
Carlo Verdone era in piazza
Ieri pomeriggio, di fronte al Parlamento, mi sono imbattuto in una manifestazione bipartisan contro i tagli previsti al Fus, fondo unico per lo spettacolo. Gli organizzatori hanno appeso qua e là palloncini neri e manifesti listati a lutto.
La fauna era piuttosto de sinistra ( è noto che a destra le cooperative di artisti e i registi e gli scrittori e gli attori siano pochissimi, ma è colpa nostra ): ragazzi e ragazze con magliette corte su bermuda scuri e sneakers. Si aggiravano Moretti, Verdone, Monicelli, Scola, gli stessi Veltroni e Franceschini.
C’erano, e sono stati sommersi dai fischi, Barbareschi e la Carlucci. Barbareschi ha dato del fascista al pubblico che lo fischiava e ha proposto uno sciopero di quattro mesi non-stop, seconde le vecchie rivendicazioni messe in atto dagli artisti americani. Fuori dai fischi scontati, l’idea era la migliore, se proprio si vuole andare fino in fondo alla lotta e non, come pare, scegliere la via della trattativa con Gianni Letta.
I tagli previsti ammontano a 130 milioni di euro e metterebbero in crisi strutture e associazioni soprattutto, questa è la notizia, operanti a Roma. Il fatto è semplice: tutto è concentrato nella Capitale, sede del cinema, dell’ audiovisivo, della cultura.
Abbiamo discusso molte volte del tema e qualche cosa l’ abbiamo capita. E’ praticamente impossibile continuare a dare soldi a fondo perduto ai soliti noti, per finanziare iniziative e film che a malapena varcano il portone di casa. La questione riguarda tutto ciò che è cultura: libri, giornali, cinema, teatro, musei e così via. La crisi è generalizzata: pochi spettatori, poca organizzazione, pochi incassi, poche vendite.
Come al solito, facciamo degli errori: i tagli a freddo ( per quanto non tolgano un voto come sostiene qualche brillante pensatore leghista )sono peggiori del male che si vuole combattere. Baricco, come visto, ha proposto misure drastiche, sostenendo come fosse meglio finanziare scuole e tv che formano coscienza e sapere piuttosto che buttare via i soldi nei teatri lirici.
Anche qui: si taglia dove è giusto e si punta dove si crede che vi sia qualità e futuro. Se il problema del governo è rompere la preponderanza della sinistra nella cultura allora bisogna fare delle cultura ( e del turismo ) una scelta strategica; ma così, nonostante qualche bagliore bondiano ( i due Beatrice a Venezia, il super manager Resca), non è. Ed è un limite del governo.
Una interessante proposta viene dal giornalista liberale Piero Ostellino, ex direttore del Corriere della Sera. Ostellino sostiene che i soggetti in lotta vedono nello Stato paternalista la soddisfazione dei propri interessi corporativi. Gli artisti pensano al proprio tornaconto.
Il difetto sta nel vedere la cultura esclusivamente come produttrice di idee ( quando va bene), mai come voce fondamentale dell’economia nazionale che sul patrimonio culturale aveva fondato molto del proprio prestigio all’ estero.
Sono circa 250 mila i lavoratori stabili del mondo della cultura, senza contare l’enorme indotto. Lavoratori che niente hanno a che vedere, per esempio, con la decotta industria nazionale.
Ostellino riprende ciò che alcuni esperti hanno proposto: a partire dall’ estensione dello statuto delle piccole e medie imprese a quelle dello spettacolo, con l’ accesso al credito agevolato, defiscalizzazioni e detrazioni per chi investe. Inoltre: strumenti in difesa dell’ occupazione compresi gli ammortizzatori sociali. Insomma, un modo per rispettare la capacità di produrre e di sopravvivere nel mercato.
Prima dei tagli dunque occorre una rivisitazione dell’ interno sistema. Tagliare per tagliare non serve. Gli sprechi e le assurdità, compreso chi si è arricchito per via di certe frequentazioni con la politica ( caso Roma : cappa asfissiante per chiunque non fosse veltroniano ),ci sono.
Mi pare inutile contrastarli senza avere un contro-progetto.
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