non avremmo il tempo per fare un bando, le chiediamo di diventare anche un imprenditore. Lei fa il progetto, questo è il budget. Abbiamo a disposizione 250 mila Euro, aggiunse la Scorrano. Il suo compenso sarà di 50 mila Euro. Ci scusi, siamo molto sfacciati, ma questi sono i soldi che abbiamo a disposizione. La rassicurai dicendo che la sfida era intrigante e meritava anche qualche sacrificio. Mi fa piacere. D’altronde nessuno ha mai pensato di rimborsarmi le moltissime trasferte fatte per conto della Regione. Ed eccomi, Renato, incamminato a tentare un nuovo progetto. Coinvolsi i miei amici, architetti ed ingegneri. Andammo a visitare gli spazi che erano stati comprati e che poi risultarono la metà di quelli che il presidente della giunta aveva preteso. Tu volevi una cosa molto più grande, in modo che ci fosse lo spazio per ri-raccontare la Sardegna. Comprammo 1100 metri quadri, uno spazio grandissimo in ogni modo. Io volevo che fosse uno statement di tipo architettonico, una Sardegna umile, anche nel colore, che l’isola ricominciasse a parlare senza voci sguaiate, insomma l’ideale copertina di un libro che si sarebbe man mano compilato con gli accadimenti che andavano maturando o che sarebbero maturati. Vennero a trovarmi a Milano la signora Depau, la Scorrano e una rappresentante dell’Esit, la dottoressa Marchionni. Il progetto fu entusiasticamente recepito. Il progetto era uno spazio senza arredamento. Erano gli avvenimenti del presente che stava per darsi e del futuro prossimo
venturo a doverlo arredare. Era tutto fatto con intenzione minimale. Sullo stile di Tiscali, delle tue case, era anche il mio gusto. Avevo preso spunto dalla mostra di quei giorni a Venezia dove il famoso storico dell’architettura Kurt W. Forster aveva detto Un grande spazio rimane soltanto un grande spazio se non gli crei una cosa eclatante attorno. Avrei raccontato quella che per me doveva essere la Sardegna in un enorme ricciolo, un truciolo, per significare che la Sardegna era stata per molti anni un pezzo di legno che galleggiava alla deriva nel mare senza che nessuno si fosse preoccupato di raccoglierlo e lavorarlo, piallarlo e modificarlo. Il truciolo era il simbolo del nuovo racconto della Sardegna. Tutto ciò sino ad arrivare allariproposta di un nuraghe appena fatto come se io avessi raccolto da terra I trucioli che questa pialla ideale aveva abbandonato. Anche il nuraghe, che eral’unica presenza colorata, di un rosso corallo, aveva un interno dove si sprigionava un profumo di pane. E cioè la casa sarda, nelle sue vestigia antiche, che ritrovavi intatta nel tuo genoma. Dietro il nuraghe c’era un gradissimo schermo, che io avevo fatto arrivare da Cagliari da una mostra che mi aveva affascinato ed in cui si raccontava la vita della nostra isola attraverso la casalinghitudine, le musiche, i costumi. Tu ti potevi sedere su piccoli cubetti e far scorrere le immagini e le emozioni della nostra terra. Dietro il truciolo avevo fatto stampare, dalla mia amica Daniela Zedda, una fotografa che come tu sapevi ammiro molto, il ritratto di cinquanta persone che meglio potevano simboleggiare l’isola. La Sardegna colta, ovviamente, scrittori, cantanti, musicisti, imprenditori, ricercatori. Cinquanta ritratti di persone silenti e senza nome. Il messaggio era Mi piacerebbe che noi ritornassimo ad essere zitti ma ci impegnassimo in un avvenire più costruttivo. Questa carrellata di aristoi fece un’impressione enorme. Il progetto, come nelle grandi mostre, era affidato a pannelli esplicativi in cui spiegavo il significato del truciolo, del nuraghe e delle provocazioni visive meno immediate. Bellissimo poi il servizio che ci dedicò la rivista Meridiani dopo la mostra. Quando venni a Cagliari per mostrare il lavoro alla signora Depau mi feci scrupolo di venirti a trovare con l’assessore e mia moglie Lella. Da te trovammo la figlia di Mario Melis e Mario Mariani. Fu in quella occasione che ricevetti la notizia che il budget era stato dimezzato, cioè 250 milioni invece di 250 mila Euro. Questo