Pensare, parlare, fare
Ieri Gianfranco Fini ha parlato di Fare Futuro, definendola una fondazione utile a immaginare il futuro, che fornisca idee e una migliore qualità del dibattito politico. Proposte come quelle di Fare Futuro e del pensatoio servono a creare le fondamenta per una destra concreta, che alla esibita politica del fare, affianchi la politica del pensare.
Cioè quella politica nella quale le cose si propongono e si fanno dopo averci pensato un po’ su.
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A proposito di pensare le cose prima di farle: la Corte Costituzionale boccia definitivamente la Legge Statutaria di Renato Soru. Dire che l’avevamo detto è troppo facile, ma tant’è.
Comments
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
>Bruno hai ragione ma, rimane il fatto che Fare futuro è fuori dal goveno nel senso che non ha un peso all’interno delle scelte della maggioranza non ti accorgi che più va avanti più quel poco di destra che rimane è come che sia una palla al piede per Berlusconi e i fedeli di Forza Italia? La situazione del PdL è tragica per come la vedo io in Sardegna ancora di più anime sparse su anime sparse, oggi nasce un social il network ufficiale dei sostenitori di Silvio Berlusconi, ci rendiamo conto che sembra una divinità, non è possibile sparisce lui e la baracca va giu tutta nessuno escluso e allora li ci sarà da pensare poichè la sinistra sarà al governo del paese e noi a mangiarci le mani per aver mandato all’obitorio la nostra Alleanza Nazionale. Giorgio
Bruno
gggs, ti voglio bene ma alla tua giovane età non dovresti vedere le cose in amniera così tragica. procurati “al di là della destra e della sinistra”, lo scrissero negli anni ’70 tarchi solinas e i pensatori della nuova destra. leggilo e poi ne riparliamo. br
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
Ok!
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
>Bruno leggi questo.
L’amalgama Pdl ancora non è ben riuscito
Sono solo dinamiche preelettorali”, così taglia corto il parlamentare Giorgio Stracquadanio sulle voci di un possibile avvicendamento di Scajola come ministro dello Sviluppo economico. Così come non trovano riscontro le voci di alcune frizioni interne al Pdl, con alcuni big che sarebbero caduti in disgrazia nei confronti del premier Silvio Berlusconi. E’ lo stesso Stracquadanio, però, ad ammettere che “tutti gli aggiustamenti potranno entrare in un negoziato successivo, nel momento in cui cambia la dimensione della compagine”. Non si può escludere a priori qualche modifica, dunque, visto e considerato che il Pdl è nato da poco ed è in continuo movimento. Perchè se è vero che dal Pd in tanti sono passati all’Udc, è altrettanto vero che dal partito di Casini è in atto una vera fuga verso la compagine di Silvio Berlusconi: metà del consiglio provinciale di Milano ha fatto il grande salto, e soprattutto c’è il caso di Erminia Mazzoni, lo scorso anno in lizza con Cesa per diventare segretario del partito, ed ora candidata alle Europee del Pdl. Nonostante le parole, assolutamente credibili, di Stracquadanio, rimane però qualche problema di amalgama. Certo, non siamo di fronte ad una “amalgama mal riuscita” come è il Pd secondo una ormai storica definizione dalemiana, ma forse c’è ancora un po’ da lavorare. Un esempio potrebbe essere quello della XI commissione della Camera, quella del Lavoro. Lì era presidente Stefano Saglia, da poco decaduto perchè nominato sottosegretario allo Sviluppo Economico al posto dello scomparso Ugo Martinat. Voci di corridoio, confermate da più parti, danno per suo sicuro successore Silvano Moffa, ex presidente della Provincia di Roma ed ex sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi II. Incuriositi, controlliamo, e notiamo come Moffa non faccia al momento parte della commissione Lavoro, bensì sia in quella Finanze, la IV, e in quella Trasporti, la IX. Una verifica fatta non per antipatia nei confronti nei confronti di Moffa – sulle cui capacità abbiamo ben poco da obiettare, anzi – ma perchè da profani ci saremmo aspettati una soluzione interna, visto che sino ad ora la commissione Lavoro aveva ben operato. E visto che uno dei due vicepresidenti (l’altro è Luigi Bobba del Pd) è Giuliano Cazzola, uno degli uomini chiamati spesso in causa nel Pdl quando si pronuncia la parola “lavoro”, abbiamo cominciato a fare qualche domanda in giro. Tutti allineati e coperti, naturalmente, ma alla fine qualcosa è emerso: “quel posto spettava ad An”. Ed infatti Saglia era di An, Moffa pure, mentre Cazzola era di Fi. Usiamo il verbo “essere” al passato perché queste distinzioni non avrebbero più ragion d’essere in un partito unico quale è il Pdl. C’è invece ancora un po’ di strada da fare, la cosa migliore sarebbe iniziare accantonando le divisioni e mettendo in soffitta il “manuale Cencelli”, riportando in primo piano la parola “competenza”. E questo senza nulla togliere a Moffa che sicuramente saprà far bene il suo lavoro, ma che fino ad ora non si è occupato – almeno in questa legislatura – di lavoro. Il tutto, poi, senza circoscrivere il fatto a questo singolo episodio. Perchè An e Fi ancora non sono un partito unico e se il Pdl non è una amalgama riuscita male, se non si cambia strada velocemente, rischia di diventarla.
