Entries from: luglio 2009

Giovani per sempre

il-settantenne

Uno dei 5 manifesti che hanno vinto Il concorso dell' Adci dal titolo 'C'è posto per me? Il nuovo che non avanza'

Uno può pensare ad un pericoloso rivoluzionario che incendia i movimenti con parole d’ ordine sullo scontro generazionale. E invece no: fu proprio il prof. Mario Monti a metà degli anni ’90 a lanciare l’ allarme sull’ infinita giovinezza dei trentenni italiani. “Ragazzi- disse Monti- battetevi per i vostri diritti, per la vostra pensione, per il vostro futuro”. Poi arrivarono brillanti saggisti, uno su tutti Giuliano Da Empoli che scrisse per Marsilio “Un grande futuro dietro di noi” e poi ancora- vado a memoria- Vittorio Veltroni e Tommaso Pellizzari che smontò il teorema per il quale la generazione anni ’80 era molle e superficiale.

Da allora fiumi di carta, milioni di parole e un dubbio. Posto che il sistema politico italiano è bloccato, il welfare è vecchio e non cucito sulle nuove aspettative di vita, non è che stare a casa di mamma e papà in fondo piace ed è rassicurante ?

E’, da un lato, colpa della politica. Il nostro sistema di protezione sociale tutela i lavoratori più vecchi e li manda in pensione alcuni anni prima di quello che succede in Europa. La spesa è dunque altissima e impedisce di utilizzare i soldi dai risparmi dell’ innalzamento per ammortizzatori sociali e in generale per i giovani in cerca di primo impiego. In più, nella nostra società iper-sindacalizzata, non vi è alcuna flessibilità in entrata e in uscita per i contratti di lavoro. A me piacciono le idee di Tito Boeri, animatore de La Voce, una rivista riformista. Boeri ha proposto un contratto a tempo indeterminato, definito “di inserimento”, della durata di tre anni. In questo lasso di tempo, in cui il giovane avrà modo di dimostrare le proprie capacità, verrebbero garantiti comunque 15 giorni di paga in caso di risoluzione del contratto. E’ un rischio ? Può darsi, ma vale la pena provarci.

Anche Pietro Ichino, con la sua proposta di flex-security, secondo il modello dei paesi del nord-Europa, è sulla strada giusta. Credo che firmerò la sua proposta di legge.

Trovo poi che il centrodestra sia troppo conservatore su questi temi. Sono d’accordo con il ministro Sacconi (e con i miei amici Barbara Saltamartini e Maurizio Castro) sul fatto che le politiche sociali debbano tenere conto della persona e della famiglia prima di tutto. Ma: o si libera il sistema dalle rigidità attuali o avremo un mercato senza alcuna dinamica.

Infine: scalzare un vecchio dirigente è-  per un giovane – quasi impossibile. Se è possibile che questo avvenga negli Usa e nei paesi emergenti, da noi la giovinezza è sinonimo di inesperienza e incapacità. La classe dirigente dunque è sempre la stessa.

C’è però una totale incapacità di combattere dei giovani italiani. Qualcuno sgobba ma la gran parte aspetta, si lamenta e cerca posti comodi e scorciatoie brevi. Che in Italia molto sia legato a conoscenze e traffici vari e risaputo. Non conosco troppi giovani ribelli, con idee esplosive e voglia di mettersi in gioco. In questo, forse il loro padri (i nostri padri ) sono stati più coraggiosi e hanno combattuto quando non avevano niente.

E’ per questo che non ho ripresentato la mia proposta di legge sulle “quote arancioni”. Pensavo che inserire per legge un under 40 ogni quattro o cinque candidati fosse un modo per mettere in gioco energie nuove e rompere il dominio vegliardo. Non sono più sicuro. Ho visto giovani-vecchi in abbondanza per cui la proposta è rimasta nel cassetto. Dibattito aperto.

