Entries from: settembre 2009

Una grossa grassa colazione

Ecco gli effetti della Grosse Koalition: chi governa si magna chi appoggia in un sol boccone. E’ questo, in sintesi, l’effetto prodotto dallo strano ma non troppo accordo di governo che ha guidato l’esecutivo tedesco in questi anni. C’è da dire che l’ingovernabilità e la disillusione stavano alla base di questo accordo: i sistemi perfetti alla fine annoiano, perché l’elettore sente che non ci potranno essere gravi conseguenze o grandissimi vantaggi nel votare l’uno o l’altro. Il sistema tedesco è perfezionato dallo sbarramento, non è bipolare, anche se una sorta di bipolarismo tende a configurarsi, osservando la storia delle alleanze di governo.

Sergio Romano parla di toni, sfumature, linguaggio, ma la storia dei due partiti storici tedeschi non è la storia di due partiti nuovi come il PD e il PDL. E se in Italia gli avversari si detestano (dipende da caso a caso) ciò non è dovuto a una parte sola, ma a un concorso di questioni nelle quali parlare di odio è difficile. C’è molta acrimonia e una smania di fare a botte a destra e a manca, con l’immancabile voglia di mostrare i muscoli (lo fanno i sindacati, pure quando non serve).

E’ vero che il sistema politico tedesco è più maturo del nostro, così come quello americano e quello britannico. La vera differenza sta nel concetto di Stato: benché minimo, per gli americani il Governo Federale è una cosa seria, e più in considerazione è tenuta la Repubblica, come la Federazione in Germania e il Regno in Gran Bretagna. E’ una questione di rispetto: lo Stato Italiano nel corso dei suoi 150 anni di vita non è stato in grado di meritarsi appieno il rispetto della sua comunità. E’ come un consiglio di amministrazione di cazzeggioni che capeggiano un popolo stimabile, criticone, geniale, che aspira a diventare tendenzialmente cazzeggione (e chi ci va contro ci lascia la pelle, soprattutto se sbaglia i modi e poi tende comunque a “svaccare”). Questo visto da fuori, se si pensa ai mai risolti problemi (ogni settore ne ha uno).

Io credo che la più grande conquista della politica italiana sarebbe quella di meritarsi il rispetto dello Stato. I Tedeschi e gli Americani hanno rispetto delle loro istituzioni principali, perché se lo sono guadagnato sul campo. Il vero malcostume della politica non è l’insulto, la polemica continua, la diatriba e l’accanimento. Il vero malcostume della nostra politica è la mancanza di una politica per i cittadini, seria, funzionale, capace. Alla fine gli elettori sono lo specchio dei governanti e viceversa.

Rispetto al dato politico, in Italia chi governa viene sempre sconfitto, tant’è che si parla si di regime, ma dell’alternanza. QUesto è un dato di maturità che ci avvicina alle altre democrazie occidentali, ma noi non sappiamo ancora convertire del tutto questa maturità in efficienza.

I rimedi? Secondo alcuni lo Stato è lento, farragginoso, elefantiaco. Servirebbero meno parlamentari, più poteri, maggior sveltezza nelle decisioni. Altri preferiscono puntare l’indice contro l’eccesso di parlamentarismo o contro l’inettitudine generica dei governanti. Probabilmente si può sempre fare meglio, anche con gli strumenti attuali, pur se ci vorrebbe uno slancio ideale.  Il mio pensiero è che lo Stato per guadagnarsi il rispetto e raggiungere un equilibrio come quello americano o tedesco (equilibrio che consente governabilità reale, non foraggiata solo dalle leggi elettorali) debba gestire poche cose fondamentali, ma in modo univoco, efficiente: la sicurezza, la politica delle grandi opere, la difesa, la scuola, la sanità (attraverso le regioni) mettendosi in concorrenza nei settori intermedi, dove è necessario l’apporto privato (la ricerca, i trasporti aerei e navali), mollando settori inutili e costosi, contrassegnati da scarsa efficienza.