accadeva quando avevo già interpellato o stipulato accordi con gli artigiani ed i tecnici che avrebbero dovuto costruire le cose progettate. Mancava un mese all’inaugurazione. Molti, di quelli che avevo interpellato, mi dissero Mi spiace ma a queste condizioni non possiamo starci. Mi venne incontro poi la Scorrano. Forse a Cagliari c’è un signore, bravo, che ha già lavorato con noi che potrebbe essere interessato alla realizzazione delle opere. Le suggerii di metterlo in contatto con me. Venne a trovarmi, ad Alghero, dov’ero di passaggio, l’architetto Mauro Martinez con la sua organizzazione, la Stand Up. Vide il progetto ed impegnò la sua parola per cominciare i lavori. Arrivò il giorno in cui venni a Cagliari a farti vedere il progetto finale per la Bit e portai anche l’esecuzione di una campagna, che tu mi avevi espressamente chiesto, per promuovere l’immagine della Sardegna in Italia ed all’estero che a te piacque moltissimo così come alla signora Depau ed ai presenti. Portai anche, sempre su tua richiesta, un’altra campagna contro le discariche abusive e l’abbandono dei rifiuti ed una che spronasse i ragazzi a tornare a scuola. Il nostro grado di arretratezza è dovuto alla descolarizzazione, avevi premesso. Noi tra qualche anno ci troveremo gli extracomunitari che potranno occupare dei posti di lavoro perché avranno le carte più in regola dei nostri ragazzi.
Di tanto lavoro, nonostante i complimenti, non se ne fece più niente. Ma non è che le campagne, per funzionare, possano dormire nel cassetto, caro Renato.Penso, per ciò che dirò più avanti, che probabilmente sei stato intimidito, essendone preavvertito, dalla campagna che mi muoveranno i pubblicitari sardi verso i quali avevi, forse, creato delle attese. Nella stessa giornata incontrai la signora Pilia, il tuo assessore alla Cultura. Venne fuori che io ed Elisabetta eravamo stati amici nell’infanzia e le nostre famiglie si scambiavano visita ai tempi in cui le prime scatole magiche trasmettevano Lascia e raddoppia in bianco e nero. Una rimpatriata tra Pappa e Ciccia. Disse anche che il marchio che avevo creato poteva diventare il premio da dare agli Amici della Sardegna.
Nella stessa giornata, la signora Depau mi fece sapere che la collega signora Dirindin, assessore alla Sanità, avrebbe avuto piacere di conoscermi. La Dirindin si mostrò molto informata su di me e mi colmò di elogi. Le adozioni si moltiplicavano. Disse che era in dirittura di arrivo il Piano Regionale Sanitario e le sarebbe piaciuto che la copertina avesse un suo marchio. C’era poco tempo, avrei dovuto darmi da fare e mi chiese se avessi un contratto particolare con la Regione. Al mio diniego disse Ne parlerò con il presidente. Da Milano, fatti i primi schizzi, chiamai la responsabile del suo gabinetto. Io ero convinto che la Dirindin abitasse a Bologna dove ero disposto a raggiungerla. No, la dottoressa sta a Torino. Credo che lei farà buon uso di questa informazione. Ma l’indomani, un sabato, quando mi ero riproposto di incontrarla, sarebbe stata il mattino a Torino per una convention con Prodi e nel pomeriggio a Milano per una conferenza sulla sanità con la Bindi e la Cossutta. La raggiunsi a Milano. Attesi quattro ore, la durata della conferenza sanitaria. L’avevo incrociata mentre andava a prendere un caffé. Appuntamento per un dopo che non arrivava mai. Dopo lunghi colloqui di compiacimento per l’esito delle conferenze, un chilometrico back stage con la Bindi, ci fu un frettoloso incontro intorno ad un tavolino. Mi faccia vedere ciò che ha fatto senza grandi spiegazioni, così l’approccio è diretto. Nessun commento. Un commiato veloce. Ne parlo con il presidente e, fra due o tre giorni, le farò sapere. Missing. Tanta superficialità non mi colpiva, caro Renato, sul piano politico – figurarsi – ma su quello umano. Questa, la Dirindin, era un’altra persona mandata da qualcuno per manifestare la sua maleducazione con un signore che aveva conosciuto la settimana prima? Un colpo di telefono, una manifestazione di correttezza, non mi