A differenza di quaranta anni fa gli studenti oggi scioperano con i professori. Cosa è cambiato da allora? In termini di ideologie si sperava che fosse cambiato molto, ma ho come la sensazione che i professori giochino a fare i maestri di allievi-ideologi da modellare a loro immagine e somiglianza. Tentano, in sostanza, di sostituire il loro fallimento con un finto rigurgito rivoluzionario che affonda le proprie radici nella debolezza dell’attuale opposizione politica.

Quando l’opposizione di sinistra è debole ci si appiglia ad altro. Lo fecero nel 2002 con Cofferati a la riforma del lavoro, lo fanno oggi con gli studenti e la riforma della scuola. Il vero problema, nell’università, non sono i tagli, ma lo spreco di risorse. Perché l’Italia per i propri studenti universitari spende molto di più che altri paesi. Ha ragione il prof. Giavazzi: da noi laurearci in qualche modo conviene, anche se bisogna fare molti sacrifici per concludere l’intero percorso universitario. Il reddito netto delle famiglie, negli anni, ha perso valore e tutto costa di più. Ma non si può affermare che lo Stato intende chiudere le Università o ha poco riguardo per l’istruzione. Semai è vero il contrario: la politica riconosce nella scuola e nei dipendenti pubblici una sacca di voti da portare via e mettere al sicuro. Vi siete mai chiesti come mai abbiamo così tanti bidelli, insegnanti e personale di amministrazione? E come mai c’è un’elevata richiesta di turnover?

Semplice, nonostante l’allargamento dei posti di lavoro (buona parte inutili e precari), c’è sempre una scarsa domanda. Per fattori congiunturali: la popolazione invecchia, molti centri piccoli vengono abbandonati, gli insegnamenti vanno specializzandosi. In contrasto a questa tendenza c’è stata una proliferazione di lauree umanistiche facili, brevi, che hanno sfornato migliaia di titoli di studio e quindi legittime aspirazioni a un posto libero. Questo in una situazione nella quale c’era una lista di attesa lunghissima.

Il prof. Giavazzi fa notare che questo meccanismo ha ormai contagiato la ricerca, che ci vede fanalini di coda in Europa. Ma prima dei numeri vengono i comportamenti. Nei prossimi mesi verranno svolti concorsi per 7000 nuovi docenti: 4000 ordinari e associati, più 3000 posti di ricercatore (prima 2000, il resto in una seconda tranche). Ora, come dice bene Giavazzi, i primi 4000 saranno promozioni di persone già all’interno delle università. Con i metodi che conosciamo (cioè vagamente truffaldini). I 3000 posti di ricercatore, secondo Giavazzi, assicureranno un posto a vita a dei ricercatori che lamentano la loro condizione di precari.

All’estero però non succede così. Il posto fisso viene ottenuto in base al risultato della ricerca. In Italia, di fronte a qualsiasi governo, si pretende di averlo in barba ai risultati conseguiti e nonostante l’uso (e sovente lo sperpero) dei denari pubblici. I ricercatori devono poter lavorare in ambienti proficui, con contratti più elevati, ma in un contesto suscettibile di fornire risultati tangibili. Che la politica debba cambiare molto, non c’è dubbio. Certi comportamenti nascono perché non abbiamo ancora costruito un sistema limpido di assegnazione dei fondi, all’interno di un circuito trasparente e meritocratico. I dati sulla Ricerca Italiana sono sotto gli occchi di tutti: la Germania registra un numero di brevetti superiore di nove volte al nostro. Rilanciare la cultura scientifica, questo è l’auspicio bipartisan non ancora realizzato. E il Gruppo di studio facente capo a Luigi Berlinguer ha chiaramente indicato nella carenza di formazione scientifica il primo grosso neo. E come abbiamo reagito di fronte a questi risultati? Abbiamo promosso lauree brevi umanistiche, offerto opportunità che non potevamo offrire a ragazzi che pensavano di trovare un posto dopo un percorso di studi quasi liceale. Un disastro totale. Oggi servono seri interventi: eliminare il baronato modificando il reclutamento, sviluppare la ricerca in modo che premi solo chi ha probabilità di conseguire dei risultati, razionalizzare gli studi universitari e indirizzarli verso le materie decisive per le sfide alle quali il paese è chiamato a rispondere. E, come ha spiegato bene anche il prof. Giavazzi, da parte nostra: liberare le risorse per consentire un pieno diritto allo studio, in modo da premiare i più meritevoli e volenterosi.

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