Il mio intervento sul decreto Romani
Di fronte alle commissioni riunite Cultura e Trasporti e Politiche dell’Unione Europea è proseguita la discussione sul decreto Romani. Questi i punti, in sintesi, che ho sollevato durante il mio intervento.
1) Un conto è difendere il copyright, un conto equiparare in tutto e per tutto un utente di YouTube a un broadcaster televisivo, anche se lo streaming è equiparato alla trasmissione televisiva.
2) Non può nemmeno immaginarsi un controllo preventivo sul contenuto su profili facebook o canali privati di YouTube, per diversi motivi:
a) E’ inutile, inefficace e dispendioso in termini di burocrazia
b) Si costringe YouTube o altri gestori di video streaming a vagliare preventivamente il contenuto di ciascun upload, che è tecnicamente impossibile, a meno di non implementare soluzioni particolari che sono dispendiose… il costo ricadrebbe sugli utenti, che adesso usufruiscono gratuitamente di questi servizi, come milioni di utenti in tutto il mondo
c) Il filtro oltre che inutile è dannoso e va oltre la previsione della direttiva europea sull’audiovisivo: oltre che inefficace e poco pratico e dispendioso, è anche provocatorio, perchè non assicura la protezione del copyright, ma pone a monte un controllo sul contenuto uploadato da singoli cittadini, che arriva a ledere il principio della libertà di espressione.
d) Non è possibile nemmeno configurare un reato prima che ci sia un atto che lo configuri come tale. Il semplice upload di un video non può essere considerato a priori un’attività di preparazione di un reato.
3) E’ giusto punire le violazioni di copyright, ma non è giusto addossare la colpa a YouTube per il mancato controllo dei contenuti editoriali. Una volta che un utente privato carica un video su YouTube si può dire che – se il contenuto è libero da copyright - cede gratuitamente il diritto a YouTube. Sovente delle testate giornalistiche – faccio l’esempio di Studio Aperto – utilizzano i video di YouTube liberamente, senza corrispondere a Google Inc. o all’utente che ha caricato il video alcun compenso. Sono tantissime le testate giornalistiche italiane che quotidianamente riprendono i video caricati su YouTube e non mi risulta che corrispondano a Google un compenso. Spesso usano la stessa banda di Google, utilizzando l’embed fornito da YouTube
4) C’è poi un clamoroso problema di comprensione del fenomeno del social network, che è diffusissimo a livello planetario e incontra restrinzioni nei paesi governati da dittatori o da governi poco credibili, che hanno poco di che spartire con la democrazia liberale che tanto desideriamo a parole. Twitter è stato usato dai giovani iraniani e si sta diffondendo in Italia solo adesso; Facebook è una realtà consolidata; YouTube è il leader mondiale dello streaming; Google e Bing, il motore di casa Microsoft implementano la ricerca in tempo reale perchè riconoscono agli utenti la capacità di creare contenuti spesso più credibili delle fonti tradizionali. Il nostro atteggiamento verso Internet rischia di essere anacronistico, incapace di comprendere i cambiamenti della nostra epoca, fatta di grande partecipazione, democrazia, informazione a tutti i livelli che rendono i cittadini più sensibili e più avvertiti. Al contrario, se intromettiamo dei diaframmi, inserimento dovuto alla nostra cattiva comprensione del fenomeno, otterremmo l’effetto di venir additati, e forse non a torto, come censori.
5) L’equiparazione tra la rete (in particolare lo streaming online) e la tv è assolutamente forzata. Piattaforme di video hosting e distribuzione di feed video gratuite come YouTube non possono essere paragonata a un broadcaster, né tantomeno può essere paragonato a un broadcaster il singolo utente che riprende o pubblica il video, ancorché sprovvisto dei diritti per farlo. Il sistema di upload di YouTube è tale che non può essere concepito un controllo a priori del contenuto, perchè è semplicemente impossibile o troppo costoso e l’applicazione finirebbe per ricadere sugli utenti, che dovranno pagare questo tipo di filtro.
6) Questa equiparazione che sottopone all’AgCom, una istituzione garante a nomina governativa, la verifica dei contenuti e la richiesta di autorizzazione, finisce per mettere in pericolo chiunque faccia uso di contenuti audiovisivi all’interno del web. Non solo le piattaforme video, ma anche quegli strumenti che per esteso prevedono semplici comandi per diffondere (condividere, sharing) questi contenuti: i blog, i forum, ma soprattutto i social network, come Facebook, MySpace e Twitter utilizzati da oltre venti milioni di italiani.
7) A chi propone questi contenuti sul web non può essere attrbuità la definizione di “responsabilità editoriale”, in primo luogo perchè un blogger o un detentore singolo di canale YouTube, non ha l’organizzazione imprenditoriale che identifica l’editore. In secondo luogo non può essere considerato tout-court come responsabile dei commenti rilasciati da terzi, perché la responsabilità oggettiva dovrebbe essere l’eccezione e non la regola, e questa previsione ha tutto fuorché essere liberale e garantista.
8) In buona sostanza, come ha riportato il prestigioso Time: “Il governo italiano, con nqueste nuove misure, vuole il controllo sui contenuti video online e vuole obbligare chiunque carichi video su internet ad ottenere una licenza dal Ministero delle Comunicazioni”. Attualmente l’amministrazione Obama ha fortemente criticato un’altra politica aggressiva nei confronti di Google Incorporated, quella perpetrata dal Governo Cinese.