sembrava un grande impegno, non dico di lavoro. Il giorno dell’inaugurazione della Bit, Renato, cadde il cielo in terra. L’Esit aveva chiamato come controllore dei lavori l’architetto Massimo Pisu che aveva fatto tutti i progetti precedenti. Mi parve una stranezza. Un tentativo di delegittimazione per me od un risarcimento per lui inopinatamente lasciato a terra? Ma il professionista, contro le aspettative, si mostrò di una correttezza e di una amicizia senza pari. Debbo dire che sino ai giorni del debutto il mio rapporto con l’Esit fu collaborativo e gratificante. Venni quasi adottato da questa struttura, della quale serbavo un cattivo ricordo, ed invitato a rappresentarla con gli operatori cagliaritani quasi a volermi proteggere da critiche e malevolenze che io allora non potevo supporre. Ritorno all’inaugurazione della Bit e quando all’apertura un gruppo di cantanti e di compagnie di ballo entrò nel nostro spazio, seguito da centinaia di persone. Mi dissi che quello era giusto lo spazio, l’agorà in cui la Sardegna poteva vivere con gioia il suo cambiamento. Invece subito dopo, giorno dopo giorno, piovvero critiche ferocissime. Emittenti e giornali facevano a gara per demolirci. Quello che mi sorprendeva è che, improvvisamente, io non ero più un professionista sardo chiamato a fare un vestito senza chiedere la tessera del partito, ma ero uno del colore del nuovo governatore, chiamato a rappresentare quella parte. Travasavano su di me un livore che, evidentemente, andava crescendo forse nella direzione di un’altra persona. Se per anni la Bit è stato un pozzo di San Patrizio dove si mangiava bene e si beveva meglio ed a dismisura, veniva la televisione e si faceva bivacco, ebbene nel nuovo spazio mancavano volutamente persino le sedie per sedersi. Qualcuno, scaldato il cuore e la testa in altri siti girava intorno gridando Questo spazio non mi rappresenta. Il solito piccoletto con i capelli bianchi di Alghero? Od altri abituati a far la pipì controvento? Insomma lapidato per deficit di catering. Pensa Renato, che a maggior gloria degli altri siti territoriali avevano fatto arrivare a Milano ceste di ostriche di Alghero. Alghero è in Normandia? Ci fu per me un momento di perplessità. Mi dissi Tutte queste persone messe insieme che si sono sentite così preparate, intelligenti, che parlano di comunicazione, di estetica, di storia dell’arte, di eco-compatibilità, dovrebbero farmi un monumento. Ho dato loro la possibilità di parlare, di sentisi vivi per qualche minuto. Domani ritorneranno ad essere i coglioni di sempre. Si andava avverando la profezia di Andy Warhol secondo la quale ciascuno di noi ha la possibilità di diventare, per quindici minuti, famoso nella sua vita. Cercavo l’autostima nell’indignazione? Mi trovai improvvisamente in balia delle cattiverie politiche e giornalistiche più inarrivabili. Mandarono da Cagliari un fotografo che fece alcuni scatti su una giuntura tra un muro ed una parete di cartongesso che si era appena scollata. L’indomani sull’Unione Sarda venne fuori un titolone. La Bit crolla a Milano. Io mi sono fatto un giro tra i piccoli stand che propagandavano il pane carasau piuttosto che i dolcetti e dai loro conduttori ebbi inviti di ogni genere a compensazione della mia crocifissione. Andare a stare con i vecchi in una comunità montana, ad inaugurare circoli di conversazione e di informatica. Inviti che raccolsi volentieri. Ma man mano che queste offerte quasi consolatorie arrivavano, mi chiedevo perché mi sentissi e fossi stato lasciato solo. D’accordo sul cambiamento della Sardegna, su una comunicazione che ne fosse l’anima ma ero rimasto assolutamente solo in prima linea. Non ti dico, Renato, cosa avvenne al momento della presentazione del marchio. La gente non sapeva neppure chi era Nivola. Quando era vivo e ritornava dall’America in paese era nient’altro che il figlio di un muratore, lui stesso muratore. Quando regalava i disegni che oggi sono nelle grandi collezioni, li usavano per incollarli su vetri che si erano rotti. Per quasi