Vasco è bollito, ma i nostri politici non lo sanno

I Baustelle: non molto conosciuti dal mondo della politica

I Baustelle: non molto conosciuti dal mondo della politica

Sentite un po’: i politici non capiscono niente di musica e meno che mai di rock. Una noia terrificante, quando ci-li sentiamo parlare. Adesso il premier, durante una trasmissione radio con la Meloni e Diaco, fa il fico con  l’ icona Vasco Rossi: ma Vasco è roba bollita, vecchia e ormai inascoltabile. La sua vita spericolata non spaventa più nessuno, possibile che non ci siano altri possibili riferimenti ?

Il motivo è semplice: la politica è sempre meno connessa alla cultura pop e contemporanea. Le citazioni sono quelle standard e super scontate. E sempre uguali: i cantautori da Guccini a De Gregori, Giorgio Gaber e via dicendo. Niente di male, tanto di cappello: ma il rock di oggi è un altro.

Prendete il piddì: non si scollano da Jovanotti, da Ligabue e dallo stesso Vasco. Sempre quelli, sempre loro: inossidabili, su piazza da un secolo. Non parliamo di noi pidiellini: al congresso nazionale nessuna aveva sapeva che lo stacchetto tra un intervento e l’ altro era Azzurro di Paolo Conte, non Celentano.

Se fossi stato nell’ ufficio che cura la comunicazione di Berlusconi gli avrei fatto citare qualcuno dei nostri rocker meno conosciuti al grande pubblico. Gente che ha sudato sul palco e scritto roba fantastica, roba del tempo nostro, non mega concerti con schitarrate melense. Tipo: Afterhours, Baustelle, Negrita, Linea 77,Casino Royale. Oddio, molti di questi credo che odino il Cav ma almeno parliamo di gente viva, di ragazzi che sperimentano ogni giorno e sudano e producono autentica musica popolare.

Forza colleghi, munitevi di un I pod e fatevi scaricare da I tunes un po’ di rock. Anche roba non nostrana. Fatevi mettere dai vostri figli i Killers, i Franz Ferdinand, gli Oasis, gli U2. Se proprio vi piace il passato, fatevi una compilation dei Pink Floyd, di Dylan, degli Stones. Non dimenticate il più grande di tutti, il Boss. Ma abbandonate quei nostri dinosauri italici.

UPDATE. Grazie ai miei eccellenti direttori ( Flavia+Luciano ) di riferimento. Oggi siamo qui, pag. 120

Il Caso Sardegna

Nei giorni scorsi ho firmato una interrogazione del collega Pili sul fatto che nel Dpef vi fosse un divario incredibile tra i fondi per le infrastrutture siciliane (5 miliardi) e quelli destinanti alla nostra Isola: 18 milioni di euro per il triennio che va dal 2010 al 2013. Non facendo parte della commissione di merito quei dati mi erano sfuggiti.

Ieri i colleghi Cicu e Testoni (con Paolo Fadda del Pd) hanno avuto rassicurazioni dal governo, concertando l’ azione con il presidente della Regione Cappellacci. Berlusconi in persona avrebbe garantito il suo impegno personale per riaprire la partita. Ora: mi pare che la sproporzione tra Sicilia e Sardegna sia incredibile, allucinante. E’ pur vero che il Dpef è un documento che non ha più alcun valore concreto e che probabilmente andrebbe abolito perché le sue tabelle non vengono mai rispettate.

Ma ciò che non seguo più è l’atteggiamento ondivago del governo che ci mette sempre nelle condizioni di rincorrere in mezzo alla confusione, tra voci e controvoci.

Per me si apre ufficialmente un “caso Sardegna”, cominciato con lo scippo del G8 (anche se L’Aquila è stato un grande successo) e tutto il resto.

Penso anche che sia il momento di strutturare il Pdl come una vera forza autonomista, federata ovviamente al Pdl nazionale, con un’ ampia possibilità di azione e di scelta. E’ un discorso che si fa largo in Sicilia e nelle altre regioni con forte vocazione identitaria.

Senza fare il solito piagnisteo, senza rivendicare soldi inutili ma portando avanti progetti concreti, chiari e soprattutto con impegni nero su bianco.

