Entries from: febbraio 2009

G. Porcu interviene sulla biblioteca nazionale sarda

Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Bruno,

la mia lontananza politica da te e dalla parte che rappresenti non m’impedisce di salutare benevolmente l’idea di una Biblioteca Nazionale Sarda (BNS), se non altro perché si tratta di un gesto progettuale che rivela una concreta sensibilità nei confronti della nostra cultura. Ho, però, alcune obbiezioni da muovere all’idea.

Senz’ombra di polemica peri-elettorale, avverto che l’idea non costituisce una novità rispetto alla Sardegna Digital Library concepita sotto l’amministrazione Soru, operazione meritoria che penso possa avere la tua approvazione.

Le novità della tua proposta sono invece: [1] la costruzione “in senso fisico” di un luogo deputato alla conservazione/fruizione e [2] la nomina di un consesso formato da “personalità di chiara fama” che presieda ai contenuti e al funzionamento della BNS.

Per quanto riguarda il punto [1], l’intento ha un alto valore simbolico: una sede fisica, magari monumentale, emblema di un intero patrimonio culturale. Però, sotto questo profilo e pensando al bene librario, tale collettore, in senso proprio materiale, si sovrapporrebbe, ad esempio, alle biblioteche Universitarie di Cagliari e Sassari (o, per fare un altro esempio, alla biblioteca Studi Sardi di Cagliari); inoltre, questi luoghi – e consimili – conservano spesso in testimoni rari, quando non unici, pezzi importanti della letteratura e della storiografia di Sardegna, in una misura tale che il “catalogo” della tua BNS risulterebbe gravemente lacunoso. Sul fronte etnologico, poi, t’invito a considerare la collisione con l’ISRE e relativa struttura museale. Questo discorso implica anche quello della territorialità, e scherzosamente potrei limitarmi a domandare: la Biblioteca Nazionale Sarda sarebbe un castello di Casteddu?

Torna così la soluzione della digitalizzazione, laddove la BNS rappresenterebbe una vasta collezione culturale che possa avvalersi, attraverso riproduzione, di altre collezioni; torna insomma la “digital library”, strumento da sfruttare meglio, affiancandogli strutture fisiche di fruizione (ché non è ancora così vasto il popolo online) e senza andare “a sentimento” riguardo ai contenuti.

Qui entra in gioco la novità n. [2] della tua proposta, per intenderci quella del “consiglio di saggi”. Il “chiara fama” che citi quale attributo dei membri del suddetto consiglio mi ribadisce il valore simbolico (che non vuol dire “vuoto”) della tua idea. Anche qui i pericoli non mancano, nella costituzione di una corona di sacerdoti identitari. E occorre intendersi sul “chiara fama”, che, se misurato solo sui curricula accademici (e ho detto “solo”: l’accademia non è tutta uguale, come tante sono le risorse extra-accademiche), preluderebbe a un abbraccio mortale.

Giancarlo Porcu, direttore editoriale Edizioni Il Maestrale.

*** Caro Giancarlo, ti ringrazio per l’intervento. La proposta è ancora in vitro e pertanto ogni suggerimento è ben accetto. La sede fisica, per quanto possa contrastare sull’aspetto dei libri con le biblioteche universitarie, non è meramente simbolica. E non è simbolica l’attribuzione della direzione a personalità meritevoli, che si sono conquistate sul campo della cultura questo merito. E’ un modo come un altro per provare a fare le cose seriamente. La Biblioteca Nazionale Sarda, anche come luogo fisico della nostra memoria collettiva e del nostro patrimonio di saperi, non avrà certo una funzione concorrenziale rispetto ad altri centri di cultura, ne intende coordinarli, dato che le biblioteche universitarie rimangono nell’ambito dell’autonomia gestionale degli atenei. Ma di questo e altro sono certo si potrà parlare in futuro.