Note di fine settembre

Mi spiace essere assente dal web in queste giornate: ho un trasloco tra le mani, che mi occupa tutto il tempo libero a disposizione. Ho firmato la proposta di legge bipartisan Sarubbi-Granata, che concede la cosiddetta cittadinanza breve, cioè il diritto di far diventare italiani coloro che nascono in Italia, con tempi più brevi. Si tratta, insomma, di rispondere alle urgenze sollevate dalla Generazione Balotelli, come è stata chiamata da Gianfranco Fini. Si tratta dell’applicazione dello “ius soli”: chi nasce qui da famiglia straniera, residente in modo stabile, diventa italiano in minor tempo (adesso ci vuole il compimento della maggiore età).

Su una proposta del genere si misura la bontà delle proprie idee: chiuse o aperte che siano. Il ddl può piacere o meno, ma è di sicuro un passo avanti per cercare di affrontare il problema dell’immigrazione dal punto di vista culturale, sociale, non solo della sicurezza.

Ritengo che l’aver rimesso le pistole nella fondina, sulla questione del testamento biologico, sia un passo avanti per un processo chiarificatore all’interno del PDL, che ha molti problemi, ma non troppi e tutti superabili con serenità. Non dubito.

Sanità: il Pdl Nuorese non ci sta

CAGLIARI. Potrebbe scattare oggi il cambiamento del sistema sanitario sardo. La giunta Cappellacci si riunisce stamani: l’ordine del giorno dei lavori è molto fitto ma l’attesa è per la nomina dei commissari delle Asl. «Sa die de sa sanità», la rivincita che il Centrodestra ha covato negli anni in cui alla Sanità comandava Nerina Dirindin, prevede lo spoils system, il cambio degli uomini nominati dalla giunta Soru. E naturalmente una riforma del settore.

In realtà all’ordine del giorno dei lavori dell’esecutivo, non figura quella che l’assessore Antonello Liori ha definito «l’emergenza sanità». Ma, come accade in questi casi, le nomine sono un argomento che viene inserito «fuori sacco». Il provvedimento arriva alla conclusione dell’iter, (dopo che era stato approvato lo schema e che i partiti avevano consegnato i nomi al presidente Cappellacci), in piena bufera. Dopo il malcontento denunciato in Gallura sulla trattativa all’interno del Pdl, con l’assegnazione dell’Asl di Olbia all’Udc, ieri è esplosa la rabbia nel Centrodestra del Nuorese, in rivolta dopo la determinazione di assegnare al Psd’Az il commissario della Asl locale. La levata di scudi da parte dei rappresentanti del Pdl locale, Antonello Gallisai, del deputato Bruno Murgia e dei consiglieri regionali Pietro Pittalis e Silvestro Ladu, è stata immediata. Per il vicecapogruppo Pittalis: «Nella sanità barbaricina si sta riproponendo la stessa logica che ha penalizzato il Pdl nuorese al momento della formazione della giunta regionale».

Gli elettori e i simpatizzanti del centrodestra nuorese – scrive il gruppo nella nota – sembrano avvertire una «condizione di abbandono» e iniziano a manifestare «perplessità sulle politiche della Giunta. In particolare quelle che riguardano la provincia di Nuoro. Abbiamo chiesto un incontro urgente con il presidente della giunta e i massimi esponenti regionali del Pdl – si legge nel documento – per discutere e capire quali siano i criteri e metodi utilizzati nelle scelte importati che riguardano il nostro territorio perché riteniamo sia necessaria una gestione partecipata e condivisa. Ci batteremo in tutte le sedi affinché al Nuorese e agli uomini e alle donne del popolo della libertà – concludono gli esponenti del Pdl – sia riconosciuto il giusto ruolo di rappresentatività sociale, economica e politica». In precedenza la Gallura si era sentita penalizzata denunciando l’invadenza «di un possibile asse Cagliari-Sassari».

Critiche, mugugni, malcontento che l’Udc di Giorgio Oppi cerca di superare: «C’era un criterio e noi ci siamo attenuti a quello. Capisco anche i mugugni e dico che possiamo ancora confrontarci se ce ne sarà bisogno. Qui si stanno nominando i commissari che dovranno preparare il terreno per i futuri direttori generali, non stiamo quindi scegliendo i manager».

