Fois, Cap e ciò che dobbiamo fare
«Indicarmi come presidente – sorrideva ieri Murgia – è una simpatica provocazione che mi farà guardare con sospetto nel mio campo politico. Ma se per assurdo accettassi – ha aggiunto – farei il festival mantenendo gli standard e le caratteristiche attuali. Dico di più: al posto di Ugo Cappellacci avrei sfidato Fois a restare e fare un’Isola delle Storie ancora migliore: il festival è un avvenimento importante per tutto il territorio, non una cosa di destra o di sinistra. Aggiungo che a me non importa nulla che questo avvenimento di altissima qualità sia gestito o pensato da un intellettuale di sinistra, ma se il centrodestra pensa di voler fare una nuova politica culturale si dia da fare, organizzi, programmi, faccia nascere tante altre Isole delle Storie. Ma intanto salviamo quello che già c’è». Celestino Tabasso, L’Unione Sarda, 26 maggio 2009.
Il punto è semplice: la cultura, come ho già avuto modo di dire, è un mezzo per collegarsi alla società, stabilire legami con essa, mediare nel tentativo di trovare soluzioni. Del ruolo degli intellettuali nella politica si discute da millenni. Sperare che Cappellacci e Fois, rispettivamente, risolvano il dilemma sollevato da Platone, mi sembra francamente troppo pretenzioso, non per le doti dei due, ma perchè mi sembra proprio una questione irresoluta e irrisolvibile per non dire propriamente utopistica. Il fatto è che la politica e la cultura non possono permettersi di diventare elitarie, soprattutto in Sardegna, dove si devono trovare soluzioni alternative per crescere e diffondere la propria immagine. Soprattutto in un’epoca di drammatica crisi come questa. Servono braccia e cervelli. Possibilmente collegati tra loro.
Ora, da Sardi, abbiamo accettato supinamente che dei mediocri viaggiatori dell’800 (escludo volutamente chi li ha preceduti come Goethe, o seguiti come David H. Lawrence) ci descrivessero come tre quarti selvaggi, dediti alle peggiori abitudini, immersi in una natura incivilizzata, se mi si può passare questo termine. Nel quarto rimanente eravamo sudditi. C’è voluto quell’autentico genio sardo, l’indimenticato Sergio Atzeni, per ristabilire le distanze e dire ancora una volta chi siamo. Non penso che si possa dire che il Festival di Gavoi scavi ancora quel solco là, quello dei viaggiatori, quanto piuttosto insista in un’idea di qualità a partire proprio da Atzeni, il capostipite dell’ultima ondata letteraria sarda. In buona sostanza, dal Festival di Gavoi, chiunque lo diriga, c’è solo da guadagnarci: in immagine, in economia, in turismo, in cultura.
Quello che penso per la parte politica che mi riguarda è semplice: noi dobbiamo produrre idee, alternative se è il caso, tirare fuori nuovi intellettuali e “inventare” gente che a oggi è ancora sconosciuta. Oggi il Festival è diretto bene da gente di sinistra: la sfida quindi è nel nostro campo. Dobbiamo promuovere un’idea intelligente di Sardegna che sappia andare oltre il rigido programma di Soru (mai realizzato in pieno) e lo stereotipo facilone rappresentato dai Briatores. Siamo tutti sardi, e in queste cose bisogna avere il coraggio se non di lavorare insieme, almeno di organizzarci per raddoppiare gli sforzi.
Comments
serpe
Bravo. Soprattutto nell’ultimo capoverso.
Antoni su Longu
Concordo su tutto, complimenti.