In attesa delle cose che, sicuramente, non mancherà di raccontarci l’On.le Murgia appena più libero, ecco una pacata e utile riflessione, per i frequentatori “di destra” del Blog:
dal Secolo d’Italia del 21-4-2010
Flavia Perina
Inumeri sono chiari, e adesso si può cominciare a parlare di politica. Nel “mare magnum” delle dichiarazioni degli “ex colonnelli” l’argomentazione che più colpisce l’abbiamo trovata ieri in un’intervista a Giorgia Meloni (ma il giorno prima era evocata in quella di Ignazio La Russa, e Maurizio Gasparri ne ha fatto da tempo un suo cavallo di battaglia). È la “questione ideologica”, quella che Giorgia sintetizza dicendo: «Io ho una storia, fatta di An, destra, giovani, conservatorismo etico», una storia «che va difesa», quasi che Gianfranco Fini fosse al di là di quella storia, o addirittura se ne fosse messo al di fuori. Come ha spiegato, appunto, Gasparri: «Il problema vero è che io sono rimasto sulle posizioni che abbiamo sempre espresso: lui invece è diventato un innovatore, ha cambiato idea su tante cose». Per poi chiedersi: ma se un capo di partito cambia idea, dirigenti e militanti devono adeguarsi?
Adesso che i posizionamenti politici sono trasparenti, che ci si è schierati pro e contro, questo è il primo argomento su cui essere trasparenti. Crediamo, ad esempio, che abbia fatto molte più cose “di destra” la finiana Giulia Bongiorno fermando, correggendo o limando provvedimenti come la prescrizione breve (che avrebbe cancellato 600mila processi), piuttosto che tutti gli ex An (noi compresi) messi insieme. Senza la sua competenza e determinazione avremmo mortificato le forze dell’ordine che su quei 600mila casi hanno indagato, schiaffeggiato le vittime che hanno speso tempo e quattrini per avere giustizia, probabilmente premiato i colpevoli. Chi si fregia del titolo di difensore dei valori della cosiddetta “vera destra” dovrebbe spiegarci a quale punto della graduatoria mette la legalità. E a quale il senso dello Stato e dell’interesse nazionale, e un’idea repubblicana che non si basi sulla sopraffazione dei più deboli ma sulla garanzia di un diritto uguale per tutti.
Ecco, se è naturale che a un ex Forza Italia venga in mente, ad esempio, di dichiarare che si deve fare «la riforma istituzionale che ci conviene di più», non è normale che un’idea così sia sostenuta da uno “di destra”. Se non sorprende il controcanto di Silvio Berlusconi su Roberto Saviano (peraltro pubblicato da Mondadori), eroe civile della lotta ai clan, stupisce che le uniche osservazioni critiche siano arrivate dai “finiani”: chi aspira a interpretare la destra-destra dovrebbe ancora avere nelle orecchie, per dirne una, la relazione di Beppe Niccolai all’antimafia, le assemblee del FdG con Paolo Borsellino, gli stessi comizi di Almirante in Sicilia. Come fa a stare zitto? Come fa a far finta di niente?
Perché ci sono solo i “finiani” nel comitato che chiede la verità per Stefano Cucchi, vittima innocente che ci ricorda tanti dei nostri? Come mai gli eredi più titolati della tradizione della destra, una tradizione che aveva in massimo conto la partecipazione, sono i più distratti davanti al problema dell’astensionismo? Perché è il “finiano” Pasquale Viespoli il solo che sentiamo parlare con passione di Sud o di patto generazionale per salvare i giovani da un futuro immobile e precario? E come mai, tra le tante fondazioni e think thank che gli ex colonnelli hanno costituito, è toccato solo i “finiani” del Secolo aver dedicato convegni e approfondimenti giornalistici non retorici a personaggi che hanno fatto la storia della “nostra” destra come Giano Accame, Tony Augello o Marzio Tremaglia, di cui domani ricorre il decimo anniversario della prematura scomparsa, o al vero e formidabile “sdoganatore” già negli anni Ottanta della destra politica italiana che fu Bettino Craxi?