**** ps.: Oggi importante incontro a Oristano.

Fini e la sua visione del PDL

Fini pensa a un PDL europeo

Fini pensa a un PDL europeo

Il rischio di rimanere incompreso è grosso, ma la scommessa di Fini vale la pena di essere analizzata meglio. Da tempo il Presidente della Camera si distingue per posizioni eterodosse, rispetto al mainstream del PDL, o meglio, alle posizioni ufficialmente espresse ora dal Governo, ora dai gruppi parlamentari. La domanda che dobbiamo farci è questa. Quanto sono estranee le posizioni di Fini rispetto all’attuale PDL e quanto invece sarebbero coerenti con una visione del PDL futura? Il rischio dell’incomprensione è simile a quello patito da uomini troppo avanti rispetto alla contemporaneità.

Se infatti dessimo uno sguardo appena fuori dall’Italia, provando a sprovincializzare il nostro – quasi assente – dibattito politico sui valori fondanti della nostra coalizione, del nostro essere di centrodestra (che qualcosa significherà no?) noteremmo, a sorpresa ma non troppo, che è proprio Fini ad essere molto più vicino ai grandi partiti conservatori europei. Non solo sul tema del testamento biologico, della bioetica, ma anche sul tema degli immigrati, la cui presa di posizione, da ultimo, gli è costata un velenoso articolo di Stenio Solinas, troppo velenoso per essere considerato sincero. Continue reading »

Il progetto del PDL sardo

In attesa del pdl sardo

In attesa del pdl sardo

In attesa del Congresso regionale, che si terrà dopo il congresso nazionale, ecco le idee che intendo portare avanti per definire meglio il nuovo progetto. Una cornice dentro la quale portare quattro proposte per la Sardegna, anche di carattere programmatico. Questo è un sunto, nei documenti ho già espresso qualche idea in merito, ci sarà un documento riassuntivo, più asciutto, che presenterà le proposte in modo analitico.

La cornice: Il PDL sardo dev’essere il Partito del Popolo Sardo: autonomista, aperto e democratico. Dev’essere differente dal PDL nazionale a causa della sua specificità identitaria, una declinazione sarda del partito italiano, con le sue caratteristiche. Questo perché in Sardegna sperimentiamo alleanze con forze locali o iniziamo a sperimentarle con una grande forza storica autonomista, come il PSD’AZ. Il Partito del Popolo Sardo, dev’essere pertanto in grado di possedere una propria  identità, una propria indipendenza decisionale, dev’essere in grado di formare classi dirigenti sarde, preparate a governare il nostro territorio. Un partito conservatore si, ma non retrogrado. In grado di corrispondere, con le sue diverse voci, alle problematiche della società.

La parte programmatica si fonda su quattro voci, per quanto mi riguarda:

1) Ambiente e turismo: dobbiamo mostrare la formula per coniugare la conservazione dell’ambiente con lo sviluppo turistico. L’equivoco principale sorge dal fatto che in molti sostengono l’equivalenza turismo=coste (molti anche della mia parte). Non è così: l’equazione è turismo=sviluppo e coste=interno. Bisogna cioé fare un grande sforzo promozionale, culturale, economico, per rendere fruibile l’interno, in modo da liberare le coste dal sovraffollamento, ammesso che vi sia, senza per questo diminuire l’afflusso turistico. Migliorare le reti viarie interne, i collegamenti, mettere in rete gli eventi, allungare la stagione, proteggere i nostri prodotti, promuovere la nostra isola, sfruttare le potenzialità del marketing online, patrocinare la cultura. L’ambiente va considerato non come una campana di vetro, che sarebbe preferibile veder deserta – era il pensiero di Soru. L’ambiente è anche dove viviamo, non possiamo sradicarci da qui. Per cui: strumenti flessibili e non rigidi, concertazione costante con gli enti locali, blocchi più severi dove servono, bonifiche, recuperi e divieto di nuove costruzioni in presenza di abusi edilizi non sanati.