Ciao :)
Francesca Frau
Posto l’ultimo articolo di Giorgio Melis su L’altra Voce (in caso non l’avesse ancora letto) credo risponda bene al suo”l’avevamo detto”.
Via la Statutaria non perché la legge sia stata bocciata dalla Consulta. Non erano in ballo i suoi contenuti: approvati a suo tempo dal Consiglio regionale a maggioranza assoluta. È stata ritenuto illegittimo il procedimento di promulgazione, contro il quale aveva presentato ricorso il Governo su istigazione dei parlamentari sardi del centrodestra dopo il ritorno di Berlusconi. Lo stesso che sta umiliando, beffando, tradendo, imbrogliando, derubando la Sardegna e in meno di tre mesi dal voto ha azzerato su ogni fronte le promesse, gli impegni solenni, addirittura cancellando i programmi e le opere già finanziate, avviate e in parte quasi completati dal governo Prodi. Grazie al governo-nemico, ora cade anche la Statutaria, la legge che regolamentava il funzionamento interno dell’autonomia. Festeggia il centrodestra, in primis il travicello Ugo Cappellacci, quello che apprende dalla tv lo scippo del G8: illegale perché il presidente della Sardegna avrebbe dovuto essere presente ope legis alla decisione del governo e non fa una piega ma poi passa al largo da La Maddalena, la Gallura e il Nord Sardegna: andrà solo in udienza alla Certosa. L’ex An Bruno Murgia annuncia che con questa decisione cala definitivamente il sipario su Renato Soru. Certo che cala il sipario. Su ogni credibilità, sulla dignità, autorevolezza, decenza dell’autonomia in coincidenza con l’arrivo alla Regione della destra di malgoverno: si fa trattare a pesci in faccia dal suo governo-amico e fa regredire in 60 giorni la sardegna ad auto-colonia di italiani di serie C trattati come servi senza diritti.
È il trionfo di quelli che sanno solo distruggere impiegando per la loro opera una valanga di denaro dei contribuenti sardi, ricorrendo ai peggiori azzeccargarbugli in circolazione tra politica, aule di giustizia e logge massoniche: quelli che poi chiedono anche parcelle da decine milioni di euro alla Regione. Il risultato è la sconfitta di Soru? Vediamo. La legge Statutaria, assieme al nuovo Statuto e alla legge elettorale, doveva essere approvata in Consiglio nella legislatura 1999-2004. Quella guidata dal centrodestra con presidenti Mariolino Floris, Mauro Pili e Italo Masala. Conclusa con un disastro senza precedenti più scandali a oltranza con processi clamorosi e condanne a decine. Non si fece nulla, baloccandosi tra Assemblea costituente e Consulta, risse di potere e crisi a ripetizione, subendo la legge nazionale sul presidenzialismo senza modifiche perché così andava bene: specie a Pili, che contava di tornare al timone e poter comandare con le norme generali.