UPDATE: «L’inserimento di quattro opere per la Sardegna nella risoluzione approvata dalla Camera sul Dpef-Infrastrutture è un primo segnale che accoglie le nostre richieste». Lo hanno detto i deputati del Pdl Mauro Pili, Bruno Murgia, Settimo Nizzi, Carmelo Porcu e Paolo Vella che avevano criticato il governo Berlusconi perché alla Sardegna, nel Dpef, erano state riservate solo le briciole: 18 milioni di euro contro i 5 miliardi alla Sicilia. Il deputato del Pd Giulio Calvisi, che aveva apprezzato il «sussulto di dignità» dei colleghi del centrodestra, si è però detto di diverso avviso: «Le strade non si realizzano con le risoluzioni, servono atti concreti e le risorse finanziarie: per la Sardegna c’erano 18 milioni e 18 milioni sono rimasti».

Le quattro opere sarde indicate nella risoluzione (dovranno però essere ripescate nel Bilancio dello Stato) sono la strada Sassari-Olbia, il completamento della 131, la Dorsale sarda e il tunnel di Cagliari. (LA NUOVA SARDEGNA)

UPDATE. Stamattina alla Camera, in un informativa sugli incendi, il capo della Protezione civile Bertolaso ha attaccato “le strutture locali” dell’ antincendio sarde. Gli aerei hanno impiegato il tempo necessario ed è profondamente sbagliato credere che gli incendi si spengano dall’ alto. Dunque secondo Bertolaso l’ Ente unico delle foreste, con gli uomini anti-incendio e l’ Ispettorato forestale non hanno fatto il proprio dovere per disorganizzazione.

Lega Rossa?

A volte ho come il sospetto che alla Lega interessi far man bassa dei voti dell’estrema sinistra. Il segreto del successo della Lega sta nell’eterno movimentismo, è un po’ ciò che vorrebbero essere Rifondaziona o Diliberto, che stavano al Governo ma provavano a fare opposizione. La Lega ci riesce di più. E’ una questione di DNA, o probabilmente per il fatto che sanno come parlare alla gente. Si prendono 2/3 argomenti, li si fa diventare davvero centrali e fondanti ed è fatta. La Lega fino agli anni Novanta parlava di Secessione. Non so se ci credessero davvero, ma quando sono entrati nel Sistema che combattevano hanno iniziato a parlare di Federalismo. Oggi si dicono tutti Federalisti, nessuno è contro la proprietà privata, come auspicò Bertinotti. E’ una vittoria culturale strepitosa. Nessuno si interroga se il Federalismo serva e nessuna spiega che il federalismo, inteso in senso pieno e originale, è un modo economico di creare lo Stato non solo di amministrarlo. La Lega vorrebbe separarlo, al netto delle pretese autonomistiche sempre ridotte a zero, in Italia (parlo di intensità, non di volontà), facendo astrazione del complesso rapporto tra poteri che implica il patto federativo. Ma pazienza… anche questo è stato consegnato al volgo.

Però non mi sorprende questa richiesta di ritiro dall’Afghanistan, espressa in salsa pecorar-scaniana. E non penso sia un tabù parlarne, anche se ha ragione La Russa e hanno ragione tutti coloro i quali pensano che non possiamo liberarci del nostro ruolo di media-potenza regionale.

Azione Gelmini, primi frutti

Non è un mistero che il ministro Gelmini stia giocando una partita molto dura per la riforma della università italiana. Ci siamo soffermati a lungo sul perché fosse necessaria una drastica inversione di marcia, criticando il carattere contradditorio e conservatore delle manifestazioni invernali dell’ Onda.

Oggi, per la prima volta, un criterio di premialità è stato applicato a quelli che il ministero ha giudicato le università migliori. In parole povere: più fondi a chi è bravo, meno a chi non garantisce decenti standard qualitativi.

Il dato che fa discutere è -ahimè -un altro. Le università sarde sono sotto gli standard che ti fanno recuperare più risorse. Meno 2,08 per Cagliari e meno 2,95 per Sassari. Duro lavoro per i due nuovi rettori. La crisi dell’istruzione superiore sarda fa il paio con la necessità che nell’Isola si investa maggiormente in conoscenza e cultura. Lo ripeto anche adesso e lo ripeterò fino alla noia: meno chimica, più istruzione, cultura e turismo.