2) Agricoltura, artigianato e allevamento: una politica costante di sostegno a tutte le aziende in difficoltà, valorizzazione dei prodotti sardi, a partire dalla pecora sarda, che è specifica. Sostegno ai distretti artigianali: cave, sughero e altri settori in difficoltà.

3) Università e sviluppo integrato: le università devono servire a laureare giovani in grado di operare nel territorio, con una preparazione coerente con la nostra economia attuale e con quella che vogliamo instaurare. Salvare il salvabile per quanto riguarda l’industria, non propriamente ecologica, portare a casa quante più assunzioni possibili, riconvertire le imprese in difficoltà in settori compatibili con l’ambiente. Aprire a delle farm tecnologiche a basso impatto ambientale, creare dei corsi universitari in grado di soddisfare l’eventuale domanda di lavoro.

4) Cultura: patrocinare gli eventi culturali. Costruira la Biblioteca Nazionale Sarda, in senso fisico, non solo digitale, che ha il compito di preservare il nostro patrimonio culturale, creando delle copie digitali, per archivio e mettendolo a disposizione degli studiosi e del pubblico. Una Biblioteca che conservi tutto: dalle arti ai saperi, dalla musica all’enogastronomia, dai costumi tradizionali fino alle feste religiose, dal diritto al canto a tenore. Affidata a personalità di chiara fama: studiosi, storici, antropologi, filologi.

Questi 4 punti, che sono chiaramente espandibili in diverse direzioni, anche programmatiche, dovrebbero rappresentare l’impronta identitaria del partito del popolo sardo. Ed è ciò che intendo portare avanti.

UPDATE. Cappellacci sulla possibilità di una centrale nucleare nell’ Isola: «Devono passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile. comunque Berlusconi manterrà le promesse»

Ancora sul testamento biologico

Beppe Pisanu non voterà la legge sul testamento biologico

Beppe Pisanu non voterà la legge sul testamento biologico

La questione, in fondo, è molto semplice. Cosa farei se un domani avessi un brutto incidente e fossi ridotto in una situazione di stato vegetativo permanente? Mi piacerebbe vivere e pesare sui miei familiari? Mi piacerebbe vegetare senza scampo? Potrei rispondere in molti modi. Sì, no, lascerei l’ultima parola ai miei.

Ecco perchè sono sempre stato favorevole al testamento biologico. Uno decide preventivamente. Firma un atto e stabilisce: restare o andare via. Ho il pieno controllo del mio corpo, altrimenti che testamento sarebbe? Mi rendo anche conto che ci vuole una certa maturità per compiere scelte del genere. Ma per questo ci sono già le regole del codice civile.

Prendiamo il caso di scuola Englaro. Il signor Englaro ha deciso di sospendere l’idratazione e l’alimentazione della figlia. E’ stata una scelta razionale, basata sulla presunta volontà espressa dalla figlia. Io non l’avrei fatto mai e poi mai. Avrei però esposto il corpo della figlia, fotografato da Oliviero Toscani: può darsi che quella immagine avrebbe avuto molta più efficacia delle comparsate televisive di Englaro.

Adesso la proposta del Pdl contiene molte buone cose e un’altra che non riesco a capire. E cioè l’obbligo di idratare e alimentare il malato. Questa norma cozza con la volontà testamentaria: o il corpo è pienamente disponibile oppure no. Ci fa fare un passo in avanti? Ho molti dubbi, voglio rifletterci sopra.

Ieri, in un’ intervista a Rainews, Beppe Pisanu ha detto cose quasi soprendenti per un cattolico. Fanno il paio con la posizione del presidente Fini che invoca libertà di coscienza. Pisanu dice che nessuna legge è meglio di una legge, che le decisioni vanno prese in scienza e coscienza. Non sono d’accordo completamente: il testamento biologico, senza altri obblighi, potrebbe essere la soluzione. Molte manovre intorno alla legge puzzano di politica, non mi piacciono. Importante che si precisi sempre che l’eutanasia nel nostro ordinamento non è ammessa. Ne oggi, né per quanto mi riguarda, nemmeno domani.