Cgil-Cisl e Uil, preoccupati e in stato di agitazione, chiedono un incontro all’assessore Antonello Liori per capire in che modo cambierà il comparto: «La mancata convocazione», affermano i segretari di categoria, «determinerà l’indizione di una giornata di mobilitazione dell’intero comparto sanitario e socio sanitario, pubblico e privato. Tutto questo mentre il segretario Ugl, Lino Marroccu, e della Fials, Paolo Cugliara, chiedevano ieri il commissariamento dell’azienda Brotzu.

(tratto da La Nuova Sardegna, articolo di Alfredo Franchini e Nino Bandinu)

11 settembre

Come un fermalibro ha caratterizzato questo primo decennio che volge quasi al termine. La generazione dell’11 settembre penso abbia visto le cose con maggior consapevolezza, anche qui da noi in Italia. All’inizio erano solo disagi in volo, poi ci sono state le guerre, gli attacchi terroristici di risposta, a Londra, Madrid, Bali, Sharm El Sheik, Istanbul, e ci sono stati i morti, nostri e degli altri, e c’è ancora una guerra, quella afghana, che ormai dura da 8 anni, mentre faticosamente si tenta di portare un paese fuori dalle secche. Con tutti gli errori che si possono commettere, strategici, culturali, di mera valutazione e opportunità.

In America la società è profondamente cambiata. O meglio: ha messo in discussione qualche pilastro sul quale si fonda non tanto la civile convivenza, che è esagerato, ma il tradizionale rapporto tra cittadino e istituzione. Bush ha pagato pesantemente le scelte post-11 settembre e Obama è un presidente figlio dell’11 settembre. Senza l’attacco probabilmente si sarebbe prolungata l’era dell’estate clintoniana, anche se i segni di una certa decadenza erano già visibili.

Durante la Guerra in Vietnam, soprattutto nella recrudescenza degli ultimi anni della presidenza Johnson e nei primi di quella Nixon, gli Americani medi scoprirono che combattere il nemico ideologico, servire la Patria, avere fiducia nel progresso del mercato e della democrazia aveva uno spaventoso costo. Morirono oltre 50.000 giovani, su quasi 600 mila soldati schierati. Una follia, un dato pazzesco, come terribile è il bilancio dell’11 settembre 2001, più simile a una rinnovata Pearl Harbour, almeno nell’immaginario collettivo.

Tra le innumerevoli conseguenze una la paghiamo ancora oggi: la Crisi Economica. Per riportare in alto l’economia americana, rovinata dall’attacco, si accettò una sostanziale deregolamentazione: la parola d’ordine era rilanciare, in una prospettiva a posteriori ancora corretta, anche se gli effetti sono stati pesanti (e pagati a duro prezzo dagli Americani). Ecco, l’11 settembre introduce un periodo di grave Crisi, dal quale si sta uscendo a fatica, magari rivedendo qualche coordinata.

Oltre il cumulo di macerie rimane salda la speranza e la certezza che l’attacco abbia colpito la migliore delle nazioni, quella che può sempre risollevarsi e che sa pagare per le proprie debolezze, uscendone più forte di prima. Oggi come ieri un ricordo commosso di tutte le vittime di quell’assurda barbarie.

Fini dimostra lucidità e acume

Il discorso di Gianfranco Fini ha toccato molti aspetti, che vanno dalla legalità all’immigrazione, passando per il testamento biologico e la giustizia. Voglio soffermarmi solo su quanto ha detto a proposito del PDL, riprendendo una nota di agenzia.

Il presidente Fini ha ancora una volta, con l’acume e la lucidita’ che lo contraddistinguono, indicato quale deve essere la strada maestra per il Pdl. Ha ragione: adesso e’ un organigramma politico gigantesco o poco piu. Servono azioni, coraggio, iniziative, radicamento nel territorio e per avere ciò bisogna che il Pdl sia un partito aperto, democratico, nazionale, moderno, in grado di esprimere una pluralita’ di opinioni e di rispettare questa diversità, vincendo le sfide culturali e sapendo fare proprie le preoccupazioni degli italiani, che vanno dal bisogno di sicurezza alla legalità, dal benessere economico alla giustizia, senza distinzioni geografiche.

