Il cambiamento che non c’è stato
Ricevo e pubblico volentieri -
Caro Bruno, seguo sempre il tuo blog, fin dal 2005 e ho apprezzato il tuo coraggio e la tua indipendenza di pensiero, sia sui temi caldi della politica sarda, sia sull’attualità italiana. Ho preso spunto dal tuo ultimo post intitolato “Fisco, la bandiera del PDL” per scriverti e affrontare un tema che mi sta a cuore.
Farò una piccola premessa: io sono giovane, secondo agli standard italiani, ho iniziato a votare al referendum del 1993 e mi sono subito sentito parte di un cambiamento epocale. Avevo simpatie per i socialisti, ma ben presto mi resi conto che le mie simpatie erano più per Craxi che per i socialisti. Preciso che di Craxi mi piaceva soprattutto il piglio, ma non ero un socialista di destra. Ero molto idealista e pieno di tante certezze, come capita a chi si innamora della politica a quindici anni. Però l’infatuazione per Bettino terminò presto, al tempo mi innamoravo ogni lunedì ed ero sicuro di aver capito come funzionasse il mondo.
Mani Pulite e l’ascesa prepotente di Gianfranco Fini misero al quadro la cornice ideale entro la quale muovermi, per capire dove dovevo andare. Non serviva molta ideologia: non ero mai stato fascista, missino, conservatore. Ero semplicemente una coscienza che si sentiva parte di un cambiamento.
Negli anni di Mani Pulite la politica vincente era quella del Rifiuto: basta con i ladri, basta con la corruzione, basta con lo statalismo, basta con questi vecchi partiti! Ricordi cosa si diceva della Lega? Un partito della protesta e dell’anti-politica… c’era molta incomprensione per l’insoddisfazione di fondo che regnava sovrana.
La conseguenza storica di questi avvenimenti è stata una promessa di cambiamento. Sembrava che il Cambiamento avesse soppiantato tutte le ideologie, perfino quelle che credevano nel progresso. Io ricordo bene l’effetto di freschezza che fece la discesa in campo di Berlusconi, per non dire della presenza televisiva di Fini, che si vedeva bene che era una spanna sopra gli altri e sapeva parlare a braccio in modo preciso, coerente, puntuale. E ricordo bene che la promessa del Cambiamento fu fatta inseguendo alcuni pilastri che – secondo alcuni – dovevano sorreggere le fondamenta della Casa delle Libertà: meno fisco, smantellamento della burocrazia, pubblica amministrazione efficiente, sicurezza e legalità, libertà di impresa, politiche di sostegno all’innovazione, grandi opere per diminuire i tempi e i costi di trasporto delle merci, mobilità efficiente, e poi ancora le riforme istituzionali: il presidenzialismo, l’eliminazione del bicameralismo, il superamento della visione centralista, il riordinamento di interi settori legislativi.
Penso che quindici anni di tempo siano abbastanza per tracciare un bilancio. Tre lustri danno credibilità ai fatti: cosa abbiamo realizzato di quanto avevamo promesso? Non sarò catastrofista e non mi lascerò prendere dalla foga di rispondere “nulla!”. Qualcosa è stata fatta: negli anni dal 2001 al 2006 c’è stato un discreto riordino legislativo di alcune materie, le grandi opere sono state messe in cantiere, anche se tra il dire e il fare, come si suol dire, c’è di mezzo il mare; la maggioranza di centro-destra approvò una devolution abbastanza confusa da non essere capita dagli italiani, nonostante un’informazione come al solito controllata (da tutti i governi), che la bocciarono rinviando alle calende greche delle decisioni improcrastinabili e poi qualcos’altro, ma nulla di veramente efficace dal farmi dire: ecco i Governi Berlusconi hanno cambiato la mia situazione economica. In realtà quello che ho e quello che ho fatto – non molto – provengono dai miei sforzi e anzi i Governi, tutti, hanno fatto a gara nell’ostacolare la mia voglia di intraprendere un’attività.
Quali sono allora le promesse mancate?