Le condizioni del carcere di Badu ‘e Carros

Interrogazione a risposta scritta.

Bruno Murgia – Al Ministro della Giustizia.
Per sapere, premesso che:

- nel carcere di Badu ‘e Carros oltre il 40% dei detenuti sono detenuti speciali e pericolosi;

- rispetto a un organico ministeriale previsto di 211 unità, ci si trova a far servizio in 194 unità;

- il quadro viene aggravato dal fatto che l’organico e’ stato determinato in proporzione ai detenuti e non tenendo conto dei posti effettivi di servizio che necessariamente vanno coperti per assicurare le condizioni minime di sicurezza;

- anche la sezione femminile, che dovrebbe ospitare 10-12 detenute, attualmente ne ospita quasi il doppio, ed essendo la struttura ubicata su due piani, l’unica agente che vi presta servizio oltre a sobbarcarsi del controllo delle detenute, ha anche il compito di vigilanza ai vari corsi scolastici, nonché’ i passeggi e le sale ricreative;

- se la situazione di Badu e Carros e’ grave, l’istituto di Mamone non può certo vantare tratti migliori;

- infatti a fronte di una dotazione organica di circa 110 unità di polizia penitenziaria si e’ in presenza di un carico di detenuti di 300 unità, proiettate a circa 500 in un imminente futuro;

- a ciò si aggiunga l’assenza di un direttore in pianta stabile, di un Commissario di polizia penitenziaria, e ciò determina un quadro di instabilità ed incertezza nei ruoli chiave rendendo impossibile qualunque azione programmatoria di lungo periodo impedendo così, di fatto, di definire una stabile organizzazione della struttura;

- inoltre il contesto risulta esasperato sia dall’assenza di personale amministrativo, che pone in carico agli operatori di polizia penitenziaria tale attività distogliendo ulteriori forze dal servizio istituzionale, sia dagli interventi di traduzione e piantonamento (circa 300 solo nel 2008 ) espletati oltre all’Istituto di Mamone anche a supporto degli altri istituti;

- a fronte di una prestazione indispensabile e pretesa per assicurare le funzionalità dei servizi, non trovi corrispondenza il trattamento economico dovuto ;

quali misure intenda adottare il Ministero affinché i carceri citati in premessa, non vengano identificati come luoghi di insicurezza, dove si registrano condizioni igieniche insufficienti, completa assenza delle più elementari misure di sicurezza nei luoghi di lavoro, degrado, abbandono e sovraffollamento;

quali azioni intende intraprendere il Governo per far si che l’immagine dei suddetti istituti penitenziari non sia quella conseguente alla politica del disinteresse e dell’abbandono e che condanni, anche modelli dalle grandi potenzialità di recupero – come Mamone – alla morte per inedia;

se il Governo, ed il nuovo Governatore della Sardegna, abbiano intenzione di dar seguito all’accordo, siglato nel 2005 tra giunta regionale e amministrazione penitenziaria, per dare più vivibilità alle carceri e costruire la rete necessaria attorno ai detenuti, anche una volta fuori dal carcere;

se le Istituzioni interessate non ritengano necessario porre fine a questo quadro di incertezza derivante anche da un organizzazione del lavoro che comporta, non solo la rinuncia sostanziale ai riposi ed alle ferie, ma continue e spossanti prestazioni straordinarie che non vengono compensate perché abbondantemente fuori i tetti massimi sanciti dall’Amministrazione Centrale.

