Il familismo amorale
Sul Corriere di ieri un’indagine di Renato Mannheimer spiegava come una parte consistente di italiani rimanesse piuttosto indifferente rispetto al fatto che molti politici intervengono sui concorsi, sulle assunzioni pubbliche, sulle raccomandazioni di ogni genere e grado. Il motivo è semplice. Sfugge ai più che sarebbero molti i politici in carica che farebbero a meno di occuparsi di queste pratiche: il fatto è che i cittadini, molti dei quali esigono politica pulita, salvo poi chiedere sotto banco, bussano alla porta del presunto potente di turno. Sono una marea e spesso impediscono che l’eletto possa impegnarsi nel fare cose più serie che non arrabattarsi a cercare questo o quell’appoggio.
Io ho esperienze dirette, come è chiaro. Alcune situazioni le ho pagate di persona. Un no, un “non si può fare”, o “non mi va assolutamente” viene visto malissimo. L’elettore non perdona e ti toglie il saluto, quando non ti guarda direttamente in cagnesco.
Perché, chiederete voi. Perché questa è la pratica da sempre.
Soprattutto sui territori, negli enti locali e nelle amministrazioni regionali. E’un continuo. Il politico che vive di questo è da condannare ma il cittadino-elettore che chiede favori continuamente non è meglio. Non esiste un mondo diviso con la politica che fa schifo e il cittadino che rappresenta il bene. L’Italia è indietro in tutte le statistiche di competitività (e la Sardegna non è da meno) proprio
per questa sindrome del “familismo amorale”.
Esistono rimedi? Difficile, perché la questione è connaturata alla struttura della società, alle sue dinamiche interne. Negli Stati Uniti esistono le lobbies e leggi che regolano questi rapporti. Ma, in generale, è una cultura competitiva che seleziona merito, qualità e capacità. In Italia molti passi in avanti sono stati fatti nel
controllo dei concorsi. Ma sfuggono le cose invisibili, che sono migliaia e migliaia e che hanno inculcato nel cittadino medio questa mentalità.
Ho notato che chi fa discorsi di normale pulizia poi paga in termini elettorali, fino a perdere rovinosamente battaglie perché giocate contro professionisti di un certo modo di fare.
Comments
antoni
La questione è fondamentale! Potrebbe essere sufficiente rendere l’accesso al lavoro un percorso trasparente, dove tutti quelli che hanno specifico interesse, vedano e possano valutare il processo che porta all’attribuzione di un posto di lavoro. Criteri trasparenti veri. Il politico deve essere messo in condizioni di non poter accedere in nessun modo alle procedure di attribuzione di incarichi o di un posto di lavoro pubblico.
Ai questuanti si risponderebbe…”non ti preoccupare, se hai i titoli richiesti e se dimostri di sapere e di saper fare, avrai la tua occasione, la norma ti tutela, fai la tua bella domandina e se hai il sospetto che qualcuno accede al posto in mancanza di requisiti chiesti o li si attribuisca un punteggio che non merita, avrai la possibilità di far valere i tuoi diritti”.
Ma i percorsi di accesso al lavoro evidentemente non sono trasparenti e dove non c’è trasparenza tutto è possibile, persino il mediocre se non l’asino, hanno la possibilità di sovrastare chi invece ha tutti i requisiti per meritare. Siccome è noto che le procedure tutto sono tranne che trasparenti, la richiesta di intervento viene fatta perchè si sa in partenza che l’intervento del “politico” è necessario e a volte risolutivo. La soluzione è comprensibilmente complicata.
L’altra possibilità è quella che tutti a partire da un momento “zero” smettano di chiedere “favori”….facile a dirsi ma impossibile da fare; è un percorso culturale troppo lungo e se solo uno non rispetta “il patto dell’etica e della moralità” finisce tutto.
Gianmichele Nonne
Condivido in pieno, purtroppo è un male bi partisan…………
Un male Italico……………..
Maralai
ecco perchè occorre incoraggiare il voto d’opinione, le primarie di base e di lista e far fuori definitivamente il voto di preferenza. inoltre meglio i movimenti spontanei, movimenti elettorali (anche per regionali, comunali e provinciali) che la ricostituzione di sezioni locali. più che sufficienti i coordinamenti nazionali, regionali e (strappo alla regola) provinciali. tornando al voto di preferenza provo sollievo (altro che dramma!) trovarmi il cortile di casa e le strade adiacenti prive di volantini personale, con promesse di ” di scambio” (se tu mi dai il voto io…”) di cose che nessun politico in teoria potrebbe mai dare.
saluti
mn
Mariga
Sia il politico sia l’elettore agiscono in stato di necessità . Il politico ha bisogno del voto, l’elettore del favore. Quando questo equilibrio si rompe si hanno favori solo se si è parenti dei politici.
watergate
Secondo me questo tipo di rapporto tra cittadino e politica ha ascendenze un po’ particolari.
