Era meglio nascere e morire socialisti!
A volte penso che all’Italia sarebbe convenuto un sistema socialista. Oppure un governo perenne delle sinistre. Pensate che bello! Non ci sarebbero stati scioperi, manifestazioni, i giudici avrebbero smesso di rompere le palle alla politica e viceversa, mentre il referendum sarebbe ritornato nelle mani di quei pochi capitani coraggiosi, come i radicali, i vecchi liberali senza casa e senza rifugio, che hanno pochi voti e molte idee.
Siamo un paese molto conservativo, piuttosto che conservatore. Non abbiamo voglia di cambiare e guardiamo alla politica con un misto di disprezzo e adulazione. Da parlamentare vivo sicuramente una vita agiata, ma paradossale. Il paese di fatto può essere cambiato solo con forti iniezioni di decisionismo, di prove di forza, che sia la destra, sia la sinistra hanno tentato. Se la sinistra ha fallito è perché non riconosce al governo la capacità di cambiare le cose, anche a colpi di decreti e voti di fiducia (Prodi è stato un maestro); al contrario preferiscono che a decidere siano tutti, cioé nessuno. Ricordo ancora Nicky Vendola e la sua utopia di governo assembleare della Puglia. Scambiava il consiglio regionale per un’assemblea studentesca. In questo il parlamento che ruolo ha? E’ un modello particolare. Fatto sta che la politica è basata ancora sulle clientele e il paradosso è che magari la gente pensa che il singolo parlamentare possa smuovere montagne. Non è così.
La macchina del governo è complicatissima e per avanzare ha bisogno di strade spianate, altrimenti si rischia l’effetto carro-armato, distruggendo ogni cosa solo per il gusto di andare avanti. A volte rimpiango, non senza una vena di ironia, proprio il fatto che governare per il centrodestra è difficilissimo. Anche ieri la CGIL, criticata dagli altri sindacati confederali, si è sganciata dalla firma del contratto degli statali, tanto che Bonanni ha dichiarato che da un pezzo ha smesso di fare il sindacato. Però se il governo decide, come sulla scuola, allora scatta l’accusa di autoritarismo, che è ridicola, dato che l’esecutivo è pienamente legittimato dal voto popolare, molto più di Veltroni che, in nome della piazza, pretende di dettar legge.
Fatto sta che abbiamo una parte di paese che non vuole cambiare. Un paese che preferisce adagiarsi sullo status quo, spesso permeato di privilegi, piuttosto che guardare oltre il proprio naso. E la cosa più deludente è che ci sono tanti giovani che ancora non hanno capito che devono formarsi sopra idee nuove, invece di guardare a trite ideologie del passato, che in Italia, nel corso di un secolo, hanno solo fatto danno. Tanto battaglieri a difendere le idee altrui, quanto privi di palle nel non volerne proporre di nuove.

In questo blog abbiamo affrontato il discorso della sfida della
I cinquantenni di destra in Parlamento dicono che occupare e manifestare sia un rito di passaggio, un modo comunitario di stare insieme. Non c’è dubbio. Aggiungerei: quando è giusto, quando le informazioni che si hanno in possesso sono vere, non sono frutto di balle, di strumentalizzazioni e sciocchezze varie. Ieri Umberto Eco – di certo non di centrodestra – ha detto che trovava singolare che questi ragazzi scioperassero insieme ai baroni. Sono conservatori, chioso io.
A differenza di quaranta anni fa gli studenti oggi scioperano con i professori. Cosa è cambiato da allora? In termini di ideologie si sperava che fosse cambiato molto, ma ho come la sensazione che i professori giochino a fare i maestri di allievi-ideologi da modellare a loro immagine e somiglianza. Tentano, in sostanza, di sostituire il loro fallimento con un finto rigurgito rivoluzionario che affonda le proprie radici nella debolezza dell’attuale opposizione politica.