Baricco e il futuro della cultura in Italia

Baricco ha una ricetta per la cultura italiana

Baricco ha una ricetta per la cultura italiana

Intervento lungo e corposo di Alessandro Baricco, su Repubblica, a proposito del finanziamento pubblico alla cultura. Ritengo interessante il suo punto di vista. Nei giorni scorsi a Otto e Mezzo, il maestro Uto Ughi, lamentava il fatto che la musica contemporanea, quella colta, fosse in declino nel nostro paese. La diminuzione delle grandi orchestre sinfoniche, diceva, era un segnale sconfortante. La proposta di Ughi, diversamente da quella radicale di Baricco, era quella di rifare un’operazione culturale. Baricco chiede di guardare alla realtà con franchezza e di spostare la cultura verso luoghi di attenzione più consoni al pubblico moderno. Per Ughi sarebbe necessario promuovere la musica nelle scuole, perché chi esce dal conservatorio, non lavora con ciò che ha studiato e questo è – indubbiamente – grave. Se riabituassimo la gente ad ascoltare la bella musica, ad andare ai concerti, a teatro per vedere l’opera, sicuramente si moltiplicherebbe il gusto e quindi anche l’occasione di ascolto e di conseguenza ci sarebbe più lavoro per chi la musica la fa.

L’idea di Baricco è quella di “teletrasportare” questa cultura da luoghi stabili (gestiti male, con grande spreco di denaro pubblico, aggiunge) a luoghi dinamici, una rivoluzione 2.0 della ingrigita cultura, fatta di enti e istituzioni autoreferenziali, direttamente legate alla politica.

Per cui, dai teatri stabili si va nelle scuole e nella tv, chiedendo alla seconda, soprattutto, di diffondere una cultura per un pubblico variegato, a dispetto dell’audience, o meglio, confrontandosi con esso. E’ un po’ contraddittorio e miope secondo me:

“Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell’Auditel.”

Suona provocatorio. Ma se la gente va poco a teatro guarderà poco il teatro alla tv, che è uno specchio abbastanza fedele dei comportamenti (e giustamente, direi in maniera inaspettata, Baricco ritiene che Berlusconi e le sue tv siano più una conseguenza, che una causa di certi comportamenti consumistici, anche culturali). Una volta Rai Uno tentò l’esperimento della musica classica in prima serata: fallì miseramente. Se non ti guarda o non ti ascolta nessuno, se non pochissimi, si rischia di ricadere nell’elitismo. Per Uto Ughi la soluzione è una sorta di rivoluzione culturale, non del tutto sbagliata nei presupposti, anzi, meritevole, dato che lui si da molto da fare organizzando eventi. Ma sono proprio questi eventi che, a leggere Baricco, sono inutili per perseguire gli scopi della cultura, che lui enuncia bene all’inizio.

In fondo Baricco non nasconde la sua intenzione pedagogica: formare i giovani alla cultura nei luoghi dove apprendono qualcosa (a scuola e in tv). Un tratto che impone una questione ancora più ampia: domandarsi quale cultura far crescere e far passare, per mantenere alto un profilo democratico.

Per quanto mi riguarda concordo in alcune cose (troppi sprechi, cattive gestioni, scarsi risultati), ma non generalizzerei troppo, proprio perché il rischio è quello di lasciare a piedi persone che onestamente portano avanti progetti culturali, che magari, inconosciamente, perseguono almeno uno dei tre obbiettivi ribaditi da Baricco.

Finanzierei le piccole attività e fisserei un tetto ai grandi teatri di stato che succhiano soldi per i soliti noti, insomma cercherei di mandare un messaggio positivo per chi ha idee e attraverso quei soldi pubblici riuscire a stare sul mercato. Tenendo bene a mente anche il consiglio di Uto Ughi: l’arte e la cultura vanno valorizzate, al fine di generare reddito (che è la miglior spinta per difenderle).

Perché il PD è un progetto morto

Parisi gioca a fare il leader

Parisi gioca a fare il leader

Alla base della crisi del PD c’è un grosso equivoco e l’idea che sia un progetto morto in partenza, dando ragione a chi la considerava una fusione a freddo, è abbastanza insistente.

1 – Sono sempre democristiani e comunisti. Ognuno con una propria storia, con un proprio percorso culturale, con una diversa visione del mondo.