DEVASTANTE

giornata devastante

giornata da incubo

Come tante altre volte, brucia la nostra terra. Due morti: tristezza e sdegno. Sdegno enorme, se fosse vero ciò che dice l’ assessore Oppi quando parla di probabile strategia del fuoco. In quel caso, pene durissime e nessuna attenuante.

Mezzogiorno di fuoco

Il Sud. Questo il tema caliente ispirato dal caldo di questi giorni. Sarò estremamente sintetico e preciso:

1) La prima vera politica per il Meridione consiste nella lotta alla criminalità organizzata. Non che questa non sia presente al Nord (anzi), ma è come tracciare una linea: una questione del tipo ci sei o non ci sei. E non riguarda la classe politica ma lo Stato, la legge, i diritti di tutti.

2) Non servono partiti del Sud. C’è il PDL. Basta organizzarlo bene e fare in modo che attragga le migliori energie del Meridione. Il patto per il buon governo lanciato 15 anni fa può essere ancora valido, dimostriamo di poter dare la spinta.

3) Anche se a volte viene dimenticato, nel Meridione ci sta pure la Sardegna. Anche qui bisogna trarre la lezione dalle nostre specificità e spingere per modelli di sviluppo alternativi, moderni, compatibili con l’insieme.

UPDATE: Barbareschi in Aula si scaglia contro i tagli del Fus. “Sono stato scelto in Parlamento per fare gli interessi della cultura italiana, quello che succede mortifica centinaia di migliaia di persone che rischiano il posto. Siamo indietro nella innovazione e nella capacità di fare prodotti per il futuro. Dobbiamo mettere le persone migliori alla guida dei nostri grandi enti, a partire dalla Rai. Mi vergogno di appartenere a questa coalizione”.

Cultura, tagliare non basta se non ci sono idee alternative

Carlo Verdone era in piazza

Ieri pomeriggio, di fronte al Parlamento, mi sono imbattuto in una manifestazione bipartisan contro i tagli previsti al Fus, fondo unico per lo spettacolo. Gli organizzatori hanno appeso qua e là palloncini neri e manifesti listati a lutto.

La fauna era piuttosto de sinistra ( è noto che a destra le cooperative di artisti e i registi e gli scrittori e gli attori siano pochissimi, ma è colpa nostra ): ragazzi e ragazze con magliette corte su bermuda scuri e sneakers. Si aggiravano Moretti, Verdone, Monicelli, Scola, gli stessi Veltroni e Franceschini.

C’erano, e sono stati sommersi dai fischi, Barbareschi e la Carlucci. Barbareschi ha dato del fascista al pubblico che lo fischiava e ha proposto uno sciopero di quattro mesi non-stop, seconde le vecchie rivendicazioni messe in atto dagli artisti americani. Fuori dai fischi scontati, l’idea era la migliore, se proprio si vuole andare fino in fondo alla lotta e non, come pare, scegliere la via della trattativa con Gianni Letta.

I tagli previsti ammontano a 130 milioni di euro e metterebbero in crisi strutture e associazioni soprattutto, questa è la notizia, operanti a Roma. Il fatto è semplice: tutto è concentrato nella Capitale, sede del cinema, dell’ audiovisivo, della cultura.

Abbiamo discusso molte volte del tema e qualche cosa l’ abbiamo capita. E’ praticamente impossibile continuare a dare soldi a fondo perduto ai soliti noti, per finanziare iniziative e film che a malapena varcano il portone di casa. La questione riguarda tutto ciò che è cultura: libri, giornali, cinema, teatro, musei e così via. La crisi è generalizzata: pochi spettatori, poca organizzazione, pochi incassi, poche vendite.

Come al solito, facciamo degli errori: i tagli a freddo ( per quanto non tolgano un voto come sostiene qualche brillante pensatore leghista )sono peggiori del male che si vuole combattere. Baricco, come visto, ha proposto misure drastiche, sostenendo come fosse meglio finanziare scuole e tv che formano coscienza e sapere piuttosto che buttare via i soldi nei teatri lirici.

