No all’identità stracciona, sì alla cultura forte
Ho espresso molte perplessità sullo spostamento del G8 dalla Maddalena a L’Aquila. Non certo per gli amici abruzzesi, ma per le sostanziali ricadute negative per la nostra Isola. Un evento del genere ci avrebbe rilanciato sui grandi mercati internazionali del turismo senza troppa fatica, sarebbe stato il migliore degli spot. In più, non ho ancora capito bene come ci si comporterà con gli imprenditori e tutti coloro i quali erano al lavoro da mesi. Berlusconi ha garantito che le opere infrastrutturali si faranno, a partire dalla Sassari-Olbia. Deleterio non mantenere un sacrosanto impegno per la “strada della morte”.
Ci sono state, per la verità, anche posizioni non conformiste persino nel campo della sinistra. Il prof. Pigliaru ha criticato il governo, ma ha scritto su La Nuova dell’altro giorno che i danni veri erano per La Maddalena, punto e basta. Di diverso avviso il mio amico e collega Luca Barbareschi: infuriato per lo spostamento mi ha detto, al telefono, che non era possibile esportare il terremoto e che la vera Italia non era quella.
Detto questo, c’è qualcosa che non torna in tutta la vicenda. Non ho sopportato il corollario di lamentazioni in stile sardo-sfigato o sardo-piagnone, con la tiritera dell’Italia padrona e cattiva. Molti politici e la gran parte dei commentatori si sono prodotti nel campionario bolso delle recriminazioni. In realtà era contro-propaganda: colpire Berlusconi con argomenti risibili.
Spero che oggi, giornata de “Sa die de Sa Sardigna”, non offra il piatto sardo del conformismo isolano, anche se so che andrà più o meno così.
Lo sviluppo del “sistema Isola” passa da noi stessi e dalla capacità di costruirci le opportunità e di realizzarle concretamente. Questa è la sfida che Cappellacci deve vincere, questo è il mandato ottenuto dai sardi. Tutto il resto è roba già sentita, dibattito di anni e anni fa, che continua sotto mentite spoglie.
Renato Soru ci ha provato. Aveva immaginato una Sardegna e l’ha proposta: ha perso, perché principalmente non ha risolto le contraddizioni insite nella propria visione. Adesso è il nostro turno.
A proposito di culturà e identità.
Mi era sfuggito questo intervento di una scrittrice sarda: Michela Murgia. La mia omonima, giusto per attaccarmi poiché di destra, ammette di esser rimasta a bocca aperta perché ho sostenuto che la destra non si è mai posta il problema della cultura che “genera e organizza il consenso”. Secondo la Murgia la cultura deve produrre consapevolezza democratica (una chiave di interpretazione così sinistra e retrò da far dubitare seriamente dell’età di chi l’ha proposta) e anche dissenso. Michela Murgia si lancia poi in un contorto discorso dal quale si evince che io – noi, la destra da odiare – saremmo a favore dell’utilizzo dei fondi pubblici per comprare il consenso di cui sopra.
Dunque, il succo del mio discorso viene ridotto alla distribuzione di qualche manciata di euro a questo o a quello. Ignorato il profilo totalmente democratico della mia considerazione, ovvero quello di far diventare maggioranza politica e pensiero forte, una proposta minoritaria e inizialmente debole. Con una strategia culturale, basata sullo scontro di idee.
Produrre consenso su idee forti significa non solo propagandare messaggi, ma in minima parte anche indicare delle soluzioni. Come è stato per il Pci per tantissimi anni. Faccio un esempio. Lo scrittore Marcello Fois ha combattuto strenuamente Cappellacci usando argomenti molto forti: ha cercato di lavorare sulle idee per persuadere i sardi a votare per Soru. Ma se questo lavoro lo faccio io, o qualcuno come me, c’è sempre l’autoproclamatosi intellettuale di turno che rimane a bocca aperta.
Il direttore editoriale del Maestrale Giancarlo Porcu ha criticato la mia idea di inserire Attilio Deffenu come padre nobile della destra sarda. Legittimo. Ma Giancarlo non si sognerebbe di dirmi che la cultura non può generare consenso politico, perché saremmo nel campo delle stupidaggini.
Tra le altre cose, penso che l’assessorato guidato da Lucia Baire debba sostenere le iniziative culturali, siano esse festival, cenacoli, iniziative editoriali o altro. L’ importante è che ci sia dibattito e novità, la mia idea della Biblioteca Sarda vuole andare in questa direzione. Se poi questa azione della Regione Sardegna nuova e contemporanea coincida con una coalizione di centrodestra lungimirante e innovativa tanto meglio per il sottoscritto. Agli altri il compito di cogliere le opportunità, liberandosi dei preconcetti e giudicando i risultati senza il velo spesso dell’ipocrisia e della presunzione. A me non piace chi scarta le proposte a priori solo perché provengono da determinate persone. Ho avuto il fegato di leggere dei libri che poi ho trovato brutti, mi aspetto di essere ripagato con la medesima moneta, alla fine del giro.
Chi si preoccupa di come la cultura vede la politica dovrebbe preoccuparsi del contrario. Mi è difficile, in questo caso, uscir fuori dalla seguente metafora: l’intellettuale è uno dei tanti vitelli, che non perde occasione di succhiare il latte dalla mammella della politica. Qualche volta lo fa per convinzione, qualche volta per appetito, spesso per soddisfare la propria vanità e crearsi un ruolo dietro le quinte, che sopperisca alla qualità della propria opera. Il fatto che ciò venga fatto passare come sincero spirito e coinvolgimento democratico o come voglia di partecipare è solo l’altra faccia di una discutibile e malcelata medaglia.

Non sono su Facebook, almeno per il momento. Però, se avessi un profilo, lancerei un gruppo per salvare il direttore del tg 3 Antonio Di Bella. Salvarlo sulla poltrona di direttore ed evitare che qualcuno possa soffiargli il posto, non solo per gli ovvi motivi giornalistici (perchè cambiare i direttori quando cambiano i governi?) ma perchè ho scoperto che Di Bella è un ottimo musicista e uno straordinario cantante, con una voce blues piuttosto forte e chiara.
Fin qui, tutto bene. Ad un certo punto il direttore, ironizzando sulla possibilità della rimozione dalla guida del tg3, dice: “beh, questo è l’inizio della mia carriera politica, insomma, anche se sono in incognito… ma se un giorno dovessi diventare ministro dell’istruzione, abolirei Carducci e Pascoli dalle scuole e farei studiare Caputo, un vero poeta dei girorni nostri”. Applausi a scena aperta…