2 – Il partito non ha una linea chiara, approfittando dell’essere all’opposizione se ne lava le mani di tutte le questioni, navigando a vista.

3 – Le posizioni dell’ala centrista sono più adatte a un partito di centrodestra.

4 – Le posizioni della sinistra socialista sono totalmente inesistenti, schiacciate dal dogma del “si vince al centro dello schieramento”

5 – Le posizioni dominanti, frutto di un rinunciatario compromesso intellettuale, si esprimono al centro, il centro è rappresentato da personaggi con poco carisma e spessore (Rutelli, Parisi, Franceschini).

6 – Il vero leader che metterebbe d’accordo tutti è D’Alema, ma gioca a fare il king maker dietro le quinte e vorrebbe una impronta realmente riformista. Un leader presunto come Enrico Letta, che non si capisce cosa voglia veramente, vuole un partito di centro.

7 – La sinistra è salottiera: lo ha confermato il caso Soru. Tende a farsi etero-dirigere da personaggi privi di consenso. Veltroni ha peggiorato la situazione mettendo nei posti decisionali persone come Sofri, Lerner, Colaninno. Indubbiamente interessanti sotto ogni aspetto, ma incapaci di costruire una leadership e di fondarla sul consenso, come Berlusconi.

8 – Di fronte alle gravi crisi la classe dirigente tende a salvare sé stessa, prolungando degli schemi già visti. Non si fida dei leader locali. I giovani rampanti giocano una partita che, da fuori, sembra volta solo alla soddisfazione personale.

9 – Il PD ha scelto di diventare maggioritario per vocazione, ignorando il dato storico delle elezioni italiane: la sinistra unita, pure con la vecchia sinistra della DC, non può avere la maggioranza. Può sperare in un sistema elettorale maggioritario, ma deve comunque adottare una strategia per vincere: o pesca tutti i voti della sinistra, oppure tutti i voti del centro. Ma il centro è già occupato…

10 – Il PD soffre molto Berlusconi e nonostante le primarie, non consente di stabilire una leadership coerente con gli obbiettivi posti all’inizio. Il meglio che possono sperare – sembra paradossale – è un ritorno di Romano Prodi. L’unico in grado di tenere uniti – si fa per dire – coloro che hanno interessi e aspirazioni diversi.

“Un mandato contro la crisi”, intervista a Bruno Murgia

D: Anche lei ritiene che i sardi abbiano votato guardando alla scena nazionale?
B: Si, questo voto è stato fortemente politicizzato. Tanti cittadini hanno votato il solo simbolo del PDL, quasi si trattasse di politiche.

D: Hanno votato per il Governo?
B: Secondo me hanno contato due aspetti: la crisi, che si inserisce in una crisi globale e che anche in Sardegna ha bloccato il sistema delle imprese e le scelte di Soru. Penso al piano paesaggistico, che ha imposto vincoli strettissimi e che però la passata giunta ha sottoposto a deroghe per i cosiddetti “poteri forti”. Non dimentichiamo chi è Soru: proprietario dell’Unità, molto amico di De Benedetti…

D: Pensa che in questo Soru sia lo specchio della sinistra nazionale?
B: Loro hanno totalmente perso il polso della situazione. Soru è andato a Bologna a una manifestazione con gli intellettuali, pensando che con due persone con la giacchetta “figa” si va sui giornali e si prendono voti. Quest’immagine del Soru dai lunghi silenzi, intellettuale e senza fronzoli, per carità, farà pure effetto, ma la morale della faccenda è che i bisogni sono altri e la politica deve rispondere a questi. E i sardi si sono rivolti al governo nazionale e regionale del PDL per farvi fronte.

D: E l’antiberlusconismo?
B: Anche quello è stato una scelta perdente. Erano anni che non lo si percepiva in maniera così forte.