Forse ha ragione Calderoli, aggiungo adesso, nel dire che è un peccato che Fini sia presidente della Camera e non possa dare molto, se consideriamo che ci sono i coordinatori, alla causa del partito. Il ruolo è trasversale. Ma Fini va ascoltato. E concordo con Fare Futuro: Non è guerra civile, come la chiama il Times, con una malevola metafora. E’ voglia di chiarezza, voglia di non avere una Forza Italia allargata. Che aggiungo io non penso fosse nei progetti di Berlusconi.
(ITALPRESS).

Le tre correnti del Pdl

Polemiche sulle posizioni di Fini

Polemiche sulle posizioni di Fini

Patriottismo repubblicano, responsabilità, contemporaneità: questa è per me la corrente di Gianfranco Fini che mescola intellettuali apparentemente diversi (da Flavia Perina e Luciano Lanna ad Angelo Mellone, da Filippo Rossi ad Alessandro Campi) a parlamentari piuttosto liberi di dire quello che pensano senza particolari problemi. Tutti però con il gusto della lettura mai scontata, senza bava alla bocca e con il tentativo di fare un partito della destra europeo che in fondo è il primo esperimento continentale veramente post ideologico. Ci trovo un recupero delle radici movimentiste della Nuova Destra e spesso non è capito, perché la gran parte del mondo del Pdl è popolare, anti-aristocratico, odia gli snob, in perenne guerra con il mondo e magari con se stessi. Niente di strano se certe tesi sembrano di sinistra. L’attenzione al diverso, la voglia di ribellione, il viaggio e una certa lontananza dalla Chiesa fanno parte da sempre del dna di una parte avanzata della destra italiana. C’è qualcuno che fa finta di dimenticarlo. (A me, come si è capito, piacciono, perché c’è la sfida del nuovo).

I Bismarkiani: sono Alemanno, Tremonti e Sacconi. Campioni dell’anti-mercatismo, attenti alle ragioni profonde e sociali della Chiesa costituiscono un Pdl popolare, radicato nei territori, attento al dialogo sociale, imperniato sui corpi intermedi. Ha rapporti con la Lega che ognuno dei tre mantiene con attenzione, attraverso convegni e iniziative. Ferocemente legati al Papa sulle questioni della biopolitica. Alemanno è vicino a Fini su ronde e immigrati e – ritengo – cittadinanza. Oltre al fatto che la comune storia, dal Msi in poi, è cemento.

Il grande centro: il Pdl così come è. Un po’ fermo ma ampio, partito-casa, molto leaderistico. I capi sono ferocemente berlusconiani, da Gasparri a Quagliariello, fino a Verdini, con le fatiche tattiche di La Russa (tenere i rapporti tra Berlusconi e Fini) e poi tutti i ministri, da Bondi ad Alfano. Sono i pasdaran di Berlusconi anti-Repubblica e stampa di sinistra.

Ci sono problemi, ha detto Fini. Penso che stiano nel partito, nella non-organizzazione, dalla cima fino ai territori. Nel fatto che è difficile confrontare tesi diverse pena l’esclusione. Fini ha idee diverse dalla maggioranza? Dove è il problema? Bisogna anche vedere cosa ne pensano gli elettori di centrodestra delle posizioni di Fini… ci sarebbero sorprese.

L’unica paura è non diventare come il Pd, troppe linee discordanti fanno confusione e aprono liti incredibili. Potenzialmente guardo con sospetto al continuo abbraccio della sinistra a Fini. E’ molto strumentale: in funzione anti-Berlusconi. Quando Bersani vincerà la gara per il controllo del Pd le cose saranno più chiare e la sinistra si contrapporrà alla destra. Come sempre.

