Adesso c’è questo vezzo (Gelmini, Brunetta) di dire che “noi siamo, per certi versi, di sinistra”. Non so bene che cosa significhi, so per certo che la sinistra italiana non ha niente a che fare con le riforme. Anzi, tutto ciò che fa, lo fa per salvare lo status quo, per proteggere chi ha sempre comandato e tutte le rendite di posizione.

Renato Brunetta ha sfoderato una grinta che è difficile rintracciare in qualsiasi altro politico italiano. A vederlo da vicino è mostruosamente basso, ma sprizza energia e quando lo incrocio alla Camera mi fa pensare a James Cagney con il mitra in mano.

Il titolare della Pubblica Ammnistrazione ieri ha detto qualcosa che tutti pensano. Qualcosa che a tutti noi succede. Recentemente ho incontrato dei dipendenti pubblici. Bravissime persone, di sinistra, vicine a Rifondazione e alla Cgil. Odiavano Brunetta, però. Di un odio viscerale e assoluto. Ho provato a ragionarci e dire che era difficile avere – dagli uffici pubblici- risposte in tempi europei. No e poi no.

La sinistra, o quello che ne è rimasto, perchè non si capisce che cosa sia, ha da fare un incredibile salto di livello culturale. Veltroni ci aveva provato con il discorso di Torino al Lingotto, disegnando un Pd riformista e coraggioso. In quell’ occasione aveva ripulito il suo linguaggio pure dalle solite melensaggini e aveva fatto sperare nella nascita di un partito dall’ autentica vocazione riformista.

Oggi si ritrova a inseguire le posizioni di Di Pietro, a rifiutare qualsiasi idea innovativa su scuola e università ( a parte un decalogo di proposte vago come l’ aria di primavera ) e anche i suoi intrepreti migliori ( prendi il senatore Ichino) si trovano senza linea politica.

Ciò che dobbiamo fare noi del Pdl è migliorare la comunicazione complessiva sui provvedimenti e non fare alcun passo indietro. Così si erano mossi Thatcher, Reagan e Tony Blair. Sono esempi da studiare a da ripetere.

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