Guerra tra bande (strette)
In questi giorni è divampata la polemica per il mancato finanziamento del progetto banda larga. E’ inutile dire che i motivi esposti dal governo, nonostante le critiche dall’interno, sono abbastanza plausibili: il terremoto ha rappresentato un’emergenza nell’emergenza, ma ritengo che la scelta sia un po’ miope, com’è nella tradizione italiana.
Le opinioni sulla rete non sono contrastanti, c’è molta critica su questo punto: chiudere un rubinetto come quello, che secondo lo stesso governo avrebbe generato un indotto del valore di 1.6 miliardi di euro, è profondamente sbagliato. In più ci muoviamo nella solita logica italiana, che accomuna opposizione e governo, che sfronda i rami ritenuti non necessari solo perchè ritenuti non immediatamente produttivi (e quindi – a torto – una spesa da evitare). E’ anche inutile aggiungere che da noi internet viaggia molto lentamente e giusto il wi-fi ha attenuato un po’ la sensazione di trovarci in un paese preistorico, a livello digitale.
Un articolo odierno sull’Unione Sarda mette in luce che la Sardegna è più avanti tra le regioni del meridione, ma questo avviene per le utenze private: molte adsl in casa, poche imprese sul web. E naturalmente questo è anche il panorama nazionale, sembra che ancora non si intuisca l’importanza della rete come fattore economico (ha un impatto notevole sull’abbattimento dei costi e sulla velocità delle operazioni, oltre a dare visibilità a chiunque).
Che la partita sia grossa lo dimostra la guerra ingaggiata da Rupert Murdoch contro Google, per il controllo delle informazioni. Ho chiesto a un esperto di motori di ricerca cosa ne pensasse e la sua risposta è stata abbastanza lapidaria: “Murdoch tenta di creare un concerto, un fronte unico degli editori per contrastare Google. Il motivo è semplice: Google facilita l’accesso ai contenuti prodotti dagli altri. La domanda è: chi può vivere senza chi? Senza i giornali principali Google News sarebbe un aggregatore privo di valore, ma senza l’accesso fornito da Google i giornali perderebbero visite e introiti pubblicitari. Google è guardato con sospetto perché fornisce contenuti in maniera gratuita, ma fintanto che il Wall Street Journal sarà distribuito gratuitamente in rete, Google non potrà far altro che metterlo a disposizone. La battaglia di Murdoch è un po’ contro la filosofia globale del web che si è affermata in questi anni. Anche se un fondo di ragionevolezza potrebbe esserci, quando imputano a Google – sotto traccia – di diffondere materiale riservato su altre fonti (esempio i blog che scopiazzano gli articoli dei giornali)”.
Non so se si ponga una questione sul modello di informazione e giornalismo, in quanto Murdoch non solleva questo punto. I giornali per stare sul web devono adeguarsi alle leggi non scritte sul web. La credenza che tutto sia grauito e facile da ottenere è abbastanza ridicola, sul web, come in altri settori più tradizionali, la qualità si fa pagare e viene normalmente pagata. Neanche il blog più autorevole può pensare di apparire qualitativamente superiore al WSJ o al Los Angeles Times.
Di sicuro c’è che il web è in grado di scardinare il messaggio politico, di vivisezionarlo, così come di veicolare nuovi formati pubblicitari. Il pensiero che l’Italia debba stare sempre dietro non è molto confortante.