Anzitutto c’è da dire che anche l’antica Roma conosceva le consorterie, il clientelismo e le lobbies. Le grandi famiglie patrizio-plebee rappresentavano anche gli interessi economici fondiari e mercantili e una politica di avversione a questo sistema veniva molto osteggiata (soprattutto se mirava a creare centri di potere alternativi, differenti da quelli formati dalle gentes cittadine e municipali che si spostavano a Roma): es. Gaio Gracco provò a spostare un po’ l’equilibrio dei poteri tra i centri di potere diffuso (dal Senato – cioè dalle famiglie di rango pretorio / consolare – agli equites, che rappresentavano le attività mercantili, dando maggior peso alle province e dunque alla plebe agraria ridotta alla fame dalle guerre e dal latifondo); il fatto strano è che Gaio Gracco veniva da una grande famiglia patrizio-plebea collegata alla consorteria della madre, che era la figlia dell’Africano Maggiore e quindi della più influente gens romana del tempo (insieme alla Claudia e alla Flaminia).
Nel medio evo, dopo il periodo di relativa crisi economica, l’infeudamento ha cristallizzato le condizioni di vassallaggio delle popolazioni ai signori locali. Altrove, dove sono state conosciute esperienze più democratiche, gli uomini liberi erano comunque legati alle famiglie, che sostituiscono le istituzioni cittadine con la Signoria.
In Italia l’illuminismo è stato portato da una guerra di conquista e di razzia, che se ha avuto il merito di scalfire il potere secolare della Chiesa, non ha fatto altro che riconoscere lo status quo in altre zone. Io non ho una lettura negativa dell’era borbonica nel Mezzogiorno, c’era molta propaganda sabauda – la storiagrafia che vince – che la dipingeva peggio di com’era, ma di sicuro le condizioni dell’Unificazione non sono state le migliori.
Il modello francese di centralismo a distanza è stato deleterio e in più la Grande Guerra pur portando a termine le tensioni risorgimentali, ha spaccato l’Italia in 2 e il fascismo ha rappresentato uno sbocco di ripiego, di convenienza, della serie: tanto peggio di così dove andiamo? Non a caso ha unificato agrari e grandi industriali, Chiesa e borghesia urbana.
In tutto questo secolo l’Italia non è mai diventata completamente una nazione e la seconda guerra mondiale, il suo esito, non hanno fatto altro che rallentare questo procedimento: a conti fatti lo Stato appare sempre lontano ed è inefficiente. Pertanto i primi a non difendere l’istituzione sono coloro che la rappresentano, perchè di fatto possono agire per conto dei cittadini non in nome dello Stato, ma in nome di loro stessi. E’ un clientelismo al contrario, nel quale il politico spende il Potere dello Stato in nome e per conto proprio, al fine di aumentare la propria base elettorale. Questo meccanismo oggi è direttamente manovrato dai partiti, a completamento della Costituzione Repubblicana che assicura ai Partiti questi poteri, non preoccupandosi di regolarli democraticamente.
Alla vigilia dei festeggiamenti dell’Unificazione dobbiamo chiederci se siamo veramente uniti e da che cosa: l’unico punto reale di unione tra Nord e Sud, e quindi di implicito riconoscimento dello Stato, sta nel mercato, cioè nelle abitudini consumistiche, e fortunatamente è l’elemento comune più forte. Altrimenti lo Stato, nella pratica, è inesistente, se non nella sua faccia più drammatica: fisco esoso, forte compressione delle libertà personale, inefficienza diffusa.
Enzo Cumpostu, Nuoro
E’ un tema che abbiamo affrontato altre volte: è interessante ma non sempre si può utilizzare lo stesso metro, la stessa linea dura del no.
Perché un conto è dire no a un ragazzo appena diplomato o laureato, tra i 19-20 anni e i 25-30, un altro quello di chiudere la porta delle opportunità a un padre di famiglia, una ragazza madre, un diversamente abile con soli 256 Euro di assegno erogato dall’INPS.
Il neo-diplomato e il neo-laureato ha la vita innanzi a sè: può adattarsi a qualsivoglia lavoro se di lavoro vero e proprio vogliamo parlare, soprattutto manuale.
Ho avuto un professore che per mantenersi negli studi universitari lavorava al mercato ortofrutticolo di Cagliari la notte. Negli anni settanta, inoltre, conobbi un altro insegnante, delle scuole medie e originario della penisola, il quale per sbarcare il lunario e mantenere moglie e figlio (non era di ruolo ma precario) arrotondava occasionalmente come muratore ( e pare fosse pure bravo)
Che vadano veramente a zappare la terra, a fare lavoretti stagionali nel periodo estivo – cosa che i genitori dovrebbero non imporre ma consigliare ai lori figli anche in età scolare prima del diploma cosa che io ritengo particolarmente educativa e formativa delle personalità relativamente alla responsabilizzazione degli stessi giovani – prima o poi qualcosa troveranno se saranno capaci di cercare.
Però ti chiedo (anzi non c’è bisogno perché lo sai benissimo così come lo sanno molto bene tutti) quali opportunità reali e concrete ha un diversamente abile, pur meritevole ma etichettato dalla norma e dal mercato del lavoro, di inclusione sociale reale e non a parole in una città – per esempio – come la nostra? cosa resta al di fuori degli Enti Locali? Un padre di famiglia? Un cardiopatico? Un emodializzato? Una vedova che si trova di punto in bianco ad arrangiarsi a tirar su la baracca, magari con qualche marmocchio al seguito?