Con l’arrivo di Soru, la Statutaria è diventata una priorità, anche perché la Sardegna arrivava buon’ultima fra le altre Regioni a dotarsi di uno strumento insostituibile. Il Consiglio ha impiegato un anno per definire la Statutaria e nessuno dimentichi che un anno di assemblea significa cento milioni di euro a carico dei contribuenti sardi. È un testo in alcune parti controverso, probabilmente da modificare, ma infine approvato non da Soru ma dalla maggioranza assoluta del Consiglio: 50 sì, 18 no e un solo astenuto. Una volontà larghissima, confermata dall’assenza di molti consiglieri del centrodestra che non vollero sostenerla implicitamente ma neanche contrastarla. Il passaggio successivo sarebbe dovuto essere – se richiesto – il referendum confermativo. Per il quale fu detto da tutti e scritto su ogni organo di informazione che sarebbe occorsa la partecipazione di un terzo degli elettori in base alla legge approvata nel 2002: all’unanimità e firmata dall’allora presidente Mauro Pili.
Tutto bene? Stavano per entrare in campo i guastatori. Nessuno a livello di cittadinanza attiva, associazioni, gruppi, singoli, chiese il referendum. Lo fecero invece 19 consiglieri regionali 19 che transitarono dalle aule dorate di via Roma, si sfiancarono per arrivare a piazza Repubblica dove deporre la loro firma in Tribunale e imporre così la consultazione a un milione 600 mila sardi: nessuno dei quali ha alzato una voce o un dito. Soprattutto perché ai cittadini non’importava assolutamente nulla di quella legge, che pure conteneva cose importanti. Ad esempio, poneva fine allo scandalo dei dipendenti, dirigenti e presidenti di uffici ed enti regionali o pubblici che potevano candidarsi senza prima dimettersi. Diventando onorevoli utilizzando scandalosamente il ruolo e i mezzi connessi per approdare sulle poltrone del Consiglio a scapito dei concorrenti. Al dunque, si costituì un comitato per difendere la Sardegna dal “colpo di Sta(tu)to”, equiparando la Statutaria approvata a maggioranza assoluta a un golpe di Soru. Da ricordare ancora e specie oggi, che la nostra legge è praticamente identica, fotocopia di quelle approvate e in vigore in tante altre Regioni. Anzi rafforzava il Consiglio rispetto alla Giunta affidandogli il decisivo potere regolamentare (altrove è in capo al governo) e riservandogli anche l’ultima parole sulle nomine nelle Asl e nei maggiori enti. Se era un golpe, avevano partecipato, col voto favorevole o l’astensione in aula, molti dei 19 consiglieri che lo hanno la consultazione popolare. Tant’è che il centrodestra non chiese il referendum, non si associa alla firma per averlo, inizialmente e anche dopo fece poco o nulla per sostenerlo: ma oggi festeggia una vittoria che è solo un grande autogol per l’autonomia.
Questa è cronaca rigorosa e veritiera: documentata e verificabile. Si andò avanti con l’annuncio che il referendum sarebbe costato alle casse regionali circa dieci milioni di euro, più tutti gli altri soldi tra forze dell’ordine impegnate, scuole chiuse e l’orgia di procedimenti giudiziari fino al doppio pronunciamento della Corte costituzionale. Nel frattempo, la politica e il Consiglio furono bloccati per mesi, durante i quali si scatenò l’offensiva mediatica di regime dello Zunk-group. Infine anche il centrodestra caudatario si schierò per l’abrogazione della legge, sperando di dare la spallata a Sopru. Ma con tutto ciò, alle urne andò 15 per cento circa degli elettori, il 9% esprimendosi contro, il 6% a favore. Neanche la metà del 33 per cento richiesto, dunque quorum non raggiunto. Ma a quel punto i promotori tirarono fuori l’asso nascosto nella manica. Nella legge che imponeva il quorum (quella del 2002, approvata all’unanimità e firmata da Mauro Pili), per una svista materiale degli inetti legislatori, erano rimasti riferimenti allo Statuto e successive norme degli anni 50 i quali prevedevano che, se sottoposta a consultazione popolare, la Statutaria «non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi». Alcuni esperti dissero: mancando il quorum è come se il referendum non si fosse svolto, dunque il governatore deve promulgare la legge. Altri si opposero, perché senza un referendum valido non può esserci neppure la «maggioranza dei voti validi» richiesta dallo Statuto. Con questo escamotage, reso possibile dalla legge sbagliata del 2002, firmata da Pili e mai evocata prima e corretta nel contrasto erroneo, lo stesso Pili poté rivolgersi al rientrante governo Berlusconi non per impugnare la legge ma i modi della promulgazione. Va anche ricordato che i promotori del referendum si erano dichiarati vincitori avendo riportato il 9% per cento di voti contro il 6% di contrari (il centrosinistra si astenne in massa, specularmente come gli elettori del centrodestra: rinnegò le urne l’85% dei sardi).
