Il mio amico Luca Barbereschi , insieme a Gabriella Carlucci, ha riempito l’altro giorno la Sala Umberto di Roma per una manifestazione di artisti che protestavano per il taglio dei fondi allo spettacolo.

Niente da dire: senza risorse non si fa cultura. L’ha capito anche Sarkozy che recentemente si è impegnato a continuare la tradizione di tutti i governi francesi che hanno pesantemente sovvenzionato l’industria della cultura.

I dati poi sono preoccupanti: secondo Federculture calano i visitatori nei musei, crolla il pubblico di mostre ed eventi. I bilanci ministeriali sono ridotti al minimo. Chiudono parzialmente le grandi biblioteche, come quelle di Roma e Firenze.

Occorono fondi, caro ministro Bondi. Devi battere cassa da Tremonti.

Il punto resta sempre il solito: come si utilizzano queste risorse? A chi vanno? Come vengono gestite? Con quali criteri? Quanto fruttano questi investimenti?

Recentemente aveva posto il problema lo scrittore Baricco: meno soldi alla lirica e in generale alla cultura e più alla televisione alla formazione delle idee. Concetto hard e forse sbagliato per come era stato posto. Ma se a protestare sono sempre quelli che i soldi dello Stato li hanno sempre presi (escluso Barbareschi che a fare il parlamentare ci sta rimettendo di brutto), qualcosa non torna.

Adesso aspettiamo i risultati che porterà a casa il super manager Mario Resca. Bondi l’ha prelevato da Mc Donald per rimettere in sesto i Beni culturali. Un criterio imprenditoriale nella gestione della cultura non guasta. Dobbiamo produrre idee e posti di lavoro e benessere per tanti operatori e nuove professioni. Soldi dello Stato alla cultura: sì. Ma con giudizio, con intelligenza. E non ai soliti noti.

UPDATE: Soru chiede le dimissioni di Cappellacci, ma viene rinviato a giudizio per il caso Saatchi & Saatchi.

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