Entries from: febbraio 2010

Bitas a Cagliari incomprensibile

TURISMO: MURGIA (PDL), BITAS A CAGLIARI INCOMPRENSIBILE
(ANSA) – CAGLIARI, 24 FEB – ‘Non so se ci saranno i tempi tecnici per riportare nel nuorese la Borsa internazionale del turismo attivo della Sardegna: se ci fosse la possibilita’ eviterei che questa manifestazione si tenesse a Cagliari’. Lo ha dichiarato il parlamentare del Pdl, Bruno Murgia.

‘Non so quali siano le valutazioni che abbiano spinto per questa scelta pero’ credo che un workshop organizzato proprio per le zone interne e per un territorio famoso per le sue peculiarita’ ambientali e culturali debba essere sede di iniziative simili.

Perche’ Cagliari? Non me lo spiego – continua Murgia – se crediamo che Nuoro debba diventare il polo dell’ambiente e della cultura allora mi pare sacrosanto rivedere la scelta. Se crediamo nello sviluppo sostenibile per tirare fuori le zone interne dalle secche della crisi, allora iniziative e strumenti come la Bitas non possono che tenersi nei luoghi piu’ appropriati’.

‘Ricordiamo che fu l’Esit, nel ‘94, a creare la Borsa del turismo ambientale – conclude il deputato del Pdl – con molte edizioni tenute nelle piu’ importanti localita’ nuoresi’. (ANSA).

Google, sentenza discutibile

INTERNET: DISABILE VESSATO;MURGIA (PDL),SENTENZA DISCUTIBILE (ANSA) – ROMA, 24 FEB – ‘La sentenza di condanna ai tre dirigenti di Google e’ molto discutibile. Siamo alla violazione della privacy per interposta persona. E’ come se un sistema di videosorveglianza riprendesse una rapina in strada e si punissero, oltre agli autori della rapina, anche gli installatori della videocamera. Un non-senso giuridico, a mio parere, visto che la responsabilita’ e’ personale’: lo afferma Bruno Murgia, deputato del Pdl.

‘Per disincentivare queste pratiche – aggiunge Murgia – è necessario punire con l’aggravante della diffusione on line e della violazione della privacy l’autore del video e chi materialmente lo carica. Se estendessimo al contrario la portata di questa sentenza, in breve tempo dovremo chiudere molti siti, solo perche’ i proprietari non possono garantire della stupidita’ altrui’.

In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, Murgia ‘auspica una riflessione serena sul mondo del web e del social network, che miri a salvaguardare la liberta’ di espressione, rispettando il principio della responsabilita’ personale in materia di reati. La sentenza non e’ durissima – ha concluso – ma e’ tutto molto discutibile’. (ANSA).

Se la trasparenza sbarcasse in Italia

Sotto il cielo trasparente cosa c'è?

Sotto il cielo trasparente cosa c'è?

Abbiamo capito che intorno agli appalti pubblici c’è un gran caos. Mi sono fatto questa idea: lavorano sempre i soliti, con tutti i governi, sotto ogni latitudine. Ci sono società e manager che fatturano milioni e milioni. Hanno rapporti con i piani altissimi della politica che noi parlamentari ci sogniamo. Avviene per le grandi opere, per i grandi eventi, avviene nelle piccole realtà locali.

Conosco impresari straricchi e altri che faticano a mettere il pranzo con la cena, e sono gente capace e molto per bene. Magari non sono yes men di un qualche sistema da ungere (o mungere) e da “osservare” con i voti.

Negli Stati Uniti, leggo sul Foglio di oggi, è diverso. Se uno va sul sito www.usaspending.gov troverà una vera e propria anagrafe telematica degli appalti pubblici federali, istituita grazie ad una legge che si chiama “Transparency act”. L’obiettivo è quello di fornire al pubblico informazioni su come vengono i dollari delle tasse. I visitatori, nell’ordine di milioni, conoscono classifiche, settori di competenza, collegio elettorale di riferimento (non male, eh?), quali sono le principali società di riferimento che hanno vinto gli appalti, stato dei lavori, persone impiegate e così via.

Impossibile in Italia? Certo, se si vuole tenere tutto nascosto. E badate, non è un problema di colore politico. Non sarebbe male se il governo in carica studiasse una legge così. Da parte mia provo a studiare una proposta.