Il fatto è che il vero dna della destra, più che sul crinale della retorica dei valori e delle cosidette questioni di coscienza, dove il nostro mondo – fin dall’epoca del divorzio – ha sempre giudicato normale esprimersi liberamente, ruota intorno alle discriminanti ben più scomode (almeno nell’era berlusconiana) del senso dello Stato e della legalità, della protezione dei deboli e della valorizzazione del merito oltre i diritti di casta. Facile fare la morale in tema di coppie di fatto, che non incide sul “core busisness” di nessuno. Ma il coraggio della destra, a nostro giudizio, si mostra anche altrove. Anzi, soprattutto altrove.
Flavia Perina
Speravo di vedere il nome di Bruno Murgia insieme ai nomi di Fabio Granata, Giulia Buongiorno e altri. Cosi’ non è e questo mi dispiace. Pazienza. Buon lavoro comunque all’on. Murgia.
Ciao Bruno, come va? sappi che attendo con ansia il tuo giudizio e commento sui fatti di ieri ; se è vero che Fini poteva scegliere tempi migliori, la frase di Bossi di oggi dimostra che purtroppo siamo nelle mani di questo personaggio che, con il 10% dei voti , guida le scelte politiche del Governo ; non abbiamo proprio modo di uscirne?
Sarebbe interessante capire perché la sua firma compare in calce al documento dei 75. Eppure mi pareva che le sue posizioni accogliessero, almeno in parte, i rilievi sollevati dal Presidente Fini.
Ciao Bruno, come va? e da tanto che non ci sentiamo, ma mi piacerebbe sapere come la pensi sulle precisazioni fatte in platea dal Presidente Fini nel direttivo Nazionale del PDL.
TOMMASO
Dissentire, avere idee che non collimano perfettamente , non in versione fotocopia , non dovrebbe essere un peccato .
La pluralità di voci , di pensieri , di idee , sono un plusvalore nei consessi democratici , ne sono il sale .Perchè , pensare solo a quel mondo deleterio e meramente spartitorio delle correnti , da sempre presenti nei partiti della prima Repubblica .
L’ univocità di vedute mi sembra , alquanto difficile in un sistema politico BIPOLARE, dove in ogni raggruppamento vi sono entità non sicuramente e perfettamente omogenee.
Personalmente credo che i migliori risultati nascano dal confronto ,dal concorso di più soggetti che comunque vanno nella stessa direzione pur con le diverse sfumature .
da “Il Secolo d’Italia” del 24/04/2010:
fra le righe dell’articolo di Fulvio Carro, spunti interessanti ed anche qualche ipotesi di risposta a quesiti vari….; conservate questo articolo e rileggetelo fra qualche mese…
Fulvio Carro
Una volta ogni tanto, facciamo anche noi un po’ di retroscena, categoria di cui di solito ci occupiamo poco ma che in questa circostanza ci sta tutta. Il tema: il Pdl dopo la tempesta. Mentre i quotidiani di area incardinano l’esito della votazione in direzione in un mirabolante 93,02 per cento contro 6,39, in realtà è partita ai vertici la “caccia agli assenti”. E sì, perché ha un bel dire l’ufficio stampa del Pdl che ci sono stati 158 voti a favore del documento finale, ma tante mani alzate nessuno le ha viste. Tantoché giovedì, mentre Verdini aveva cominciato a contarle («Uno, due…»), un brusco movimento al tavolo della presidenza lo ha interrotto: «Non c’è bisogno, non c’è bisogno». Giù le tessere, «ora voti chi è contro». Se la prima conta fosse proseguita si sarebbe arrivati a quarantacinque, forse cinquanta, non di più. Un parlamentare di formazione Dc, che di congressi veri ne ha visti tanti e ha “il colpo d’occhio”, giura sulla prima cifra. Sia come sia, ora la domanda (irritatissima) è: chi se ne è andato, chi è uscito un attimo, chi non ha alzato la mano? Sotto osservazione il gruppo degli amici di Gianni Alemanno, non