Terminata la fase dell’analisi a caldo, veniamo a vedere da vicino quali possono essere state le cause per quello che appare un risultato insoddisfacente.

Innanzitutto abbiamo portato a votare trecentomila persone. Per vincere le elezioni, con un risultato netto e inequivocabile, ne servono 180.000/200.000 in più, basandoci sull’ultimo dato del 2004. Quindi abbiamo raccolto poco rispetto ad una buona campagna su stampa e tv e alla mobilitazione di tanti giovani. C’è però uno zoccolo duro che si mobilita sempre e comunque.

Secondo. Il modello del pullman non serve ad attirare la gente sulla sostanza dei quesiti. Il referendum è uno strumento inflazionato adatto ai piccoli partiti o alle grandissime questioni. I cittadini non conoscono i meccanismi che regolano l’urbanistica, per questo esistono i professionisti, ben pagati. Inoltre c’è sempre un errore di comunicazione: si girano le città mentre i cittadini lavorano. Si raccolgono poche adesioni e si dà l’idea di essere degli scansafatiche.

Terzo. La gente si aspetta che sia la Regione o lo Stato o il Comune a risolvere i problemi e non essa stessa. La sensazione di essere usata per lotte politiche tra quartieri elevati rende ancora più distanti i politici dai loro elettori, con la conseguenza che anche i migliori appelli vengono sprecati in inutili campagne politiche. Nonostante ogni battaglia sia degna di essere combattuta, forse bisognava preparare meglio il terreno.

Infatti (e qui siamo al quarto punto), il PDL è arrivato all’appuntamento ancora senza leader e senza un programma innovativo che faccia da contraltare alle idee di Soru. Una proposta nuova costruita intorno a una leadership riconosciuta e riconoscibile. Se fossimo andati a votare con un leader, anziché affidarci al referendum per cercarlo, forse si sarebbero capiti anche gli intenti relativi alla legge salvacoste.

Quinto. L’idea di riformare la Sardegna dev’essere assolutamente rafforzata. Oltre alla leadership che sottolineo debba essere NUOVA, AUTOREVOLE, CAPACE DI NUOVE PROPOSTE veramente alternative al Modello Soru, serve una piattaforma programmatica breve, coincisa, ma forte e convincente. Questo programma dev’essere la spina dorsale del nascente PDL sardo. Altrimenti rischiamo le figuracce del quinquennio 1999-2004.

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