Libri e lettori, un problema italiano

L’aspetto più deprimente di questa statistica è proprio il numero, nudo e crudo. In Italia si vendono abbastanza libri, ma i lettori sono molto pochi, cioè i lettori saltuari sono circa 25 milioni, quelli che in pratica avrebbero letto almeno un libro non scolastico in un anno. Molto meno coloro che hanno letto più libri: appena il 6.9% quelli che leggono un libro al mese.

Il dato sconfortante è che l’Italia è un paese anziano, con una popolazione scolastica che si mantiene su livelli accettabili solo grazie ai figli degli immigrati, un tasso di natalità bassissimo, al quale fa da contraltare – vivaddio! – l’aumento dell’aspettativa di vita tra le più alte al mondo.

C’è dunque un segmento ultramaggioritario che non legge praticamente mai. Ho letto da poco una notizia che in sè mi ha sconvolto. Una informazione scientifica. Se l’uomo si disabitua a leggere e scrivere, per anni, ritorna in pratica all’età scolare! Non conta nulla il titolo di studio! Un avvocato che si laurei a 25 anni, cominci a praticare la professione a 28-30 e non legga quasi mai, avrà solo da scrivere, quando non lo fa qualcun altro per lui, delle citazioni e poco altro, a 50 anni sarà tornato indietro di 40 anni rispetto alla sua capacità di leggere e scrivere. Con l’aggravante che è in un fase della propria vita nella quale lo sviluppo è cessato da un pezzo: questo vale per tutti, immaginate un medico che non legge mai un romanzo e che è abituato a leggere solo riviste mediche e compilare ricette.

Questo ha un senso: la laurea deve aiutarti a fare una professione non a vincere il premio Pulitzer! Ma l’abbandono del libro e della lettura ha un costo gravissimo, considerando, per esempio, che per prevenire l’alzheimer i medici consigliano di continuare a stimolare il cervello, con letture e appuntamenti sociali.

Il dato dell’editoria è reso ancora più grave dalla politica secondo me sbagliata dei grandi editori, i quali dichiarano di voler aumentare la percentuale dei lettori abituali. Molto bene, peccato che questo sia un obbiettivo perseguito a parole e che invece, nella realtà, essi si muovano unicamente secondo logiche di mercato che comprimono parecchio il rischio d’impresa (so che può sembrare contraddittorio, ma in Italia le grandi aziende che funzionano lavorano in oligopolio, duopolio o monopolio – solo le piccole e medie affrontano davvero il mercato globale).

Gli editori invece seguono la tipologia del lettore, non è vero che aumentano il lettore abituale. Le politiche editoriali sono poco fantasiose e inclini a seguire la moda: funziona Harry Potter? Avanti col fantasy! Funziona Montalbano? Sotto col giallo all’italiana! Piacciono i romanzi di Twilight? Vai con i vampiri! Eppure il caso di Stieg Larsson dimostra che il lettore abituale italiano è si diviso in settori e generi, come ovunque credo, ma è anche poco provinciale, cioè attento alle novità anche quando queste si trasformano in un “fenomeno di culto di massa” (tipo Pink Floyd, Led Zeppelin o Herman Hesse negli anni Sessanta) oppure descrivono paesi lontani dal nostro stile di vita.

Di fatto però gli editori puntano sui generi e fanno politica editoriale basata sul genere, che non aumenta la base dei lettori abituali, ma il numero di copie vendute tra gli amanti del genere. Infatti, come numero globale di copie vendute siamo tra i primi in Europa, mentre scendiamo come numero complessivo di lettori, come detto sopra.

Quindi gli editori non devono semplicemente cercare nuovi lettori abituali (insistere sul genere di successo fa vendere, ma è disincentivante da questo punto di vista), ma cercare nuovi argomenti, nuovi generi per farli piacere, scoprire anche nuovi autori, ma soprattutto provare a dar credito a romanzi non di genere. In Italia i successi letterari più clamorosi degli ultimi anni, che non appartengono alla narrativa di genere, sono frutto di politiche editoriali di marketing molto azzeccate, per la benevolenza di qualche critico sul Corriere oppure per un rapporto stretto col mondo del cinema che amplifica il valore di opere letterarie altrimenti mediocri. Ma fuori da questo circolo si vende poco: a meno di non essere Faletti, che buon per lui, tutto ciò che tocca diventa oro.