Università e altri problemi

Questo il riassunto di alcune cose fatte e proposte in questi giorni di ripresa dell’attività politica:

- Il tribunale di Nuoro: un’interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia Alfano, affinchè si risolva una volta per tutte la drammatica situazione di carenza del personale. Un tribunale con due soli magistrati non può lavorare. Ho sottolineato come “la situazione più delicata rimane quella della Procura, che lo stesso presidente dell’ordine forense definisce “incredibile” in quanto in una terra del malessere, come la Sardegna, la Procura non può rimanere così sguarnita: è notizia di questi giorni che il Pm, Daniele Rosa, autore di tante inchieste inportanti, andrà via da Nuoro per entrare in forza alla Procura di Lanusei. Il Ministero, anziché sostituirlo, ha pensato bene di sfoderare la figura dei “pm a rotazione”; da oggi, e sino a data da destinarsi, si alterneranno, a turni di 15 giorni ciascuno, quattro giovani pm sino all’altro ieri in forze alla Procura militare di Cagliari “.

Affianco agli studenti, contro la ventilata chiusura del corso di Scienze dell’Amministrazione di Nuoro, da parte della facoltà di Scienze politiche di Cagliari. Sono d’accordo con i rappresentanti degli studenti: si palesa un evidente violazione di un patto stipulato al momento di pagare le tasse e formalizzare l’iscrizione. Al di là di tutta la vicenda che mi sembra sia stata penosamente gestita male, nei cinque anni di legislatura precedente.

Sempre sull’università, col collega Carmelo Porcu annunciamo un’interrogazione sullo stato dei test di ammissione a Medicina e in genere nelle facoltà a numero chiuso e chiediamo al Ministro Gelmini di inserire nella riforma universitaria nuovi criteri di ammissione, tra i quali quelli durante il corso di studi (media voto durante la carriera, con benefici in termini di tasse), al fine di selezionare meglio, ma dare la possibilità ai più bravi di passare, contro ogni forma di illegalità attualmente presente. La malasanità comincia quando si trucca il test di ammissione.

L’Autonomia è per sempre

Nel complicato rapporto tra Stato e Regione, il tema dell’Autonomia entra quasi sempre di sbieco, perchè ogni rivendicazione è una richiesta di autonomia di per sé stessa. Il problema è che viviamo in un’epoca di grande crisi, nella quale le richieste sembrano piagnistei e le soluzioni sono semplicemente dei fazzolettini passati per asciugare le lacrime, non interrompere il pianto.

Concordo che la richiesta di maggiore autonomia della Sardegna, a causa della sua specificità, debba passare da quattro fattori “economici”, la cui mancata applicazione porterebbe a risultati esiziali. Il federalismo è una questione di risorse, prima ancora di buon governo (fermo restando che nel patto federativo si dovrebbe consacrare l’unione di intenti, piuttosto che la separazione):

1) Continuità territoriale per i passeggeri e per le merci
2) Minor Costo dell’Energia
3) Politica Fiscale di Sgravi basata sull’Insularità
4) Insularità Europea: in termini di contributi permanenti alla Sardegna

Questi 4 passaggi sono fondamentali. O ci sono o non se ne fa nulla. L’autonomia è negoziabile solo per le sfumature, per il resto vanno riconosciute queste condizioni e posti adeguati rimedi.

Al di là di questo, io dico che prima di essere Sardi fuori, bisogna esserlo convintamente dentro. La mia idea è che i grandi partiti sardi espressione dei partiti nazionali in una dimensione per l’appunto sarda. Ho già prefigurato l’ideale percorso del PDL, solo in questo modo, dando forza e pressione a questo sentire, riusciremo a imprimere la reale svolta autonomistica di cui abbiamo bisogno.

UPDATE. Un’interrogazione sui problemi del tribunale di Nuoro

Perchè penso a mio nonno quando leggo Repubblica

Qualcuno dice che ho sangue di sinistra nelle vene. E’ vero. Mio nonno materno era comunista. Faceva il muratore, poi il capo-cantiere. Tentò l’avventura dell’impresa nel campo dell’edilizia: gli andò male.
Era un uomo severo. Dopo pranzo si chiudeva in un salotto e leggeva l’Unità da cima a fondo. Poi ritornava al cantiere con, ahimè, uno stuzzicadenti piazzato tra i denti.