Anche qui: si taglia dove è giusto e si punta dove si crede che vi sia qualità e futuro. Se il problema del governo è rompere la preponderanza della sinistra nella cultura allora bisogna fare delle cultura ( e del turismo ) una scelta strategica; ma così, nonostante qualche bagliore bondiano ( i due Beatrice a Venezia, il super manager Resca), non è. Ed è un limite del governo.

Una interessante proposta viene dal giornalista liberale Piero Ostellino, ex direttore del Corriere della Sera. Ostellino sostiene che i soggetti in lotta vedono nello Stato paternalista la soddisfazione dei propri interessi corporativi. Gli artisti pensano al proprio tornaconto.

Il difetto sta nel vedere la cultura esclusivamente come produttrice di idee ( quando va bene), mai come voce fondamentale dell’economia nazionale che sul patrimonio culturale aveva fondato molto del proprio prestigio all’ estero.

Sono circa 250 mila i lavoratori stabili del mondo della cultura, senza contare l’enorme indotto. Lavoratori che niente hanno a che vedere, per esempio, con la decotta industria nazionale.

Ostellino riprende ciò che alcuni esperti hanno proposto: a partire dall’ estensione dello statuto delle piccole e medie imprese a quelle dello spettacolo, con l’ accesso al credito agevolato, defiscalizzazioni e detrazioni per chi investe. Inoltre: strumenti in difesa dell’ occupazione compresi gli ammortizzatori sociali. Insomma, un modo per rispettare la capacità di produrre e di sopravvivere nel mercato.

Prima dei tagli dunque occorre una rivisitazione dell’ interno sistema. Tagliare per tagliare non serve. Gli sprechi e le assurdità, compreso chi si è arricchito per via di certe frequentazioni con la politica ( caso Roma : cappa asfissiante per chiunque non fosse veltroniano ),ci sono.

Mi pare inutile contrastarli senza avere un contro-progetto.

Sempre lui

Springsteen Rehearsals

Prigionieri del rock

Soldi allo spettacolo? Si, ma con giudizio.

Il mio amico Luca Barbereschi , insieme a Gabriella Carlucci, ha riempito l’altro giorno la Sala Umberto di Roma per una manifestazione di artisti che protestavano per il taglio dei fondi allo spettacolo.

Niente da dire: senza risorse non si fa cultura. L’ha capito anche Sarkozy che recentemente si è impegnato a continuare la tradizione di tutti i governi francesi che hanno pesantemente sovvenzionato l’industria della cultura.

I dati poi sono preoccupanti: secondo Federculture calano i visitatori nei musei, crolla il pubblico di mostre ed eventi. I bilanci ministeriali sono ridotti al minimo. Chiudono parzialmente le grandi biblioteche, come quelle di Roma e Firenze.

Occorono fondi, caro ministro Bondi. Devi battere cassa da Tremonti.

Il punto resta sempre il solito: come si utilizzano queste risorse? A chi vanno? Come vengono gestite? Con quali criteri? Quanto fruttano questi investimenti?

Recentemente aveva posto il problema lo scrittore Baricco: meno soldi alla lirica e in generale alla cultura e più alla televisione alla formazione delle idee. Concetto hard e forse sbagliato per come era stato posto. Ma se a protestare sono sempre quelli che i soldi dello Stato li hanno sempre presi (escluso Barbareschi che a fare il parlamentare ci sta rimettendo di brutto), qualcosa non torna.

Adesso aspettiamo i risultati che porterà a casa il super manager Mario Resca. Bondi l’ha prelevato da Mc Donald per rimettere in sesto i Beni culturali. Un criterio imprenditoriale nella gestione della cultura non guasta. Dobbiamo produrre idee e posti di lavoro e benessere per tanti operatori e nuove professioni. Soldi dello Stato alla cultura: sì. Ma con giudizio, con intelligenza. E non ai soliti noti.

UPDATE: Soru chiede le dimissioni di Cappellacci, ma viene rinviato a giudizio per il caso Saatchi & Saatchi.