Entries from: novembre 2009

Repubblica contro Comincioli

Raramente un articolo mi è parso così poco informato, anche sulle – apparenti -banalità. Giuseppe Cossiga non era a Olbia. La strada da fare è la Olbia-Sassari e non la Olbia-Cagliari. Immaginiamoci tutto il resto.

Il Pdl sardo in rivolta contro zio Romy ‘l’asino’ del Cavaliere (Alberto Statera per Repubblica)

Da Soave, nei pressi del lago di Garda, fino a Olbia, sul mare della Costa Smeralda, tira un maestrale teso nelle province dell’impero berlusconiano. Mentre sabato scorso nel castello di Borgo Rocca Sveva, noto per un superbo Amarone, si riunivano i deputati e gli altri dignitari del Pdl che promettono sfracelli se Giancarlo Galan non otterrà la ricandidatura a governatore del Veneto, a pochi chilometri dal castello del leader a Punta Lada si riunivano gli “autoconvocati” sardi.

Tra loro, non solo l’ex presidente regionale Mauro Pili e il sottosegretario alla Difesa Giuseppe Cossiga, ma soprattutto un pezzo da novanta come Beppe Pisanu, pars magna della “Banda dei quattro” all’epoca della segreteria dc di Zaccagnini ed ex ministro dell’Interno nei precedenti governi Berlusconi.

Convocati dal senatore Fedele Sanciu, i congiurati galluresi protestano contro il “cagliaricentrismo” della giunta regionale. Il governatore Ugo Cappellacci è accusato di aver abbandonato al suo destino il centronord dell’isola, con la sua crisi industriale, la disoccupazione, la strada Olbia-Cagliari priva di finanziamenti e le macerie del G8 virtuale alla Maddalena, che non si sa ancora se potrà ospitare uno dei casinò voluti dal ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla nell’albergo inutilmente realizzato nell’ex Arsenale di proprietà della presidente della Confindustria Emma Marcegaglia.

Ma il vero obiettivo dei quasi ribelli galluresi è in realtà Romano Comincioli, che si comporta da vicerè, dettando l’agenda a Cappellacci e alla sua giunta. Quando il suo antico compagno di scuola, che in famiglia chiamano zio Romy, fu eletto in parlamento Berlusconi commentò: “Sono meglio di Caligola, ho fatto senatore il mio asino”. Fu zio Romy che fece scoprire la Sardegna al palazzinaro futuro premier e che con il faccendiere Flavio Carboni comprò negli anni Ottanta le aree su cui avrebbe dovuto sorgere Olbia2. Ciò che lo portò in contatto con la banda della Magliana e che gli procurò una delle tante vicende processuali da cui fortunosamente è uscito indenne.

Fu ancora lui l’anno scorso a imporre la candidatura a presidente della regione di Cappellacci, figlio del suo amico commercialista che curò tutti i primi affari berlusconiani nell’isola. Candidatura varata contro il parere di Pisanu che avrebbe voluto in quel posto il sindaco di Cagliari Emilio Floris, boss della sanità privata. Non solo il sassarese Pisanu non ebbe Floris, ma vide via via scemare il suo potere: pochi posti in regione, meno ancora nel sottogoverno, un rapporto sempre meno intenso col capo ad Arcore, che ogni tanto ha degli innamoramenti, ma poi conta sui soliti vecchi pretoriani che lo seguono fin dall’epoca palazzinara.

Ora l’intrepido senatore Sanciu, nativo di Buddusò, accusato di voler creare una corrente nel Pdl sardo, deve scontare l’ironia sul suo cognome, che ne ha subito fatto “Sanciu Panza”, epigono dello scudiero di don Chisciotte. E sul cavaliere errante Pisanu, nonostante le dichiarazioni di fedeltà, grava l’ombra del sospetto di cavalcare verso il nuovo Grande centro.

Giovani e no

L’aspetto più interessante della candidatura di D’Alema a mister Pesc, secondo me, è l’età di uno dei suoi avversari più credibili: David Miliband. Lui e David Cameron sono quasi coetanei,rispettivamente del 1965 e del 1966. Massimo D’Alema è stato già presidente del consiglio,uomo di grande esperienza (poteva diventare il più giovane capo di Stato italiano, e quello sarebbe stato un bel segnale, oggettivamente), ma ha 60 anni, anche se magari ne dimostra meno, e una carriera spesa a vorrei essere ma non posso, con il gusto del kingmaking molto accentuato.

Il problema della società italiane e in genere di quella europea (escludendo la Gran Bretagna, che vive in una cultura e società tutta propria) è quello dell’eccessiva burocratizzazione della politica. Esistono uomini per tutte le stagioni, politici specializzati, apparati di partito che dominano sui popoli. Il rovescio della medaglia della società aperta è che si creano molti centri di interesse e di potere, che tendono a cristallizzare le proprie posizioni, mantenendo in piedi una politica di facciata, non dei popoli, ma degli apparati, che sono legati a doppio filo con le burocrazie e i gruppi di interesse.

Per modernizzare ulteriormente la società capitalistica serve secondo me, oltre a un’iniezione di cervelli freschi e nuove idee, una rielaborazione del ruolo dei partiti. Io non so se possa funzionare il modello del partito americano o se dobbiamo formulare una evoluzione del modello del partito (di massa) europeo. So solo che bisogna cambiare, evitando di rifugiarsi nel classico “largo ai giovani”, che a volte  è un pretesto per cooptare i parenti e gli amici e i figli di all’interno del partito. Maggiore trasparenza, più partecipazione, più idee e dibattiti: ormai avviene raramente.