Corsi e ricorsi, cambia poco nell’editoria

De Bortoli Reloaded
Se fosse musica parleremmo di plagio. Un plagio nei confronti di sè stessa: copycat, l’editoria che si ripete, si copia a vicenda e sceglie sempre gli stessi uomini, quasi che la produzione dei direttori di giornale si fosse bloccata a favore della meno dispendiosa clonazione.
Ieri tutti i telegiornali della sera annunciavano le Novità. “Ferruccio De Bortoli è il nuovo direttore del Corriere della Sera”, che equivale a dire: “Born to Run è il nuovo singolo di Bruce Springsteen”. Ovviamente non chiediamo che al potere vada la fantasia, e anzi, tutti questi direttori hanno probabilmente i meriti e i requisti per ritornare sul trono dei più prestigiosi giornali… ma come si dice? Manca un pizzico di sale.
Riotta che va dal Tg1 al Sole24 Ore fa nascere spontanea la domanda: chi va al suo posto? La novità, l’unica, potrebbe essere in questa sede, col nuovo presidente RAI Paolo “Redford” Garimberti impegnato a far quadrare il cerchio.
Una cosa è certa l’establishment italiano dell’editoria e della confindustria del Nord guarda a Roma da pari a pari e non si può dire che ci siano più certi conflitti di una volta (ricordate il mitico endorsement di Paolo Mieli in favore di Romano Prodi?). Chissà, staremo a vedere. I più attenti tra voi sapranno leggere anche tra le righe di certi commenti pubblicati oggi, tra i quali segnalo Fabrizio D’Esposito sul Riformista che parla appunto di conclamato “mielismo”.
Nel frattempo però c’è anche una realtà che avanza. L’editoria è forte crisi, c’è un calo netto delle vendite, ma soprattutto della raccolta pubblicitaria. Questo fatto gli esperti lo spiegano per due motivi: a) la crisi economica in atto che mette in difficoltà gli inserzionisti b) la concorrenza spietata di internet.
Pertanto i giornali sono formatori di opinione oggi e, infatti, Mieli come Scalfari hanno avuto la tentazione di fare il king maker, come spiega D’Esposito. Giornali di opinioni dunque, giornali di dibattiti da approfondire in televisione di fronte a schieramenti precostituiti. Su internet invece trovano posto i fatti e i commenti immediati: da quelli formato cinguettio di Twitter a quelli più estesi del liveblogging, che spesso rimandano al giorno seguente un’analisi riassuntiva degli Eventi. I giornali invece sono molto autoreferenziali e rimandano al giorno seguente le referenze portate alle loro opinioni. I fatti, intanto, si conoscono già.
In Italia peraltro i giornali che fanno veramente opinione sono pochi. A volte sono pretenziosi, ho già scritto del modo di incanalare il consenso di Repubblica e di costruire personaggi (Soru ci è caduto in trappola), altre volte prendono della cantonate male interpretando gli eventi.
Forse la storia corre troppo veloce per una scuola di giornalismo che sembra non volersi mai rinnovare.
Comments
Franco
“a) la crisi economica in atto che mette in difficoltà gli inserzionisti b) la concorrenza spietata di internet.”
Io ci aggiungerei last but not least c) la televisione che assorbe una quota enorme degli investimenti pubblicitari.
Quota che non corrisponde ad altre situazioni in Europa. Magari farebbe bene chiedersi perché in Italia è così.
Giorgio Giovanni Gaias Scarpa
Bruno questo argomento si riconduce a quello di ieri ci sono sempre i vecchi, le novità degli ultimi anni sono poche anzi quasi inesistenti il mio sogno è di vedere Luca Telese direttore di Libero o de il Giornale!
kouros
“Grandi giri di valzer, o balli della sedia, fra i maggiori quotidiani e organi di informazione italiani. Dal televisore, Gianni Riotta passa all’organo della Confindustria, il Sole 24 Ore, facendo sperare i lettori del principale quotidiano di informazione economica e finanziaria che finalmente anche Paolo Bonaiuti, protagonista fisso dei suo TG1, possa essere citato anche su quel giornale e diffondere a loro le sue importanti verità. Dal Sole 24 Ore Ferruccio DeBortoli torna dirigere il Corriere della Sera, che già aveva diretto, prima che lo dirigesse Paolo Mieli che già lo aveva diretto prima di lui. Al TG1, il più importante strumento di propaganda governativa, con il massimo numero di consumatori, andrà sicuramente un personaggio scelto dal presidente del consiglio e a lui teneramente devoto. Per riassumere: cinque dei sei principali organi di informazione televisiva italiani, TG1, TG2, TG5, TG4 e Studio Aperto della Rete Uno saranno direttamente controllati da uomini graditi o scelti dal governo o dal Pdl, che sono la stessa cosa, lasciando al TG3, a La7 e a Sky TG24 le bricioline del banchetto. I turisti stranieri andranno a visitarli come oggi si vanno a visitare le riserve indiane negli Stati Uniti, per far vedere che esistono ancora. Il progetto di egemonia gramsciana, leggermente riveduto e corretto dalla P2, si sta realizzando. Buon ascolto a tutti.”
andrea
L’on. Murgia ogni tanto mi stupisce: prima con il post sul Boss, poi con questo bell’articolo sul consesso giornalistico italiota di chiara matrice oligarchica, autoreferenziale e castale. Aggiungo che in Italia il mestiere del giornalista sembra snodarsi attualmente verso due direzioni: il giornalismo istituzionalizzato, retorico, “mieloso” e senza mordente e leccaculistico che non aggiunge nessun respiro al dibattito se non rimborsi (“rimborsi-coscienza” li definirei) in busta paga; e quello d’assalto, di protesta e critica, movimentista, documentato che opera in rete e, più raramente, in orari e luoghi televisi di nicchia. Gli editoriali (quelli che non trattano di politica regionale, che sono di un livello da curva sud) dell’Unione Sarda mi sembra appartengano alla prima categoria. Un unico appunto: Renato Soru non è stato certo inventato da Repubblica e la sua stagione politica in Sardegna è ancora tutta da scrivere: con buona pace delle gerarchie ecclesiastiche, dei massoni, dei salti in balco, degli ultra-settantenni, dei cementificatori mascherati da sviluppisti, delle scuole e cliniche private e, in generale, di questa svolta reazionaria e populista patinata di sorrisi isterici.