Libri e lettori, un problema italiano
L’aspetto più deprimente di questa statistica è proprio il numero, nudo e crudo. In Italia si vendono abbastanza libri, ma i lettori sono molto pochi, cioè i lettori saltuari sono circa 25 milioni, quelli che in pratica avrebbero letto almeno un libro non scolastico in un anno. Molto meno coloro che hanno letto più libri: appena il 6.9% quelli che leggono un libro al mese.
Il dato sconfortante è che l’Italia è un paese anziano, con una popolazione scolastica che si mantiene su livelli accettabili solo grazie ai figli degli immigrati, un tasso di natalità bassissimo, al quale fa da contraltare – vivaddio! – l’aumento dell’aspettativa di vita tra le più alte al mondo.
C’è dunque un segmento ultramaggioritario che non legge praticamente mai. Ho letto da poco una notizia che in sè mi ha sconvolto. Una informazione scientifica. Se l’uomo si disabitua a leggere e scrivere, per anni, ritorna in pratica all’età scolare! Non conta nulla il titolo di studio! Un avvocato che si laurei a 25 anni, cominci a praticare la professione a 28-30 e non legga quasi mai, avrà solo da scrivere, quando non lo fa qualcun altro per lui, delle citazioni e poco altro, a 50 anni sarà tornato indietro di 40 anni rispetto alla sua capacità di leggere e scrivere. Con l’aggravante che è in un fase della propria vita nella quale lo sviluppo è cessato da un pezzo: questo vale per tutti, immaginate un medico che non legge mai un romanzo e che è abituato a leggere solo riviste mediche e compilare ricette.
Questo ha un senso: la laurea deve aiutarti a fare una professione non a vincere il premio Pulitzer! Ma l’abbandono del libro e della lettura ha un costo gravissimo, considerando, per esempio, che per prevenire l’alzheimer i medici consigliano di continuare a stimolare il cervello, con letture e appuntamenti sociali.
Il dato dell’editoria è reso ancora più grave dalla politica secondo me sbagliata dei grandi editori, i quali dichiarano di voler aumentare la percentuale dei lettori abituali. Molto bene, peccato che questo sia un obbiettivo perseguito a parole e che invece, nella realtà, essi si muovano unicamente secondo logiche di mercato che comprimono parecchio il rischio d’impresa (so che può sembrare contraddittorio, ma in Italia le grandi aziende che funzionano lavorano in oligopolio, duopolio o monopolio – solo le piccole e medie affrontano davvero il mercato globale).
Gli editori invece seguono la tipologia del lettore, non è vero che aumentano il lettore abituale. Le politiche editoriali sono poco fantasiose e inclini a seguire la moda: funziona Harry Potter? Avanti col fantasy! Funziona Montalbano? Sotto col giallo all’italiana! Piacciono i romanzi di Twilight? Vai con i vampiri! Eppure il caso di Stieg Larsson dimostra che il lettore abituale italiano è si diviso in settori e generi, come ovunque credo, ma è anche poco provinciale, cioè attento alle novità anche quando queste si trasformano in un “fenomeno di culto di massa” (tipo Pink Floyd, Led Zeppelin o Herman Hesse negli anni Sessanta) oppure descrivono paesi lontani dal nostro stile di vita.
Di fatto però gli editori puntano sui generi e fanno politica editoriale basata sul genere, che non aumenta la base dei lettori abituali, ma il numero di copie vendute tra gli amanti del genere. Infatti, come numero globale di copie vendute siamo tra i primi in Europa, mentre scendiamo come numero complessivo di lettori, come detto sopra.
Quindi gli editori non devono semplicemente cercare nuovi lettori abituali (insistere sul genere di successo fa vendere, ma è disincentivante da questo punto di vista), ma cercare nuovi argomenti, nuovi generi per farli piacere, scoprire anche nuovi autori, ma soprattutto provare a dar credito a romanzi non di genere. In Italia i successi letterari più clamorosi degli ultimi anni, che non appartengono alla narrativa di genere, sono frutto di politiche editoriali di marketing molto azzeccate, per la benevolenza di qualche critico sul Corriere oppure per un rapporto stretto col mondo del cinema che amplifica il valore di opere letterarie altrimenti mediocri. Ma fuori da questo circolo si vende poco: a meno di non essere Faletti, che buon per lui, tutto ciò che tocca diventa oro.
Comments
una donna
ormai tutti parlano del problema italiano di usare i libri solo per abbellire le case. si organizzano seminari , convegni e altro,per voler spiegare un dato tutto italiano, cioè i costi, un esempio? mia figlia adora leggere ,da sempre divora libri, ma sai quanto costa questo hobby? dirai sempre poco per il valore che ha ogni libro. ma sempre troppo per chi ha più figli con passioni diverse, anche nelle letture . questo è un piccolo problema in confronto a quello dei programmi scolastici, ridotti al minimo.
daniele m.
ci sono le biblioteche….gratuite, ricche di libri di ogni genere, luoghi dove puoi stare ore e ore a leggere di tutto. Per me è un piacere leggere, è forse la cosa che mi rilassa maggiormente e che allo stesso tempo non ritengo ozio. Ho solitamentre tre libri sul comodino che leggo alternando uno all’altro. Rispetto alla statistica a cui fa riferimento Bruno posso dire di essere al di sopra della media.
Secondo me molto dipende dalle scuole elementari e medie ma anche dalla predisposizione di ciascuno. Io a 6- 8 anni leggevo in media lo stesso numero di libri che leggo ora. Insomma la cosa più importante credo sia quella di trasmettere ai giovani, ai figli, agli allievi, la passione per la lettura.
Mi ritengo un fortunato perchè non tutti sanno che dietro ogni libro letto spesso e volentieri ci sono gli specchi e i riflessi di una vita vissuta. E’ come conoscere tante persone. Un incontro genera in ciascuno di noi un arricchimento, sia esso culturale, emotivo, sentimentale. La stessa cosa avviene per i libri, un libro è un incontro. Pensate quanto si perde leggendo poco o addirittura mai.
Enzo Cumpostu, Nuoro
Oggi esistono diverse tipologie del leggere, in Italia e nel mondo; tra queste non possiamo non citare i libri elettronici cosiddetti e-books, solitamente in formato .pdf, i quali non hanno sicuramente fatto sì che il libro cartaceo, quello del gusto di sfogliarlo e di leggerlo in qualsiasi ambiente, possibilmente lontani da luoghi di lavoro, uffici o quant’altro di poco rilassante, fosse messo per sempre in soffitta o tra gli scaffali polverosi delle biblioteche.
C’è poi internet dove, se si fanno opportune ricerche mirate, si può trovare veramente trovare di tutto: non solo informazioni dunque ma anche pezzi del patrimonio culturale mondiale fino a pochi decenni fa inacessibile ai più.
Ritengo inoltre risponsabili – spesso con dolo – i media che sul leggere e sul fare cultura dovrebbero dedicare più tempo e risorse ( vedi RAI ) cosa che giustificherebbe, da sola, la necessità di pagare il canone di abbonamento televisivo per milioni di italiani che se potessero ne farebbero di certo a meno.