tutto l’arco della sua vita, Costantino era più noto in Sardegna come Su Maccu De Orani. Uno dei detrattori più tenaci della mostra portava per cognome il nome dell’artista di Orani. Si chiama Costantino. E’ stato assessore tecnico al Turismo ai tempi della giunta Palomba. Vengo ad un’altra riflessione. Questa amicizia, collaborazione, condivisione di intenti, voglia di cambiare la Sardegna, che cosa in effetti mi ha portato, Renato? Ha portato nient’altro che risentimenti. Un altro esempio, sennò non ci si capisce. Io da anni facevo parte del Consiglio di amministrazione della scuola sperimentale del cinema. Dopo la tua vittoria, quelli del gruppo sardo di Alleanza Nazionale sono andati a trovare il ministro Urbani, che mi aveva scelto, dicendogli che io dovevo essere rimosso dall’incarico perché mi ero schierato in Sardegna con la parte avversaria. Urbani disse Portatemi un sostituto. Loro indicarono il siciliano prof. Sciarelli che rifiutò ringraziando. Urbani prese atto del rifiuto e disse Allora ricomponiamo il consiglio di amministrazione. No, no, Gavino Sanna deve rimanerne fuori. Il vecchio consiglio è in attesa che arrivi il fidanzato o la fidanzata di qualche potente che mi rimpiazzi. Sono stato chiamato da un consorzio di territori di eccellenza che raggruppava Castelsardo, Alghero, Porto Torres e Stintino. Io avevo già curato l’immagine per i novecento anni di Castelsardo ed il suo sindaco che se ne faceva portavoce organizzò un incontro in cui mi fu chiesto di ripetere il lavoro già fatto per la municipalità castellanese allargato alle quattro città di mare. Il presidente della Camera di Commercio e Confcommercio Gavino Sini tracciò un piano di lavoro durante un pranzo al Cormorano. La mission, per conto di un’aggregazione che si ispirava alle posizioni del centrodestra, durò appunto il tempo di un pranzo. Una settimana dopo ricevetti una telefonata dal sindaco di Castelsardo che mi diceva che il progetto era stato accantonato e se ne sarebbe riparlato in primavera. Fui chiamato dall’Azienda di Soggiorno di Alghero. Conobbi una ex guardia forestale, promossa commissario. Mi disse che lui aveva grandi progetti per ridisegnare i grandi eventi della città catalana. Mi chiese se ero disposto ad interessarmene. Non avrei fatto in tempo a ritornare a Milano che avrei trovato la lettera di incarico, mi disse. La lettera non è mai arrivata. Il forestale ha dato incarico ad un signore che fa suonare le pietre ed ha copiato, in malo modo, i disegni dai libri sulla tauromachia di Picasso agghindandone le mura di Alghero. Certo fu pagato profumatamente, penso. L’accattonaggio politico degli artisti, sotto tutti i regimi, tocca punte di eccellenza. Questi voltafaccia inediti nella mia carriera erano dunque azioni contro la mia persona, contro la mia qualità di creativo o pregiudizi politici indotti da invidia sociale avuta e restituita dai miei datori di lavoro? Lascio il quesito a te, Renato. Dopo la Bit, come se avessi contratto una lebbra epocale, tutti si sono dileguati. Nessuno ha avuto l’educazione, la sensibilità, il coraggio di prendere il telefono e chiedermi cosa fosse successo. Neppure tu, Renato. Silenzio anche quando il famoso gruppo dei pubblicitari capitanati dal signor Soi ha criticato sulla stampa il mio marchio. Ora, se con tutta la presunzione possibile ed immaginabile io mi metto a fare la guerra ed a scambiare talenti con l’ultimo dei ragazzini che pensa di fare il mio mestiere, allora dico che forse non avevi capito tu chi stavi chiamando. Se dovevi premiare i tuoi amici di paese o qualche altro che vuol farsi pubblicità a mie spese, hai sbagliato a sottovalutare la mia soglia di decenza e di autostima. Il signor Soi ha avuto modo di dichiarare alla televisione che se un suo allievo gli avesse proposto il mio marchio lo avrebbe mandato a casa con ignominia. Tu non sei stato capace di spiegare alla gente, in mia difesa, che eri in grado di saper distinguere cos’era fuffa ed invidia da onestà creativa. Tu mi hai chiamato e non mi conoscevi.