Il familismo amorale

Sul Corriere di ieri un’indagine di Renato Mannheimer spiegava come una parte consistente di italiani rimanesse piuttosto indifferente rispetto al fatto che molti politici intervengono sui concorsi, sulle assunzioni pubbliche, sulle raccomandazioni di ogni genere e grado. Il motivo è semplice. Sfugge ai più che sarebbero molti i politici in carica che farebbero a meno di occuparsi di queste pratiche: il fatto è che i cittadini, molti dei quali esigono politica pulita, salvo poi chiedere sotto banco, bussano alla porta del presunto potente di turno. Sono una marea e spesso impediscono che l’eletto possa impegnarsi nel fare cose più serie che non arrabattarsi a cercare questo o quell’appoggio.

Io ho esperienze dirette, come è chiaro. Alcune situazioni le ho pagate di persona. Un no, un “non si può fare”, o “non mi va assolutamente” viene visto malissimo. L’elettore non perdona e ti toglie il saluto, quando non ti guarda direttamente in cagnesco.

Perché, chiederete voi. Perché questa è la pratica da sempre.

Soprattutto sui territori, negli enti locali e nelle amministrazioni regionali. E’un continuo. Il politico che vive di questo è da condannare ma il cittadino-elettore che chiede favori continuamente non è meglio. Non esiste un mondo diviso con la politica che fa schifo e il cittadino che rappresenta il bene. L’Italia è indietro in tutte le statistiche di competitività (e la Sardegna non è da meno) proprio
per questa sindrome del “familismo amorale”.

Esistono rimedi? Difficile, perché la questione è connaturata alla struttura della società, alle sue dinamiche interne. Negli Stati Uniti esistono le lobbies e leggi che regolano questi rapporti. Ma, in generale, è una cultura competitiva che seleziona merito, qualità e capacità. In Italia molti passi in avanti sono stati fatti nel
controllo dei concorsi. Ma sfuggono le cose invisibili, che sono migliaia e migliaia e che hanno inculcato nel cittadino medio questa mentalità.

Ho notato che chi fa discorsi di normale pulizia poi paga in termini elettorali, fino a perdere rovinosamente battaglie perché giocate contro professionisti di un certo modo di fare.

Inutile parlarne

Sabato sera:zapping tra Inter-Samp e Sanremo. Dio mio, Scanu. Ah, già. E’ sardo. Dobbiamo parlarne bene. Insomma, la canzone fa abbastanza schifo però. Sarà per questo che è destinata a vincere. E il principe? Ho fischiato dal salotto di casa, ho lanciato un quaderno sullo schermo, come gli orchestrali. Sono indignato per la presenza del principe: mica è un musicista! Ma la verità è che ce l’ho con i Savoia: pavidi durante la guerra, non si comportarono meglio dopo.

Poi c’è Bersani: una specie di discorso finto concreto sugli operai. Arriva lo spot pro-governo di Scajola.Tv così scadente non se ne guardava da tempo. E adesso leggo che il mio amico Mazzuca farà un’interrogazione per la presenza del leader Pd al festival canoro. Il direttore cagnone ha tempo da perdere, stasera.

E poi Mourinho. Corre come un matto lungo la linea laterale. Incrocia le mani, fa il segno delle manette. Il pubblico interista agita fazzoletti bianchi come in Spagna, contro l’arbitro. Che invece, caro Wat, ha arbitrato benissimo. Rossi ineccepibili, giusta l’ammonizione a Eto’ per simulazione. Giusto tutto il resto. L’Inter e la più forte, non ha bisogno dei vecchi fantasmi. Moggi è in soffitta.

L’Italia è cambiata,amici. Non ve ne eravate accorti?

Chi non le mostra è perduto

Nel 2038 le home page dei giornali italiani avranno 10 notizie e 30 foto di donne scosciate e scollate. O no, forse no, magari conosceremo una regressione e il rapporto sarà inverso. Avete notato però quanto sessismo ci sia nei nostri giornali? Sono lontani i tempi delle prime copertine spinte – si fa per dire – di Panorama. Allora lo stesso titolo del magazine settimanale voleva dire molte cose: uno pensava a Panorama e sperava di vedere delle cose inenarrabili.

