I libri non sono fustini di detersivo: svenderli a prezzi da grossista nei megamarket non danneggia solo i librai, ma tutto il tessuto culturale di un Paese. È la premessa della proposta di legge che sta prendendo forma per sostenere le librerie indipendenti italiane, sull’esempio di quanto già fatto nella Francia di Jack Lang quasi trent’anni fa e in seguito in Spagna.

Una legge per salvare le librerie

Una legge per salvare le librerie

L’iniziativa è sarda e bipartisan, visto che la proposta è firmata dai deputati Bruno Murgia (nuorese, Pdl versante destra sociale) e Caterina Pes (oristanese, Pd di ascendenza Progetto Sardegna). L’idea è semplice: congeliamo i prezzi dei libri e riduciamo al minimo la possibilità di praticare sconti e ribassi. Il motivo è altrettanto evidente: le librerie di catena (Mondadori e Feltrinelli, giusto per fare due grandi esempi) possono vendere i libri a prezzi notevolmente ribassati rispetto alle librerie indipendenti (cioè quelle classiche, gestite da un singolo o comunque non da una grande azienda). Alla imbattibile concorrenza delle librerie di catena va aggiunta quella dei market: chi di noi facendo la spesa non si è imbattuto nel blu-Sellerio dell’ultimo Camilleri e nei titoli severi di Gianantonio Stella?

Aggiungiamo le superofferte che corrono in rete: i bookshop di internet sono fornitissimi e offrono i testi a prezzi molto competitivi. Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, su 100 euro spesi in testi solo 75 vanno ai librai tradizionali, mentre 18 vanno agli ipermercati e 4 finiscono ai negozi digitali come maremagnum.com o ibs.it

È evidente che il “vecchio” venditore è condannato in partenza: non potrà mai vendere i libri pubblicati dalla casa editrice “Ypsilon” allo stesso prezzo delle librerie “Ypsilon”. Né potrà fare le economie di scala di un megamercato che vende sugli stessi scaffali la pasta e “La casta”.
Certo, a differenza di altri operatori il libraio classico sa dare sempre o quasi un consiglio, conosce i clienti che serve e i libri che vende, organizza incontri, reading, presentazioni e in alcuni casi addirittura festival. E soprattutto con i suoi scaffali presidia un quartiere, un rione o una borgata che altrimenti non avrebbero lampadine culturali che brillano nella nebbia. Non solo, ma l’operatore indipendente dà spazio anche alla piccola e alla piccolissima editoria, marchi irrilevanti a livello nazionale che però sul territorio hanno una funzione significativa. Per capirci: quanta della vivace e celebratissima nuova narrativa sarda esisterebbe se le librerie fossero tutte in mano ai soliti tre o quattro editori nazionali, che per fare business puntano sul bestseller di Vespa e non certo sul giovane romanziere esordiente, più o meno “etnico”, più o meno criptico?

Per dirla con Murgia e Pes, in Italia «la grande e grandissima distribuzione sta operando una concorrenza alle librerie con sconti e supersconti (il 20 per cento normalmente sul prezzo di copertina, talora anche il 30 per cento). Le leggi sul prezzo fisso del libro favoriscono invece il pluralismo delle imprese editoriali, tutelando anche quelle minori e minime, le più impegnate spesso nella ricerca di nuovi autori e nella riscoperta di opere dimenticate, mantenendo quelle stesse imprese indipendenti le une dalle altre, libere comunque da catene editoriali. Favoriscono, inoltre, il mantenimento di quella distribuzione tutta speciale costituita dalle librerie, essenziali sia per gli editori meno potenti che per gli acquirenti, i quali trovano in esse un servizio insostituibile, un luogo tradizionale di incontro e di scambio culturale, tanto più importante per i quartieri delle grandi città e per i centri di provincia».

Ecco perché i due parlamentari propongono per i libri un prezzo di vendita bloccato o al massimo oscillante tra il 100 e il 95 per cento, con poche e mirate eccezioni per i testi venduti nelle fiere e nelle Giornate del libro, per i testi usati e per quelli di interesse bibliofilo.
Misure che non possono che piacere – e molto – ai librai indipendenti. Lo conferma la terza voce sarda di questa vicenda: quella di Aldo Addis, libraio sassarese (“Koinè”) e vicepresidente nazionale dell’Associazione Librai Italiani, che sottoscrive in pieno l’iniziativa dei due deputati. Con un suggerimento: mentre si cerca di addensare consensi attorno alla proposta Murgia-Pes, perché non modificare – come già voleva Franco Levi nella passata legislatura – l’articolo 11 della legge sull’editoria, che regola il prezzo dei libri?

«Già questa modifica – ribadisce Addis – metterebbe fine ad una stortura tutta italiana: da noi il prezzo dei libri è fissato dall’editore, ma lo stesso editore può venderli con sconti tutti diversi, consentendo alla grande distribuzione e alle catene editoriali di librerie di praticare condizioni e sconti che gli indipendenti non sono in grado di applicare. Questa mancanza di regole ha causato uno spostamento di fatturati dalle librerie tradizionali ai grandi magazzini e soprattutto alle catene editoriali, arricchendo dunque pochi gruppi e portando alla chiusura tantissime piccole e medie librerie, impoverendo tante realtà di provincia e di periferia, perché è venuto a mancare quel servizio che solo il libraio è in grado di fornire. La trasformazione del libro in oggetto di consumo, che per qualche dirigente editoriale sembrava essere un modo per moltiplicare le vendite, si è rivelato un boomerang clamoroso: per garantire gli altissimi sconti ai grandi gruppi si è aumentato il prezzo medio dei libri, vanificando quindi quei vantaggi per i lettori, considerati consumatori stupidi da imbrogliare con campagne promozionali fasulle». (di Celestino Tabasso, Unione Sarda)

UPDATE. Qui il mio intervento sulla lettera dei rettori ai parlamentari sardi.

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