La meritocrazia, le opportunità…D’ccordissimo, perfetto, sono d’accordo, potremo riparlarne quando in realtà come la nostra, Nuoro, le opportunità reali saranno concretizzate realizzando veramente tutto ciò di cui la città ha necessità: nel privato e nel pubblico.
Crisi o non crisi, sono convintissimo che se si opera bene tra interventi pubblici e privati l’inoccupazione e la disoccupazione potrebbero scendere vertiginosamente.
A meno che non ci sia qualcuno che ha interesse perché le cose non cambino nel verso auspicato.
In questo caso non potremo parlare di lobbies o politici distratti ma di veri e propri lestofanti.
libertyfighter
No. Il popolo agisce secondo le regole imposte dal politico. Se il politico crea un sistema sociale dove serve la raccomandazione per entrare da qualche parte (o dove è molto molto difficile entrare senza appoggi), il cittadino si adegua alle regole del gioco e si procura gli appoggi. Il politico che ha fatto le regole non può in alcun caso essere paragonato ad un cittadino “costretto” a convivere con esse. Se il politico non volesse passare il tempo a concedere e non concedere favori elettorali, avrebbe potuto riscrivere le regole. Cosa che non fa perché la facoltà di farti entrare a lavorare tramite raccomandazione è un potere enorme che permette di cooptare voti. Lo vuole lui. Non si lamenti poi, né venga neppure parzialmente scusato.
Angelo
Non posso che quotare al 100% libertyfighter: è impossibile che ad un certo punto ” zero ” tutti i cittadini smettano di chiedere favori ma, al contrario, è possibile, oltrechè auspicabile, che tutti i politici smettano di fondare il loro consenso sulle necessità degli elettori che accalappiano con vane e vacque promesse.
Qualche tempo fa ripresi questo concetto a proposito della cosidetta “guerra alla ASL di Nuoro”: la risposta di Bruno, che peraltro stimo in maniera particolare, fu piuttosto deludente sull’onda di quella che, allora, era la posizione dell’on. Maninchedda che da tempo si erge a paladino della legalità, della meritocrazia, etc. (giusto per dovere di cronaca, faccio presente che commentai anche sul blog dell’on. Maninchedda nel quale, però, fui prontamente censurato.
Caro Bruno, sbaglio o siamo noi al governo di questa travagliata e disgraziata Sardegna? Sbaglio o siamo noi che abbiamo promosso la levata di scudi nei confronti dei poco ortodossi metodi della precedente giunta di centrosinistra? Perchè allora noi ci stiamo comportando esattamente allo stesso modo? Caro Bruno, guardati intorno, guarda cosa sta accadendo laddove siamo riusciti a prendere il controllo della situazione: stiamo diventando rossi anche noi, e se non lo stiamo diventando dovremmo, ma di vergogna……..
Enzo Cumpostu, Nuoro
La meritocrazia o meglio la cultura (auspicabile) di premiare i meritevoli nel mondo del lavoro, nella Pubblica Amministrazione così come nel privato, non fa parte del patrimonio genetico della sinistra; condivido l’opinione del sedicente interlocutore con nome in codice “libertyifighter” (e ancora non capisco il perché moltissimi nel tuo blog e nel novantanove per cento di quelli che trattano tematiche di natura politica non dicano a chiare lettere il loro nome e cognome mah…) la regola della raccomandazione è una regola non scritta o imposizione che rientra nel consuetudinario e collaudato sistema per catalizzare il maggior numero di voti possibili.
Una antica consuetudine, più vecchia della Prima Repubblica, del Ventennio fascista, dell’Italia “en trasformant” da Cavour a Giolitti.
Che dire, poi, dell’altro fenomeno, dell’altra arma utilizzata per poter entrare alla corte di qualche esponente politico, alto dirigente pubblico (statale o regionale o di ente locale non ha importanza) cosiddetto “lewinskismo”? Anche qui la storia insegna e dovremo tornare indietor nel tempo di parecchi secoli…
una donna
onorevole, durante un comizio ,adesso che siamo in periodo di elezioni, provi ad accompagnare qualche futuro eletto,dicendo che vi impegnerete per trovare lavoro a tutti senzA PREFERENZE. sarà applaudito in piazza e maledetto a casa. NO non siamo una nazione che vuole fare cose senza SANTI. vedi SAN…REMO
xnuoro
é vero senza santi non si và avanti,
il problema sta nel fatto che anni fà avevamo santi lungimiranti che con il loro fare creavano un baricentro culturale, politico e di potere su Nuoro, cosa che riusciva nel dare risposte ai problemi della gente,
cosa che, in questi ultimi anni la Nuoro politica ha cancellato,
oggi un forte potere politico e culturale è su altri lidi, dove i santi contano più dei santi Nuoresi
e diciamo papale e papale, che, il problema della classe politica non sà dar risposta ai problemi e esigenze, e naturalmente questo e sempre colpa del cittadino e non di chi amministra.