Guardate le home page odierne (ma vale anche se lo leggerete domani) dei nostri giornali. Sull’Unione Sarda si parla di una pornostar che vuole diventare senatrice, non manca la foto tranquilli. Affianco c’è lo spogliarello di Dita Von Teese, burlesque, ma con le zizze al vento… appena sopra delle ragazze filippine in bikini che sfilano per Miss Filippine! Finito? Macché, c’è ancora da parlare del fascino di tale Nikki Benz (modella che si è data all’hard e la foto infatti non suggerisce che si fosse data alla meccanica quantistica), con l’immancabile foto della bellezza sportiva olimpica: Miss Julia Mancuso, al secolo discesista americana che potrebbe essere definita sopra la media.

Tutto qui? Ma no andiamo su Repubblica, che tra una intercettazione e l’altra non può non mostrarci l’intramontabile mito di Pamela Anderson, ovviamente svestita (a Repubblica hanno l’ossessione per Pamela). Non mancano i soliti dettagli piccanti su Tiger Woods, mentre tutta la storia di Bertolaso è un resoconto di trombate vere o presunte. Al Corriere vanno di moda le filippine e non si capisce perchè: la prossima volta voglio un servizio su Miss Borneo, per non andare troppo lontani.

La Stampa di Torino non può rinunciare al prezzemolo Belen, avvistata ieri a Sanremo con Toto Cutugno: Belen con Toto Cutugno, un tentativo estremo di ricombinazione del dna. A fondo pagina “Vai con la Gnocca”: l’insuperabile Maestà Rania di Giordania, ancora Dita von Teese, che avrebbe dovuto chiamardi Tita Von Deese e poi Julia Mancuso e Lindsey Vonn, che sarebbero le gnocche del circo bianco, abbiamo capito.

Il Giornale è quello che usa meno inserti multimediali, ma anche qui si scatenano a fondo pagina: Britney Spears esce senza reggiseno, mentre Vanessa White sconvolge Londra. Immaginiamo lo sconvolgimento dei 10 milioni di londinesi costretti a chiedersi chi cavolo sia questa Vanessa White (una cantante?).

Insomma, visto che sono sicuramente io quello che non ha capito, per non rimanere indietro mi adeguo al trend, sperando che questo lievissimo post non vi faccia scattare la molla del benaltrismo (che cioè non sono questi i problemi e dobbiamo sempre parlare d’altro):

Riformista, Fini politico dell’anno

Gianfranco Fini ha ricevuto ieri il premio assegnatogli dal Riformista di Antonio Polito come “Politico dell’anno”.

Ecco alcune delle motivazioni: rispetto delle regole, ruolo super partes, idea di vera democrazia nel partito, ambizione di migliorare la qualità della politica con la proposta anche non “ortodossa, mettendosi anche contro la stessa maggioranza.

E’ stato un anno piuttosto agitato, tra legge sulla nuova cittadinanza (che ho firmato) fino ai concetti di integrazione. Un anno di polemiche che dimostrano però che il Pdl è un grande partito all’interno del quale possono convivere idee e ipotesi diverse di società. Non è necessario andare sempre d’accordo dunque. L’importante è il traguardo finale. In una parola: migliorare e trasformare l’Italia.

Murgia si dimette dai vertici del Pdl

CAGLIARI. Il centrodestra conferma l’alleanza regionale per le elezioni amministrative ma il Pdl non riesce a superare il caso dei dissidenti. Dopo la nuova riunione dei consiglieri regionali che fanno capo a Beppe Pisanu e Mauro Pili e il conseguente invito di Silvio Berlusconi perché vengano messe da parte le ostilità nei confronti del vertice sardo del partito e della giunta, ieri c’è stata una novità in grado di provocare nuovi scossoni: il deputato Bruno Murgia, area An, si è dimesso da vice coordinatore regionale. Tensioni anche nel centrosinistra che ha sì quasi completato l’alleanza ma ha nuovamente rinviato la scelta dei candidati.

