Fini pensa a un PDL europeo

Fini pensa a un PDL europeo

Il rischio di rimanere incompreso è grosso, ma la scommessa di Fini vale la pena di essere analizzata meglio. Da tempo il Presidente della Camera si distingue per posizioni eterodosse, rispetto al mainstream del PDL, o meglio, alle posizioni ufficialmente espresse ora dal Governo, ora dai gruppi parlamentari. La domanda che dobbiamo farci è questa. Quanto sono estranee le posizioni di Fini rispetto all’attuale PDL e quanto invece sarebbero coerenti con una visione del PDL futura? Il rischio dell’incomprensione è simile a quello patito da uomini troppo avanti rispetto alla contemporaneità.

Se infatti dessimo uno sguardo appena fuori dall’Italia, provando a sprovincializzare il nostro – quasi assente – dibattito politico sui valori fondanti della nostra coalizione, del nostro essere di centrodestra (che qualcosa significherà no?) noteremmo, a sorpresa ma non troppo, che è proprio Fini ad essere molto più vicino ai grandi partiti conservatori europei. Non solo sul tema del testamento biologico, della bioetica, ma anche sul tema degli immigrati, la cui presa di posizione, da ultimo, gli è costata un velenoso articolo di Stenio Solinas, troppo velenoso per essere considerato sincero.

David Cameron, giovane leader del partito conservatore inglese, reduce da anni di crisi e batoste elettorali, ha modificato la rigida impostazione sull’immigrazione del proprio partito, riconducendo la questione al rapporto tra immigrazione ed economia. C’è un problema di fondo: tutti i paesi europei storici, ricchi, avanzati, come il nostro, la Gran Bretagna, la Francia e la Germania, si sono ritrovati a fronteggiare l’immigrazione proveniente dai paesi appena entrati nella comunità o in via di ingresso (il macrocospico caso dei rumeni in Italia lo dimostra). Con la beffa incassata appena dopo il danno: sono cittadini europei, con tutele pressoché simili alle nostre e zero controlli in entrata. Per cui Cameron ha dichiarato che gli immigrati sono una realistica risorsa per il paese, ma che bisogna fare di più per contenere e assorbire il fenomeno dell’immigrazione dall’est Europa. Il tutto ricollegato al tema del lavoro, se puoi lavorare rimani, altrimenti niente da fare. Una volta ottenuta l’integrazione però il razzismo dovrebbe scomparire e bisognerebbe premiare quegli immigrati che davvero partecipano alla vita civile del paese, anche per isolare gli altri. E’ un concetto che risale addirittura ai rapporti stabiliti dall’impero romano con le genti straniere: salire per gradi nella scala dei diritti, promuovendo sempre chi si integra e si dimostra affidabile. Fini ha questa visione molto aperta, non semplicemente moderna. E’ realistica.

Sui temi della vita, della bioetica, accade lo stesso. Fini desidera un partito sì popolare, sì di centrodestra, sì legato a certi valori e alle tradizioni del nostro mondo occidentale, che è cristiano. Ma come ha scritto persino l’Osservatore Romano, ciò che vuole Fini è un partito scevro di una laicità aggressiva, che si aspetta pari comportamento dalle ali troppo intransigenti del cattolicesimo. Infatti, un partito politico, in una democrazia avanzata, dovrebbe essere laico per definizione: anche la laicità è una conquista del pensiero occidentale. Come la tolleranza: laico, dunque, e rispettoso della religione. Se Fini sente di ribadire questi concetti è perché da qualche parte vede una deviazione che può portare solo problemi alla futura costruzione del PDL. Un PDL che, come ha scritto bene Campi, sul Secolo d’Italia, dev’essere libero, aperto al dibattito, e in grado di discutere di posizioni avanzate come queste. Soprattutto se provengono da una persona come Fini, che mi sembra si sia guadagnato il diritto di poter esprimere liberamente la propria opinione, senza venir tacciato di eresia dai giornali vicini alla coalizione.

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