D: Perché Soru ha spinto tanto su questo tasto?
B: E’ stato in linea con Veltroni, che non fa passare giorno senza parlare di Berlusconi. Invece, i sardi la presenza di Berlusconi l’hanno gradita e non a caso questo voto oltre a Soru ha messo in crisi Veltroni.

D: Quanto ha pesato il premier su questa vittoria?
B: Indubbiamente ha pesato molto. Ma qui c’è stato un impegno di tutta la classe dirigente nazionale del PDL. Il progetto del partito unitario ne esce confermato, i cittadini si dimostrano sempre più avanti di noi, gradiscono il PDL, poi magari fanno le loro scelte sugli uomini, ma credono nel bipartitismo.

D: C’è chi sostiene che le alte percentuali prese da partiti come l’UDC o i Riformatori siano un segnale opposto…
B: I Riformatori sono un partito molto radicato che alle regionali si presenta con una propria lista, ma normalmente alle politiche i suoi esponenti corrono con noi. Anche l’UDC ha candidati molto radicati e in Sardegna va meglio che altrove, ma credo che nel risultato di questa tornata elettorale abbia contato il fatto che era in coalizione con noi. Questo li ha rafforzati,

D: Cosa pensato del fatto che Soru ha preso più voti della coalizione e Cappellacci meno?
B: Che il risultato di Soru è l’ennesima dimostrazione della crisi fortissima del PD. Per Cappellacci il punto è che non era conosciutissimo e la campagna elettorale è stata anticipata, breve, fatta in condizioni incredibili. Ne ha pagato lo scotto e il PDL è stato trainante, ma questo non leva nulla al valore della sua candidatura.

Il Secolo d’Italia, 18 Febbraio 2009

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E Marcello nun ce vuole sta

Tratto dall’Unità del 16 Febbraio, un giornale reduce da una figuraccia internazionale di notevole entità e passato in mano a Soru nello scorso anno.

Lo spoglio minuto per minuto: le sezioni di Sassari, quelle di Cagliari – «feudo di massoni e costruttori» – e poi quelle di Nuoro, Olbia, e a seguire le altre in tutta l’isola. Un pomeriggio di attese e speranze per Marcello Fois, scrittore, giallista, sardo di nascita e cultura, bolognese d’adozione.

Solo in serata, a risultato quasi definitivo, arriva il momento della riflessione e dei commenti. Ed è l’ora dell’amarezza. «Questa vittoria per la Sardegna significa guai grossi. Sono enormemente deluso. Ugo Cappellacci, per bocca del premier Silvio Berlusconi, ha promesso un’autonomia non in grado di assicurare. Alla prima difficoltà dovrà chiedere aiuto a Roma, e la gente lo manderà a casa, come è accaduto con Mauro Pili. In quel caso si è trattato di uno scontro sollevato dalla questione delle scorie nucleari. E potrebbe essere così anche per Cappellacci».

La convinzione di Fois è che l’impegno di Cappellacci sia fondato solo su un calcolo di utilitarismo politico, senza riscontri futuri sul  territorio. «Il fatto è che come presidente non può pensare di garantire l’autonomia dell’isola prendendo ordini da Arcore o da Roma – dice Fois -  E purtroppo è questo lo scenario prevedibile. Del resto l’ho sempre sostenuto: il programma di Cappellacci è stato fondato su tre punti: i viaggi Cagliari- Roma; i viaggi Cagliari-Arcore; i viaggi Cagliari – Porto Rotondo».

Lo scenario viene descritto in modo pessimo: «Per noi sarà un disastro: cementificheranno tutto ciò che è possibile. E mi spiace davvero pensare che i sardi non hanno capito la prospettiva  della politica di Renato Soru, una politica di sostanza e non di spot. Una politica che chiede a tutti di rimboccarsi le maniche, di lavorare sodo, per fare cose importanti. Per far crescere la Sardegna».