Le dimissioni di Bruno Murgia. Il deputato nuorese si è mosso ieri in totale autonomia. Non ha firmato il documento dei dissidenti (e sabato non ha partecipato alla cena oristanese che ha avuto per protagonisti Pisanu e Pili oltre che consiglieri regionali) ma ha ugualmente espresso un malessere crescente dimettendosi da vice coordinatore regionale. Ha spiegato nella lettera a Delogu: «Ritengo che l’attività del partito vada rilanciata a tutti i livelli e che il partito debba essere la casa di tutti. In questi mesi raramente ho avvertito la sensazione di far parte di una squadra». Dopo aver spiegato di aver «sempre sempre cercato più i motivi di unione che di divisione», Murgia ha detto che «oggi al nostro interno, deve essere avviato un profondo chiarimento». Se le dimissioni «possono essere utili a favorire maggiore compattezza, tanto meglio». In ogni caso «credo oggi più che mai nel progetto politico messo in campo da Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini».

Nel pomeriggio ci sono stati ripetuti interventi di Delogu e Cappellacci («ripensaci») ma Murgia ha deciso di non ritirare le dimissioni: «Restano perché non sono abituato a fare andirivieni, sia chiaro che non voglio agire contro Cappellacci, del quale apprezzo la determinazione nell’affrontare le emergenze della Sardegna», ma «voglio che questo mio segnale venga accolto nel concreto».

Il vertice dei partiti del centrodestra. L’alleanza regionale che ha vinto le elezioni di un anno fa resta valida. Lo hanno detto i leader delle sigle del centrodestra che ieri si sono riuniti a Cagliari. C’erano Mariano Delogu e Salvatore Cicu per il Pdl, Giorgio Oppi e Nello Cappai per l’Udc, Michele Cossa per i Riformatori, Giovanni Colli e Pietro Sanna per il Psd’Az, Mario Floris per l’Uds, Franco Cuccureddu per l’Mpa e Raffaele Farigu per Sardegna Socialista. Di candidature ancora non si è parlato ufficialmente. Ciascun partito dovrà esprimere le opzioni territoriali e, una volta che si sarà trovato l’accordo sul quadro generale, si passerà alla individuazione dei nomi. Nel pomeriggio si riunito il coordinamento del Pdl. Al centro della discussione il caso dei dissidenti. Tutti nel partito si sono detti sinora d’accordo con la presa di posizione di Berlusconi. «L’apprezzamento espresso dal presidente Berlusconi per il presidente della Regione Ugo Cappellacci – hanno dichiarato il coordinatore Mariano Delogu e il capogruppo Mario Diana – è la conferma di quanto di positivo stanno facendo il Pdl e la coalizione di centrodestra che governano la Sardegna». «Alla luce degli importanti risultati che si stanno raggiungendo e degli attestati di apprezzamento che il presidente Cappellacci si sta guadagnando – hanno sottolineato – il Pdl sardo saprà sostenere con forza ed unità, come ha sempre fatto, l’operato della giunta e del suo presidente, affinchè sia data piena attuazione al programma di governo della Regione e si possa traghettare la Sardegna fuori dalla crisi economica, rilanciandone lo sviluppo». Ma anche i dissidenti si erano detti d’accordo con il premier: «Esprime gli stessi concetti contenuti nel nostro documento, anche noi – ha fatto notare Nanni Campus – chiediamo un partito e una giunta ancora più incisivi». (Filippo Peretti, La Nuova Sardegna)

Il futuro della Sardegna

Il futuro della Sardegna? E’ nella sua vocazione ambientale. Non parlo solo della politica ecologista, che deve entrare nell’agenda di ogni coalizione, parlo anche dello sviluppo economico. Ogni progetto riguardante il futuro della nostra terra deve prima passare il vaglio di questa domanda: cosa perdiamo in termini di patrimonio ambientale? Se i progetti di sviluppo rappresentano un costo insostenibile in termini ambientali allora devono essere immediatamente cassati, abortiti. Non c’è futuro, infatti, in una terra che non sappia difendere la propria vocazione.