9) Bloomberg, broadcaster internazionale di sicura affidamento, riporta la preoccupazione di Google Inc., a proposito del decreto Romani: “Il piano per regolamentare le web Tv del primo ministro italiano Silvio Berlusconi… sia volto a limitare l’accesso al suo sito YouTube e fare pressioni sui fornitori di servizi Internet per sorvegliare i contenuti in rete”.
10) Addirittura la stessa Assotelecomunicazioni-Asstel, di cui fanno parte tra gli altri, Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, Tiscali, Tele2, Nokia Italia, secondo quanto riportato da Il Sole 24Ore: “Il decreto di recepimento del Governo, invece, estende «in modo indefinito e abnorme il concetto esplicitato in modo nitido e netto dalla direttiva comunitaria», ponendo sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media la fornitura di programmi…«veicolati tramite siti Internet, che comportano la fornitura e la messa a disposizione di immagini animate, sonore e non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale».”
11) Il Governo e la maggioranza e tutta la politica guardino a Internet come a una grande opportunità economica. Negli Stati Uniti – il nostro modello – il social network viene utilizzato per il marketing avanzato, che riduce di non poco i costi per la pubblicità. Capisco che questo fatto possa risultare indigesto agli editori tradizionali, ma pur fatta salva la proprietà dei diritti intellettuali e il suo sfruttamento, non si può combattere l’alternativa di Internet a colpi di controlli preventivi. I media tradizionali devono capire i nuovi media e adeguarsi: altrimenti farebbero la figura di quelli che continuano a considerare le diligenze migliori delle automobili e tentano in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote ad Henry Ford.
Comments
Enzo Cumpostu, Nuoro
Chiedere una autorizzazione per caricare video di qualsiasi natura al Ministero delle Comunicazioni è assurdo; potrebbe essere anche un mio video, fatto da me con una semplice videcamera presente in un cellulare; potrebbe essere la ripresa di un panorama, di un evento particolare non legato a diritti d’autore, potrebbe essere u n video nel quale parla il sottoscritto o quant’altro di perfettamente legale.
Il Decreto di per sé è quantomeno assurdo: sono altre le norme da seguire e da mettere in atto per regolamentare lo streaming sul Web.
Interrogativo che ti pongo: se il video è presente online e di questo si fa “embeddeding” in un profiloo Facebook o in un sito chi è colui che commette il reato o viola tale Decreto?
Secondo me chi ha provveduto all’upload non certo chi ha proceduto all’ embedding.
Ieri, per esempio, ho praticato l’embedding di due video storici nel profilo di Antonio Ingroia: le parole della vedova dell’agente ucciso a Capaci e un video tra le ultime parole dette in pubblico da Paolo Borselino.
Il video, di novante secondi, viene chiuso dalle parole di Caponnetto: ” E’ finito tutto”.
Finito tutto? Io non credo proprio…
Enzo
http://www.enzocumpostu.ilcannocchiale.it
Claudio
Nel rinnovarLe la mia fiducia e ringraziamento per la sua linea politica, mi rassegnerò, se passa il decreto Romani così come sembra oggi, non darò più la mia fiducia a questo governo, per quanto possa importare ad esso di perdere un voto. C’è un limite alla cecità politica, e voler legiferare in internet senza conoscere la materia è fare il gioco dei produttori di diligenze che cercano di prolungarne la vita a scapito delle autovetture, danneggiando però così il popolo. Queste aziende non devono “morire” ma semplicemente aggiornare la propria produzione adeguandola al mercato.
Un elettore, deluso, molto deluso che nella sua vita ha già dovuto sopportare la figura meschina del ministro dei 110 km/h.
nanni
Dopo le leggi ‘ad personam’ ecco quelle ‘ad canis penem’.
Continuiamo così, facciamoci del male…
Bobbore
La Cina è vicina…recitava un vecchio slogan…
Giorgio Giovanni Gaias
Bravo ben fatto.. è un cagata autentica quel decreto come quello Ronchi!!
Claudio
Notizie positiva di stralcio delle norme riguardanti il Web giungono da Roma. Ce lo può confermare?
Federico
Ciao Bruno,
mi fa piacere sentire la voce di una persona che almeno si è preoccupata di informarsi prima di prendere una posizione. Non capisco però (lo capisco eccome, non mi addentro sulla questione dei conflitti d’interessi), come mai si proceda ciecamente nella formulazione di decreti ad opera di politici o presunti tecnici che non hanno competenza, o su mandato diretto di persone interessate alla questione. Possibile che in questo paese (e la “p” minuscola è voluta) non si riesca a fare un passo nella giusta direzione, senza dover discutere a cose fatte (male)?
Confido nel tuo lavoro e impegno in quest’ambito, spesso trascurato, perché c’è bisogno di qualcuno che sappia quello che dice e quali sono le dinamiche reali del mezzo internet e di quello che viene definito “il popolo di internet” (come se fosse altro da quello reale).
Bruno
ciao federico! come va? grazie in ogni caso. cerco di non sparare troppe cazzate! a presto. br