Conclusione. Una disfatta non di Soru ma dell’autonomia, che resta senza Statutaria dopo averne approvato una a maggioranza assoluta. I promotori del referendum di fatto mossero all’attacco del Consiglio di cui facevano parte, avendo parecchi votato a favore o astenendosi sulla Statutaria: restando praticamente senza alcun seguito tra i cittadini nonostante la forsennata campagna a favore. Allora, niente Statutaria dopo aver impegnato l’assemblea per oltre un anno e fatto spendere una valanga di milioni a vuoto alle casse regionali. Per ritrovarsi quasi da soli fra le Regione a non avere alcuna Statutaria e dover rifare tutto da capo. Sempre che ci si riesca: il precedente della legislatura col Polo di malgoverno fa temere il peggio, a conferma di un Consiglio – tranne questi ultimi anni – indeciso a tutto e buono a nulla, imbelle. Fare e disfare è tutto non lavorare, in un’assembla nullafacente, la più costosa d’Italia:, i suoi oneri a carico nostro si erano impennati del 40 per cento, arrivando a 105 milioni annui, sempre in quella sciagurata legislatura, con Efisio Moro Seduto Serrenti presidente, avendo come vice il glorioso Giacomo Spissu, nel consociativismo dissipatorio e bottegaio che si è sentito colpito e ha duramente reagito contro Renato Soru. Insomma, siamo davanti a una partita a somma sotto zero per un’autonomia ridotta a canile di Arcore dall’asservimenti esiziale al baro Berlusconi della campagna elettorale.
Sentire il patetico Cappellacci in livrea e sorriso melenso commentare “ora si vede che avevamo ragione” , è semplicemente sconfortante. Il poverino finge di non sapere che il venir meno della Statutaria grazie al ricorso del governo (fosse rimasto Prodi non ci sarebbe stato) per cento dei sardi) apre prospettive inquietanti anche per lui. Cade l’incompatibilità sacrosanta tra consigliere ed assessore e ripartirà l’assalto alla diligenza, ritrasformando il Consiglio in arena per assatanati delle poltrone di governo e mercato per ogni mercato di potere. Come accadde nel 1995 alla Giunta Palomba, quando l’incompatibilità applicata per un anno venne cassata con slancio. Cominciarono e si scatenarono all’inverosimile le lotte, in un crescendo di crisi, lacerazioni, stalli che portarono al naufragio una legislatura che tuttavia aveva realizzato grandi conquiste anche con lo Stato e i governi di centrosinistra, frustrati dalla vergognosa ingovernabilità. Come accadde, ma infinitamente peggio e con rovinosi esiti sulla finanza, la moralità e la legalità, nella successiva legislatura regalata al centrodestra. La storia non insegna niente e le brame di potere non sono affatto placata: semmai ingigantite nel Pdl dai cinque anni di digiuno. Altro che festeggiare, è un altro punto di caduta per una Sardegna che affonda grazie agli “impegni” di Berlusconi. E per un’autonomia che presto toccherà il fondo della credibilità dopo una stagione che l’aveva portata a livelli di prestigio esterno mai raggiunti
Gianmichele Nonne
Non entro nella querelle della statutaria, visto che per un presidenzialista come me per certi aspetti poteva andare anche bene. Spero solo che questa sentenza giovi all’esecutivo, e non diventi invece la premessa per il caotico valzer delle poltrone.
FareFuturoFondazione, di cui mi posso umilmente fregiare di farne parte, rappresenta la parte, o meglio una delle parti pensanti del PdL, un Think tank, come dicono gli inglesi. Nei grandi partiti, divenuti ormai dei comitati elettorali, le fondazioni come Fare Futuro sono, la linfa pensante di questi conglomerati politici.
Pensare che FareFuturo, incida palesemente, sull’esecutivo, significa non cogliere il ruolo delle fondazioni nella politica contemporanea.
Le Fondazioni non dettano l’agenda politica dell’esecutivo, bensì tracciano le linee entro il quale presumibilmente, si muoverà l’azione del governo. Fanno formazione politica, e diversamente dal correntismo dei partiti, sono meno legate al carrierismo del politico di turno. Nel panorama politico nazionale devo esser sincero, sono la novità che più positivamente ho accolto.