Io non ho chiesto niente. L’antiquario Crobu mi ha detto che ti aveva consigliato lui di rivolgerti a me. Io ti ho regalato dei libri dove in qualche risvolto c’era la mia biografia. Se non li hai letti, pazienza. Lì c’era scritto qualche cosa. Per esempio che non mi sono mai messo le dita nel naso davanti a persone con le quali in quasi cinquanta anni di professione io ho condiviso responsabilità e talento. Che ho avuto la fortuna di essere gratificato dall’amicizia di persone come Andy Warhol, Elvis Presley, Armando Testa, Richard Nixon, Christian Barnard, Pietro Barilla, Gianni Agnelli, Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi (la campagna per il lancio dell’Euro l’ho fatta io per lui). E mi chiedo, pertanto, che cosa avessi mai fatto per meritarmi questo grado di umiliazione, di cattive maniere, per uno che si era totalmente dedicato al bene della Sardegna. Tu Renato hai sempre detto di essere visceralmente sardo. Beh anch’io sono sardo, se non visceralmente, certo come lo sei tu. Lo stesso amore, la stessa passione, gli stessi intendimenti, le stesse voglie. E allora? Anch’io vorrei modificare quel poco della Sardegna che posso, purché non mi faccia scappare dopo due giorni. Vorrei capire il perché del tuo silenzio. Mi ricordo una cosa molto poetica che ho visto in un video indimenticabile. Era l’intervista ad un vecchio pastore che aveva trascorso anni ed anni in solitudine ed in silenzio sulle montagne ad accudire il gregge. L’intervistatore gli chiede se avesse avuto mai qualche particolare nostalgia per un qualche altrove. No, qui vivo in un silenzio straordinario. Fece una pausa ed aggiunse Peccato che il silenzio non risponda mai. Ecco non vorrei che il tuo silenzio fosse come quello del pastore. O il contrario, a tua scelta. Tornato in Sardegna ed aspettando risposte che spesso non arrivavano mai, un giorno venne a trovarmi ad Alghero anche Stefano Landi, commissario dell’Esit. Con lui avevo avuto un bellissimo rapporto. Aveva strenuamente difeso il marchio della Sardegna. Venne a dirmi che stava preparando una specie di bignamino con tutte le regole che riguardavano l’applicazione del marchio. A chi andava, chi poteva usarlo, in quali dimensioni. Poiché il lavoro da me fatto, comprese le succitate campagne pubblicitarie, era stato di suo gradimento mi disse Questo lavoro potrei firmarlo io, perché ne ho la facoltà. Vado giù, per parlarne con chi di dovere e poi tra qualche giorno ci sentiamo. Ecco un altro che entra trionfalmente in questo quadro del disincanto. Ma prima di terminare questo mio sfogo, ti voglio parlare, Renato, delle tre telefonate dalle quali sono stato raggiunto nell’ultimissimo tempo. La prima è di Chicco Porcu. Affabile, carino, affettuoso come sempre. Mi dice: Ho trovato la signora Depau e mi ha chiesto se potevo conoscere la tua disponibilità ad usare il marchio. Se dovevano pagarlo, se ero eventualmente disposto a fare una dichiarazione che ne consentisse l’uso alla Regione. Gli ho ricordato che quel marchio io ve lo avevo regalato sia pure attirandomi le ire dei pubblicitari indigeni e degli esteti da Strapaese. D’altronde non era stato depositato? Non uso sequestrare le cose che ho donato. Che tanta incertezza, da parte vostra, tradisse un po’ di cattiva coscienza? Era venuto da me Landi per ringraziarmene e per essere consigliato sull’allestimento di un manualetto di istruzioni per l’uso. E allora? Era una partita chiusa. Mi ha sorpreso che il proprietario del marchio, cioè quello a cui lo avevo regalato (alla Regione, nelle mani del suo presidente) si comportasse come un pulcino nella stoppa. Confidenze finali con Chicco. Ma insomma volete una liberatoria? No, ma sai com’è Renato. Gli ho risposto No io non lo sapevo. Lo so soltanto adesso com’è Renato. Seconda telefonata. E’ del presidente della Fondazione Nivola, Ugo Collu. E’ arrivata in Sardegna la moglie di Nivola, Ruth Guggenheim, che ci aveva regalato l’immagine per il logo della Sardegna. Avevo ripagato la generosità della signora studiando un marchio che loro mi chiesero, per la Fondazione Nivola. Ruth Guggenheim ne era rimasta entusiasta e durante una visita al governatore glielo aveva mostrato. TuRenato, mi riferisce Collu, sei sobbalzato dicendo Ecco è bellissimo è questo che avevamo chiesto a Gavino. Mi sono cadute le braccia. Perché le bugie non si dicono. Il logo della Fondazione faceva parte di uno studio che io avevo fatto per il marchio Sardegna e che tu a casa mia, a Milano, mi avevi detto che non ti piaceva, era meglio il vecchio. Ebbene, non fai che ferirmi nella mia onorabilità di professionista e nella mia sensibilità di amico. Pazienza. Renato è fatto così. Terza telefonata. Chiama l’architetto