Negli anni ‘80 detestava Craxi, come tutti i compagni che non ne capivano le evoluzioni moderniste. La domenica era dedicata alla vendita dell’Unità: cascasse il mondo.
Era un’ altra sinistra. Solida, bisogna dire. Chiara. Popolare, non indulgente. Giusta. Noiosa, mi viene da dire oggi, ma rispettabile.

Perchè penso a mio nonno quando leggo Repubblica ?

Forse perchè non riesco a capire quale sinistra si celi dietro il glorioso quotidiano fondato da Scalfari. Leggo Rep ogni giorno ma sempre più spesso volo alle pagine della cultura e degli spettacoli. Leggo Rampini, casomai, e Flores D’Arcais e il mio ottimo amico Gianpaolo Cadalanu. Ma tralascio la politica. Me ne frego altamente: non sopporto queste dieci domande a Berlusconi, questo scavare continuo nella spazzatura, questa presunzione di superiorità. Mi sembra un giornale diverso dagli albori, quando dava conto di un’ altra Italia che nasceva, di nuove pulsioni ed era effettivamente un giornale della nuova classe dirigente.

Da ragazzino me lo compravo e lo nascondevo in un cassetto. Temevo che mio padre, un rautiano duro e puro, si scocciasse. Invece, una volta scoperta la raccolta, mi disse che Rep era un giornale intelligente e diverso.
(Fu allora che mi resi conto che i fascisti di sinistra erano veramente un’ altra specie di intellettuali e politici e mi fa veramente ridere chi oggi critica Fini).

Dopotutto,allora il Giornale di Montanelli – insomma, lo dico, eh – era palloso, rigido, conservatore. A me interessava il nuovo, il diverso, il cinema e il rock e la letteratura americana.

Oggi siamo finiti nel sottoscala del giornalismo. Tra evasioni fiscali, festini, direttori-molestatori che fanno la morale agli altri, con questa perenne ossessione berlusconiana.
Forse Rep risente del fatto che la sinistra italiana non ha più leader e non ha più innovatori in cui credere. Forse li deve costruire. Se abbandonasse le escort e tutto il resto, questo campionario moraleggiante, potrei ritornare a leggere le pagine della politica.

Il nuovo sport nazionale

gianfranco_finiSarà che le vittorie dell’Inter ci hanno assuefatto e che il Toro (povero disgraziato grandissimo Toro!) è in serie B che giganteggia nei campi di periferia, ma l’idea che l’attacco strumentale a Gianfranco Fini sia diventato un nuovo sport nazionale mi fa davvero riflettere (amaramente). L’altro giorno un quotidiano che in queste settimane è andato in trincea lo ha definito come un dongiovanni abbronzato leader di sinistra. Penso che a volte scattino dei riflessi incondizionati, come quelli di chi pensa di gestire un presunto “dissenso” con una sorta di “centralismo democratico”.

Non voglio dire che ci si comporti in modo stalinista, ma ho convenuto parecchio con l’intervento di Filippo Facci (e le argomentazioni – di contro – di Mario Sechi erano comunque stimolanti) e convengo con quanto afferma il prof. Campi (in questi giorni sul bel canale RaiStoria con un approfondimento dedicato alla Seconda Guerra Mondiale): Fini afferma cose che il 70% degli elettori del PDL condivide, dopotutto non viviamo in un paese nel quale l’UDC, per fare un esempio, si sia affermato.

Facci giustamente scriveva che Fini ha semplicemente le posizioni di Sarkozy, di Cameron e di Aznar, ma vallo a spiegare a chi oggi pretende di imporre una linea di partito. Come si domanda il prof. Campi: c’è veramente qualcuno che ha ragione nel contestare il ruolo terzo di Fini alla Camera? E quest’accusa verrebbe da destra? Saremmo alle comiche, Fini è un ottimo Presidente della Camera, ma ha diritto ad esprimere opinioni anche se si pensa che queste siano minoritarie…

Vediamo se, arrivato settembre, ci sarà modo di riflettere bene. Di solito il primo fresco aiuta.