La Giustizia: doveva diventare rapida ed efficiente, ma non è cambiato nulla. Abbiamo una guerriglia quotidiana che verte sui soliti noiosissimi temi che al contrario dell’opinione comune, non importeranno mai a nessuno a meno di non trasformare un’esigenza personale in una decisione generale. Ci vogliono soldi, più magistrati, più personale e molta innovazione negli uffici. Poi si potrà fare la troppo annunciata e mai realizzata separazione delle carriere.
La libertà di impresa: Ancora abbiamo gli studi di settore! Ho letto da qualche parte che ora Bersani vorrebbe abolirli, dopo essersi tenuto Visco come ministro. Va bene la lotta all’evasione, ma il Fisco sarà rispettato quando sarò giusto. Il quoziente familiare? Le aliquote? Tutte queste riforme di cui hai parlato, avete parlato, hanno parlato… che cosa stiamo aspettando? Perchè ho votato centrodestra? Se volevo socialismo e statalismo votavo Bertinotti!
Il presidenzialismo all’americana che fine ha fatto? E il partito all’americana? Aperto, democratico, conviviale e partecipativo? Fanno le primarie a sinistra, mentre nel PDL si fa fatica a scorgere un solo, e dico uno, dirigente politico eletto dalla base. Questo è incommentabile, anziché acquisire peso lo abbiamo perso negli anni.
La meritocrazia nella politica: la scelta delle classi dirigenti, la totale incapacità di alcuni personaggi di avere una minima idea di come cambiare le cose, il messaggio che viene trasmesso alle nuove generazioni, quando presentiamo delle liste formate da personaggi improbabili privi di un curriculm vitae accettabile per la funzione assunta.
Sicurezza e legalità: il poliziotto di quartiere non ha inciso, le organizzazioni sindacali degli agenti di pubblica sicurezza lamentano mancanza di fondi, a furia di concentrarci sull’immigrazione clandestina e gli assalti alle villette, specie al Nord, abbiamo lasciato che proliferasse la Ndrangheta al di fuori dei suoi confini naturali. Questo è gravissimo ed è responsabilità precisa di tutti i governi, di destra e di sinistra, che hanno le amministrazioni locali e fanno politica di ordine pubblico.
La mancanza totale di meritocrazia nella Pubblica Amministrazione, nell’Università, nella ricerca: il centrodestra non ha mai invertito realmente questa tendenza cronica del nostro paese. Brunetta è in gamba, gli riconosco coraggio, ma fa la politica degli annunci con la quale gestire il consenso. Governare è fare, non annunciare. Bisogna essere drastici: eliminare le sacche di clientelismo, anziché nasconderle per timore di non farne parte.
Mastella nel centrodestra… come massimo esempio di questa degenerazione. Il prossimo chi è? Rutelli? De Mita?
La sensazione è che non abbiamo cambiato la politica, che è molto autoreferenziale. I politici sono impegnati nelle tv quasi ogni giorno, fanno fatica a gestire il dissenso, tremano come foglie al solo pensiero di essere criticati su internet. Non c’è stato un passo avanti culturale: si guardi l’America del 2004, l’America di oggi. Nel 2004 sul web era avanti il GOP e Obama ha reagito, vincendo nel 2008. Da noi tutto è fermo, alla preistoria, il paese non viene modernizzato in nessun ambito: strade vecchie, i treni anche veloci sono sempre in ritardo, si muore di malasanità. Sembrano tutte generalizzazioni, ma sono sintomi di una grande malattia: la corruzione e il mal governo diffusi.
In definitiva l’Italia è lo stesso paese di 15 anni fa, con alcune crisi aggravate, come dimostrano puntualmente i rapporti dei vari istituti di studio. La responsabilità è di tutti coloro che hanno governato e che non hanno fatto nulla per invertire queste grandi tendenze, questi comportamenti sociali che fanno di noi un paese tutto sommato buono, competitivo, ma poco affidabile.
Mi scuso per la lunghezza eccessiva, spero di non annoiare troppo i tuoi lettori, grazie per lo spazio. Pietro.