Pensiamo solo al Nucleare. La Germania intende riprendere il programma abbandonato da Schroder, mentre Obama finanzierà una nuova centrale, la prima dopo oltre 30 anni. Se non ci chiedessimo quanto perdiamo in termini di difesa dell’ambiente, troveremmo pochi appigli per il dire NO al nucleare in Sardegna. Rimarremmo ostaggi della sindrome NIMBY, non nel mio giardino, per favore. Ma è una posizione debole, che svuota di spessore l’interesse nazionale, cui dovremmo in qualche modo corrispondere (anche se per i Sardi questo contributo assume la forma di un sacrificio).

Invece, se abbiamo di fronte una visione univoca di come dev’essere la Sardegna di domani, troveremmo una posizione più forte. Non vogliamo il Nucleare nell’Isola, perchè pensiamo che il suo nome debba essere associato sempre al concetto di Terra Pulita, libera, che ha un valore e che il nucleare, più che rappresentare un pericolo fisico (le centrali sono sicurissime oggigiorno), rappresenta un danno di immagine.

Lo stesso vale per l’industria. Oggi abbiamo interi settori industriali in crisi. La crisi è dovuta al fatto che queste fabbriche sono state create dal nulla e inserite in un contesto a loro estraneo. Lavorare acciaio non è come lavorare il carbone, che crea un legame con la terra. Inoltre essendo quasi sempre fabbriche provenienti da fuori, i loro management si sentono abbastanza deresponsabilizzati da fregarsene.

Gli investitori stranieri sono necessari. Ma non ci si può svendere al primo che porta un baraccone, prende soldi pubblici, assume centinaia di persone che tengono famiglia e poi se ne vanno alle prime difficoltà del mercato. Se manca il collegamento tra l’attività, il territorio e i suoi abitanti, questo andazzo continuerà sempre. Ci sono ovviamente eccezioni: fabbriche impiantate da fuori che da decenni sono collegate al territorio e ci vivono insieme (non di rado facendo dei danni), ma è dai Sardi che deve venire la consapevolezza che il loro domani si costruisce salvaguardando quello che hanno, non facendone a meno. E smettendola di piangere, per ricordarsi che la fierezza non va dimostrata con gli slogan da proto-sardi, ma nei fatti.

Il caso della Maddalena è solare. Inutile girarci intorno. Soru ha detto in una intervista che voleva fare de La Maddalena una sorta di Davos del Mediterraneo. Idea troppo ambiziosa, originale, ma che ancora una volta non sfrutta esattamente ciò che ha o che potrebbe offrire. In Sardegna lo sviluppo di certi luoghi è stato fiaccato da decisioni estreme: i parchi, i divieti, le riserve. Sono tutte visioni figlie di un’era della campana di vetro che non porta sviluppo.

Resto convinto del fatto che il nostro territorio sarà meglio difeso quando ad esso avremmo dato il giusto valore economico, che non significa stimare una proprietà e venderla. Se la terra sarda ha una valore turistico, non necessariamente esso significa valore immobiliare. Se l’aria pulita ha un valore, quella si deve considerare se vogliamo impiantare un tipo di industria leggera, compatibile con l’equilibrio ambientale. Io ho già detto che la Sardegna del futuro non può essere quella che sembra poter diventare oggi: una terra desolata, inabitata all’interno, con economie vecchie che non rendono più (sughero e granito in crisi, vi dicono niente?), distrutti dalla concorrenza dei paesi emergenti, con le coste brulicanti di turisti che trasformano l’isola in un mega resort estivo, completamente disabitato in inverno. Con un esercito di disoccupati cronici che invecchia e cerca sussidi.

Questo è il futuro  che ci attende se non cambiamo la rotta e creiamo le condizioni per sviluppare delle attività alternative, compatibili con il patrimonio ambientale che possediamo: la mia idea va da tempo a delle società che trattano le energie rinnovabili, lo sviluppo di software, programmi di controllo delle qualità, società legate ai servizi della rete, produzioni cinematografiche, grandi eventi sportivi, artigianato di valore collegato in rete, mantenimento della cultura agro-pastorale con una ricerca costante della valorizzazione dei terreni e delle risorse, e poi aree di ricerca sulla biologia marina, internet, pubblicità, marketing, turismo e settore ricettivo, per sviluppare la stagione turistica in tutte le direzioni. A questo cambiamento devono corrispondere non solo gli sforzi della politica, ma di tutte le associazioni che animano la vita sociale e civile, comprese le università, le fondazioni bancarie, le associazioni di impresa.