Nel caso di vittoria di Soru, secondo il giallista sarebbe stato premiato «un grande lavoro, un serio lavoro. Lontano da qualunque ruffianeria e centrato sugli interessi reali della Sardegna». E fa esempi precisi: «Sull’istruzione c’è stato un impegno eccezionale, che ha portato la Sardegna più avanti di altre regioni italiane. Tremila ragazzi sono stati mandati a studiare all’estero. Poi la modernizzazione delle infrastrutture, l’intervento sulle nuove tecnologie, il risparmio sul bilancio regionale – 40% in 4 anni – la difesa dell’ambiente».

Ma il premio non c’è stato e, al Pd, Fois non lesina qualche accusa: «Se si è arrivati a questo punto è anche colpa di una fronda del Pd, che ha ostacolato Soru. Dovrebbe pagare un prezzo politico per questo». E poi? «A questo punto considerato il risultato e il fatto che i sardi non hanno capito o apprezzato questa politica,  consiglio a Soru di lasciare la situazione a chi se la merita. E occuparsi della politica nazionale. Certo avrei preferito fosse rimasto in Sardegna, per continuare quello che aveva cominciato. Ma ora spero almeno che la sua politica possa trovare spazio altrove».

IN RILIEVO: LE PRIORITA’ DELLA NUOVA GIUNTA

  • Crisi dell’industria e lavoro
  • Povertà
  • Nuovo metodo di governo con i comuni

Perché ha perso Renato Soru

Cappellacci può sorridere: il centrodestra ha stravinto.

Cappellacci può sorridere: il centrodestra ha stravinto.

1) Durante la campagna elettorale avevo detto che Soru era un “bluff”, che non bastava presentarsi nei salotti televisivi della sinistra salottiera per aumentare il proprio consenso. Certa sinistra adulatrice e servile alimenta solo una considerazione di sè in modo eccessivo. Soru ne è rimasto travolto e si è messo a giocare contro Berlusconi, ignorando Cappellacci, che si è preso una severa rivincita.

2) Il voto disgiunto è un meccanismo perverso, non tanto negli effetti, quanto in relazione alla campagna elettorale e Soru lo ha totalmente frainteso. Ha si proposto una coalizione allargata, ma ha pensato bene di sostituirsi al proprio partito di riferimento (il PD), favorendo il proprio insuccesso.

3) Infatti, il voto disgiunto consente di ottenere molte preferenze personali dei singoli candidati, i quali possono chiedere il voto anche a coloro che vogliono votare un altro presidente. Le elezioni regionali si trasformano in grandi elezioni comunali, nelle quali conta principalmente l’effetto di trascinamento. Un PD lesionato dalla faida interna, che ha visto Soru al centro di tutto, non è proprio il massimo su cui far conto.

4) Nel voto del presidente Soru ha sbagliato a sfidare Berlusconi. Non si è curato di Cappellacci, che invece lo ha demolito, grazie a una campagna elettorale efficace, giocata bene, e un’immagine di persona perbene qual è (nonostante gli insulti ricevuti), umile, che ha saputo battere un candidato enormemente più conosciuto di lui.

5) Soru non è così valido come sembra. Probabilmente ha più le doti di uomo di governo che di capo-popolo. Anche se il governo che preferisce è quello personalistico, nel quale non siano presenti voci discordanti. Si è illuso di poter battere Berlusconi, lui come tanti altri presunti leader della Sardegna, fallendo clamorosamente.

6) Il motivo principale è l’ultimo che elenco: Soru non ha capito l’anima profonda dei sardi. Alla fine sembrava il classico tipo che “sa tutto lui” e che i sardi hanno imparato bene a disprezzare, perchè il motto dei sardi è “solidaristico” per natura: fortza paris. Troppa protervia, troppa superbia e troppa presunzione. Ingiustificate, tra le altre cose. Ha parlato in tv e sui giornali di una Sardegna “isola felice”, inesistente. E mentre lui parlava di queste scelte, gli scioperi aumentavano, le fabbriche chiudevano. Totalmente fuori dal mondo.