Il blog non è un prodotto editoriale
Nel nuovo testo sulle intercettazioni, come segnalato da più parti ormai nella rete, si estende l’obbligo di rettifica anche ai gestori di siti informatici. Un emendamento proposto dal collega Cassinelli rende più tenue la posizione del blogger, ma non affronta alla sostanza il problema del rapporto tra informazione ufficiale e mondo dei blog.
La mia posizione ufficiale è quella di abrogare del tutto quel comma del maxi-emendamento e di procedere, una volta per tutte, a una chiarificazione sul rapporto tra informazione ufficiale e blog. O meglio, è ora che ci si appresti a chiarire una volta per tutte che cosa è un blog e perchè esso, al pari di un profilo Facebook e un profilo Twitter, non possa essere considerato un “prodotto editoriale”, né tanto meno il blogger possa essere considerato “gestore di siti informatici”.
Il blog è un prolungamento online della propria esperienza privata. Produrre un post, scrivere una propria opinione ed esternarla, significa solamente dare risalto a un angolo privato di noi stessi, esattamente quello che capita quando facciamo vedere una nostro foto ad un amico. Non cambia nulla. Il fatto che un blog sia letto, molto o poco, non crea il presupposto della “pubblicità” e non può mai configurarsi come un prodotto editoriale, a meno che questo non sia dichiarato (e registrato) come tale. Facendo però una differenza anche tra coloro che gestiscono blog all’interno di piattaforme appartenenti a soggetti che fanno informazione e sono registrati. Chi scrive un blog sul portale Tiscali, non ha interesse a partecipare all’informazione dello stesso.
Per quanto riguarda le notizie infondate e le rettifiche, la politica deve avvicinarsi al problema in modo meno isterico. Esistono già i reati di diffamazione e ingiuria e non sono mancati casi di denuncia per delle cose apparse online, per esempio sui profili social (altro capitolo delicato). Pensate se l’Amministrazione Bush, negli otto anni di governo, si fosse preoccupata di denunciare tutti coloro che hanno scritto idiozie sull’11 settembre. O peggio, se avesse risposto ad essi promuovendo una legge che limitasse – nella sostanza – la libertà d’espressione dei blogger. Sarebbero apparsi non tanto illiberali, quanto stupidi.
Bush e i suoi hanno lasciato lavorare la rete per loro. Per 10 siti poco autorevoli che scrivevano che Bush avesse piazzato delle bombe sulle Twin Towers, ce n’erano 100 molto più autorevoli che dimostravano il contrario, anche se la notizia sensazionalistica fa più effetto e rumore della verità.
Se io non fossi un parlamentare e fossi semplicemente un blogger che scrive occasionalmente e spesso si prende una pausa, non potrei mai stare dietro a tutte le richieste di rettifica (con la sanzione di una multa molto pesante) che mi potrebbero piombare da più parti. Perché in quanto blogger, cioè fruitore di un servizio della rete, non potrei mai avere l’obbligo di darmi un’organizzazione della mia presenza online, tale da conformarsi a delle precise richieste.
C’è di più: in quanto blogger ed esternatore di un mio lato privato, in modo cosciente e volontario, ho perfino il diritto di credere a delle stupidaggini o di riportare una notizia infondata, specie se questa è riportata da fonti ufficiali, a meno che non si voglia credere che siano i blogger a far circolare i lanci di agenzia.
Non voglio poi nemmeno immaginare un giudice che quantifichi la sostanza dell’ingiuria o della diffamazione, qualora si rendesse conto che il blog in oggetto viene letto da 30 o 40 persone, sue amiche, e che la diffamazione si sostanzia molto più semplicemente, in una opinione personale espressa in un circolo più allargato di amici e conoscenti. Anche se nel contesto apparirebbe diffamatoria, esistono già le leggi per riparare al danno.
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