Martinez, il professionista della Stand Up che ha realizzato la nuova struttura della Bit. Da allora ad oggi non era ancora stato pagato. Potevo fare qualcosa per lui? Dissi che da allora non avevo più visto né sentito chicchessia, quasi fossi morto. L’architetto era già stato da me per firmare una dichiarazione, ed altri documenti che accertavano la fine dei lavori. Sembrava tutto perfetto, si era recato all’Esit dopo aver presentato le fatture e gli era stato risposto che la signora che avrebbe dovuto disporre il pagamento era fuori per lutto. Tre giorni dopo, quando seguendo le indicazioni si è ripresentato, il professionista è passato dal lutto personale di una dirigente al funerale istituzionale di un ente che aveva cinquant’anni di vita ed era morto. Ci dispiace, l’Esit è stato sciolto, la sua pratica verrà rimodulata, la convocheremo a domicilio. L’architetto Martinez è in preda alla disperazione. Deve pagare maestranze e fornitori. Le banche sembra che raddoppino l’inseguimento quando vengono a sapere che il debitore è la Regione. La Bit è stata matrigna anche con lui. Ultima sorpresa sul filo della memoria e che riguarda l’apprendistato grafico di alcuni tuoi collaboratori a mie spese. Leggo, stando a Milano, una pagina intera di un giornale dedicata alla grafica, alla scelta dei caratteri ed alla dimensione relativi alla reimpostazione del logo della Regione. Uno dei primissimi studi da me fatto. Uno studio preliminare poi abbandonato sui vostri tavoli. Mi ha colpito la straordinaria sapienza con cui un tuo stretto collaboratore, Nicola Scano, ne riferiva sotto forma aulica di circolare ai signori direttori generali. Toh, mi sono detto Il signor Nicola oltre che il giornalista ed il politico super-addetto alle nomenclature, disegna e crea i simboli per i massimi sistemi. Qualcuno per vanità curiale o per incarico rapinoso si era appropriato ancora una volta del mio lavoro. Sconfiggendo ciò che Maria Carta aveva detto in una delle sue ultime dichiarazioni che In Sardegna l’invidia ne uccide più della malaria, ho pensato che nonostante tutto si potesse fare qualcosa per noi e per la nostra gente. E che io avessi modo di poter scrivere per molti anni sui muri della Sardegna: Meglio Soru. O forse no?
Comunicazione di Servizio
Ai “pubblicitari sardi” ricordo, ma forse ora anche a te, che da solo ho vinto più premi io che tutte le agenzie italiane insieme. Tanto per ricordare: 7 Clio, l’Oscar mondiale della pubblicità, 6 Leoni al Festival Internazionale di Cannes, l’unico Telegatto vinto da un pubblicitario italiano. Quattro sono i Golden Pencil dell’Art Directors Club Italiano, due i riconoscimenti dell’International Film Festival di New York, sei Max Award, un Grand Prix italiano e mi sono stati assegnati il Gran Premio Pio Manzù ed il Premio Gianbattista Bodoni. Ho vinto due Gold Award all’Art Directors Club di New York ed il Golden Pencil all’One Show in America. Sette sono stati gli Andy Award e quattro i Moebius Award di eccellenza e centinaia di altri premi in giro per il mondo e l’Italia. Tanto per gradire. Ho lavorato con personaggi del calibro di Fellini, Sinatra, Versace, Storaro, Nykvist, Ferretti, Michalkov, Pavarotti. Con attori come Sophia Loren, Paul Newman, Catherine Deneuve, Sabrina Ferilli. Con fotografi come Richard Avedon, Francesco Scavullo, Albert Watson, Art Kane, Alberto Korda. Ero amico di Giovanni Pintori, che reputo il più grande grafico che abbia espresso l’Italia. Ho goduto dell’amicizia di Francesco Alberoni, Gianpaolo Fabris, Milton Glaser, David Levine, Felix Topolski, Marco Ferreri, Paolo Garretto, Walter Molino, Mario Botta e Renzo Piano. Ho studiato alla New York University, ed a Sassari ho avuto come maestri Filippo Figari, Stanis Dessy, Eugenio Tavolara, Vico Mossa e Mauro Manca. Ho insegnato design all’Accademia di Belle Arti, e comunicazione all’Università di Sassari. Sono stato socio dell’American Institute of Graphic Arts e dell’Art Directors Club di New York. Sono stato presidente dell’Art Directors Club Italiano ed onorato nella sua Hall of Fame. Sono stato socio fondatore dell’Art Directors Club Europeo. Sono stato insignito, ancor giovanissimo, dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica al merito pubblicitario. L’Università di Sassari mi ha onorato con la laurea honoris causa in Sociologia della comunicazione di massa e scienze dell’educazione, e Sassari città mi ha gratificato con il Candeliere d’Oro per aver portato alto nel mondo il nome della Sardegna. Potrei continuare ancora per molto, ma forse è il caso che mi fermi qui perché -mi rendo conto- c’è il rischio che tutto questo possa essere per molte persone difficile da digerire. Distinti saluti da Gavino Sanna.