è un mistero per nessuno che alla riunione di corrente che ha preceduto la direzione, martedì scorso, se i fedelissimi del Nord erano sparati contro Fini, l’enclave dei romani aveva espresso forti perplessità sullo strappo. Perfidamente, La7 ieri ha rimandato in onda un discorso di qualche anni fa del sindaco di Roma, dove gli accenti “finiani” erano così evidenti e distanti dall’intervento all’Auditorium da lasciare sbalorditi. In quella distanza c’è, probabilmente, la cifra di molti disagi, e forse anche di qualche corsa in bagno al momento giusto. Anche nella corrente di Maurizio Gasparri al momento della votazione le cose sono andate in modo strano. Il gruppo più “berluscones” della ex An durante il dibattito si era stretto sotto il palco, tutti insieme, applaudendo e commentando. Ma quando Berlusconi ha fatto la chiama degli ultimi tre interventi prima del voto la formazione si è pian piano sgretolata un po’ di qua e un po’ di là, più d’uno ha sentito il bisogno di fare due chiacchiere con l’amico dall’altra parte della sala, fumare una sigaretta sul ballatoio, sgranchirsi le gambe nell’atrio per poi tornare a sedersi da un’altra parte. Qui i contenuti magari c’entrano meno. Sulla “linea Fini” i gasparriani non si sono mai ritrovati, ma soprattutto nei più giovani c’è un sentimento di lealtà personale duro a morire: per un ventennio Fini è stata “la Cassazione” di tante aspirazioni politiche mortificate dai capicorrente, ha determinato carriere, candidature, nomine e voltargli le spalle per alcuni risulta davvero difficile.
Sia come sia, è tutto un tam tam di telefonate. «Ma Tizio, tu l’hai visto votare?», «Sicuro che Caio ci fosse, vicino a chi era seduto?». La regia di Roberto Gasparotti, lo scenografo del Pdl, non ha oltretutto aiutato. C’erano le luci molto basse all’Auditorium, e i fari sul palco risultavano accecanti per chi era seduto lì. Difficile riconoscere le facce. Se sui numeri “secchi” si è riparato evitando di contare le mani alzate (50 a 13, il risultato più probabile, avrebbe significato accreditare a Fini il 25 per cento), adesso si mette in moto la macchina della memoria. E non si guarda soltanto agli ex di An. Non è un mistero per nessuno che l’”ala politica” del Pdl, quella che viene dai partiti, dalla tradizione democristiana e socialista anziché dall’entourage imprenditoriale del premier, da anni soffre il modello dell’uno-che-pensa-per-tutti. Sono quelli che, come ha ammesso francamente il ministro Brunetta nell’esordio del suo intervento, quando c’è da far politica non si tirano indietro, anzi addirittura «si divertono». Quanti sono? Quali sono? E adesso che il centralismo carismatico si è rotto, ora che si vota, ora che qualcuno vota contro, come si comporteranno? E soprattutto, come si sono comportati in direzione, perché quelle tessere alzate per il sì erano così poche? Ogni smorfia, ogni sbuffo, ogni gomitata diventa un indizio per farsi un’idea del vero stato d’animo del “popolo dei dirigenti” che di queste partite, nella “second life” determinata dalla nascita di una minoranza interna, dovrà giocarne molte altre. Anche perché tutti sanno che i centralini della presidenza della Camera trillano incessantemente da due giorni, e chissà chi sono quelli che, concesso il minimo sindacale all’assemblea dell’Auditorium, si sono attaccati al telefono per spiegare, spiegarsi e capire riservatamente come evolveranno le cose, chissà cosa si muove – appunto – nel retroscena. Anche lì, come sulla scena pubblica dell’Auditorium, gli schemi dell’appartenenza originaria (ex An, ex FI, ex Dc) sono tutti saltati e bisognerà attrezzarsi per individuare i nuovi.
