Di Attilio Deffenu, a Nuoro, è rimasta solo la via. Nessuno se lo ricorda più. I ragazzi delle scuole sanno solo che è, in certi casi, il personaggio che ha dato il nome all’istituto. Poi più niente. Nel resto dell’Isola neanche a parlarne. Il motivo è tutto sommato semplice. Decenni di cultura marxista e operaista hanno cancellato la possibilità che nell’Isola potesse crescere un concetto di autonomia senza per forza essere retaggio sardo-comunista.

Non ne abbiamo la controprova storico-culturale: è però probabile che Deffenu potesse diventare quell’intellettuale con la I maiuscola che è mancato ai sardi. L’eroica fine sul Piave ha concluso una storia già delineata, soprattutto attraverso le colonne della rivista “Sardegna”.

Deffenu univa i pensieri alle azioni. Per questo morì sul Piave. Quello era il suo posto e quella la dimensione di sardo che combatte per l’Italia, con onore e senza retorica.

A rileggerlo oggi – con l’occhio indiscreto e clinico dello studioso – ciò che colpisce è l’elaborazione di uno spirito autonomistico che già allora fuggiva dalle lamentele e dalle recriminazioni verso la Stato centrale. Deffenu era un anti-protezionista: sosteneva che la Sardegna dovesse avere pari possibilità rispetto alle altre regioni italiane. Come per le sorelle meridionali: il protezionismo, la difesa ottusa di piccoli interessi avrebbero frenato la crescita delle zone depresse. Un ragionamento più che mai attuale e che può essere ripreso e declinato alla luce della nascita di un grande partito unitario del centrodestra.

Il “Sardegna” di Deffenu è, a ben vedere, a distanza di parecchi anni, ancora una pubblicazione che non ha avuto seguito. Possiamo dire che nessuno di noi ha cercato di onorarla.

Se la sinistra sarda (e italiana) ha costruito alternative e altri intellettuali, la destra ha lasciato perdere un profondo retroterra di idee, contenuti e suggestioni di un’ Isola che cercava un proprio ruolo nell’Italia nascente.

Qualcuno può perfino tacciarci di voler compiere un’operazione di facile recupero culturale in mancanza di altri riferimenti. Mi è stato detto, di recente, che di Deffenu ci piace riprendere una sorta di eroismo infantile poetico ma irrimediabilmente morto. E le cose morte, per alcuni, non producono più niente. Il rischio c’è sempre, ma non è questo il caso.

Già nel 1913 Attilio Deffenu parlò di liberismo capitalistico contro il protezionismo doganale che favoriva le industrie del nord a danno delle isole e del sud.

Dunque la questione sarda si risolveva passando per un radicale mutamento nei rapporti tra lo Stato e le regioni: non con provvedimenti speciali ma favorendo lo sviluppo dell’impresa, la libertà economica e la giustizia fiscale per tutti.

L’ elaborazione del “Sardegna” resta insuperata. Non c’è niente nel pensiero di Deffenu che possa apparire poetico o nostalgico quando ci si concentra sulle cose concrete. E a distanza di quasi cento anni quelle idee stanno lì, sul tavolo: hanno bisogno di qualcuno che se le riprenda e che le metta a disposizione di un popolo e persino di una parte politica. Non c’è niente di male: per lunghi decenni, l’Isola ha avuto politiche che hanno puntato a tutt’altro e che sono andate nella diametrale direzione opposta rispetto a ciò che scriveva Deffenu. La stagione della Cassa per il Mezzogiorno, le politiche speciali, l’industrializzazione pesante; il fallimento delle cattedrali nel deserto.

Quel lucido ragionamento su regionalismo, autonomia e possibilità di sviluppo ispirarono nel dopoguerra i movimenti degli ex combattenti e in misura minore il Partito Sardo d’Azione. Furono idee che però non presero piede perché vinse la conservazione e un’idea per la quale la Sardegna dovesse vantare aiuti economici e autonomia presunta.

La verità è che la sfida di oggi è quella di rompere il vecchio schema. Si è veri autonomisti se siamo in grado di competere con le altre regioni e il resto d’ Europa. Se sappiamo portare in giro un’idea di Sardegna fuori dagli stereotipi di questi ultimi decenni, Soru compreso.

Ecco perché ripartire da Deffenu. Studiarlo e capirlo. Rileggerlo anche nelle lettere dal fronte e da Milano, dove non smetteva di parlare della sua Isola. Oggi, è un insegnamento ancora fondamentale nella sua semplicità. Fu in quelle trincee che si difendeva l’Italia per salvare l’onore dell’Isola. Fu durante le schioppettate con gli austriaci che Deffenu strinse rapporti con molti altri sardi con i quali discuteva delle difficile condizioni economiche e sociali.

Diciamoci la verità: esiste oggi un intellettuale con quell’impeto ? Uno che sappia guidare con autorità morale un popolo ? Disposto a sacrificare la propria vita ?

Se la risposta è no, ed è no, sta a noi che amiamo Deffenu compiere gli atti culturali e politici per dare all’Isola una grande prospettiva di cambiamento. Senza retroterra di cultura e idee forti non nascerà il nuovo sardo e la nostra autonomia rimarrà sempre una parola senza futuro.

Se ti piace, fallo conoscere:
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • FriendFeed
  • LinkedIn
  • MySpace
  • StumbleUpon
  • Tumblr
  • Twitter
  • Wikio IT