Credo pertanto che l’esperienza di FareFuturo, si possa portare qua in provincia di Nuoro o in Sardegna. Creando una nostra Fondazione dove elaborare pensieri politici, all’altezza delle sfide del momento.
Bruno
>francesca, leggo tutti i giorni altra voce dell’ amico giorgio melis. ma giorgio è ormai un totale acritico sostenitore di soru, dunque la sua opinione non è particolarmente oggettiva, pr usare un eufemismo. mauro pili, masala ? ma perchè soru ha fatto meglio di loro? ma dove ?
>gianmichele, meglio un’ associazione,una fondazione ha bisogno di un mucchio di denaro… br
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
Ma oggi come oggi scusate che senso ha ancora parlare di questa mummia di Soru nel senso passata, parliamo della nuova giunta e del governo, della crisi, della SS-Olbia, del seggio unico alle europee, dei problemi della Giunta Cappellacci poi la statutaria è andata a quel paese auguri. Giorgio
Antoni su Longu
Adesso il gioco diventa interessante. L’incompatibilità decade e con questa alcuni, pochi o molti assessori. Il primo tiket d’uscita se lo sta conquistando Prato e per gli altri si capirà fra un po’.
Lo spettacolo è appena all’inizio, non perdetevelo…è gratis.
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
Non vorrei essere continuamente critico però la situazione non è delle migliori e poi sarò curioso di vedere se Berlusconi andrà ad Olbia per la campagna elettorale oppure a Nuoro dove la crisi aumenta, oppure se non riusciremo ad eleggere un rappresentante al parlamento europeo cosa dira? Oppure per la SS-Olbia? Oppure oppure oppure dai Noemi Papi :) :) Povera la nostra fiamma piena di polvere negli scafali della storia! Giorgio
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
Bruno non ci credo comunque neanche se mi paghi che non sei deluso e anche molto!! :)
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
PROFESSOR GHEDDAFI!
Se non fosse vero sarebbe da ridere. Ma è tutto vero, il limite del ridicolo è spostato ogni giorno più avanti. Fanno le riforme, promettono meritocrazia ed esempio per i giovani e l’università di Sassari ha trovato la strada giusta per distinguersi decidendo di avviare l’iter per conferire a Gheddafi, leader della Libia, una laurea in legge.
Evidentemente, non paga di avere sottoscritto con il Colonnello un accordo umiliante, tendenzioso e falso in quanto ufficializza di fatto inesistenti crimini italiani durante il periodo in cui la Libia è stata una nostra colonia, le baronie hanno in programma di istituire una specie di nuova facoltà che su facebook è stata opportunamente appellata come prostituzione intellettuale.
Ora si tratta di capire se madame Gelmini acconsentirà a questa scandalosa iniziativa. Il ciarpame si annida negli atenei in maniera avvilente. Facciamo nostro l’appello che sulla rete ha lanciato Elia Pirone a rifiutare questo eroico gesto… Manca solo il collonnello in tv…
Francesco STORACE! Rido per non piangere :)
Quirico Sanna
Caro Bruno, in merito alla “Famosa” associazione, bisogna sbrigarsi…. diversamente ci penserà il grande Giovannino Murgia!
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
:) !!
Antoni su Longu
Un asinello “molente” bisognerebbe regalarlo a Gheddafi, arrazza de homine!
Laurea ad honoris causa de itte? Giurisprudenza!
Cosa e maccos!!!!
Ci stiamo proprio rincoglionendo, sarà il “Global Worming” che causa la desertificazione dei nostri cervelli.
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
>Bruno in primis mi scuso per aver messo il commento su Gheddafi però la cosa è uno scandalo. Comunque io aspetto parole da Cappellacci, giunta, Gelmini, Berlusconi e sarei curioso di sentire il parere di GIANFRANCO FINI! Tu come la vedi questa favola del “Beduino laureato”? :)
Francesca Frau
Se Giorgio Melis è un acritico sostenitore di Soru, si potrebbe dire che lei on. Murgia sia un acritico affondatore di Soru. Per me Soru ha fatto meglio di Pili e Masala (ma io non faccio testo). La questione però è un’altra on. Murgia: chi ha governato meglio la Sardegna nei suoi primi 3 mesi Soru o Cappellacci? Mi risponda(se vuole) obiettivamente però!
Buon pomeriggio Francesca.