Fulvio Carro
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salvatore tedde
In attesa delle cose che, sicuramente, non mancherà di raccontarci l’On.le Murgia appena più libero, ecco una pacata e utile riflessione, per i frequentatori “di destra” del Blog:
dal Secolo d’Italia del 21-4-2010
Ma come si fa a decidere chi è “di destra”?
da: http://www.secoloditalia.it/publisher/In%20Edicola/section/
Flavia Perina
Inumeri sono chiari, e adesso si può cominciare a parlare di politica. Nel “mare magnum” delle dichiarazioni degli “ex colonnelli” l’argomentazione che più colpisce l’abbiamo trovata ieri in un’intervista a Giorgia Meloni (ma il giorno prima era evocata in quella di Ignazio La Russa, e Maurizio Gasparri ne ha fatto da tempo un suo cavallo di battaglia). È la “questione ideologica”, quella che Giorgia sintetizza dicendo: «Io ho una storia, fatta di An, destra, giovani, conservatorismo etico», una storia «che va difesa», quasi che Gianfranco Fini fosse al di là di quella storia, o addirittura se ne fosse messo al di fuori. Come ha spiegato, appunto, Gasparri: «Il problema vero è che io sono rimasto sulle posizioni che abbiamo sempre espresso: lui invece è diventato un innovatore, ha cambiato idea su tante cose». Per poi chiedersi: ma se un capo di partito cambia idea, dirigenti e militanti devono adeguarsi?
Adesso che i posizionamenti politici sono trasparenti, che ci si è schierati pro e contro, questo è il primo argomento su cui essere trasparenti. Crediamo, ad esempio, che abbia fatto molte più cose “di destra” la finiana Giulia Bongiorno fermando, correggendo o limando provvedimenti come la prescrizione breve (che avrebbe cancellato 600mila processi), piuttosto che tutti gli ex An (noi compresi) messi insieme. Senza la sua competenza e determinazione avremmo mortificato le forze dell’ordine che su quei 600mila casi hanno indagato, schiaffeggiato le vittime che hanno speso tempo e quattrini per avere giustizia, probabilmente premiato i colpevoli. Chi si fregia del titolo di difensore dei valori della cosiddetta “vera destra” dovrebbe spiegarci a quale punto della graduatoria mette la legalità. E a quale il senso dello Stato e dell’interesse nazionale, e un’idea repubblicana che non si basi sulla sopraffazione dei più deboli ma sulla garanzia di un diritto uguale per tutti.
Ecco, se è naturale che a un ex Forza Italia venga in mente, ad esempio, di dichiarare che si deve fare «la riforma istituzionale che ci conviene di più», non è normale che un’idea così sia sostenuta da uno “di destra”. Se non sorprende il controcanto di Silvio Berlusconi su Roberto Saviano (peraltro pubblicato da Mondadori), eroe civile della lotta ai clan, stupisce che le uniche osservazioni critiche siano arrivate dai “finiani”: chi aspira a interpretare la destra-destra dovrebbe ancora avere nelle orecchie, per dirne una, la relazione di Beppe Niccolai all’antimafia, le assemblee del FdG con Paolo Borsellino, gli stessi comizi di Almirante in Sicilia. Come fa a stare zitto? Come fa a far finta di niente?
Perché ci sono solo i “finiani” nel comitato che chiede la verità per Stefano Cucchi, vittima innocente che ci ricorda tanti dei nostri? Come mai gli eredi più titolati della tradizione della destra, una tradizione che aveva in massimo conto la partecipazione, sono i più distratti davanti al problema dell’astensionismo? Perché è il “finiano” Pasquale Viespoli il solo che sentiamo parlare con passione di Sud o di patto generazionale per salvare i giovani da un futuro immobile e precario? E come mai, tra le tante fondazioni e think thank che gli ex colonnelli hanno costituito, è toccato solo i “finiani” del Secolo aver dedicato convegni e approfondimenti giornalistici non retorici a personaggi che hanno fatto la storia della “nostra” destra come Giano Accame, Tony Augello o Marzio Tremaglia, di cui domani ricorre il decimo anniversario della prematura scomparsa, o al vero e formidabile “sdoganatore” già negli anni Ottanta della destra politica italiana che fu Bettino Craxi?
