La piccola grande sorpresa alla fine non c’è stata. McCain non ha nemmeno sfiorato il sorpasso all’ultimo minuto che anche Karl Rove aveva allontanato, nelle ultime ore. Di questa grande notte elettorale, una giornata intensa dall’Atlantico al Pacifico, mi rimarranno impresse molte immagini. Certo, gli ologrammi stile “Guerre Stellari” della CNN hanno letteralmente annichilito la concorrenza, ma l’effetto speciale migliore è stata la folla di Chicago. Gioia, pianti, commozione, partecipazione. E naturalmente lo stile di McCain, che nella miglior tradizione ha riconosciuto la sconfitta in modo composto, salutando il presidente eletto.

Non sto qui a fare la sociologia dei risultati. La notte è stata piena di interlocutori italiani, che col piglio italiano commentavano una cosa totalmente americana. Come totalmente americana è stato il discorso di Obama: sentito, patriottico, veramente ispirato. Ha ribadito i principi cardine che fondano gli Stati Uniti d’America: le libertà, la democrazia, le opportunità, la possibilità di cambiare da sè il proprio destino (con l’aiuto e la benedizione di Dio, si intende, ma non nella versione italiana…). E ha ribadito che, alla fine, il sospirato cambiamento è arrivato. Ma non gioiscano troppo gli anti-americani de noantri, che oggi esultano. Obama difenderà gli interessi americani nel mondo e questo significherà essere risoluti, anche se non del tutto muscolari, come nel caso dell’amministrazione Bush.

Semai, una lezione che noi italiani possiamo apprendere, ancora una volta, è quella relativa alla grande capacità di mobilitazione insita nel meccanismo delle Primarie, che nel corso di quindici, sedici mesi, ha tenuti impegnati gli Americani nella scelta del loro leader. Raccolte fondi, feste di beneficenza, ragazze pon-pon, divi di Hollywood, instant book, partecipazioni televisive. Ma anche programmi, idee, scontri vivaci, soluzioni. Il tutto in un’atmosfera di ampio confronto, nella quale i candidati sono stati messi a nudo di fronte all’opinione pubblica. Senza timori. La politica è anche il coraggio di sapersi mostrare, senza timidezze e senza doppiezze.

Il cambiamento, dunque, è arrivato. Lo dice Obama e bisogna dargliene atto. Il sogno di Martin Luther King si è avverato, una grande contraddizione irrisolta è stata superata. Ora anche in politica gli uomini e le donne di colore possono ambire alla Presidenza, come un fatto normale. L’America è la Terra Promessa di Bruce Springsteen e di Walt Whitman, il grande paese di Dos Passos, con le inquietudini di American Psycho e i turbamenti di Edgar Lee Masters.

L’Italia, al contrario, è un paese diverso: non possiamo trasferire qui il modello americano, anche se Veltroni scimmiotta Barack un giorno si e l’altro pure. Ci manca la cultura democratica di fondo, che ci fa preferire le scorciatoie alla soluzione migliore. Però il modello delle Primarie è senza dubbio un aspetto positivo, perché legittima a tutto tondo i governanti. Bush sarà stato un presidente criticatissimo, negli ultimi 4 anni. Ma gli Americani lo lasceranno governare fino all’ultimo giorno di incarico.

*** Nella pagina Documenti ho messo a disposizione proprio un documento che riguarda la nascita del PDL, il modello organizzativo e il coinvolgimento dei giovani nella politica. Stanotte a Chicago erano veramente in tanti.

Aggiornamento dalla Camera: Furio Colombo ha appena accusato la Lega di razzismo. Monomaniaco, diciamo. Un presidente nero!, ha urlato, anche se non c’entrava nulla. La realtà è che non è possibile un razzismo al rovescio e che l’America ha votato per il cambiamento e per le grandi novità. Non ne ha fatto una questione razziale. Per fortuna. Sull’Obama high-tech ritorneremo presto.