Il referendum è andato, il quorum – a meno di fatti sconvolgenti, tipo regalare soldi ai seggi – non si raggiungerà nonostante il contemporaneo ballottaggio in alcune città. E’ la seconda volta di fila, la prima vide protagonista AN, che il referendum sulla legge elettorale fallisce.

La considerazione a margine che si può fare, credo quella più giusta, è che i cambiamenti politici e gli assetti programmatici (ammesso che ne esistano in periodi di forte crisi) non possono essere indotti artificialmente dalle leggi elettorali.

Queste devono assecondare la realtà del paese e non trasformarla. Al massimo possiamo concederci che una legge elettorale interpreti lo spirito del paese e vedere come va. L’ultima legge elettorale, caratterizzata dallo sbarramento, agli italiani è piaciuta. Anche se è lecito domandarsi come sarebbe il quadro politico senza lo sbarramento e la dinamica del “voto utile”.

L’idea di questo referendum era buona, buonissima nelle intenzioni e meritava di essere appoggiata, magari in un periodo diversi, con meno problemi alle spalle (noi italiani votiamo troppo, è la pena del contrappasso che ci siamo inflitti dopo il Ventennio). Ma forse, tutto sommato, il paese non è maturo da affidarsi a un solo partito, nonostante il grande successo del PDL e la possibilità di crescita del PD. Di contro il clamoroso exploit di Lega e IDV certifica che l’era del partito di maggioranza probabilmente non è ancora arrivata.

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