Il fatto è che il vero dna della destra, più che sul crinale della retorica dei valori e delle cosidette questioni di coscienza, dove il nostro mondo – fin dall’epoca del divorzio – ha sempre giudicato normale esprimersi liberamente, ruota intorno alle discriminanti ben più scomode (almeno nell’era berlusconiana) del senso dello Stato e della legalità, della protezione dei deboli e della valorizzazione del merito oltre i diritti di casta. Facile fare la morale in tema di coppie di fatto, che non incide sul “core busisness” di nessuno. Ma il coraggio della destra, a nostro giudizio, si mostra anche altrove. Anzi, soprattutto altrove.
Flavia Perina
21/04/2010
Luigi Arru
Caro Bruno
mi farebbe piacere sapere il tuo pensiero sulla decisione del Presidente Fini.
Luigi
antoni
Speravo di vedere il nome di Bruno Murgia insieme ai nomi di Fabio Granata, Giulia Buongiorno e altri. Cosi’ non è e questo mi dispiace. Pazienza. Buon lavoro comunque all’on. Murgia.
Giorgio Giovanni Gaias
Bruno ben fatto con i traditori non si va!!! =)
Vito Calvani
Ciao Bruno, come va? sappi che attendo con ansia il tuo giudizio e commento sui fatti di ieri ; se è vero che Fini poteva scegliere tempi migliori, la frase di Bossi di oggi dimostra che purtroppo siamo nelle mani di questo personaggio che, con il 10% dei voti , guida le scelte politiche del Governo ; non abbiamo proprio modo di uscirne?
Ciao anche da Daniela e Riccardo ;-)
Maurizio Pia
Sarebbe interessante capire perché la sua firma compare in calce al documento dei 75. Eppure mi pareva che le sue posizioni accogliessero, almeno in parte, i rilievi sollevati dal Presidente Fini.
tommaso carai
Ciao Bruno, come va? e da tanto che non ci sentiamo, ma mi piacerebbe sapere come la pensi sulle precisazioni fatte in platea dal Presidente Fini nel direttivo Nazionale del PDL.
TOMMASO
Pietro Caggiari
Dissentire, avere idee che non collimano perfettamente , non in versione fotocopia , non dovrebbe essere un peccato .
La pluralità di voci , di pensieri , di idee , sono un plusvalore nei consessi democratici , ne sono il sale .Perchè , pensare solo a quel mondo deleterio e meramente spartitorio delle correnti , da sempre presenti nei partiti della prima Repubblica .
L’ univocità di vedute mi sembra , alquanto difficile in un sistema politico BIPOLARE, dove in ogni raggruppamento vi sono entità non sicuramente e perfettamente omogenee.
Personalmente credo che i migliori risultati nascano dal confronto ,dal concorso di più soggetti che comunque vanno nella stessa direzione pur con le diverse sfumature .
salvatore tedde
da “Il Secolo d’Italia” del 24/04/2010:
fra le righe dell’articolo di Fulvio Carro, spunti interessanti ed anche qualche ipotesi di risposta a quesiti vari….; conservate questo articolo e rileggetelo fra qualche mese…
Ma di chi sono le “mani” che mancano?
