Baricco ha una ricetta per la cultura italiana

Baricco ha una ricetta per la cultura italiana

Intervento lungo e corposo di Alessandro Baricco, su Repubblica, a proposito del finanziamento pubblico alla cultura. Ritengo interessante il suo punto di vista. Nei giorni scorsi a Otto e Mezzo, il maestro Uto Ughi, lamentava il fatto che la musica contemporanea, quella colta, fosse in declino nel nostro paese. La diminuzione delle grandi orchestre sinfoniche, diceva, era un segnale sconfortante. La proposta di Ughi, diversamente da quella radicale di Baricco, era quella di rifare un’operazione culturale. Baricco chiede di guardare alla realtà con franchezza e di spostare la cultura verso luoghi di attenzione più consoni al pubblico moderno. Per Ughi sarebbe necessario promuovere la musica nelle scuole, perché chi esce dal conservatorio, non lavora con ciò che ha studiato e questo è – indubbiamente – grave. Se riabituassimo la gente ad ascoltare la bella musica, ad andare ai concerti, a teatro per vedere l’opera, sicuramente si moltiplicherebbe il gusto e quindi anche l’occasione di ascolto e di conseguenza ci sarebbe più lavoro per chi la musica la fa.

L’idea di Baricco è quella di “teletrasportare” questa cultura da luoghi stabili (gestiti male, con grande spreco di denaro pubblico, aggiunge) a luoghi dinamici, una rivoluzione 2.0 della ingrigita cultura, fatta di enti e istituzioni autoreferenziali, direttamente legate alla politica.

Per cui, dai teatri stabili si va nelle scuole e nella tv, chiedendo alla seconda, soprattutto, di diffondere una cultura per un pubblico variegato, a dispetto dell’audience, o meglio, confrontandosi con esso. E’ un po’ contraddittorio e miope secondo me:

“Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.”

Suona provocatorio. Ma se la gente va poco a teatro guarderà poco il teatro alla tv, che è uno specchio abbastanza fedele dei comportamenti (e giustamente, direi in maniera inaspettata, Baricco ritiene che Berlusconi e le sue tv siano più una conseguenza, che una causa di certi comportamenti consumistici, anche culturali). Una volta Rai Uno tentò l’esperimento della musica classica in prima serata: fallì miseramente. Se non ti guarda o non ti ascolta nessuno, se non pochissimi, si rischia di ricadere nell’elitismo. Per Uto Ughi la soluzione è una sorta di rivoluzione culturale, non del tutto sbagliata nei presupposti, anzi, meritevole, dato che lui si da molto da fare organizzando eventi. Ma sono proprio questi eventi che, a leggere Baricco, sono inutili per perseguire gli scopi della cultura, che lui enuncia bene all’inizio.

In fondo Baricco non nasconde la sua intenzione pedagogica: formare i giovani alla cultura nei luoghi dove apprendono qualcosa (a scuola e in tv). Un tratto che impone una questione ancora più ampia: domandarsi quale cultura far crescere e far passare, per mantenere alto un profilo democratico.

Per quanto mi riguarda concordo in alcune cose (troppi sprechi, cattive gestioni, scarsi risultati), ma non generalizzerei troppo, proprio perché il rischio è quello di lasciare a piedi persone che onestamente portano avanti progetti culturali, che magari, inconosciamente, perseguono almeno uno dei tre obbiettivi ribaditi da Baricco.

Finanzierei le piccole attività e fisserei un tetto ai grandi teatri di stato che succhiano soldi per i soliti noti, insomma cercherei di mandare un messaggio positivo per chi ha idee e attraverso quei soldi pubblici riuscire a stare sul mercato. Tenendo bene a mente anche il consiglio di Uto Ughi: l’arte e la cultura vanno valorizzate, al fine di generare reddito (che è la miglior spinta per difenderle).

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