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PRIMARIE VERE, REALTA’ INVENTATA
Avvertenza: questo articolo è frutto della fantasia. Ogni riferimento a persone e fatti reali è però puramente voluto.
Oggetto: primarie del centrodestra, un mese dopo quelle tenute dall’ Unione.
Protagonisti: Gianni Letta ( Forza Italia );Gianfranco Fini (Alleanza nazionale); Pierferdinando Casini( Udc ); Umberto Bossi ( Lega nord ).
Uno:piazza del Duomo, Milano.
Gianni Letta conclude la campagna elettorale nella più importante piazza del nord Italia, nella città simbolo dei mercati e della operosità italiana. Il sottosegretario Letta è accompagnato dal premier Berlusconi, che confida di voler correre per la carica di presidente della Repubblica.
Letta rivendica i risultati del governo di centrodestra e afferma di voler continuare sulla stessa falsariga.
Il tono del comizio è sobrio. Nessuna promessa particolare, ma affidabilità e concretezza.
Due:piazza del Plebiscito, Napoli. Gianfranco Fini è in arrivo da Catania. A Napoli la piazza è piena. Il vicepremier attacca la sinistra e rilancia: solo una destra moderna e liberale può dare nuovo smalto all’ Italia. Fini conferma l’ amicizia con gli Stati Uniti e dice: andremo via dall’ Iraq quando quel paese sarà veramente pacificato. E conclude:ringrazio Berlusconi ma è ora di cambiare registro e io ho tutte le carte in regola per fare il salto di qualità.
Tre: piazza del Popolo, Roma.
Per il comizio conclusivo Casini ha scelto una piazza importante della capitale. Molti vecchi democristiani si affacciano durante il discorso del presidente della Camera. Casini spiega che la società italiana ha bisogno di profondi valori cattolici per governare la modernità e promette un patto con imprese e sindacati. Siamo noi il vero cambiamento, urla.
Quattro:Varese, una piazza qualsiasi.
Umberto Bossi è debilitato dalla lunga malattia ma il comizio attira migliaia di supporter in camicia verde. Bossi tuona contro la società multirazziale: non vogliamo arabi in mezzo alle palle!
Il leader leghista attacca Roma e il Palazzo: ci hanno impedito in ogni modo di governare, ma noi teniamo duro. Al termine Bossi è stremato ma dice : sarò io la sorpresa nelle primarie della Cdl, prenderò anche molti voti da destra.
Fantapolitica? Chissà. Queste sarebbero primarie serie, avvincenti. Degne di un paese moderno che fa del confronto il sale della propria politica. Invece il centrodestra italiano osserva le mini-primarie dell’ Unione. Certo: non scenderanno in campo Rutelli, D’Alema o Veltroni ma sono pur sempre una novità.
Casini e compagni lasciano che il dibattito galleggi sui giornali. Le piazze restano vuote. (Giornale di Sardegna, 6 agosto 2005)
MA NON DEMONIZZIAMOLO
Non demonizziamo Soru, non facciamo questo errore.
Insistiamo sul nostro programma, pubblicizziamo le cose fatte, chiediamo con garbo il consenso; lasciamo parlare Soru, lasciamolo fare. Lasciamogli demolire il centrosinistra. Lasciamogli proporre le sue ricette e i suoi slogan. La confusione, lo sconcerto e la diffidenza per le sue parole stanno diventando comuni a gran parte degli elettori. (8/05/2004)
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