http://www.secoloditalia.it/publisher/In%20Edicola/section/
Fulvio Carro
Una volta ogni tanto, facciamo anche noi un po’ di retroscena, categoria di cui di solito ci occupiamo poco ma che in questa circostanza ci sta tutta. Il tema: il Pdl dopo la tempesta. Mentre i quotidiani di area incardinano l’esito della votazione in direzione in un mirabolante 93,02 per cento contro 6,39, in realtà è partita ai vertici la “caccia agli assenti”. E sì, perché ha un bel dire l’ufficio stampa del Pdl che ci sono stati 158 voti a favore del documento finale, ma tante mani alzate nessuno le ha viste. Tantoché giovedì, mentre Verdini aveva cominciato a contarle («Uno, due…»), un brusco movimento al tavolo della presidenza lo ha interrotto: «Non c’è bisogno, non c’è bisogno». Giù le tessere, «ora voti chi è contro». Se la prima conta fosse proseguita si sarebbe arrivati a quarantacinque, forse cinquanta, non di più. Un parlamentare di formazione Dc, che di congressi veri ne ha visti tanti e ha “il colpo d’occhio”, giura sulla prima cifra. Sia come sia, ora la domanda (irritatissima) è: chi se ne è andato, chi è uscito un attimo, chi non ha alzato la mano? Sotto osservazione il gruppo degli amici di Gianni Alemanno, non è un mistero per nessuno che alla riunione di corrente che ha preceduto la direzione, martedì scorso, se i fedelissimi del Nord erano sparati contro Fini, l’enclave dei romani aveva espresso forti perplessità sullo strappo. Perfidamente, La7 ieri ha rimandato in onda un discorso di qualche anni fa del sindaco di Roma, dove gli accenti “finiani” erano così evidenti e distanti dall’intervento all’Auditorium da lasciare sbalorditi. In quella distanza c’è, probabilmente, la cifra di molti disagi, e forse anche di qualche corsa in bagno al momento giusto. Anche nella corrente di Maurizio Gasparri al momento della votazione le cose sono andate in modo strano. Il gruppo più “berluscones” della ex An durante il dibattito si era stretto sotto il palco, tutti insieme, applaudendo e commentando. Ma quando Berlusconi ha fatto la chiama degli ultimi tre interventi prima del voto la formazione si è pian piano sgretolata un po’ di qua e un po’ di là, più d’uno ha sentito il bisogno di fare due chiacchiere con l’amico dall’altra parte della sala, fumare una sigaretta sul ballatoio, sgranchirsi le gambe nell’atrio per poi tornare a sedersi da un’altra parte. Qui i contenuti magari c’entrano meno. Sulla “linea Fini” i gasparriani non si sono mai ritrovati, ma soprattutto nei più giovani c’è un sentimento di lealtà personale duro a morire: per un ventennio Fini è stata “la Cassazione” di tante aspirazioni politiche mortificate dai capicorrente, ha determinato carriere, candidature, nomine e voltargli le spalle per alcuni risulta davvero difficile.
Sia come sia, è tutto un tam tam di telefonate. «Ma Tizio, tu l’hai visto votare?», «Sicuro che Caio ci fosse, vicino a chi era seduto?». La regia di Roberto Gasparotti, lo scenografo del Pdl, non ha oltretutto aiutato. C’erano le luci molto basse all’Auditorium, e i fari sul palco risultavano accecanti per chi era seduto lì. Difficile riconoscere le facce. Se sui numeri “secchi” si è riparato evitando di contare le mani alzate (50 a 13, il risultato più probabile, avrebbe significato accreditare a Fini il 25 per cento), adesso si mette in moto la macchina della memoria. E non si guarda soltanto agli ex di An. Non è un mistero per nessuno che l’”ala politica” del Pdl, quella che viene dai partiti, dalla tradizione democristiana e socialista anziché dall’entourage imprenditoriale del premier, da anni soffre il modello dell’uno-che-pensa-per-tutti. Sono quelli che, come ha ammesso francamente il ministro Brunetta nell’esordio del suo intervento, quando c’è da far politica non si tirano indietro, anzi addirittura «si divertono». Quanti sono? Quali sono? E adesso che il centralismo carismatico si è rotto, ora che si vota, ora che qualcuno vota contro, come si comporteranno? E soprattutto, come si sono comportati in direzione, perché quelle tessere alzate per il sì erano così poche? Ogni smorfia, ogni sbuffo, ogni gomitata diventa un indizio per farsi un’idea del vero stato d’animo del “popolo dei dirigenti” che di queste partite, nella “second life” determinata dalla nascita di una minoranza interna, dovrà giocarne molte altre. Anche perché tutti sanno che i centralini della presidenza della Camera trillano incessantemente da due giorni, e chissà chi sono quelli che, concesso il minimo sindacale all’assemblea dell’Auditorium, si sono attaccati al telefono per spiegare, spiegarsi e capire riservatamente come evolveranno le cose, chissà cosa si muove – appunto – nel retroscena. Anche lì, come sulla scena pubblica dell’Auditorium, gli schemi dell’appartenenza originaria (ex An, ex FI, ex Dc) sono tutti saltati e bisognerà attrezzarsi per individuare i nuovi.
Fulvio Carro
24/04/2010